GIA’, E NON ANCORA

8 gennaio 2007 at 11:57 16 commenti

Ancora una bella mattina. Accarezza con l’occhio limpido gli oggetti feriali che l’accolgono nuovamente con un abbraccio tiepido e sorridente, con una attesa lenta e materna. Il sole ingenuo e primordiale. Si conforta, piano, di quanto sia bello per lei star lì, nel silenzio amichevole e circonfuso, con l’uomo che ancora addormentato la tiene avvinta a sé.

Ha le mani pensose e lavoratrici, mani di chi ha percorso un lungo viaggio, mani che vengono da lontano, mani che ricordano gesti antichi, riti scomparsi, un altro rifugio, una solarità agreste. La canzone del bucato. Una festa.

La pace nel mondo è la pace degli splendidi corpi, delle vite riconciliate e ritrovate, rivissute, ripercorse, da quei primi sbagli alle incertezze all’angoscia alla speranza, alla presenza, al ricongiungersi fluido in un’alba marina che contiene in sé il grido delle rondini nell’arco di un occhio d’oro.

Daniela Tuscano

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Entry filed under: frammenti.

UN’ANIMA ANTICA… I DIRITTI DI TUTTI – Fermezza degli umanisti su Finanziaria, pace, ambiente

16 commenti Add your own

  • 1. massimo del papa  |  13 gennaio 2007 alle 20:17

    ANIMATO
    … questo Amore. Questo immenso Amore. Sorvolando un prato con lo sguardo. Lasciando come morto ogni rimpianto. Disciolto l’ultimo risentimento, uccidersi di sola tenerezza, pensando che di niente più t’importa, niente davvero, tranne una carezza. Trovare il buono dove non resiste. Inventarlo. Crearlo, finchè esiste. Sentirsi crescere invece d’invecchiare. Con mille volti ancora da scaldare. Questo Amore. Questo assurdo Amore. Per ciò che eri, ciò che non sei più. Per il bambino ucciso chissà dove. Per quello che non riesci più a capire. Per quello che non hai capito mai. Per le impari battaglie combattute, da solo, senza ombra di riuscita. Perchè era giusto uscire dalla stanza, vincere la dignità di una sconfitta: su certe croci, non si può non salire. Questo Amore. Questo immenso Amore. Per lo sforzo votato al fallimento. Per il sorriso che maschera il pianto. Per l’estate appassita, ed era tua. Per il sole che inonda tutto il mare dopo un inverno eterno, senza Amore. Questo Amore. Disperato, patetico Amore. Per quello che t’è riuscito. Che hai perduto. Per tutte quelle porte aperte mai. Per la notte che accende i sogni tuoi. Per l’incompresa tua fragilità. Perfino per la morte, che verrà. Per quando sei stato Grande, almeno un giorno. Per la luce che spande tutto intorno e illumina la strada del ritorno. Il mio ritorno, reduce dal male, incerto sul filo delle parole. Vagare il mare, naufrago sereno, re del candore d’esperienza pieno. Vagare senza senso e senza meta, animato da speranza infinita, sospinto dal vento dell’Amore. Questo Amore. Questo immenso Amore…
    Massimodelpapa

    Rispondi
  • 2. donatella  |  15 gennaio 2007 alle 12:15

    Sognatore è chi trova la sua via alla luce della luna…
    punito perché vede l’alba prima degli altri.

    Un uomo sulla luna non sarà mai interessante quanto una donna sotto il sole.

    Se il Sole e la Luna dovessero dubitare, subito si spegnerebbero.

    Rispondi
  • 3. gianluca  |  15 gennaio 2007 alle 13:59

    Daniela: bellissima riflessione.

    Rispondi
  • 4. etabeta  |  15 gennaio 2007 alle 20:23

    Le mani, la pace, il bucato. E l’alba.
    E ci leggi l’amore.
    E’ bello arrivare a casa con la tua stanchezza e i tuoi pensieri fermi e rilassarti un attimo davanti ad una tazza di tè fumante e sentire che c’è chi non ha mai smesso di crederci, come te. E lo sa dire così.

    Rispondi
  • 5. danielatuscano  |  15 gennaio 2007 alle 22:19

    Io che sono così rutilante di parole, in queste occasioni mi fermo, rispettosa come davanti a un tempio. Sono immagini, può essere amore, amicizia, puro ringraziamento per esistere. Collego queste apparizioni a un brano che amo molto. E che ha un colore d’azzurro.

    OCCHI
    Poi, ho visto gli occhi tuoi
    Rotolando verso casa
    Chiamare i miei
    Che bella sei
    Che belle fai
    Le belle sere
    Sai, ho visto gli occhi tuoi
    Quando scende
    La bellezza
    In fondo al cuore
    Come vorrei……
    Come sei bella
    Flying away
    Tu scendi da una stella
    Flying away
    Cosi’ talmente bella
    Flying away……
    Poi, ho visto gli occhi suoi
    Come grano in mano al vento
    Son ciliegie del mio pianto
    Cosi’ tanto io ti sento
    Sai, ho visto te con lui
    Quando scende
    La tristezza
    In fondo al cuore
    Come vorrei…
    Come sei bella
    Flying away
    Tu scendi da una stella
    Flying away
    Cosi’ talmente bella
    Flying away…..
    Dov’e’
    Che il vento
    Ti porta via
    Dov’e’
    Che il cielo
    Tramonta
    Quando scende
    La tristezza
    E invade gli occhi
    Come vorrei……
    Come sei bella
    Flying away
    Tu scendi da una stella
    Flying away
    Cosi’ talmente bella
    Flying away……
    Cosi’ talmente bella
    Flying away…….
    E te ne vai
    Te ne vai
    Te ne vai….via….via…..via….

    Zucchero Fornaciari

    Rispondi
  • 6. cristina ovvero zerocri  |  17 gennaio 2007 alle 16:36

    scusate se le mie parole non riescono a rappresentare esattamente quello che provo e che sento, su di un’altro argomento avrei rinunciato, ma sull’amore no, sento forte il bisogno di esprimermi anch’io, che dell’amore sono vittima e felice di esserlo, sempre più innamorata dell’amore; quello per i figli è indiscusso e scontato, quello per un uomo pùò essere appagante e doloroso, ma anche aiutare il prossimo, gli indifesi, gli emarginati, sperare nella pace tra i popoli, auspicare la fine delle guerre, anche quello è amore e forse è la sua espressione migliore. non siamo niente senza amore…dobbiamo insegnarlo a chi non lo sà…..

    Rispondi
  • 7. gianna  |  17 gennaio 2007 alle 17:03

    Io però nel testo di Daniela, anche se breve, trovo riminiscenze letterarie e cinematografiche. “La canzone del bucato” è una poesia di Pascoli, mentre “l’occhio d’oro” mi fa pensare a quel film con Marlon Brando: “Riflessi in un occhio d’oro”… mi sbaglio prof?

    “La canzone del bucato”

    I

    Quel tintinno diceva: – Era l’estate:
    le cicale cantavano sui meli:
    bianca famiglia, voi dove eravate?

    Certo nei campi: lunghi e verdi steli
    col fiore in cima: ondoleggiando allora
    non pensavate a diventar dei teli.

    Venne l’autunno: usciste d’una gora
    umidi e bianchi: bianchi sì, ma canne
    dal fiume usciste a riveder l’aurora.

    E poi sembraste piccole capanne
    là sul greto tra i ciottoli e le ghiaie,
    ritte sui piedi delle quattro manne.

    Sonava presso voi nelle pescaie
    il cadenzato canto delle rane,
    pari a quello che poi venne dall’aie,

    chiaro gracchiar di gramole lontane.

    II

    Venne l’inverno; e vennero al camino
    l’esili nonne, con una gran ciocca
    bianca, e ciascuna con un suo piccino;

    un piccino che ronza e che non tocca
    mai terra, eppure, non va mai lontano,
    frullando giù col filo nella cócca.

    Con queste rócche venne poi pian piano
    lo stridulo arcolaio; e le sorelle
    dietro si corsero corsero invano.

    E il telaio sonò tra le procelle:
    rumoreggiava tutta la contrada
    di battenti, di calcole e girelle.

    Dopo tanto rumore; alla rugiada,
    sul verde prato, in una rosea sera,
    diritta e lunga, simile a una strada,

    c’era la tela; ed era primavera.

    III

    Sopra le margherite e sopra il timo
    stava la tela, e si vedea lì presso
    un canapaio nero ancor di fimo.

    E la luna pendea sopra il cipresso
    e tu guardavi quella strada, o Rosa,
    lunga, e quel campo, dove a quel riflesso

    il tuo corredo già nascea, di sposa. –

    Rispondi
  • 8. danielatuscano  |  17 gennaio 2007 alle 22:09

    Non sbagli, Gianna, anzi, i miei complimenti: sei magnifica! 🙂 L’accestire è uno dei Poemetti che amo di più.

    Riguardo a Riflessi in un occhio d’oro, beh… mi è venuto spontaneo, ma mi rendo conto che c’è una corrispondenza con Pascoli. Può essere innocenza… con un’ombra segreta, però. Forse.

    Rispondi
  • 9. danielebausi  |  19 gennaio 2007 alle 17:51

    Si consiglia la lettura di quanto segue ascoltando in sottofondo “albachiara” di Vasco Rossi

    ALBA CHIARA

    Forse è un nome, forse il momento del giorno più bello, o forse tante altre cose messe insieme che giocano con le emozioni e con i sentimenti.
    Chiudendo gli occhi, tendendosi verso la canzone, i ricordi affluiscano come un fiume in piena.
    Rivivi quegl’attimi come se fossi lì di nuovo, come se fossero passati da un istante, mentre invece il tempo è trascorso da un bel po’.
    Era il primo giorno di naja, a Maia Bassa, frazione di Merano. Avevo appena fatto la mia prima gaffe in mensa dicendo che le banane mi piacevano grosse e dure e il risotto ai funghi mi era rimasto indigesto.
    Dopo l’estenuante e lungo pomeriggio passato nella sala cinema, adibita per l’occasione alla registrazione delle nuove reclute, della famigerata e temuta puntura nel petto, finalmente raggiungo la mia camerata e faccio conoscenza con i miei compagni, che, strano a credersi, mi accolsero molto calorosamente.
    Mi fecero fare il giro del piano, visitai le altre camere passando davanti ad altri sguardi persi di commilitoni nuovi e spaesati. Visitai i cessi e mi feci dare spiegazioni a proposito di grosse stagne nere che erano poste sopra la buca della turca.
    Mi dissero che ci dovevamo pisciare dentro perché ogni mattina molto presto venivano a ritirarle, e che il nostro “liquido” serviva in dei laboratori specializzati per esperimenti per medicinali.
    La struttura della caserma era antica, con grossi muri e le camerate dell’ultimo piano erano divise da grosse arcate. In un certo modo, anche belle, ma tristi e spoglie. In ogni camerata c’erano quattro brande a castello, nel mezzo ci passava un corridoio che conduceva ad una grande finestra con le inferriate. Il corridoio alle spalle delle camerate portava ai bagni. Unico locale dove era permesso fumare.
    Dopo aver sistemato le mie cose, andammo tutti in bagno a fumare. Dalla finestra vedemmo nel cortile che era stato acceso un grande falò. I ragazzi che erano arrivati qualche giorno prima di me mi dissero che quelli erano i prossimi congedanti, coloro che avevano finito.
    Stavano festeggiando la fine del servizio di leva cantando e ballando intorno a questo fuoco che avevano fatto a forma di 4. Erano il quarto scaglione che si congedava da lì a due o tre giorni.
    Nel bagno avevamo portato una radio con cassette e Vasco Rossi riempiva con la sua voce e con le sue parole quella malinconia che si stava consumando dietro le finestre del bagno, offuscate dal fumo delle sigarette soffiato sopra a coprire i grossi lucciconi che noi, freschi novellini appena arrivati, dovevamo ancora scontare. Ce ne stavamo lì, con le spalle appoggiate al muro, lo sguardo perso fuori a guardare quel fuoco che, nell’oscurità del cortile, sembrava più vivo e acceso che mai. Quel 4 sembrava il logo dei Fantastici 4 e loro che ci ballavano intorno, ai nostri occhi, i supereroi, coloro che ce l’avevano fatta. E chissà cosa passava nelle nostre menti. Fumavamo, stavamo in silenzio, le lacrime che scendevano ma eravamo troppo orgogliosi per farsi vedere dagli altri.
    “Finita” era il grido d’ordinanza.
    “Ridi piano senza far rumore…ti addormenti di sera ti risvegli col sole…sei chiara come l’alba…” Per noi l’alba era davvero lontana, trecentosessantaquattro giorni ancora da scoprire, con tutte le sorprese amare o gioiose che potevano riservarci.
    Con la tristezza nel cuore e le grida gioiose dei festanti, tornammo nelle nostre brande, sempre in silenzio ci addormentammo, stanchi e stremati per la faticosa giornata, ma nel sogno che seguì vedemmo la speranza di avere un alba chiara dopo l’altra.

    Rispondi
  • 10. cristiano  |  1 febbraio 2007 alle 13:28

    Ciao cara Dani

    Ti scrivo perché voglio farti leggere una mia breve poesiuola, composta stamani. C’era nebbia e si vedeva ben poco. Son partito dalle sensazioni che provavo e poi ho fatto un salto: questa nebbia non fa vedere, ma c’è una nebbia che talvolta creiamo noi per non vedere.. che cosa?chi? e quale delle due è più pericolosa

    Spero che te gusti 🙂 buona lettura

    Cris

    NEBBIA (…del non vedere e non voler vedere)

    Perdura opprimente
    quest’alito sospeso.
    Nuvola senz’ali,
    pensiero morto all’azione.

    Tutto è inchiodato e confuso,
    come in uno stagno immobile di acque torbide

    Inganna questo bianco luminoso,
    confonde il viandante la sua apparenza
    innocua e fatata: falsità presente
    di un pericolo latente.

    Cosa vedo?! Chi incontro?!
    Nulla è per certo…

    Solo adesso m’accorgo
    della nebbia che spando,
    prigione senza pareti in cui affondo
    cose che non voglio vedere
    persone che desidero estranee.

    Solo ora vedo nitido
    il pericolo maggiore:
    è l’inganno con cui spingo te,
    con garbo consapevole,
    nell’oblio del non amore

    CRis

    Rispondi
  • 11. donatella  |  3 febbraio 2007 alle 14:50

    “Scrivo ascoltando musica e smanio per incontrarti. Non sotto la luna……. ma nel mio letto, nella mia carne e nel sangue…”.

    Rispondi
  • 12. danielatuscano  |  4 febbraio 2007 alle 22:18

    Donatella, le tue brevi frasi sono fantastiche! Vi trapela tutta la tua carica affettiva e sensuale. Ogni volta che ti leggo, mi viene voglia di fare l’amore con un bel tipo. 😉

    Cristiano: quando ho letto il titolo mi è venuto in mente Pascoli (tanto per cambiare) e pensavo a qualcosa di più descrittivo, o meglio, alla descrizione che si fa sensazione (“Nascondi le cose lontane, o nebbia impalpabile e scialba!”… e c’è già tutto). Tu invece hai soltanto evocato. Sei stato molto… simbolista.

    Credo però tu sia preoccupato – tale è la mia interpretazione – di non dare abbastanza all’altro, e temi l’indifferenza (il non-amore è molto peggio dell’odio); o forse, senza arrivare a tanto, ti sta a cuore la qualità – non solo l’intensità – degli affetti. In questo senso la nebbia ha un ruolo purificatore, snudante; non dimentichiamo che preannuncia il sereno.

    Non solo cercare, ma voler donare, un amore tangibile, è un percorso a ritroso verso le proprie origini. C’è qualcosa di francescano in questo; ed è il tuo fascino maggiore per me, amico mio.

    Rispondi
  • 13. donatella  |  4 febbraio 2007 alle 22:55

    la tua voce
    e il tuo profumo
    riempiono la stanza
    la luce nei tuoi occhi
    accende sensi sopiti
    sguardi curiosi
    cercano risposte
    senza un perche’
    labbra protese
    cercano brividi
    dentro di me
    mani distese
    abbracciano forme
    piene di te
    emozioni e passioni
    scrosciando impetuose
    come terribile alluvione
    travolgono cuore e ragione
    e io mi arrendo

    Rispondi
  • 14. cristiano  |  6 febbraio 2007 alle 13:36

    Ciao Dani

    ti ringrazio anzitutto per il tuo commento, molto centrato e molto acuto. Ti confesso che mi hai dato da pensare.Quando scrivo infatti non so esattamente fino in fondo cosa sto per far emergere.Tu mi conosci molto bene e mi hai dato modo di capire meglio cosa “io mi stavo dicendo”. Ho letto la poesia ad altri amici e sono rimasto sorpreso dal fatto che, in qualche modo,questa paura di richiudersi,divenire indifferenti, non dare abbastanza, ci accomuna…
    Riguardo al tuo scritto iniziale è bellissimo! Mi vengono in mente certi bei momenti che abbiamo trascorso insieme,a parlare per ore,comodamente distesi sul divano o sul letto di casa mia. Respiro qui quella stessa serenità ed intimità.

    Rispondi
  • 15. donatella  |  6 febbraio 2007 alle 22:43

    Ora

    Ora che la mia anima piange in silenzio ….
    dietro a quella falsa maschera che sorride a tutti…
    ora che la mia voce fatica ……..ad uscire e sfoga
    la propria rabbia attraverso le lacrime…

    Ora…
    ora avrei bisogno di te … amico mio..
    ma tu… non ci sei…

    Rispondi
  • 16. danielatuscano  |  11 aprile 2007 alle 20:10

    DIALOGO

    Che stupore!
    Il profilo lanciato nell’orizzonte erratico
    dei ciliegi fioriti,
    pelle da percorrere
    tesa nel supremo sforzo
    passione dell’esistenza
    vitalità accesa
    e brulicante di ambigui misteri
    nei suoi occhi echi di feste
    e lustre tovaglie di pace,
    feste comandate,
    tenui processioni,
    virilità sbocciata
    in un sacrificio splendente e regale,
    uomo casto ed eucaristico,
    e la vita è un dono.

    …E piegarsi a quell’irresistibile voglia di peccare,
    di esser posseduti,
    con lo sguardo annebbiato e torbido,
    inseguirsi nella campagna scarlatta e crudele,
    giacere fra le stoppie
    crudo e arrostato dal sole feroce
    violentato da raggi come spade,
    oh mio Dio, ora non so
    se le mie lacrime spandono dolore o piacere,
    indifeso e mendico come sono,
    curvo e sinuoso come l’ansa del fiume,
    con un sorriso complice e ingenuo,
    e nudo come il mio terrore
    però riesco a fondermi nella perfetta gioia,
    nelle litanie di chi mi vuole vero e donato,
    come Cristo sulla croce
    vuol farmi uomo,
    e io accolgo con gratitudine
    questa santa e mesta umanità,
    e la vita è un dono…

    (a Sanremo)

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