SHALOM, ABBE’ PIERRE!

22 gennaio 2007 at 13:46 5 commenti

Ha chiuso gli occhi in prossimità della Giornata della Memoria. Quegli occhi lenti, indagatori, semplici, soli, umidi: un’umidità di roccia, di boschi medievali. Eppure lui aveva operato nelle selve urbane, a fianco dei fratelli ebrei, dei senzatetto, degli immigrati, e in genere dei vecchi e nuovi poveri. Aveva 94 anni, l’Abbé: era vecchio, una parola che, oggi, la nostra generazione sterile e ferma – di un’innaturale gioventù delle cere – non usa più.

Era vecchio come chi segue i ritmi della natura immortale. Era pertanto antico, antico come le montagne, e quindi eterno e pietoso e materno. Un ponte, un tramite fra terra e cielo, d’una continuità benedettina, immerso nelle radici del mondo e già cittadino del cielo. Troppo celeste per non amare l’incanto dell’al di qua. Troppo niveo per non sporcarsi le mani con la guerra, coi perseguitati da salvare, coi reietti con cui condividere l’ultima cena.

Miracolo vivente, ancor di più ora che ci ha fisicamente lasciati, ci testimonia che la santità esiste ancora, che la beatitudine è possibile, proprio qui, proprio oggi, adesso, nelle caligini del nostro peccato metropolitano. Dove il Signore non è nel tuono, non è nel vento, non è nel mare, ma è nella brezza leggera e impalpabile, eterea come una carezza di vecchio. E allora, con tutto il cuore, shalom, Abbé Pierre.

Daniela Tuscano (vedi anche: https://danielatuscano.wordpress.com/2005/11/01/in-margine-a-unintervista-dellabbe-pierre/)

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Entry filed under: Italia, Europa, mondo, religioni e società, semi di speranza.

CECITA’ E “TRISTIZIA”? RIPENSARE “IL DONO”

5 commenti Add your own

  • 1. carmine miccoli  |  22 gennaio 2007 alle 22:47

    Dal blog di Carmine Miccoli

    In memoria dell’abbé Pierre, con le parole di Alexander Langer

    La morte dell’abbè Pierre, questa notte a Parigi, porta via una delle grandi personalità della Chiesa del Novecento. Personalità sempre controversa, schierata dalla parte di ogni “rifiutato” della nostra società opulenta, della nostra Chiesa imperiale – che non gli ha perdonato le confidenze e le affermazioni del libro-intervista “Mon Dieu… pourquoi?” (Parigi, 2005; pubblicato in italia col titolo “Mio Dio… perché?” da Garzanti), in cui prende posizione a favore di quei temi su cui si cerca di far cadere l’oblio.
    Mi piace ricordarlo con un articolo di un altro grande uomo, Alexander Langer, morto più di undici anni fa, anche lui profetico e “scomodo” per tutto quello che ha detto, e per quello che ha lasciato.

    RACCOGLIERE E ONORARE I RIFIUTI: una svolta di civiltà

    Caro e venerato Abbè Pierre, cari amici di Emmaus,
    da quando la grave crisi ambientale e la progressiva perdita di integrità della biosfera sono all’attenzione di tutti, nuovi luoghi comuni sono entrati nel nostro pensiero e nel nostro linguaggio. Spesso – secondo lo spirito del tempo – si tratta di luoghi comuni che contengono una forte dose di fiducia tecnocratica, anche quando affrontano drammatiche emergenze sociali o ecologiche. Così si parla, per esempio, della necessità di “regolare e contenere i flussi migratori”, di “ridurre l’impatto ambientale”, di “ottimizzare il rapporto tra input e output nell’uso delle materie prime”, di rispettare la “capacità di carico del territorio”, e così via sentenziando.
    In una sospetta mescolanza di termini e di obiettivi – alcuni dei quali più giusti, altri assai meno – questi luoghi comuni generano comunque l’idea che ormai sia questione di tecnologie e metodologie più adeguate per dominare la crisi dell’ambiente e ripararne i guasti. Anche il problema dei rifiuti, crescente ed ancor troppo poco avvertito incubo del nostro tempo, viene facilmente categorizzato così, e spesso con la migliore delle intenzioni: “evitare, minimizzare, selezionare, recuperare, riciclare i rifiuti” è diventata la sintesi largamente usata ed accettata di una rilevante branca delle politiche ambientali.
    Ecco che si parla – meritoriamente, s’intende – di risorsa rifiuti, di borsa rifiuti, di gestione rifiuti, di smaltimento rifiuti… ed ecco che compaiono nuove amministrazioni, imprese, industrie, saperi, tecniche, pubblicità, nuovi esperti, nuove riviste specializzate, nuovi convegni, nuove cattedre universitarie, nuovi mercati e nuove leggi.
    Si fa strada la consapevolezza che i nostri rifiuti potrebbero poco a poco sommergerci, con ritmo sempre più incalzante, e che in essi potrebbe stare il boomerang più pericoloso della nostra civiltà, rappresentato bene dalla terribile quintessenza dei rifiuti nucleari e delle scorie di plutonio, problema sinora fondamentalmente insolubile.
    Nuovi allarmi scattano, nuove spinte all’ambientalismo si consolidano.
    Ma vi sono dimensioni più profonde. Chi osserva i rifiuti nelle nostre città, o ai margini delle nostre autostrade, o nei mezzi di trasporto appena abbandonati dai passeggeri, o all’uscita delle cosiddette grandi convivenze (prigioni, uffici, ospedali, fabbriche, ristoranti, parchi divertimento…), non può inorridire. Non solo e non tanto per l’immagine di disordine e di bruttura che vi emana. Sono rifiuti che mandano un doppio crudele messaggio: ci dicono che le cose vengono usate con economica brutalità, senza comprensione e sintonia, e che tutto ciò che non conserva l’abbagliante luccichìo del “nuovo di zecca” è semplicemente da buttare. Che terribile oracolo: l’”usa e getta” come canone fondamentale della nostra società! Una legge, forse non meno impietosa di quella spartana che imponeva di gettare i bambini ritenuti troppo deboli, e che viene applicata non solo alle cose, bensì anche agli uomini (ed ancor più alle donne). Una legge che impedisce di conoscere a fondo, di amare, di scoprire, di possedere davvero, di inventare, di creare – una legge che trasforma ogni cosa dopo breve o brevissima vita in rifiuto e che fa concentrare, rimuovere e possibilmente annientare i rifiuti, magari persino catapultandoli nello spazio, quando definitivamente non sapremo più come difendercene.
    Rimuovere quello che abbiamo ed usiamo per fare spazio a nuovi consumi, nuovi bisogni, nuovi sprechi, nuova competizione, nuovo luccichìo e nuovo abbaglio. Cancellare le nostre tracce (peraltro sempre meno nostre), sfigurare e respingere da noi ciò che abbiamo usato o mangiato fino a poco prima, pretendere nuovi involucri sigillati e sterili, nuove vergini artificiali da violare distrattamente e poi buttare.
    Diversa è stata l’esperienza e la lezione di Emmaus e dell’Abbè Pierre.
    “Raccogliere ed onorare i rifiuti”, si potrebbe chiamarla: persone rifiutate raccolgono cose rifiutate, rifiuti generano accettazione e solidarietà. Ciò che potrebbe essere visto come un – pur rilevante e magari geniale – espediente economico, che del resto da sempre viene praticato nelle società più semplici e conviviali, contiene una profonda filosofia di vita, indica una vera e propria svolta di civiltà. Gli scarti diventano sorgenti di vita, non solo economica o sociale, e intorno a ciò che una società di superficie rimuove con gesto fastidioso e insofferente, si aggrega un’altra società, più comunitaria, più attenta obbligata ad andare più in profondità, caratterizzata non da ciò che può spendere e sprecare, ma da quanto sa fare e quanto sa aiutarsi e farsi aiutare. Forse a molti farebbe bene l’esperienza di vivere almeno un giorno al mese assolutamente senza denaro, imparando a dipendere non dall’ubiqua carta di credito che dà il diritto di pretendere senza chiedere e di ricevere pagando, bensì dal credito che deriva dalla propria capacità di farsi amici, di domandare nel modo giusto, di saper sviluppare ed offrire proprie risorse non precostituite dal denaro, e dall’abilità di riutilizzare o ricreare o raccogliere e valorizzare ciò che altri buttano via.
    Raccogliere ed onorare i rifiuti è una rivoluzione: li trasforma in non-rifiuti, cioè “bene-accetti”, da ciò che non ha valore in qualcosa di prezioso, rende ricercato ed apprezzato ciò che per definizione sarebbe da buttare. Non sarà così eroico come “deporre i potenti dai troni, ma c’era molto con l’”innalzare gli umili”. Chi lo fa, contribuisce – oltretutto – molto di più alla salute del nostro povero pianeta e dei viventi che lo popolano, di quanto non capiti a molto dottori della legge ambientalista.
    Dobbiamo essere grati all’Abbè Pierre, che ha dato un’anima ad un’attività ritenuta marginale e disprezzata, e che ci ricorda che da ciò che i presunti normali scartano, può ripartire una risurrezione sociale, comunitaria, economica, morale e di inventiva pratica. E che ha saputo non solo pensare o proporre tutto questo, ma si è messo insieme a coloro che lo fanno ed a loro modo così curano se stessi, tutti noi e – non poco – la natura che “ci sustenta ed guberna”, come direbbe Francesco d’Assisi.
    Lode sia dunque all’Abbè Pierre, per aver saputo far diventare molto persone “amici degli scarti”: ne abbiamo tanto bisogno. Ed avremo meno “scarti”.

    (intervento a “La terre aux humains”, Lione, 27 novembre 1992, in occasione dei festeggiamenti per l’80° anniversario dell’Abbè Pierre)

    «Mio Dio, fino a quando durerà questa tragedia? In tutte le religioni si dice che la vita ha un senso, ma quanti miliardi di uomini che vivono nella paura, nel bisogno, nel dolore non hanno nemmeno la possibilità di meditare su questo senso?» (Abbé Pierre, Mio Dio… perché?, Milano 2005)

    Rispondi
  • 2. angel_in_the_sky28  |  22 gennaio 2007 alle 23:00

    E per chi non lo conoscesse, ecco un ritratto in breve:

    Addio all’abbè Pierre

    Marzia Bonacci, 22 gennaio 2007
    Il personaggio Muore in Francia all’età di 94 anni il religioso
    simbolo della battaglia contro la povertà, fondatore della comunità di Emmaus. Cordoglio nel Paese ma anche nel resto del mondo

    “Paura di morire? No, sarà un incontro con un Amico. E sono davvero impaziente”. Così dichiarava pochi mesi fa l’abbate Pierre intervistato a Radio 24, aggiungendo come a 93 anni si abbia tutto “il diritto di dire: ciò che ho vissuto è sufficiente” . L’ incontro che lui stesso si augurava nella recente trasmissione del Sole 24 ore, è avvenuto: questa mattina alle 5.25 all’età di 94 anni, all’ospedale militare di Val-de-Grâce, dove era stato ricoverato lo scorso 14 gennaio, l’Abbè più famoso di Francia si è spento. Una dipartita, la sua, che ha commosso non solo il paese francese ma l’intera comunità mondiale, con il Forum Sociale di Nairobi raccolto in un minuto di silenzio per ricordarlo, proprio lui che è stato l’icona di riferimento della battaglia contro la povertà e la miseria, capopopolo di quella vastissima porzione di umanità diseredata e reietta oggi protagonista del summit mondiale kenyota. I suoi funerali si svolgeranno a fine settimana in forma intima nel cimitero della comunità d’Esteville, in un clima nazionale commoso intorno al suo ricordo, che vede unita l’intera classe politica la quale, da Jacques Chirac ai due futuri rivali nella corsa alll’Eliseo, Segolene Royal e Nicolas Sarkozy, ha comunemente ribadito il rispetto per il grande Abbè.

    Era il 1 febbraio del 1954 quando da Radio Lussemburgo, il religioso lanciò la sua sfida alla povertà e alla miseria con un appello rimasto storico: “Amici miei, aiuto! Una donna è morta assiderata alle 03:00 di questa mattina. In mano aveva ancora il documento con cui il giorno prima le era stato notificato lo sfratto”. Un grido d’allarme che si è fatto esperienza concreta nella comunità d’aiuto da lui fondata, quella “Emmaus” che tanto ruolo ha saputo conquistare nella partita giocata dalla missione cristina contro l’indigenza.

    Nato il 5 agosto del 1912 a Lione, Henri Antoine Groués, quinto di otto figli di una famiglia benestante, studia al Collegio dei Gesuiti della città e, a 16 anni, durante una visita al monastero italiano di Assisi, incontra il francescanesimo, nell’orizzonte del quale fa il suo ingresso tre anni dopo, quando sceglie la vita monastica nel convento di clausura dei Cappuccini di Lione dopo aver rinunciato ai suoi beni personali.

    Nel 1938 viene ordinato sacerdote. Comincia così il suo percorso di religioso, un cammino che non ha paura di intraprendere la strada che conduce all’impegno sociale e politico, che negli anni
    dell’occupazione nazista si trasforma in militanza antifascista: dal 1942 si dedica infatti al salvataggio delle vittime della tirannia nazionalsocialista, conducendo in salvo ebrei e polacchi ricercati dalla Gestapo. Falsifica passaporti, diventa guida alpina e trasporta attraverso le Alpi ed i Pirenei le persone in pericolo. Nel 1943, diventa a tutti gli effetti partigiano ed organizza l’Armata di Vercors, importante contributo per la liberazione della Francia dal nazismo, che gli costa però l’arresto della Gestapo, dalla quale riesce a scappare fuggendo ad Algeri in aereo nascosto in un sacco postale.

    Dopo la guerra, rientra a Parigi e viene eletto Deputato alla
    Assemblea Nazionale. Nel 1947 fonda con Lord Boyd Orr il Movimento Universale per una Confederazione Mondiale. Nel 1949, con André Philip presenta un disegno di legge per il riconoscimento dell’Obiezione di coscienza. E nello stesso anno fonda il Movimento Emmaus, al quale si dedica più profondamente dal 1951, quando lascia il Parlamento in opposizione a una legge elettorale che definisce “truffa”.

    E’ l’ incontro con Georges, omicida, alcolista, reietto a segnare la nascita della comunità, che sorge proprio a Neuilly Plaisance, una vecchia casa alla periferia parigina dove Geroges abitava: “C’ è una frase che fa comprendere il significato del mio incontro con Georges – dichiarava l’Abbè – . Me la disse lui stesso poco prima di morire:
    `Padre – mi disse – quando ci siamo incontrati non importava tanto che mi donaste soldi o una casa. Avrei voluto suicidarmi perchè non mi mancavano i mezzi per vivere, ma una ragione per vivere'”. Una
    richiesta a cui lui stesso rispose con un semplice quanto
    impegantivissimo: “dammi te stesso. Tu sei necessario. Gli altri hanno bisogno di te”. Queste sono parole che ripetiamo in tutte le comunita’ di Emmaus nel mondo’.
    Emmaus è un successo, con centri e inviti in tutto il mondo,
    dall’America al Medio Oriente, ovunque ci sia povertà e desiderio di
    riscatto, ovunque ci sua materiale buttato via da poter riutilizzare
    per aiutare i poveri ed emarginati.

    Un lavoro e un impegno straordinari, che gli furono riconosciuti da
    una serie di onoreficenze: tra le più importanti la Legion d’onore,
    nel 1981, e il Premio Balzan per la Pace nel 1991. Tutti apprezzamenti
    che lo portarono vicino al Nobel.

    Nell’ultimo suo libro “Dio Mio…perchè? “, il religioso confessa di aver “conosciuto l’esperienza del desiderio sessuale e del suo rarissimo soddisfacimento” , schierandosi a favore del matrimonio dei preti e dell’ordinazione delle donne, e criticando fortemente l’attuale Papa e il suo predecessore che confondevano, in materia, motivi sociologici con motivi teologici. Una posizione rivoluzionaria che lo ha portato anche ad ammettere alleanze (non i matrimoni)
    omosessuali.

    Rispondi
  • 3. laura  |  24 gennaio 2007 alle 12:52

    Un modo antico, e purtroppo oggi così nuovo, di VIVERE la fede. Senza analizzarla, senza dettare regole, senza aut-aut, senza imporla. L’umiltà di ammettere il dubbio, di non scagliare la prima pietra (perché oggi non se ne ricorda più nessuno?), l’umiltà di non condannare.
    Tutti i credenti – soprattutto tutti i cattolici – oggi hanno bisogno del suo esempio. Anche se non voleva essere un esempio.
    E allora sì, anche da parte mia, shalom, Abbé Pierre.

    Rispondi
  • 4. Massimo Trapani  |  25 gennaio 2007 alle 12:08

    E approfitto di questa immagine antica per evaporare anch’io tra mille e mille discorsi e chiacchiere inutili in quanto seguite non con un senso critico nell’avversione delle idee, ma nel cattivo proposito di denigrare il prossimo.
    Trovarsi una mattina stanco di scrivere concetti che nessuno seguira’ come filo conduttore per un’ampliamento del discorso, ma bensi’ come sfida alle loro idee, ai loro radicati modi di pensare, violentati dalle parole altrui.
    Ho vissuto e vivro’ la mia fede al di fuori degli schemi, sempre, contestando gli incensi dorati e i muri e le colonne, la Chiesa per me e’ nel mondo, nello stridore dei ferri contorti degli omicidi continui di gente innocente, nell’acre odore di fuochi accesi per protesta, per paura, per incoscienza a volte.
    Nello sguardo di un bambino che ha fame, nel pianto di un popolo senza terra, nell’inginocchiarsi spento di donne violate nell’anima e nel corpo nei loro occhi che fuoriescono dai burka della violenza, non solo quelli islamici ma anche i burka che portano a essere schiave tra le mura domestiche di uomini senz’anima che hanno nella forza delle loro braccia scaricate su quei corpi innocenti l’unico loro senso di esistere.
    In questo il mio shalom ad un vecchio albero secolare che nei suoi occhi trasportava l’amore e la comprensione, l’abbracciare fratelli in quanto esseri umani e non per la loro posizione sociale, stringere al proprio cuore gli ultimi.
    Chissa’ se sua Eminenza il Mons. Ruini ricorda ancora l’ultima volta avra’ aiutato ad alzare da terra un fratello caduto ?
    Ma questa e’ tutt’altra storia !!
    Ci leggeremo ancora da qui appena l’argomento mi interessera’, ed e’ difficile che non siano interessanti le cose che scrivi Daniela, In bocca al lupo

    Rispondi
  • 5. danielatuscano  |  26 gennaio 2007 alle 15:55

    Bellissimi pensieri Massimo… Anche a scuola ho parlato varie volte di questa grande figura, l’ho pure proposta come possibile argomento per la tesina di maturità. Sia perché l’Abbé merita a pieno titolo di essere conosciuto, sia perché i ragazzi sappiano che al mondo non esistono solo gli individui vuoti e violenti che i media propongono loro come modelli di “vita”, sia perché si rendano conto che la Chiesa non è solo Ruini & Co. … Non immagini infatti quante domande mi pongano al proposito. L’interventismo puramente politico della gerarchia, la sua totale mancanza di carità (vedi caso Welby), li ha disorientati. No, non si meritano Ruini. Hanno diritto di sperare in un mondo migliore, più compassionevole, più tenero.

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