I DIRITTI DI TUTTI – Fermezza degli umanisti su Finanziaria, pace, ambiente

10 gennaio 2007 at 13:17 23 commenti

Guardare avanti è sempre stata una delle parole d’ordine umaniste. Ma l’idea che il progresso sia un percorso lineare, scandito per lo più dalla cronologia, è da tempo sorpassata e quantomeno ingenua. Ne abbiamo discusso con Carlo Olivieri (Segreteria Programma) e Salvatore Fraticelli (Area Lavoro) del P.U., mentre Alberto Pero (Centro umanista “Color Porpora” di Milano) e Roberto Benatti (Area ambiente) ci hanno delucidati sulle prossime iniziative in difesa del nostro patrimonio naturale.

“Essere ottimisti va bene – è il commento ricorrente – ma illusi, no. Col 2007 stanno arrivando, sono già in atto, novità poco o per nulla rassicuranti di cui peraltro si parla poco. S’impone, da parte della società civile, una risposta compatta e decisa”.

Iniziamo dal Tfr e dai legami di quest’ultimo col tema del riarmo.

– In che senso, Carlo Olivieri?

– Con la regola scandalosa del silenzio/assenso, il Tfr dei lavoratori che non faranno nessuna scelta, finirà nei famigerati Fondi Pensione, gestiti da banche, assicurazioni e società vicine ai sindacati confederali CGIL, CISL e UIL. Questa eventualità è sicuramente la più scandalosa e pericolosa per i lavoratori, perché i Fondi Pensione useranno questi soldi per “giocare in borsa”, con il serio rischio di perdere il capitale investito e comunque, per bene che vada, non garantiscono il rendimento attuale del Tfr.

– Quale sarà il destino dei soldi del Tfr per quei lavoratori che, non volendo lasciar nulla ai Fondi Pensione, manterranno immutata la situazione?

Probabilmente tali soldi finiscono in un fondo presso l’Inps gestito dal Tesoro, ma fino a poco tempo fa non era chiaro come sarebbero stati usati. Con il varo della Legge Finanziaria 2007 ci è giunta la risposta anche se quest’ultima, a dire il vero, è ben “celata” nei commi e negli elenchi allegati.

Image ImageMilano, presidio umanista di solidarietà NO TAV (30 novembre 2005) 

– E in cosa consisterebbe questa risposta?

– Spulciando tra i 1348 commi della Finanziaria abbiamo scoperto che il risparmio dei lavoratori  – il Tfr, appunto – non solo viene sottratto alla piena disponibilità degli stessi, ma andrà a finanziare, in parte, ARMI e ALTA VELOCITÀ.

Allo scandalo dello “scippo” della liquidazione ai danni di tutti i lavoratori che con il silenzio daranno il proprio assenso al trasferimento nei fondi pensione, si aggiunge quindi un secondo raggiro ancora più scandaloso.

“Ecco qualche dato – interviene Salvatore Fraticelli. – I soldi del Tfr, accantonati nel fondo presso l’Inps, verranno destinati al  Fondo competitivita’ per 645 milioni di euro, al Fondo finanza d’impresa per 135 milioni di euro, al Fondo salvataggio e ristrutturazione imprese in difficoltà per 30 milioni di euro, alle Imprese pubbliche per 1230 milioni di euro, all’Autotrasporto per 290 milioni di euro. All’ ALTA VELOCITA’/ALTA CAPACITA’ sono destinati ben 2900 MILIONI DI EURO, a cui aggiungiamo (mi scuso per la tediosità, ma è necessario) i fondi utilizzati per il Contratto di servizio ferrovie S.p.A. (400 milioni), quelli per il Rifinanziamento rete tradizionale Ff.Ss. (2800 milioni), i nuovi investimenti Anas (3050 milioni) e, udite udite, il FONDO PER LE SPESE DI FUNZIONAMENTO DELLA DIFESA (710 MILIONI DI   EURO)”.

“A ciò – fa eco ancora Carlo – vanno aggiunti i rifinanziamenti per le spese di investimento, pari a10968 milioni di euro (e non 445 milioni come avevamo letto), per un totale di 24.248 MILIONI DI EURO (PARI A 47.000 MILIARDI DI LIRE) IN TRE ANNI!”.

Le conclusioni di Carlo e di Salvatore sono semplici: “Tutti litigano su come spartirsi l’enorme gettito costituito dal Tfr, ma si dimentica che questi soldi sono di chi lavora e sarebbe giusto fossero gli stessi lavoratori a decidere – nel periodo antecedente alla pensione ed in attesa di corrisponderli al lavoratore alla cessazione dell’attività lavorativa – come usare i soldi accantonati. Come umanisti affermiamo che questa enorme quantità di denaro debba essere investita per i bisogni primari della gente, come la sanità e l’istruzione, e sicuramente NON per LE GUERRE o la TAV“.

“Questo in linea generale – soggiunge Alberto Pero. – In concreto, esistono vari mezzi per creare un’inversione di tendenza a partire dalle nostre città. Bisogna convincersi che economia, pace, sfruttamento ambientale sono strettamente collegati”.

– Perché?

– Perché quando tutto è monetizzato e si pensa solo al profitto, ciò che non rappresenta un guadagno immediato e commercializzabile non “serve”, e lo si elimina. Vale per la pace, per l’ambiente, per qualsiasi cosa. E’ la reificazione della vita. 

La svolta “capitalistica” dei risparmi del Tfr, il loro investimento nel settore della difesa, la distruzione delle aree verdi e la privatizzazione dei beni primari sono insomma, secondo gli umanisti, tasselli di un unico mosaico. “Il fenomeno è tristemente diffuso a Milano e in Lombardia – prosegue Pero. – La prossima protesta a cui, come umanisti, abbiamo aderito e che intendiamo diffondere perché, purtroppo, sui giornali se ne parla pochissimo o per nulla, è la salvaguardia del Parco delle Cave (nella foto sotto, da inertitalia.com) e, con essa, della salvezza di tutto il comprensorio, vale a dire Bosco in Città, Terreni agricoli di Trenno e Figino”.

– Quali rischi corriamo?

– Rischiamo una prossima cementificazione della cintura verde ovest di Milano, in vista di quell’evento che passa sotto il nome di MILANO EXPO. Come tutti quelli che hanno a cuore l’ambiente e la difesa del territorio ben sanno, ogni evento di quel genere (Olimpiadi, Colombiadi, Expo ecc.) è servito e serve a dare “gas” a speculatori edilizi grandi e piccoli e chi poi ne paga le conseguenze, in termini anche di salute e non solo di portafoglio, siamo noi. Mauro Giostra, del Comitato Cave, ci ha comunicato che in giunta già si vocifera di un “canale navigabile”  dal sud Milano alla nuova Fiera che passerà proprio all’interno del Bosco in Città e già che ci sono, nelle stesse aree, stanno prevedendo insediamenti alberghieri/terziario e servizi vari non specificati.

– Mi viene in mente che un simile blitz fu tentato un paio d’anni fa a Bresso, col Parco Nord. Fortunatamente si riuscì a sventarlo; ma Arturo Calaminici, dell’Associazione Amici del Parco, commentò che si trattava anche di una questione di cultura, o meglio, di non-cultura: non ci si rende conto, disse, che il verde non è un “vuoto” da riempire.

– Esattamente. Per quanto ci concerne noi saremo presenti al presidio di sabato 27 gennaio, alle 15 in piazza Cairoli [per ulteriori info comitato.cave@yahoo.it cell. 328 59 84 501, n.d.r.].

“Un altro tema sul quale da tempo insistiamo è la lotta contro la privatizzazione dell’acqua di Milano www.acquabenecomune.org  – puntualizza Roberto Benatti. – Da due giorni sono iniziati i banchetti di raccolta firme per scongiurare questa sciagura. Anzi, ti sarei grato se pubblicassi il mio recapito telefonico perché posso fornire i moduli a chi fosse interessato. E’ molto importante”. Eccolo qui di seguito: 333/8251550. E auguri.

Daniela Tuscano (vedi anche https://danielatuscano.wordpress.com/2006/12/14/facile-come-bere-un-bicchiere-doro/ , https://danielatuscano.wordpress.com/2006/11/23/acqua-fonte-di-vita-o-di-guadagno/ )

ULTIM’ORA

Comunicato Stampa

DEBUTTA IN PIAZZA LA RACCOLTA FIRME IN DIFESA DELL’ACQUA 

 

Il 13 gennaio 2007 è iniziata nelle piazze delle città italiane la raccolta firme sulla legge d’iniziativa popolare con la quale si vuole riportare l’acqua sotto il controllo pubblico, sia per quanto riguarda la proprietà che la gestione ed erogazione dei servizi idrici.

 

Ma non saranno banchetti del solo movimento dell’acqua. Più di 100 associazioni e comitati hanno promosso e aderito alla campagna, tra cui il Partito Umanista e gli Umanisti per l’Ambiente, i Cobas, l’ARCI, la CGIL, l’intero movimento di Porto Alegre, i partiti della sinistra radicale, ma anche vescovi e parroci,  personalità della cultura e dello spettacolo che hanno inviato i messaggi di sostegno.

L’obiettivo è di raccogliere mezzo milione di firme in 6 mesi, anche se ne basteranno 50.000 per portare l’iniziativa popolare in Parlamento. La proposta di legge vuole innanzitutto inserire nella legislazione italiana il principio che l’acqua dev’essere un bene comune, un bene pubblico, non una merce che si può privatizzare e vendere, sulla quale si può speculare e fare profitti.

 

In passato l’acqua è stata gestita dai Comuni stessi o da aziende municipalizzate, ma da alcuni anni è partita un’offensiva da parte di aziende e multinazionali per accaparrarsi i diritti su di essa. C’è chi la vede come il “petrolio blu” del futuro, da sottomettere ai meccanismi del libero mercato e da quotare in borsa. Da proprietà e diritto di tutti l’acqua diventerebbe così una merce alla quale si accede solo pagandola salata. Nell’ambito politico tutti d’accordo a privatizzare, dal centrodestra al centrosinistra, dalla sindaca di Milano Moratti fino al presidente Prodi (il quale aveva promesso l’esatto contrario in campagna elettorale). Tutti a collaborare volenterosi alla svendita del patrimonio pubblico, come è accaduto in provincia di Pavia, dove la legge della Regione Lombardia che obbliga a privatizzare i servizi idrici è stata recepita all’unanimità.

 

L’argomentazione che, essendo un bene scarso, l’acqua verrebbe gestita meglio da privati per evitare sprechi, è falsa. Gli acquedotti sono oggi in buone condizioni, l’acqua di ottima qualità, l’accesso garantito a tutti, il costo basso. L’obiettivo principale delle società private è il profitto (a spese dei cittadini) e non la qualità del servizio.

 

La questione è gravissima e non riguarda solo l’Italia. Al summit di Nairobi e alla FAO parlano di siccità, desertificazione e carenza idrica in Europa, negli USA e in Cina, di 200 milioni di profughi idrici, di 800 milioni di contadini poveri cacciati dalle loro terre entro il 2050 e di modelli agricoli ormai in crisi per l’eccessiva dipendenza dall’acqua. In un rapporto sullo sviluppo umano dell’ONU dal titolo significativo Povertà e Crisi Mondiale dell’Acqua” si legge che 4900 bambini al giorno muoiono di dissenteria per mancanza di acqua potabile e servizi sanitari.

 

Per quanto riguarda la situazione italiana, è urgente porre uno stop alla privatizzazione ora che è ancora possibile. Una volta  privatizzata l’acqua,  sarà difficile tornare indietro. I cittadini, i politici e le istituzioni non si stanno rendendo conto di quello che è in gioco. Questa ignoranza è dovuta in parte al silenzio imposto dai mass-media, che hanno la consegna di tacere sulla questione.

 

Scendendo in piazza, pacificamente, a raccogliere le firme dobbiamo quindi anche informare, informare, informare, affinché si crei un’ampia protesta in tutto il paese che riesca ad ostacolare e bloccare l’avanzata dei privati.

L’acqua è un bene pubblico. Non può diventare una merce.

Milano, 17 gennaio 2007

Thomas Schmid – Umanisti per l’Ambiente
 

 

Annunci

Entry filed under: Bresso, Milano e... dintorni, flora, fauna e... cemento!, il punto caldo, Politica-Mente, strade umaniste, voci dal sottosuolo.

GIA’, E NON ANCORA PROMESSA

23 commenti Add your own

  • 1. davide  |  10 gennaio 2007 alle 18:57

    Giro per conoscenza…
    Ciao,
    Davide

    Comitato Nazionale per la difesa della pensione pubblica e del TFR

    Il sistema previdenziale italiano deve rispondere a quanto stabilito dall’articolo della Costituzione Repubblicana che garantisce ai lavoratori mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità, vecchiaia e disoccupazione involontaria.
    Questo non può essere assicurato attraverso le forme incerte, aleatorie e rischiose del sistema di finanziamento a capitalizzazione proprio della cosiddetta previdenza complementare privata.
    Le ipotetiche e niente affatto probabili speranze di alti rendimenti, che i fondi stessi cercano di attribuirsi nella speranza di attirare i lavoratori, sono legate
    alla capacitàdei mercati finanziari di lucrare sullo sfruttamento degli stessi lavoratori e dei paesi poveri del mondo.
    Affermare che bisogna tornare a tagliare le pensioni è ora, come lo era ieri, tanto suggestivo quanto infondato.
    Garantire il soddisfacimento dei bisogni dei pensionati del futuro è cosa che riguarda il lavoro e niente affatto le disponibilità di denaro.
    Ridurre la spesa previdenziale non è una necessitàoggettiva, ma è un dictat imposto dalle politiche economiche neoliberiste, che in questi anni hanno trasferito gran parte del reddito dal lavoro alla speculazione finanziaria.
    Su un tema come questo, come su qualunque altra questione che riguarda le condizioni di vita dei lavoratori, nessun accordo, patto o memorandum può essere sottoscritto senza la preventiva consultazione dei lavoratori stessi.
    Consultazione che deve essere realizzata attraverso forme che
    garantiscano la democraticità della stessa, sia nell’informazione plurale fornita ai lavoratori e sia attraverso le procedure adottate, a partire dalla partecipazione delle diverse opzioni in campo al controllo e alla verifica delle
    operazioni di voto e di scrutinio.
    Ciò premesso, il Comitato nazionale per la difesa della pensione pubblica e per il diritto dei lavoratori a disporre liberamente del proprio TFR, è promotore di una iniziativa per:
    * Esprimere il sonoro dissenso dei lavoratori al trasferimento del TFR nei fondi,
    * Ripristinare la pensione pubblica, finanziata con il sistema a
    ripartizione e calcolata con il metodo retributivo,
    * Agganciare le pensioni alle dinamiche salariali,
    * Separare la previdenza dall’assistenza, finanziando quest’ultima attraverso la fiscalità generale,
    * Prevedere forme di copertura previdenziale per i periodi di non lavoro dei lavoratori precari, finanziate attraverso una contribuzione aggiuntiva da porre a carico dei datori di lavoro che fanno ricorso a dette condizioni contrattuali,
    * Prevedere per il TFR, forma di risparmio gestito al pari del capitale versato nei fondi, lo stesso trattamento fiscale riconosciuto a quest’ultimo,
    * Incrementare il tasso di rivalutazione del TFR, quale reale forma di sostegno al reddito per i periodi di non lavoro,
    * Istituire presso l’INPS un fondo di riserva per le pensioni, di ausilio per eventuali, futuri problemi di bilancio dell’ente (sul modello adottato dalla Francia), finanziato, tra l’altro, con il disavanzo attivo delle gestioni previdenziali dei lavoratori dipendenti e da una tassa di scopo da istituire sulle rendite finanziarie.
    A sostegno di questa piattaforma, il Comitato Nazionale è impegnato in una vasta iniziativa di informazione e di coinvolgimento delle lavoratrici e dei lavoratori, a sostegno di una richiesta alle strutture sindacali perchè si apra
    una vera vertenza nazionale in difesa della previdenza pubblica, per organizzare il diniego esplicito all’adesione ai fondi pensione, per avviare tutte le iniziative, anche legali, per contrastare il meccanismo del silenzio assenso ed il diritto delle lavoratrici e dei lavoratori a rientrare in possesso di
    tutto il loro salario (TFR compreso) in caso di recessione all’adesione ad un fondo integrativo.

    LE DELEGATE E I DELEGATI RSU DELL’ASSEMBLEA NAZIONALE
    DEGLI AUTOCONVOCATI DEL 1 DICEMBRE A MILANO

    Per informazioni ed adesioni: http://www.perlapensionepubblica.it
    Per contattarci: comitato@perlapensionepubblica.it

    Rispondi
  • 2. amalia navoni  |  10 gennaio 2007 alle 19:20

    Formigoni ancora una volta sta imbrogliando (prima lo ha fatto con la legge regionale n 18/06 sull’acqua) ora lo fa con l’aumento dei tickets dando la colpa alla finanziaria.

    Per favore diffondete il più possibile. Chi può faccia volantini da distribuire a chi non ha il computer. Grazie

    Amalia navoni

    Consiglio Regionale della Lombardia

    GRUPPI CONSILIARI L’ULIVO

    “TICKET: INCREMENTI INGIUSTIFICATI. FORSE LA REGIONE HA BUCHI DA NASCONDERE”

    Conferenza stampa dell’Ulivo per fornire i veri numeri della sanità lombarda e svelare cosa si nasconde dietro le mosse della maggioranza di centrodestra

    “Dopo aver firmato il Patto per la Salute con il Governo Prodi, la Giunta Formigoni tenta di incassare solo i vantaggi della legge finanziaria nazionale, cercando di scaricare sull’esecutivo di Roma non solo tutte le responsabilità per i ticket sulle ricette, ma anche gli ingiustificati incrementi dei ticket sulle visite”. I Gruppi regionali dell’Ulivo Ds e Margherita non sono teneri con le novità di inizio anno per la sanità lombarda e oggi, mercoledì 3 gennaio 2007, i consiglieri Maria Grazia Fabrizio (Margherita) , Carlo Porcari (Ds) e Ardemia Oriani (Ds) hanno spiegato, in conferenza stampa, quali sono i veri numeri dei servizi socio-sanitari lombardi e cosa si nasconde dietro le mosse della maggioranza di centrodestra.

    “Quando qualche settimana fa è stato approvato il Piano socio sanitario della Lombardia – ha esordito la Fabrizio -, la Giunta Formigoni non ha dato la sensazione che la Regione volesse rimettere mano nelle tasche dei cittadini lombardi. Invece, lo ha fatto appena ha potuto, ovvero con la legge approvata dalla Giunta il 13 dicembre, quella che serve a stabilire le regole per il funzionamento del servizio sanitario lombardo per il 2007, e approfittando della legge finanziaria nazionale”. Che cosa è successo? “Di fatto, sono aumentate di 7 euro le visite specialistiche – e questa è stata una decisione tutta locale, presa dalla Giunta Formigoni – cui si sono aggiunti i 10 euro sulle ricette stabiliti dalla Finanziaria. Ma questi incrementi sono andati a sommarsi a ticket che erano già i più alti d’Italia e arrivavano a 46 euro, mentre la media nazionale era di 36 euro. Ora, in Lombardia siamo arrivati a punte anche di 56 euro per una prestazione diagnostica”.

    E d’altro canto, “non è vero che la Finanziaria nazionale ha ridotto le risorse alla Lombardia – ha insistito Porcari -, tutt’altro: tra il 2005 e il 2007 l’incremento della quota per la nostra regione del Fondo sanitario è stato di 810 milioni di euro, pari al +5,71%. Tanto che – ha fatto sapere il consigliere dell’Ulivo – il presidente Formigoni ha sottoscritto di buon grado l’accordo Stato-Regione in materia e all’epoca non si era assolutamente lamentato di nulla. Non solo: la Finanziaria offre varie opportunità, in quanto sono state sbloccate e incrementate le risorse per l’edilizia sanitaria, con 3mila milioni di euro in tre anni, per l’innovazione tecnologica, la radioterapia, l’hospice, l’odontoiatria. Tra poche settimane il Cipe darà il via libera al finanziamento di oltre 200 milioni di euro per interventi da fare sul territorio della Lombardia ed entro l’anno potranno essere finanziati i residui 380 milioni richiesti dalla Regione fin dal 2003”.

    Insomma, a conti fatti, “i cittadini lombardi hanno sborsato un’esagerazione – ha incalzato Oriani -. Noi non siamo certo per l’azzeramento di tutto: ad esempio, una quota di compartecipazione è necessaria, soprattutto nel caso del Pronto soccorso che spesso viene utilizzato per evitare le liste d’attesa. Ma è chiaro che attualmente siamo in una fase di incertezza del diritto e dai Comuni ci arrivano chiamate di amministratori e tecnici che chiedono cosa fare. Tutto ciò non è spiegabile se non con un tentativo di far cassa”. Incertezze che si riverberano anche sul fronte sociale: “Nessuno tiene conto del forte flusso dei migranti – ha proseguito Oriani – e che tra gli anziani le persone costrette a pagare sono tantissime”.

    L’Ulivo ha le sue proposte e le ha presentate oggi: “Chiediamo dati certi, trasparenza, monitoraggio della dinamica della spesa, ma anche di riportare il ticket massimo a 36 euro per ricetta, una riduzione dei ticket farmaceutici, una rimodulazione verso il basso di quelli sulla specialistica. Riteniamo necessario incrementare le risorse per ridurre le rette delle case di riposo e attivare un fondo per la non autosufficienza di almeno 50 milioni di euro”.

    Richieste giustificate, secondo i tre consiglieri, altrimenti “non si capisce il perché di questi aumenti, visto che la maggioranza ci aveva fatto credere che in Regione il pareggio sulla sanità c’era. I casi sono due – hanno concluso Fabrizio, Porcari e Oriani -: questi incrementi servono a dare servizi in più, ma non è mai stato detto; oppure, ci sono dei buchi da coprire”. Qualunque sia la risposta, l’Ulivo sta iniziando una campagna di informazione capillare tra i cittadini.

    Milano, 3 gennaio 2007

    Rispondi
  • 3. donatella  |  11 gennaio 2007 alle 9:00

    Da inserire nel giornale “ColorPorpora”
    Ciao
    Doni

    Tra sviluppo sfrenato e sviluppo sostenibile, “decrescita felice” e decrescita demografica.

    Il concetto di sviluppo sostenibile è maturato principalmente in ambito economico per risolvere il problematico rapporto uomo/ambiente, che si concretizza nelle difficoltà di approvvigionamento energetico e nell’inquinamento ambientale. Concepito nel corso degli anni settanta (volendo individuare un punto fermo, nasce con la pubblicazione dello studio del Club di Roma “I limiti dello sviluppo”), propone un modello economico fondato su due nuovi parametri: il “capitale prodotto dall’uomo” e il “capitale naturale”. L’ambiente diventa dunque un fattore determinante nel calcolo economico.
    Nel corso degli anni, lo sviluppo sostenibile è andato rapidamente a costituire il background culturale dei movimenti ambientalisti e dei partiti verdi; la sua portata si è poi allargata alla maggioranza degli schieramenti politici e culturali, fino a divenire un must del politically correct.

    Oggi ci troviamo dunque a confrontarci con una filosofia culturale, sociale, economica e politica improntata allo sviluppo sostenibile. È chiaro che, dopo il secolo dello “sviluppo (industriale) sfrontato”, il XXI sarà il secolo del progresso equilibrato e sostenibile, appunto, per far fronte al graduale impoverimento delle risorse del pianeta ed al suo inquinamento antropico.
    Tuttavia, in questi anni stanno mettendo radici alcuni movimenti culturali (che probabilmente fioriranno nel secolo ancora a venire) che propongono approcci diversi ai problemi energetici ed ambientali: essi individuano proprio nel concetto di “sviluppo” il nodo da risolvere.
    Tali visioni propongono di rivedere lo stile di vita a cui lo sviluppo sfrenato (trainato dall’assolutizzazione del denaro) ci ha portati ed abituati, ridimensionando l’importanza della crescita economica fine a se stessa, tipica del XX secolo, ma anche l’importanza stessa della crescita così com’è concepita all’interno del modello “sostenibile”.
    Non invitano a vivere come gli Hamish, né a bloccare ogni ulteriore sviluppo tecnologico ed economico. Il fulcro di queste impostazioni culturali “alternative” consiste nella valorizzazione di parametri umani ma non ciecamente antropocentrici, ridimensionando i criteri economici, tuttora sopravvalutati. La capacità creativa, le relazioni interpersonali, il tempo libero, la manualità, il riposo, la qualità della vita, il rispetto dei ritmi e delle regole della natura sono solo alcuni di questi valori.
    La vita dell’uomo occidentale ha subito una mutazione totale nel giro di soli cento anni, e questa sembra essere la ragione principale per cui oggi ci si ritrova pieni di allergie e malattie psicosomatiche inspiegabili, o un tempo rarissime. Da esseri integrati nel paesaggio naturale, capaci di costruire borghi pittoreschi e qualche infrastruttura per contenere la natura ed agevolare la convivenza (strade, illuminazione, acquedotti…), siamo diventati devastatori del pianeta, riuscendo ad intaccarlo dalle viscere (si pensi ai terremoti generati dagli esperimenti nucleari o all’inquinamento delle acque di falda) fino al suo confine più esterno (lo strato di ozono “bucato”). Per ora ci siamo fermati qui, ma ci stiamo attrezzando per superare questi limiti ed inquinare anche il resto del sistema solare, dove abbiamo già abbandonato i primi residui delle esplorazioni spaziali, mentre si sta già pensando a popolare Marte.
    È in questo contesto che in molti si chiedono: forse c’è qualcosa che non va nel nostro modo di intendere la vita sul pianeta…
    Sono sorti così movimenti di pensiero, in forme più o meno organizzate, con un comune denominatore: non possiamo continuare a “svilupparci” come negli ultimi cent’anni, pena la nostra stessa sopravvivenza di specie umana. Il concetto di sviluppo va rivisto e rielaborato: così dapprima si approdò al principio della sostenibilità, mentre ora si stanno diffondendo nuove concezioni fondate sul “buon senso”.
    Ma cosa significa “buon senso”? Significa abbassare il riscaldamento se in casa stiamo girando in maniche corte; significa eliminare il PIL come indicatore (puramente economico) del livello di benessere di una nazione; significa rinunciare alla nociva comodità dei cibi industriali per tornare alla salubrità delle ricette casalinghe; significa realizzare su larga scala e mettere finalmente in commercio i prototipi di automobili meno inquinanti (cioè automobili costruite con materiali leggeri – prima ancora di quelle alimentate con combustibili alternativi – perché è lì che la tecnologia ha dato i suoi migliori frutti). Significa quindi coniugare il sapere scientifico-tecnologico con la saggezza delle tradizioni.
    In questa ricerca presentiamo alcuni portavoce di questa filosofia di vita nonché politico-economica; a seconda dell’ambito in cui viene applicata, essa può assumere diverse connotazioni e sfumature, ma, lo ribadiamo, origina in ogni caso da una comune fonte di buon senso.
    Per una visione più completa, integriamo il discorso con l’analisi della situazione di quel “terzo mondo” che il “primo” sta coattamente dirigendo verso l’oramai insostenibile sviluppo sostenibile così come sopra descritto.
    E, trattando di terzo mondo, non possiamo non pensare all’inarrestabile prolificazione umana che caratterizza l’area planetaria così designata, ma inaspettatamente, calcoli alla mano, anche le nazioni occidentalizzate. Infatti, il “problema demografico” viene qui capovolto rispetto all’accezione a cui stampa, leader politici e statistiche ci hanno abituati: il mondo è sovraffollato, le risorse sono limitate e ormai anche lo spazio pro capite si è ridotto al limite minimo di vivibilità.

    a cura di Roberta Marzola
    Contatto Donatella Camatta

    Rispondi
  • 4. carlo olivieri  |  11 gennaio 2007 alle 10:17

    Ciao a tutti.
    Al seguente link:
    http://www.umanista.org/disarmo-nucleare/

    potete scaricare il dossier sul tema del nucleare.

    A presto
    Carlo

    Rispondi
  • 5. il dialogo  |  11 gennaio 2007 alle 15:03

    Segnaliamo che Padre Alex Zanotelli ha aderito all’appello per il ritiro dei soldati italiani dall’Afghanistan che è possibile firmare on-line sul nostro sito.
    L’Appello è stato elaborato da alcune donne ed uomini del movimento contro la guerra per il ritiro dei soldati italiani dall’ Afghanistan. Trattandosi di persone provenienti da espressioni varie dei movimenti per la pace, si è deciso di scrivere un appello senza firme di organizzazioni e/ reti promotori, ma firmandolo con i propri nomi . I primi firmatari dell’appello sono : Marco Sodi, Tiziano Cardosi , Doretta Cocchi , Nella Ginatempo , Gigi Ontanetti , Letizia Santoni , Leonard Shaefer , Mirco Tomasi . Siamo fiduciosi che possa essere e divenire uno strumento su cui riniziare a costruire iniziative ‘DAL BASSO ‘ nei territori e tessere relazioni vecchie e nuove con quanti fanno parte del più variegato ‘popolo della pace ‘ . Per ADESIONI marco sodi cell.328/0339384 mail : anatole2003@ libero.it
    L’appello si può sottoscrivere on-line al seguente link:

    http://www.ildialogo.org/forum/forumRitiroAfga21122006.htm

    Il Link è riportato sulla home page del sito

    http://www.ildialogo.org

    Segnaliamo fra le altre adesioni quelle di Enzo Mazzi (Isolotto Firenze, norma bertullacelli (genova), Gruppo Emergency Arezzo(Arezzo) , Jens Hansen (Messina), Doriana Goracci ( Capranica ),evelina savini(Jesi (AN) ), don Aldo Antonelli (AVEZZANO (AQ) ), Ettore Lomaglio Silvestri (Curno), Elio Rindone (roma), chiara cavallaro (roma), FRANCO BORGHI (CENTO)
    Invitiamo a diffondere queso appello per rilanciare il movimento per la pace in Italia.
    Saluti di pace
    La Redazione de “Il Dialogo”

    ———— ——— ——— ——— —
    il dialogo – Periodico di Monteforte Irpino
    Via Nazionale, 51 – 83024 Monteforte Irpino (AV) – Tel: 333-7043384 / 339-4325220
    Email redazione: redazione@ildialogo.org
    Email direttore: direttore@ildialogo.org
    Sito: http://www.ildialogo.org

    ———— ——— ——— ——— —

    «Voi siete il sale della terra; ma, se il sale diventa insipido, con che lo si salerà? Non è più buono a nulla se non a essere gettato via e calpestato dagli uomini.(Mt 5,13)

    “Tutte le valanghe prima di diventare tali erano solo fiocchi di neve”

    Abbonarsi ad Adista http://www.adista.it , Tempi di Fraternità http://www.tempidifraternita.it , Confronti http://www.confronti.net , QOL http://www.qolrivista.it fa bene alla salute

    Rispondi
  • 6. donatella  |  11 gennaio 2007 alle 20:16

    Dal 9 gennaio

    La superbomba di Bush

    Gli Usa, dopo vent’anni, vogliono riprendere i test nucleari
    PAOLO MASTROLILLI
    NEW YORK
    Il governo americano sta per compiere un passo decisivo per tornare a costruire testate nucleari. Nei prossimi giorni il presidente Bush dovrà scegliere quale progetto adottare per realizzare le prime bombe nuove in circa vent’anni. Lo ha rivelato il New York Times, sottolineando come questo sia un momento molto delicato per compiere un passo del genere, perché Washington sta premendo sull’Iran e sulla Corea del Nord affinché abbandonino i loro programmi atomici. La questione riguarda l’ammodernamento dell’arsenale.

    Le circa 6000 testate presenti nei depositi americani risalgono tutte all’epoca della Guerra Fredda, e da circa vent’anni gli Stati Uniti rispettano una moratoria sugli esperimenti sotterranei, utilizzando solo i test di laboratorio per verificare l’efficienza delle armi. Varie ragioni, ora, stanno spingendo l’amministrazione a rivedere la situazione. Secondo alcuni scienziati il nucleo di plutonio delle vecchie bombe potrebbe non funzionare più bene, anche se un recente studio ha smentito questo rischio. Il governo comunque vuole procedere all’ammodernamento, perché intende adottare una tecnologia più affidabile e più difficile da usare, se cadesse nelle mani dei nemici. L’obiettivo è creare la «Reliable Replacement Warhead», una testata più piccola ed efficace che non si andrebbe a sommare a quelle esistenti, ma le sostituirebbe, consentendo anche una riduzione dell’arsenale da 6000 a 2000 bombe nel lungo periodo. Lo studio di questa nuova arma era stato affidato a due laboratori in competizione: quello di Los Alamos e quello di Livermore. Il primo ha proposto un progetto molto all’avanguardia, che impiega componenti di altre testate, ma non è mai stato sottoposto ad esperimenti. Il secondo invece ha puntato su un design meno innovativo, ma più collaudato. Il Pentagono avrebbe dovuto scegliere uno dei due a novembre, ma ha rimandato la decisione perché erano entrambi molto buoni. Ora quindi la mano passa al presidente Bush, che secondo le indiscrezioni potrebbe adottare la linea di un compromesso salomonico: la nuova bomba nascerebbe da una fusione dei due progetti. Questa soluzione, secondo alcuni, è dettata dall’esigenza pragmatica di unire l’innovazione alla sicurezza. Per altri, invece, è solo una trovata che serve a distribuire le risorse a metà, evitando la chiusura del laboratorio che non ottenesse la commessa. Infatti si tratta di un investimento da circa cento miliardi di dollari, che dovrebbe tenere tutti impegnati almeno fino al 2012, quando comincerebbe la produzione. Alcuni esperti hanno criticato questo approccio, sottolineando che rischia di generare una testata poco affidabile. Ciò potrebbe costringere i futuri presidenti a condurre test per provarla, violando la moratoria.

    Una simile decisione avrebbe un impatto molto negativo, perché a quel punto anche la Russia o la Cina si sentirebbero autorizzate a riprendere gli esperimenti. La decisione di Bush, però, ha anche un peso immediato, considerando la situazione internazionale. Nelle settimane scorse il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha imposto all’unanimità sanzioni economiche alla Corea del Nord, perché il 9 ottobre aveva condotto il suo primo test nucleare. Alla fine dell’anno, poi, il massimo organismo del Palazzo di Vetro ha compiuto lo stesso passo nei confronti dell’Iran, per spingerlo a rinunciare ai suoi programmi atomici sospettati di essere finalizzati alla costruzione di armi.

    In questo quadro, decidendo di avviare la realizzazione della prima testata nuova in circa vent’anni, Washington si esporrebbe all’accusa di adottare una politica ipocrita di due pesi e due misure. Il Trattato di non proliferazione, in teoria, impegnerebbe tutti i Paesi firmatari a liberarsi delle proprie bombe nucleari. Questo forse non è un obiettivo realistico, ma almeno negli ultimi anni si è fermata la corsa a costruirne di nuove. Se gli Stati Uniti rimetteranno mano al loro arsenale, la tendenza potrebbe invertirsi in tutto il mondo, spingendo anche altri Paesi ad imitare il cattivo esempio di Pyongyang e Teheran.

    Rispondi
  • 7. davide  |  12 gennaio 2007 alle 10:35

    da espresso.it

    Alta voracità
    di Riccardo Bocca

    Tempi infiniti. Costi lievitati alle stelle. Scarsa trasparenza negli appalti. Dubbi sulla reale utilità. Così il progetto di collegamenti super rapidi èdiventato una voragine per le casse dello Stato

    La cerimonia porta la data del 19 dicembre 2005. In piena era berlusconiana, l’Italia festeggia l’avvento sui binari della cosiddetta Alta velocità. Treni che sfrecciano a 300 all’ora, collegamenti efficienti, densità di traffico moltiplicata rispetto alle normali linee. Un brivido futurista che parte con la tratta Roma-Napoli: 204,6 chilometri attraverso 61 comuni. O meglio 186 chilometri, perché quelli da Afragola a Napoli sono ancora in costruzione. In quei giorni si parla di evoluzione tecnologica, del primo passo verso l’Europa. Poi è arrivato il conto. Se nel ’91 la tratta Roma-Napoli prevedeva una spesa di 1.994 milioni di euro, con un costo al chilometro di 9,77, oggi siamo a 6 mila 235 milioni, ovvero 30,56 al chilometro (vedi tabella a pag 24). “Il tutto”, dice il segretario della Fit-Cisl lombarda Dario Balotta, “per impiegare 75 minuti invece di 105”. Un risparmio che non entusiasma i viaggiatori: “Stando alle nostre stime”, spiega Balotta, “il coefficiente medio di riempimento dei treni è attorno al 25 per cento”. “Come se non bastasse”, aggiunge Marco Ponti, docente di Economia dei trasporti al Politecnico di Milano, “la capacità della linea è sfruttata al minimo. Potrebbero viaggiarci circa 330 treni, e invece ce ne sono 14”.

    Incredibile? Imbarazzante? Scandaloso? Gli addetti ai lavori non si stupiscono. Per loro il sogno dell’Alta velocità si ètrasformato presto in un incubo. Sia sul fronte economico che su quello progettuale. Ferdinando Imposimato, presidente onorario aggiunto della Corte di cassazione, non ha problemi a dire che “l’Alta velocità è la pastoia della politica italiana, una fonte di finanziamento illecito dei partiti e della criminalità organizzata”. Gli ambientalisti la definiscono “inutile, dannosa, e frutto di valutazioni errate”. Mentre il carico finale lo ha messo il viceministro dell’Economia Vincenzo Visco con l’ultima Finanziaria, quantificando in 13 miliardi il ‘debito nascosto’ da sanare per l’Alta velocità dal 2002 al 2005. Peggio, insomma, non potrebbe andare. Eppure le intenzioni, all’inizio di questa storia, erano nobili. Si volevano creare due assi, uno dorsale Torino-Milano- Roma-Napoli, e un altro trasversale da Torino a Venezia, con ulteriore collegamento tra Milano e Genova. Un piano per contrastare il male cronico italiano: troppo traffico su gomma, troppo poco su rotaia. “Peccato”, commenta il responsabile dell’ufficio legislativo del Wwf Stefano Lenzi, “che il progetto riguardi 1.600 chilometri su un totale di 15 mila 923, dei quali solo 5 mila 603 elettrificati e a doppio binario. Come avere tutte piste da go-kart e due circuiti di Formula uno”. “La giustificazione”, dice il professor Ponti, “è che con l’Alta velocità si sarebbero liberati posti sulle linee tradizionali. Ma anche qui c’è da ridire: pochissime sono le linee sature, e per queste sarebbe bastato aumentare frequenza e capacità, magari quadruplicando qualche tratta. Un intervento possibile in tempi rapidi e con circa un decimo della spesa”.

    Appunto. Il vero tormento, nell’avventura dell’Alta velocità, sono i numeri. E non soltanto quelli della Roma-Napoli. Per meritarsi il nomignolo di Alta Voracità, si è andati oltre, battendo ogni precedente su scala internazionale (vedi tabella a pag 27). Un esempio: nel 1991, quando vengono presentati i progetti delle principali tratte, si indica per i 124 chilometri della Milano- Torino una spesa di 1.074 milioni di euro. Oggi siamo a 7 mila 778. Altro esempio: i 182 chilometri della Bologna-Milano nel ’91 dovevano costare 1.482 milioni, invece si è arrivati a 7 mila 150. Quanto ai 112 chilometri della Milano-Verona, i 1.125 milioni iniziali sono diventati 5 mila 735. Assaggi della spesa complessiva, che nel ’91 era indicata in 14 mila 156 milioni di euro (compresi materiale rotabile, infrastrutture aeree e interessi intercalari) , e che secondo le ultime stime, fornite in esclusiva a ‘L’espresso’ dall’istituto di ricerca Nuova Quasco, nel 2006 è passata a 66 mila 617 milioni. Senza contare le nuove tratte concordate con l’Europa che collegherebbero Milano al Brennero, Battipaglia a Palermo, e Novi Ligure al Sempione. “La riprova”, sostiene il direttore generale di Nuova Quasco Ivan Cicconi, “della follia in atto. Ma anche della leggerezza con cui lo Stato sperpera i propri denari”.

    Il guaio, infatti, è che a finanziare l’Alta velocitàè solo la cosa pubblica, cioè noi. Un dato oggi assodato, ma che non lo era affatto nel ’91. Quel 7 agosto, le Ferrovie affidano la progettazione e la costruzione delle infrastrutture alla neonata Tav (Treni ad alta velocità) Spa, e la presentano come partecipata al 40 per cento da soci pubblici e al 60 da soci privati. Una bugia spaziale. A smascherarla, sette anni dopo, è il ministro dei Trasporti Claudio Burlando, il quale a un convegno ammette: “Si èdetto che c’erano privati disponibili a fare investimenti, ma quando siamo andati a vedere abbiamo constatato che era una cosa falsa… Abbiamo i soldi ancora per dieci giorni… È bene che si sappia che è finita la quota pubblica del 40 per cento, mentre il 60 dei privati non si è mai visto”. Passano tre anni, e il nuovo ministro Pier Luigi Bersani fa l’unico atto concreto per rimediare al danno. Fino ad allora, infatti, non c’è stata ombra di gara pubblica. Tutti i miliardi di vecchie lire sono stati assegnati con trattativa privata a consorzi di imprese controllati da Fiat, Iri, Eni e Montedison. Dunque Bersani cancella, con la Finanziaria 2001, le concessioni per le tratte in fase iniziale, scegliendo procedure pubbliche di gara. Dopodiché arriva il governo Berlusconi, Pietro Lunardi diventa ministro delle Infrastrutture e Trasporti, e il provvedimento viene revocato. Non solo: l’Alta velocitàentra nelle Grandi opere della legge Obiettivo, e i costi s’impennano fino al 500 per cento.

    “Un tale incremento”, dice Anna Donati, presidente della commissione Lavori pubblici del Senato, “è dovuto al fatto che Lorenzo Necci, nel ’91 al vertice di Tav, voleva dimostrare che l’Alta velocità costava poco, rendeva tanto e la pagavano i privati. Un postulato fasullo. Gli investimenti costano cifre esorbitanti, hanno ritorni modestissimi, e infatti i privati non hanno partecipato”. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: tempi di realizzazione sballati, denari in libera uscita, proteste furiose della popolazione, dalla Val di Susa in giù. Caso esemplare, quello della tratta Bologna-Firenze. “Le faccio un esempio”, dice Girolamo Dell’Olio, presidente dell’associazione ecologista Idra. “All’apertura dei cantieri, nel 1996, dicevano che la tratta sarebbe stata inaugurata nel 2003, mentre adesso si parla del 2009”. Nel frattempo, poco è andato come avrebbe dovuto. “Un servizio televisivo delle ‘Iene’ ha denunciato lo sperpero della galleria Firenzuola, dove un prevedibile cedimento del terreno ha costretto a rifare la copertura in cemento armato. Ma c’è dell’altro”, dice Dell’Olio. “Le gallerie di Borgo Rinzelli e Morticine, ad esempio, battono su un substrato argilloso che l’Istituto per la difesa del suolo del ministero dell’Agricoltura indica da sempre come problematico. Eppure il consorzio Cavet, capitanato da Impregilo e partecipato da cooperative rosse, ha scelto proprio quell’area critica”.

    Ancora più allarmante, in questo senso, è che i 60 chilometri di tunnel tra Bologna e Vaglia siano privi di una galleria di soccorso. Il comando dei Vigili del Fuoco di Firenze, già nel 1998, ha scritto in un documento ufficiale che “si nutrono seri dubbi sulla rapidità ed efficacia dei mezzi di soccorso”, vista la presenza di finestre di sicurezza soltanto ogni “sei o sette chilometri”. Ma nonostante questo si è andati avanti. “Gli interessi sull’Alta velocità”, dice il giudice Imposimato, “sono troppo forti. Quando nel ’96 ho preparato una relazione esplosiva sulle infiltrazioni della camorra nella Roma-Napoli, la commissione Antimafia non ha trovato il tempo per votarla. E lo stesso è successo nella legislatura seguente”. Un dato triste, allarmante, ma spesso superato da problemi più banali. Singolare, ad esempio, è quanto accade sulla Milano-Torino, centrale nel processo di modernizzazione. Di fatto, dopo cinque anni di lavori l’unica tratta attiva è la Torino-Novara, e i treni che ci viaggiano sono appena 16. “Un’operazione assurda”, la definisce Angelo Tartaglia, docente di Fisica al Politecnico di Torino ed esperto di Tav. “Che senso ha far correre a 300 all’ora un treno tra città che distano appena 125 chilometri? Molto più utile sarebbe stato rinforzare il servizio pendolari. E comunque, prima di realizzare la tratta nelle campagne, dovevano creare i collegamenti con le città. Invece il tempo è passato, le stazioni sono circondate da case, e tutto si fa più difficile”.

    Il paradosso, in questa situazione, è che nessuno paga per gli sbagli commessi. Non esiste cioè un controllore pubblico in grado di arginare le iniziative più infelici. E paradosso nel paradosso, tutto è partito dalle Ferrovie italiane, che nel ’91 affidano a Tav Spa la progettazione, la costruzione e lo sfruttamento economico delle tratte. Tav a sua volta affida i lavori in subappalto ai consorzi privati, tenendosi però lo sfruttamento. Così accade l’inevitabile: i privati non hanno interesse a terminare le opere, che non potranno sfruttare, e ne hanno invece a tirare in lungo, accumulando cifre strabilianti. “Un problema”, sostiene Ivan Cicconi, “quanto mai attuale. Perché è vero che Tav ha affidato alla societàItalfer ‘l’alta sorveglianza’ sui lavori, ma è altrettanto vero che dal punto di vista tecnico-giuridico è aria fritta. A comandare, da che mondo è mondo, sono i direttori dei lavori, e questi li nominano i privati”.

    Insomma, commenta Stefano Lenzi del Wwf, “se a parole Tav Spa indica come priorità la trasparenza, nei fatti assistiamo ad altro. Vogliamo raccontare cosa sta accadendo attorno ai primi 54 chilometri della tratta Milano-Genova? Vogliamo dire che uno studio ufficiale di Rfi (Rete ferroviaria italiana) indica che l’opera non è redditiva, e nonostante questo si pensa di spenderci 5,1 miliardi di euro?”. “Oppure vogliamo parlare della tratta Verona-Padova”, dice Erasmo Venosi, coordinatore del comitato scientifico della conferenza dei comuni veneti sull’Alta velocità, “dove un’analisi della redditività ha preventivato un saldo negativo di 504 milioni di euro?”. Nell’incertezza, è il caso di ascoltare l’ingegnere trasportista Andrea Debernardi, il quale non parla di tratte ma di come le Ferrovie hanno impostato l’Alta velocità. “Negli anni Settanta”, dice, “l’industria ferroviaria nazionale ha sviluppato la tecnologia del Pendolino, treno in grado di raggiungere alte velocità (250 chilometri all’ora) anche su linee di tipo tradizionale. L’ideale per risparmiare, ma non secondo Fs”. Negli anni Novanta, racconta Debernardi, “viene deciso di puntare su un’altra filosofia: costruire linee ‘dedicate’ e farci correre treni da 300 all’ora. Questi mezzi (gli Etr 500) vengono costruiti dal consorzio Trevi, che incassa l’appalto senza gara e consegna allo Stato i primi esemplari”. A quel punto, dice Debernardi, arriva la svolta clamorosa: “Per le linee speciali si sceglie un’alimentazione diversa rispetto alle altre (25 mila volt a corrente alternata invece dei 3 mila a corrente continua). E siccome gli Etr 500 di prima generazione non reggono il nuovo standard, vengono sostituiti da una seconda infornata, pagata ovviamente con i soldi pubblici”.

    In pratica, conclude Debernardi, “si sono massimizzati i costi costruendo linee speciali, sviluppando due treni e perdendo una valanga di tempo”. Più o meno quanto denunciano gli ambientalisti da tempo, passando per nemici della modernità. E più o meno quanto la politica ha lasciato correre, di destra o sinistra che sia. Oggi il presidente del Consiglio Romano Prodi si dichiara “ossessionato dal problema della differenza di costi tra Italia, Francia e Spagna”. Ma anche lui, in passato, ha avuto un ruolo. “Lorenzo Necci”, scrive Cicconi nella ‘Storia del futuro di Tangentopoli’ , “pensò bene di nominare due autorevoli esperti per svolgere il compito di garanti dell’Alta velocità. La delibera con la quale si affidava questo prestigioso e retribuito incarico non chiariva bene compiti ed impegni che i garanti avrebbero dovuto assumere. Ma i nomi erano di tutto rispetto: Susanna Agnelli e Romano Prodi”. Un incarico, va precisato, che l’attuale premier ha ricoperto per pochi mesi.

    “Polemiche a parte”, dice la presidente della commissione Lavori pubblici del Senato Donati, “l’importante è muoversi con determinazione. Lo scorso ottobre, un gruppo di parlamentari ha presentato una proposta di legge nella quale si ipotizza una commissione d’inchiesta. E io stessa svilupperò con la mia commissione l’idea di un’indagine conoscitiva su Ferrovie e Alta velocità”. Dopodiché, dice Donati, “c’è molto altro da fare: inserire la questione Alta velocità in una politica degli investimenti, non mollare sul concetto di gara pubblica e pretendere la qualità dei progetti, essenziali per la riuscita delle opere”. Concetti che suonano bene, ma che si scontrano con precedenti incerti. Nel 2002, ad esempio, i finanziamenti per l’Alta velocità sono stati trasferiti a Infrastrutture Spa, assieme ai debiti di Tav Spa. Ma l’operazione creativa non è piaciuta alla Commissione europea, la quale ha costretto l’Italia a riconsiderarli come uscite pubbliche. Quanto all’impegno dell’Unione, alla vigilia delle elezioni promise la revisione totale della Legge obiettivo, perdendo poi mesi preziosi. Da parte sua, il ministro Antonio Di Pietro ha presentato in novembre un documento titolato ‘Prioritàinfrastrutturali’ , pubblicamente bollato dalla senatrice Donati come “il semplice insieme delle richieste dei governatori regionali, rielaborato dal suo ministero”.

    Meglio non va con la Finanziaria 2007, dove un maxi emendamento stabilisce che dal 2007 al 2009 si spenderanno altri 3 mila 300 milioni per l’Alta velocità, che diventeranno 8 mila 100 fino al 2021 per la dorsale Torino-Milano- Napoli. “Decisioni prese senza un’analisi delle ragioni per cui i costi sono lievitati”, nota Stefano Lenzi del Wwf. “E tantomeno, senza una seria verifica dell’architettura contrattuale- finanziaria”. Della serie: che Dio ce la mandi buona.
    Ok il prezzo non è giusto

    I valori, relativi alle sole tratte ferroviarie, sono in milioni di euro.
    Tratte AV Progetto 1991/Km/Importo dei contratti fra Tav e consorzi sottoscritti nel 1991/Costo a Km 1991/Dati e stime ufficiali nel 2006 tratti dasito Tav e Dpef 2007-2011/Costo a Km 2006

    Napoli-Roma 204 1.994 9,77 6.235 30,56
    Roma-Firenze * 254 51 0,20 754 2,96
    Firenze-Bologna 78 1.074 13,76 5.954 76,33
    Bologna-Milano 182 1.482 8,14 7.150 39,28
    Milano-Torino 124 1.074 8,66 7.778 62,72
    Milano-Verona 112 1.125 10,04 5.735 51,20
    Verona-Venezia 116 869 7,49 5.455 47,02
    Milano-Genova ** 130 1.585 12,19 4.979 79,03
    Totale 1200 9.254 7,71 44.040 38,87

    Elaborazione NuovaQuasco su dati o documenti ufficiali

    * La nuova tratta (cosiddetta direttissima) era già stata realizzata; in questo caso sono previsti solo lavori di adeguamento agli standard av/ac
    ** Il progetto approvato nel 2006 prevede uno sviluppo di nuove linee (e interconnessioni) di 63 chilometri. Il costo a chilometro tiene conto di questa variazione rispetto al progetto del 1991 che è stato ampiamente rivisto
    Il nodo spagnolo

    A differenza delle tratte ferroviarie ad Alta velocità, per i collegamenti con le città (i cosiddetti ‘nodi’) sono previsti appalti con gara ad evidenza pubblica. Finora, l’unica portata a termine è stata quella per la galleria ferroviaria di Bologna, e i risultati mostrano quanto si sarebbe risparmiato applicando alle tratte gli stessi criteri. Ad aggiudicarsi l’appalto, infatti, è stato un raggruppamento d’imprese guidate dalla spagnola Necso Entracanales Cubiertas.

    Con un ribasso del 47 per cento. “L’importo dei lavori a base d’asta”, ricorda l’istituto di ricerca Nuova Quasco, “era di 449 miliardi di vecchie lire per la realizzazione di sette chilometri di galleria, mentre sulla base del ribasso di Necso i lavori sono stati valutati nel 2001 29 miliardi di lire a chilometro”.

    “Il vantaggio”, riconosce la senatrice Anna Donati, “èinnegabile. E me lo ha confermato l’amministratore delegato delle Ferrovie Mauro Moretti, secondo il quale per quei lavori sta avvenendo un risparmio medio effettivo del 30 per cento”. Un punto saldo nel mare dei dubbi attorno all’Alta velocità. Incertezze che riguardano persino il conteggio da parte dei sindacati degli incidenti in cantiere avvenuti in questi anni. Secondo il segretario nazionale della Fillea Cgil, ad esempio, “quelli mortali sono stati 15”. Per il segretario generale della Cisl-Filca Domenico Pesenti, invece, “gli incidenti mortali sono stati 19 solo sulla Firenze-Bologna e sulla Torino-Milano”.
    Un bypass all’Arno

    Una storia che merita di essere raccontata è quella che riguarda il ‘nodo’ di Firenze, ovvero il collegamento della tratta Bologna-Firenze con il capoluogo toscano. Il progetto viene presentato nel 1998, la cifra base dell’asta pubblica (non ancora conclusa) è di 970 milioni di euro. E gli interventi prospettati sono di prima importanza. Tra l’altro, infatti, c’è un tunnel di circa sette chilometri che va dalla zona di Campo di Marte a Castello Rifredi, ovvero da Firenze sud fino all’ala nord della città, attraversando sottoterra il centro storico.

    “Saranno due canne separate monobinario”, spiega l’urbanista Maurizio De Zordo, membro di un gruppo di studio istituito dall’università di Firenze, “e andranno a inserirsi in una nuova stazione sotterranea ancora da costruire”. Un progetto da far tremare i polsi, dice. Non solo per i mastodontici costi, ma anche per le difficoltà contingenti. “Intendiamoci, non si vuole sostenere che scavare sotto Firenze sia impossibile, ma bisogna essere consapevoli di quello che si rischia. Il percorso del tunnel intercetta quasi in perpendicolare la più grande falda acquifera, che parte dalla collina e arriva all’Arno. La conseguenza ipotizzata dagli stessi progettisti è che la falda si alzi a monte di circa tre metri e si abbassi a valle di due. Per porre rimedio a questa rivoluzione, si parla di un sofisticato sistema di by pass. In pratica, si pensa di portare acqua da monte a valle. Come, però, non è ancora stato spiegato in modo convincente”.

    D’altro canto, anche in superficie le prospettive non sono più allegre. “La durata prevista della cantierizzazione”, spiega De Zordo, “è nove anni. Un lungo periodo in cui il progetto stima un consumo d’aqua di 80 litri al secondo, ovvero 4 milioni 600 mila litri al giorno. Che naturalmente verranno prelevati sempre dalla falda sotterranea”.Quanto al traffico che questa operazione provocherà, “si ha la previsione per il cantiere Belfiore, dove
    il fusso di camion sarà di circa 50 al giorno. Quanto basta per paralizzare un’intera fetta della città”.

    A questo punto, molti addetti ai lavori si chiedono perchéinvece di bucare il sottosuolo, correre mille rischi e spendere cifre enormi, non si sia preso in considerazione un progetto alternativo che circola dal maggio 2000, data in cui venne pubblicato dalla rivista ‘Ingegneria ferroviaria’ . A firmarlo è l’ingegnere Vincenzo Abruzzo, grande esperto di binari e affini, il quale ha suggerito, tra varie modifiche, la sostanziale aggiunta di due binari tra le stazioni di Campo di Marte e Santa Maria Novella, dove al momento ce ne sono quattro.

    L’intervento, si legge nel progetto, costerebbe complessivamente 200 miliardi delle vecchie lire. Troppo poco, commentano i cinici, per essere un ghiotto affare.
    Maglia nera nel mondo Il confronto con l’Alta velocità in altri Paesi

    Treno AV (Paese)/Km/Tratta/ Costo a Km (milioni di euro)/Programmazion e progettazione (anni)/Costruzione (anni)
    Shinkansen Giappone* 550 Tokio- Osaka 8,5 3,5 6,2

    TGV Francia* 417 Parigi-Lione 9,7 4,5 7,9
    AVE Spagna* 471 Madrid- Siviglia 9,2 3,8 7,2
    TAV Italia** 204 Roma-Napoli 30,5 8,2 12,5
    TAV Italia** 78 Bologna-Firenze 76,3 10,7 12,9
    TAV Italia** 182 Bologna-Milano 39,3 14,1 11,1

    Elaborazione NuovaQuasco su dati o documenti ufficiali

    * I costi sono stati rivalutati sulla base del tasso di inflazione di ogni singolo Paese
    ** Le tratte non sono ancora in esercizio (Roma-Napoli solo in parte) Tempi di costruzione e costi non sono quelli definitivi e sono valutati in base alle stime ufficiali

    Rispondi
  • 8. donatella  |  13 gennaio 2007 alle 21:14

    Utili informazioni qui sotto… Io proporrei di fare come centro Color porpora dei banchini di sensibilizzazione sul tema della PACE

    Doni

    Anche nel 2005 l’Italia, secondo il SIPRI (l’istituto di ricerca sulla pace di Stoccolma), quanto a spese militari ha mantenuto la settima posizione con 25,1 miliardi di dollari. E pure le aziende di settore galleggiano nell’oro. La Finmeccanica controlla quasi per intero il mercato italiano.
    Nel 2005 Finmeccanica ha registrato un incremento del 45% degli ordini del gruppo (da 10,5 a 15,4 mld di €) e un più 25% di valore della produzione, portata a 11,4 mld di €.
    Una holding che spesso opera sul confine, con i vincoli posti dalla legge 185/90 che talvolta si scansano per lasciarla passare. Degli esempi? L’art. 1 della legge del 1990 vieta il trasferimento di armi a paesi coinvolti in conflitti e responsabili di violazioni di convenzioni internazionali sui diritti umani, una norma successiva nega il commercio militare con i paesi che risultano beneficiari di aiuti per la cooperazione (anche se le modifiche alla legge 185/90 operate
    nel 2003 con cui si aggiunge la dicitura “gravi violazioni di
    diritti umani”, rende molto più aleatoria l’individuazione dei paesi in cui non si dovrebbero esportare armi). In realtà Di fatto diverse commesse vanno in direzione contraria, come le operazioni con la Libia, Nigeria e Malesia.

    Una nota: tutti i dati di Finmeccanica sono ricavati da
    http://www.finmeccanica.it (sala stampa) e le informazioni dalla NATO di
    Solbiate Olona da http://www.nato.int/nrdc.it.

    17/1/06
    Accordo Finmeccanica e AgustaWestland con LIbia nel settore aeronautico
    e dei sistemi di sicurezza e difesa.
    AgustaWestland e la Lybian Company for Aviation Industry hanno
    sottoscritto un accordo per costituire una joint-venture, denominata LIATEC (Libian Italian Advanced Technology Company), con sede a Tripoli e che ha come compito quello di rimettere in efficienza le flotte di elicotteri e aerei libici. L’AgustaWestland in concomitanza con l’annuncio della firma, ha ottenuto dalla Libia la commessa per 10
    elicotteri A109EPower, per un contratto del valore di 80 milioni di €, predisposti per il pattugliamento costiero contro l’immigrazione dall’Africa. Ma l’affare è ben più ampio di quanto possa apparire. E ha riflessi assai più rilevanti per il business Finmeccanica in Africa. Infatti, la neosocietà beneficerà di diritti commerciali per la vendita di elicotteri, assemblati localmente, in un certo numero di
    paesi del continente. La LIATEC poi sarà in grado di rifornire la
    manutenzione e le parti di ricambio. Segno che il gruppo italiano punta diritto anche sul mercato africano.

    19/1/06
    Aermacchi ed Hellenic Aerospace Industry (HAI) firmano accordo di
    cooperazione per l’addestratore militare M346.
    In base all’accordo la HAI diventa il prime contractor greco del
    programma, responsabile di una serie di attività tra le quali la
    progettazione, la produzione e l’assemblaggio di alcune parti
    importanti dell’M346.

    6/3/06
    AgustaWestland si aggiudica un contratto da 658 milioni di € per il supporto degli elicotteri EH101 delle forze armate britanniche.

    22/6/06
    AgustaWestland firma un contratto da 1,4 mld di € con il ministero della difesa britannico per la realizzazione di 70 nuovi elicotteri Future Lynx.

    12/7/06
    Aermacchi sigla contratto da 84 milioni di $ con la Nigeria per
    ammodernamento di 12 MB339A.

    22/11/06
    Aermacchi firma contratto da 88 milioni di € per 8 velivoli MB339CM alla Malesia.

    Diamo ora uno sguardo alle recenti attività del comando di reazione rapida della NATO di Solbiate Olona (NRDC-IT).
    Civitavecchia. 20/11/06.
    NRDC-IT “ritorna alla guerra”. Il comando di reazione rapida, con
    l’invio di 1100 soldati nella training area di Civitavecchia ha
    partecipato alle “operazioni di guerra” sotto il nome di esercitazione
    EAGLE BLADE 06.

    Rispondi
  • 9. tiziana  |  15 gennaio 2007 alle 14:56

    Giro il report delle due giornate di pace a Torino.
    A presto, Tiz

    Cronaca di “Due giorni di pace” (Hiroshima, 28-29 dicembre 2006),
    una quarantott’ore di musica, mostre, proiezioni e testimonianze.

    Ospiti del primo appuntamento sono stati i Mau Mau con il nuovo poetico
    album “Dea”, mentre il secondo appuntamento ha visto gli El Tres con il loro
    trascinante folk’n’roll. Abbiamo avuto le testimanianze di dirette di chi
    opera per la pace e contro la guerra in Italia e all’estero (Afghanistan,
    Iraq, Somalia, Libano), di rappresentanti politici e di giornalisti.

    Nelle due serate sono stati proiettati i video con: – la presentazione dati
    UNPD 2005 (il rapporto sullo sviluppo umano dell’ONU) e SIPRI 2005 (il
    rapporto annuale dell’Istituto Internazionale di Stoccolma per la ricerca
    sulla pace); – la manifestazione “Simbolo della Pace” del 18 novembre 2006 a
    Torino; – P.O.P. Pace of peace, cortometraggio di animazione, vincitore del
    premio cultura del dialogo a Venezia 2004 e TA PUM la storia delle armi, il
    primo video di Bruno Bozzetto, per il quale vinse parecchi premi nel corso
    di festival nazionali ed internazionali.

    Dal 28 all’Hiroshima sono esposte le mostre fotografiche che RESTERANNO IN
    VISIONE FINO AL 20 GENNAIO 2007 di: a) “Un ponte per” – “Iraq – Ritratti
    dall’infanzia insanguinata” di Pino Bertelli, anno 2004 – Dagli occhi dei
    bambini degli uomini e delle donne ritratti dalle fotografie trapela la
    tragedia di un’intero popolo e di una nazione l’Iraq che nell’arco di soli
    30 anni ha vissuto tre conflitti di portata disastrosa una dittatura feroce
    e un’embargo dalle conseguenze umanitarie devastanti; b) “Emergency” –
    “Eredi del Silenzio – Emergency in Cambogia” di GiBi Peluffo, anno 2004 –
    realtà quotidiana di paesi e di persone colpiti dalla guerra, nel Centro
    chirurgico di Battambang e nei posti di primo soccorso il perdurare di una
    guerra che continua a mietere vittime tra mine e povertà; c) la mostra di
    disegni del “Torino social forum” – “La guerra disegnata da bambini
    palestinesi”, anno 2005. Inoltre sono esposti quadri di D. Baldo e foto di
    G. Canevarolo sulla Somalia.

    Le ragioni della pace e di una ferma opposizione alla guerra sono stati
    presentati attraverso interviste e servizi da diverse radio da Radio Flash,
    Radio Centro 95, Radio Beckwitt, Radio Gold, etc., da alcune televisioni
    Rete 7, Rai Sat, etc. e da alcuni giornali dalla Stampa, da Liberazione, da
    Carta, etc..

    Alle due serate hanno partecipato circa 1.500 persone e sono stati raccolti
    circa 2.500 euro di contributi che, tolte le spese, saranno destinati al
    progetto del gruppo torinese di “Emergency” per un posto letto in reparto
    rianimazione presso il Centro Regionale di Cardiochirurgia Salam a Khartoum
    in Sudan, al progetto del gruppo torinese di “Un ponte per” per i campi
    profughi palestinesi a Chatila in Libano ed in solidarietà al gruppo di
    rifugiati del Darfur presenti a Torino che al momento sono ospitati in due
    locali Arci: il Cafè Basaglia e la Fucina del Lampadiere.

    Hanno fatto parte del gruppo di organizzatori: arci (to), assopace (to),
    centro delle culture (to), centro sereno regis, circolo gblt maurice,
    comunità per lo sviluppo umano (to), donne in nero (to), emergency (to),
    hiroshima, loc (to), mir – mn (to), nicaraguita (to), punto rosso (to),
    torino social forum, un ponte per (to)… e hanno promosso insieme: acmos,
    ass. alice, ass. imagine, ass. vol.p.i., attac (to), casa umanista,
    collettivo azione pace, com. chiapas, com. palestina, fucina del lampadiere,
    mani tese (to), mondo senza guerre (to), partito della rifondazione
    comunista (to), partito umanista (to), partito verdi per la pace (to), radio
    flash…

    Rispondi
  • 10. danielatuscano  |  15 gennaio 2007 alle 19:51

    Sì Doni non si legge tutto bene… Per i banchini sono d’accordo, tranne che per il 27-28 in cui vado in Veneto, semmai ne parliamo domani in riunione. Un abbraccio.

    Rispondi
  • 11. il dialogo  |  16 gennaio 2007 alle 0:39

    Abbiamo ricevuto da Padre Alex Zanotelli il seguente appello per la campagna Disarmo Nucleare. Lo diffondiamo condividendone pienamente il contenuto e l’urgenza. Non è più tempo di scherzare. E’ urgente che il movimento per la pace superi assurde divisioni e si impegni per la vita. Invitiamo tutti/e a riflettere sulle parole di Padre Alex e a diffondere ulteriormente il suo appello. Ricordiamo anche l’Appello per il ritiro dei soldati dall’Afghanistan, anch’esso firmato da padre Alex, che ha raggiunto circa 1000 adesioni e che fra alcuni giorni sarà inviato ai parlamentari e al governo italiano. L’appello può essere firmato on-line alla pagina :
    http://www.ildialogo.org/forum/forumRitiroAfga21122006.htm

    La redazione de “Il Dialogo” http://www.ildialogo.org

    ———— ——— ——— ——— ——— ——— –
    ———— —

    Appello per la campagna Disarmo Nucleare

    Ho riflettuto a lungo nel periodo di Natale e nella Veglia controcorrente vissuta il 31 dicembre a Napoli nella Cappella Universitaria sul tema: “Conto alla rovescia. 49 anni -1” e conclusasi al mattino del 1° gennaio. E ho sentito ancora più forte l’impulso a rilanciare con forza la campagna Disarmo Nucleare. Lo scorso maggio avevo lanciato la sfida ai nostri ‘saggi’ e specialisti (e ne abbiamo tanti in Italia!) perché si mettessero insieme e ci preparassero un documento forte sul dramma del nucleare (scadeva l’ultimatum dell’ONU all’Iran). Ci hanno regalato un bel documento “Fermiamo chi scherza col fuoco atomico.Mettiamoci insieme per il disarmo”. E lo abbiamo affidato alle organizzazioni, gruppi, associazioni che lavorano insieme sulla Pace. Purtroppo queste belle realtà di base non sono riuscite finora a mettersi insieme per lanciare una campagna nazionale. Ma perché tanto ritardo in una situazione così grave? Nel frattempo la situazione è precipitata: la Corea del Nord ha sperimentato la sua prima bomba atomica, il Giappone ha proclamato il suo diritto alla Bomba, le potenze nucleari continuano, in barba a tutti i trattati, a sperimentare, l’Iran ha deciso di diventare una potenza nucleare e Israele ora minaccia di distruggere gli impianti iraniani con mini-nukes nucleari. Viviamo all’ombra della bomba, “la Regina di questo mondo” – la proclama René Girard – “solo l’arma nucleare mantiene ai nostri giorni la pace del mondo”. E ci ammonisce: “O ci orienteremo infatti sempre più verso la non-violenza oppure scompariremo. ” E’ sotto l’incubo di una guerra nucleare che supplico e prego tutte le realtà di base di mettersi insieme per una campagna sul Disarmo Nucleare. E’ un imperativo che nasce dalla estrema gravità della situazione mondiale che viviamo. Si tratta di vita o di morte per tutti. Diamoci da fare tutti perché vinca la vita!

    Napoli 6/1/07

    Alex Zanotelli
    ———— ——— ——— ——— ——— ——— –

    L’Appello di p. Alex può essere anche letto alla pagina web:

    http://www.ildialogo.org/noguerra/appelloalex15012007.htm

    ———— ——— ——— ——— —
    il dialogo – Periodico di Monteforte Irpino
    Via Nazionale, 51 – 83024 Monteforte Irpino (AV) – Tel: 333-7043384 /
    339-4325220 Email redazione: redazione@ildialogo.org Email direttore:
    direttore@ildialogo.org Sito: http://www.ildialogo.org

    ———— ——— ——— ——— —

    «Voi siete il sale della terra; ma, se il sale diventa insipido, con che lo si salerà? Non è più buono a nulla se non a essere gettato via e calpestato dagli uomini. (Mt 5,13)

    “Tutte le valanghe prima di diventare tali erano solo fiocchi di neve”

    Abbonarsi ad Adista http://www.adista.it , Tempi di Fraternità http://www.tempidifraternita.it , Confronti http://www.confronti.net , QOL http://www.qolrivista.it fa bene alla salute

    Rispondi
  • 12. davide  |  16 gennaio 2007 alle 0:59

    Sarebbe possibile creare una “convergenza” con la nostra campagna?

    Ciao,
    Davide

    Rispondi
  • 13. danielatuscano  |  16 gennaio 2007 alle 7:39

    Ci si può provare, io come sapete collaboro con “Tempi di Fraternità”, una rivista affine. Però avrei bisogno di un comunicato, di qualcosa di scritto insomma…

    Rispondi
  • 14. Marina Stefanoni  |  17 gennaio 2007 alle 17:11

    Comunico che per avere informazioni precise e dettagliate sulle ultime vicende del parco delle Cave si può consultare il blog appositamente creato:
    http://emergenzaparcodellecave.blogspot.com/

    Rispondi
  • 15. thomas  |  17 gennaio 2007 alle 17:45

    Ciao
    Sull’acqua abbiamo fatto sabato scorso il primo tavolino a Milano in Piazza San Babila, e so che in tutta l’Italia stanno partendo tavolini insieme ad altre organizzazioni.

    un abbraccio
    Thomas

    Rispondi
  • 16. valeria  |  18 gennaio 2007 alle 19:52

    Ciao. Al documento sotto abbiamo aderito come PU

    Il documento verrà presentato in occasione dell’incontro fissato per il 22 gennaio che il Ministro Ferrero, avrà a Milano con le associazioni e le realtà che operano nel campo dell’immigrazione ed avendo avviato lui un percorso di ascolto dei territori per raccogliere le opinioni sulla riforma delle politiche sull’immigrazione

    Valeria

    Immigrazione e Democrazia
    Punti per una riflessione comune.
    Verso un coordinamento regionale sull’Immigrazione

    La condizione dei migranti, in Italia come in Europa, ha assunto una centralità politica crescente negli ultimi anni. L’entità del fenomeno e le sue caratteristiche ne fanno un banco di prova per la tenuta democratica delle nostre società.

    I migranti sono oggi gli ultimi. Quelli su cui si concentrano le peggiori pratiche nei rapporti tra pubblica amministrazione e cittadini, tutta la retorica razzista e segregazionista di una parte della nostra società, la peggiore e più instabile legislazione, le politiche più lontane dall’esigenza delle persone.

    L’azione dei governi europei, sia pure con differenze, è complessivamente influenzata dalla retorica securitaria e da una concezione proibizionista, che si intreccia con una idea utilitarista dei migranti. Una concezione già presente nella legislazione precedente, ma che oggi trova nella legge Bossi-Fini la sua espressione più compiuta. Uomini e donne senza diritti, riconosciuti solo in quanto utili al mercato come manodopera a basso costo, sottoposti a procedure e leggi «speciali», che ne sanciscono l’ inferiorità giuridica e sociale.
    Questa cultura politica ha trovato oggi una sponda europea nel Libro Verde sull’immigrazione economica proposto dal commissario europeo Frattini.

    Pensiamo che sia necessario costruire una nuova cultura politica dei diritti dei migranti, a partire da alcuni punti centrali che definiscano una strategia di governo alternativa del fenomeno migratorio: un’alternativa possibile solo se la discussione parte dalla realtà che
    oggi vivono i migranti, dai meccanismi di esclusione, sfruttamento e repressione a cui sono sottoposti, dalle leggi discriminatorie alle quali devono sottostare, da un protagonismo politico dei migranti.

    Si parla invece di immigrazione troppo spesso richiamando argomenti estranei alle questioni che pone la presenza di stranieri in Italia: legalità, sicurezza, solidarietà, rigore,… tutte parole che non hanno alcun legame con la gestione di un fenomeno sociale che necessita di regole eque, giuste ed efficaci.

    Si fa ricorso alle paure indotte, alla strumentalizzazione delle tante insicurezze sociali che i nostri concittadini oggi vivono, per presentarsi come seri e responsabili, senza chiedersi quali sono le conseguenze concrete, sulla pelle degli immigrati e sulle comunità locali, pensando soprattutto a rassicurare l’elettorato. In realtà si contribuisce a costruire un senso comune negativo nei confronti dei migranti, una rappresentazione sociale che genera razzismo ed esclusione sociale e che costituisce una grave ipoteca sul futuro dell’insieme della società italiana.

    Oggi in Italia un cittadino su 15 è di origine straniera, un lavoratore su 8 è nato in un altro Paese. La grande maggioranza di questi nuovi cittadini lavorano e pagano tasse e contributi, ma non sempre godono degli stessi diritti e delle stesse opportunità dei loro colleghi italiani. Molti ancora sono presenti irregolarmente e costretti al lavoro nero, anche in virtù di una legge ancora in vigore, la Bossi-Fini, che nei fatti alimenta la condizione di clandestinità, l’economia sommersa e la negazione dei diritti della persona.

    Un provvedimento di regolarizzazione degli immigrati presenti nel nostro Paese, consentendo l’auto-denuncia o la denuncia con il datore di lavoro delle condizioni di lavoro irregolare, avrebbe un grande valore di legalizzazione ed anche di sicurezza, oltre che di emersione del lavoro sommerso con gli elementi di asservimento e ricatto.

    Una nuova politica sull’immigrazione, alternativa a quella finora praticata nel nostro paese, è di particolare urgenza proprio per la Lombardia. Nella nostra regione si concentra ormai un quarto dell’immigrazione totale nazionale, cioè quasi 900mila uomini e donne, ed è qui che i guasti prodotti dalla legislazione esistente emergono in tutta la loro drammaticità. Troppi anni di prevalenza di un approccio esclusivamente repressivo al fenomeno migratorio, l’assenza di un politica organica di accoglienza e inclusione e il preoccupante diffondersi di discorsi e atteggiamenti xenofobi o peggio, di cui le vicende di Opera rappresentano un inequivocabile campanello d’allarme, rendono oggi imprescindibile ed impellente un deciso cambio di direzione di marcia. Siamo ancora in tempo per non perdere le “seconde generazioni”, ma occorre agire in fretta.

    I punti su cui chiediamo un impegno al Governo sono i seguenti:

    1. Abolizione della legge Bossi-Fini, senza ritornare alla Turco-Napolitano;

    2. chiusura dei CPT, abolizione di ogni forma di detenzione amministrativa e abolizione dei reati connessi alla clandestinità e all’entrata irregolare in Italia;

    3. superamento della politica delle quote per gli ingressi e sganciamento del permesso di soggiorno dal rapporto di lavoro;

    4. introduzione di procedure di regolarizzazione ordinaria, emersione dei cittadini attualmente irregolari e parità di trattamento tra cittadini italiani e stranieri nell’accesso ai servizi, ai diritti e alle prestazioni previdenziali;

    5. rapida approvazione delle norme volte a colpire i trafficanti di braccia ed i caporali del lavoro nero, anche mediante il riconoscimento del permesso di soggiorno al migrante irregolare al fine della sua emersione;

    6. semplificazione delle procedure d’ingresso e di rinnovo del permesso di soggiorno, nei tempi e nelle procedure burocratiche, accanto ad un aumento della durata dei permessi di soggiorno e adeguamento degli sportelli unici e degli uffici consolari assolutamente inadeguati alla mole di lavoro che riguarda l’Immigrazione;

    7. semplificazione e adeguamento alla realtà dei parametri necessari (idoneità alloggiativa ecc.) per l’ottenimento del ricongiungimento familiare e per delle altre tipologie di permessi.

    8. passaggio di competenze dalle Questure agli enti locali, cancellando nell’immediato la convenzione con le Poste per il rinnovo dei permessi, e trasferimento di risorse per l’accoglienza e l’inclusione;

    Inoltre chiediamo un impegno del governo anche su i seguenti punti:

    9. ratifica della Convenzione ONU sui diritti dei lavoratori migranti e delle loro famiglie;

    10. introduzione della cittadinanza di residenza a livello europeo;

    11. una legge organica per il diritto d’asilo che assicuri la tutela effettiva dei diritti del richiedente in ogni fase del procedimento;

    12. approvazione di una legge ordinaria che garantisca l’esercizio della libertà di culto, in applicazione di quanto previsto dalla Costituzione;

    13. riconoscimento del diritto di voto attraverso l’approvazione di una legge ordinaria;

    14. riforma della cittadinanza: acquisizione da parte dei minori stranieri non comunitari, nati nel territorio italiano, del diritto alla cittadinanza italiana (jus soli);

    15. un piano nazionale di contrasto delle discriminazioni istituzionali e sociali dei lavoratori/trici e cittadini/e immigrati/e;

    16. un’azione specifica e organica, in armonia con le indicazioni comunitarie, volte al superamento della politica segregazionista dei “campi” e al riconoscimento delle popolazioni rom e sinti come minoranza europea.

    Arci Lombardia, ……………………………..

    Rispondi
  • 17. donatella  |  20 gennaio 2007 alle 22:41

    UN GRANDE ICEBERG SI STACCA DAL POLO NORD
    Un massiccio Iceberg si è staccato nel Nord Atlantico da un’isola canadese situata a 700 km dal Polo Nord. Secondo gli scienziati della Laval University l’iceberg è composto da ghiacci vecchi di circa 3.000 anni, il fenomeno conferma ancora una volta l’aggravarsi del fenomeno dell’effetto serra e del conseguente riscaldamento terrestre provocato dalle emissioni CO2 delle attività umane. Poco o nulla sembra essere stato fatto dalla comunità internazionale e dalla classe politica per far fronte al problema. A due anni dall’entrata in vigore del Protocollo di Kyoto. dopo ben 7 anni di ritardo, quasi nessun paese risulta in linea con gli obiettivi assegnati. Colossi dell’economia contemporanea come Stati Uniti e Australia sono ancora refrattari a sottoscrivere l’accordo di Kyoto e persino a sedersi su un tavolo comune per discutere un’eventuale estensione del Protocollo oltre al 2012. Nel frattempo al mondo scientifico non resta altro che gridare inutilmente l’allarme e gli effetti dell’effetto serra sono ormai ben visibili e tangibili anche per ogni comune cittadino.

    Rispondi
  • 18. andrea  |  21 gennaio 2007 alle 11:48

    ciao a tutti,
    volevo informare chi fosse interessato che Sabato 13 gennaio è iniziata la raccolta di firme per la proposta di legge di iniziativa popolare “Principi per la tutela, il governo e la gestione pubblica delle acque e disposizioni per la ripubblicizzazione del servizio idrico” elaborata dal Forum Italiano dei movimenti per l’Acqua.
    Per verificare se e come sia possibile collaborare ho chiamato Sara Symeonides, lei fa parte del coordinamento romano e nel
    comunicato http://www.radiocittaperta.it/nuovo/scheda.php?id=29593&tipo=30 che vi invito a leggere per avere maggiori informazioni compare (sotto) come contatto nazionale.

    Contatti

    Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua

    Tel/Fax: 06/68136225

    328/0306257 (Sara Symeonides)

    Rispondi
  • 19. thomas  |  24 gennaio 2007 alle 22:35

    Ciao
    sabato alle 15 parte da Largo Cairoli una manifestazione contro la cementificazione del Parco delle Cave. In contemporanea, dalle 15 alle 17 in Largo Cairoli, c’è anche un tavolino di raccolta firme contro la privatizzazione dell’acqua (proposta di legge). Come umanisti per l’ambiente stiamo partecipando a tutt’e due le iniziative. Quelli del Parco delle cave chiedono che non si vada con striscioni del partito, cioè colorati sì, ma apartitici…

    Io purtroppo sono via (sempre per l’ambiente, a Bologna all’assemblea della decrescita). Se qualcuno di noi riuscisse ad andare… ottimo.

    a presto
    Thomas

    Rispondi
  • 20. marcella  |  6 febbraio 2007 alle 1:40

    Buongiorno a tutti,
    segnalo che nel Parco delle Cave sono comparsi dei meravigliosi cartelli “Vendesi ville con vista lago” (la notizia è arrivata anche in href=”http://www2.telelombardia.it/notizia.php?UID=homqhrn6u38634sbprv9mnio51&idnotizia=6032″>televisione ma come sempre col silenziatore.

    Si tratta di alcune villette che sarebbero costruite praticamente a un passo da uno dei laghi del Parco.

    Forse si riuscirà a fare un po’ di rumore, e fintanto che un piccolo riflettore passa da quelle parti la speranza non è del tutto persa.

    Però volevo portare all’attenzione un altro fatto: abitando nei pressi dell’ospedale S.Carlo la vera notizia ghiotta per chi vuole fare l’affare della vita è la gigantesca costruzione di appartamenti molto raffinati in quattro enormi palazzi, DIRETTAMENTE al confine col Parco delle Cave, con vista sull’area naturalistica delle cave Casati e Ongari.

    Proprio sul cuore del Parco delle Cave, la parte più pregiata.

    L’area in cui avverrebbe questa immensa cementificazione ospita va per metà dei vecchi capannoni industriali (non certo belli, ma bassi e non certo devastanti come montagne di cemento alte fino a quasi trenta metri). L’altra metà del terreno su cui dovrà sorgere questo scempio è un delizioso bosco di robinie, pioppi, pini, magnolie.

    Prati e alberi maestosi che sorgono adesso intorno alla testa di un fontanile che prosegue lungo un sentiero alberato che è l vero gioiello di questa parte del Parco.

    Il sentiero verrà asfaltato e trasformato in una strada carrabile per le centinaia di auto del nuovo quartiere.

    Una casetta vicino al bosco che sarà raso al suolo è già stata abbattuta. Tutto in silenzio, gli abitanti della zona sanno le cose per sentito dire, un giorno hanno visto arrivare un piccolo esercito di ruspe, e nessuno (NESSUNO) dei vari paladini del parco ha fornito una spiegazione.

    Anzi, ci sarebbe da raccontare cosa si sente dire sulle modalità di tam-tam per piazzare sul mercato gli appartamenti, ma lasciamo stare.

    Il fatto è che questo nuovo quartiere è fortemente voluto da qualcuno: infatti la trafila per ottenere i permessi in un’area così vicina a dei laghi, confinante con un parco, con dei boschi da cancellare sta andando liscia…
    C’è anche chi in consiglio di zona ha avuto il coraggio di sbandierare la fame di case, l’emergenza abitativa che fa sempre comodo in questi casi.

    Finisco questo sfogo, di cui mi scuso per la lunghezza, proponendo proprio il tema delle case.
    Che fine hanno fatto i migliaia di palazzi costruiti negli ultimi decenni?
    Da decenni si cola cemento “perché mancano le case”.
    Possibile che le case spariscano dalla sera alla mattina?

    Ma qualcuno dovrà pur dire una buona volta che da Milano la gente scappa, che gli abitanti della città sono in diminuzione da decenni, che le case vuote sono centinaia e centinaia, in mano alle banche e alle immobiliari che giocano a far salire i prezzi delle nuove case (costruite perché le case vuote ufficialmente non ci sono) con mutui di trent’anni che dissanguano praticamente per tutta la vita lavorativa “utile” (a pagare) chi li stipula.

    Rispondi
  • 21. thomas  |  18 febbraio 2007 alle 22:07

    FERMARE LA PRIVATIZZAZIONE DELL’ACQUA PRIMA CHE SIA TROPPO TARDI
     
    A gennaio di quest’anno è iniziata nelle piazze delle città italiane la raccolta firme sulla legge d’iniziativa popolare con la quale si vuole riportare l’acqua sotto il controllo pubblico, sia per quanto riguarda la proprietà che la gestione ed erogazione dei servizi idrici. I tavolini di raccolta firme stanno incontrando grande interesse e disponibilità da parte dei cittadini, e in poco più di un mese sono già state raccolte le 50 000 firme che servono per portare la proposta in Parlamento. L’obiettivo resta comunque quello di raccogliere ben 500 000 firme entro luglio.

    Più di 100 associazioni e comitati hanno promosso e aderito alla campagna, tra cui il Partito Umanista e gli Umanisti per l’Ambiente, i Cobas, l’ARCI, la CGIL, l’intero movimento di Porto Alegre, i partiti della sinistra radicale, ma anche vescovi e parroci, personalità della cultura e dello spettacolo che hanno inviato messaggi di sostegno.

    La proposta di legge vuole innanzitutto inserire nella legislazione italiana il principio che l’acqua dev’essere un bene comune, un bene pubblico, non una merce che si può privatizzare e vendere, sulla quale si può speculare e fare profitti.

    In passato l’acqua veniva gestita dai Comuni stessi o da aziende municipalizzate, ma da alcuni anni è partita un’offensiva da parte di aziende e speculatori per accaparrarsi i diritti su di essa. C’è chi la considera il “petrolio blu” del futuro, da sottomettere ai meccanismi del libero mercato e da quotare in borsa. Da proprietà e diritto di tutti l’acqua diventerebbe così una merce alla quale si potrà accede solo pagandola salata.

    Nelle ultime settimane è arrivato da parte di alcune componenti del governo il segnale di voler tenere l’acqua fuori dalle privatizzazioni dei servizi già avviate, ma evidentemente c’è nel centrosinistra chi vuole procedere alla svendita anche dei servizi idrici, nonostante i proclami fatti dall’Unione nel suo programma elettorale. Bisogna quindi stare attenti e non abbassare la guardia, anche per evitare che si accelerino furbescamente le privatizzazioni prima di arrivare a una moratoria. Chi spinge in Lombardia verso l’inserimento dell’acqua in una società “multiutility” da quotare in borsa è soprattutto il presidente Formigoni, ma anche buona parte della destra, con il silenzio-assenso del presidente della provincia di Milano, Penati, e di gran parte del centrosinistra. Gli acquedotti, affidati per ora alla Metropolitana Milanese SpA, verrebbero fatti confluire nell’AEM per procedere poi a una megafusione con la ASM di Brescia. Arrivati a tale punto esisterebbe il reale rischio che una società multinazionale, anche straniera, cerchi di impossessarsi del “tesorino”.

    L’argomentazione che, essendo un bene scarso, l’acqua verrebbe gestita meglio da privati per evitare sprechi, è falsa. Gli acquedotti sono oggi in buone condizioni, l’acqua è di ottima qualità, l’accesso garantito a tutti, il costo basso. L’obiettivo principale delle società private è il profitto (a spese dei cittadini) e non la qualità del servizio.

    La questione è gravissima e non riguarda solo l’Italia. Al vertice di Nairobi e alla FAO si è parlato di siccità, desertificazione e carenza idrica in Europa, negli USA e in Cina, di 200 milioni di profughi idrici, di 800 milioni di contadini poveri cacciati dalle loro terre entro il 2050 e di modelli agricoli ormai in crisi per l’eccessiva dipendenza dall’acqua. In un rapporto sullo sviluppo umano dell’ONU dal titolo significativo “Povertà e Crisi Mondiale dell’Acqua” si legge che 4.900 bambini al giorno muoiono di diarrea per mancanza di acqua potabile e servizi sanitari.
    Per quanto riguarda la situazione italiana, è urgente fermare la privatizzazione finché è ancora possibile. Una volta privatizzata l’acqua, sarà difficile tornare indietro. I cittadini, i politici e le istituzioni non si stanno rendendo conto di quello che è in gioco. Questa ignoranza è dovuta in parte al silenzio imposto dai mass-media, che hanno la consegna di tacere sulla questione.

    Scendendo in piazza, pacificamente, a raccogliere le firme dobbiamo quindi anche informare, informare, informare, affinché si crei un’ampia protesta in tutto il paese che riesca a bloccare l’avanzata dei privati.

    L’acqua deve restare un bene pubblico. Non può diventare una merce.

    Thomas Schmid – 13.02.07

    Rispondi
  • 22. Silvia  |  22 febbraio 2007 alle 12:51

    invito alla diffusione e alla partecipazione

    ARCI Milano – verso Monza e Brianza
    AceA Onlus Monza e Brianza

    venerdì 23 febbraio 2007 – ore 21,00
    Binario 7, via Turati 6 Monza
    Acqua bene comune
    Presentazione della Campagna Nazionale di raccolta firme
    per la proposta di Legge a favore dell’acqua pubblica

    Saluto del Sindaco di Monza
    Michele Faglia

    Interverranno:
    Emilio Molinari
    presidente del Comitato Italiano per un Contratto Mondiale sull’Acqua

    don Raffaello Ciccone
    responsabile della Pastorale sociale della Diocesi di Milano

    Vincenzo Ascrizzi
    assessore alla Comunicazione del Comune di Monza, referente per la Cooperazione Internazionale

    Massimo Gatti
    presidente CAP Gestione SpA

    Federico Ceratti
    presidente nazionale Acea Onlus

    Flavio Mongelli
    presidente Arci Milano e Lombardia

    coordina l’incontro
    Laura Di Martino
    Arci verso Monza e Brianza

    l’iniziativa sarà occasione per costituire il Comitato Promotore Monza e Brianza
    a cui hanno già aderito Acea, Arci, Acli, Cgil, DesBri, Legambiente

    ——————————————————————————–

    per informazioni:
    http://www.acquabenecomune.org

    ARCI 039.616913
    http://www.arciblob.it
    AceA 02.36538806
    http://www.consumietici.it

    Ufficio Stampa:
    ACCESSO
    comunicazione sociale
    Silvia Re 333.2376767
    accesso@accessocoop.it

    ——————————————————————————–

    ——————————————————————————–

    L’acqua è fonte di vita. Senza non c’è vita. L’acqua costituisce quindi un bene comune irrinunciabile dell’umanità. Il diritto all’acqua è un diritto umano inalienabile: dunque l’acqua non può essere proprietà di nessuno, bensì bene condiviso equamente da tutti.

    AceA onlus, da sempre impegnata nella promozione dei consumi etici e nella difesa dei consumatori, aderisce alla Campagna Nazionale di raccolta firme per la proposta di Legge a favore dell’acqua pubblica.
    L’acqua è un bene comune e un diritto umano universale, la disponibilità e l’accesso all’acqua potabile sono diritti inalienabili e inviolabili della persona. Oggi sulla Terra più di un miliardo e trecento persone non hanno accesso all’acqua potabile.
    Fermare la privatizzazione dell’acqua è una questione di civiltà, che chiama in causa politici e cittadini, ciascuno con le proprie responsabilità rispetto alle generazioni viventi e future.

    E’ importante una presa di coscienza in termini globali della situazione, ma è altrettanto fondamentale che ci sia una diffusione capillare e territoriale delle iniziative di sensibilizzazione e di mobilitazione.
    Proprio per questo i circoli AceA di Monza e Brianza e ARCI Milano-verso Monza e Brianza, hanno deciso di organizzare a Monza un incontro che coinvolgerà varie personalità legate alla campagna, ma anche, e soprattutto, legate al territorio: associazioni, operatori, esperti, istituzioni, …
    L’iniziativa sarà occasione per costituire il Comitato Promotore Monza e Brianza a cui hanno già aderito Acea, Arci, Acli, Cgil, DesBri, Legambiente.

    Rispondi
  • 23. marcella  |  5 aprile 2007 alle 20:01

    Buongiorno a tutti,
    scrivo ancora per comunicare un aggiornamento sul Parco delle Cave. Si tratta del bosco limitrofo al parco.
    Purtroppo è stato abbattuto nonostante l’incredulità e la rabbia di tutti noi.

    Per chi volesse approfondire la drammatica situazione del nostro parco, segnalo che in rete si trovano alcuni commenti, ad esempio qui e
    qui .

    Rispondi

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Subscribe to the comments via RSS Feed


Calendario

gennaio: 2007
L M M G V S D
« Dic   Feb »
1234567
891011121314
15161718192021
22232425262728
293031  

Most Recent Posts


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: