FORSE NON LO SAI… MA PURE QUESTO E’ AMORE – Fra Masseo, uno di noi

29 gennaio 2007 at 14:29 2 commenti

Fra Masseo ha da poco superato la trentina e vive in un convento del Sud Italia. Lo incontro a Milano, dove lui si è recato per una visita ai parenti. Ma la nostra amicizia risale ad almeno un anno fa. Abbiamo comunicato attraverso un monitor, le nostre parole si sono rincorse sulle pagine elettroniche di un computer. Strano connubio, quello tra l’informatica e la fede. Eppure ha funzionato. In fondo, è solo una questione di ruoli. I problemi sorgono quando questi ruoli si confondono, quando cioè il mezzo diventa fine. Ma, nel nostro caso, il “mezzo” (il computer) si è rivelato un preziosissimo aiuto per raggiungere il “fine” (la reciproca conoscenza, la fiducia). D’altronde, anche i ruoli possono diventare una prigione. Oltre i ruoli c’è la persona ed è questa che m’interessa. Fra Masseo è, innanzi tutto, Masseo. Un uomo che, come tutti, vive, soffre, ama. Ho deciso di parlare, soprattutto, del suo amore, del suo modo di amare. L’amore, anzi gli amori, sono molteplici e proprio per questo così irripetibili e umanizzanti. Vogliamo conoscere la sua esperienza perché, pur nella diversità di situazioni, in essa possiamo rispecchiarci. Contemporaneamente, l’amore di fra Masseo ci stimola a diventare “cercatori di noi stessi”. Scoprire che il cuore umano sa provare molto, e di più, ci preserva dalla banalizzazione dei sentimenti. Un’avventura che vale la pena vivere.

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– Fra Masseo, comincio nel modo più classico (e prevedibile): cioè da com’è nata la tua vocazione. Vorrei che spiegassi ai lettori, con parole semplici, un sentimento ineffabile.

“Una domanda da cento milioni di dollari!… Ma ci proverò.

“Dovrei partire dalla mia infanzia. Sì, perché da quando ho incontrato il Signore ho cominciato a rileggere tutta la mia vita ‘con gli occhi di Dio’. Ricordo che, da piccolo, mi piaceva tanto andare nel bosco vicino casa (abitavo in campagna), o nei campi a giocare. E lì rimanevo incantato nel vedere la natura e la immaginavo come una grande chiesa: con certe assi, costruivo anche dei crocifissi. Senza volerlo, riflettevo sulla bellezza del creato e del suo Creatore. Ricordo ancora quando mia madre, a letto, insegnava a noi quattro figli la preghiera dell’Ave Maria. Questi avvenimenti hanno senz’altro contribuito a fermare in me una certa sensibilità verso il divino. A catechismo andavo volentieri, ma non sopportavo chi, scherzando, mi diceva che mi sarei fatto prete. Mai avrei accettato questa scelta, non mi piacevano i preti”.

– Non sei il primo che lo dice: non mi piacevano i preti, non avrei mai pensato di… Sembra che, spesso, certi amori non sboccino “a prima vista”.

“Infatti col passare degli anni, nel periodo dell’adolescenza, mi allontanai dalla fede. Iniziavo ad avere conflitti coi miei genitori – cosa normale a quell’età, ma lo avrei capito dopo – e con tutto ciò che mi circondava. Restavo però sempre affascinato dalla trascendenza, così presi a interessarmi di astrologia e cose del genere… Quando pensavo a Dio, però, mi veniva subito in mente
la Chiesa, il mio parroco che era molto noioso e, di conseguenza, lo rifiutavo. A scuola le cose non andavano benissimo, e non avevo amici: sia per la mia forte timidezza, sia perché la campagna non offriva possibilità di incontro coi giovani”.

– Ma, a un certo punto, vivesti esperienze particolari, decisive…

“Sì, dovevo frequentare il corso di preparazione alla cresima, assieme a mia sorella. La cosa fu abbastanza traumatica: ero ‘fuori corso’, insomma già adolescente, e non mi andava di stare con ragazzi più piccoli di me. Inoltre, la mia timidezza era davvero un muro che m’impediva di uscire dal ‘barattolo’. Ma dovevo andarci. Nel frattempo, in parrocchia, era arrivato un nuovo parroco. Una persona davvero stravagante! Iniziai così a seguire il catechismo e fui fortunato perché nel mio stesso corso trovai altri ragazzi della mia età che già conoscevo. È stata una bellissima esperienza. Con questi ragazzi intrecciai una profonda amicizia e il nostro parroco cercava in tutti i modi di alimentare in noi lo spirito comunitario. Organizzavamo attività di qualsiasi tipo, mi divertivo tanto, avevo ottimi amici e di tutto ciò ringraziavo il Signore”.

– Il secondo “incontro”?“Partecipai a un matrimonio. Un matrimonio strano. Devi sapere che le nozze, da noi, sono molto sfarzose. Quella coppia, però, non volle né abiti, né ricevimento, né bomboniere. Erano due laici francescani. L’unico regalo che vollero erano soldi per la costruzione di un ospedale in Bolivia. Quell’evento mi mise in contatto con la spiritualità francescana e decisi che, se avessi trovato la persona giusta, mi sarei sposato nello stesso modo. Poco dopo il mio parroco organizzò una gita ad Assisi. Fu per me l’occasione per conoscere san Francesco. Lì ho ricevuto il colpo decisivo o, se vuoi, l’innamoramento si trasformò in amore. Potrei aggiungere tante cose… ma mi limito a dirti che in quella circostanza il Signore mi conquistò e mi portò a intraprendere la strada che oggi sto percorrendo”.

– Sei stato capito, aiutato oppure ostacolato in questa scelta?

“Sia gli amici, sia la famiglia, sia il parroco non mi hanno capito. Per loro ero ‘stregato’. Il mio parroco stesso, ironia della sorte, non crede nella vita consacrata: di conseguenza, tutti credevano stessi sbagliando.

“Oggi le cose vanno molto meglio. Con tutti, anche con la famiglia, ho un rapporto sereno. Con gli amici, poi, il sentimento si è rafforzato ed è diventato strettissimo”.

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– E il clima culturale e sociale intorno a te, invece? Ti ha favorito o no?

“Mi ha favorito, tanto. Al Sud la fede ha ancora una dimensione sociale. Ma l’aiuto maggiore mi è giunto, credo, dall’ambiente pulito che mi circondava. Mi spiego meglio: tante dimensioni che caratterizzano la vita giovanile di oggi non favoriscono l’ascolto della Parola di Dio. Oggi i giovani si preoccupano molto di apparire in un certo modo, alcune abitudini rendono sordi. Il grido dei poveri, che è la voce di Dio, non trova ascolto. Nel mio percorso è stata fondamentale anche l’esperienza coi malati. Attualmente trovo che, anche per i bambini, diventa impossibile trovare del tempo libero, persino per fare catechismo. Le mamme vengono a lamentarsi che i figli sono già stressati…”.

– Tu hai visto il film di Nanni Moretti
La Messa è finita? Secondo me dà un’immagine veritiera delle difficoltà e delle crisi che incontra un sacerdote nelle società occidentali, iper-tecnologizzate, materialiste e senza punti di riferimento.

“Non ho visto il film. Ma so che i frati del Nord Europa vivono una realtà del tutto differente. Figurati che abitano in appartamenti… Un’esperienza certo interessante, che però non conosco bene. Penso, comunque, che le difficoltà di oggi siano in fondo le stesse che il cristianesimo ha incontrato fin dall’inizio”.

– Forse per un ragazzo o ragazza dei nostri giorni tale scelta comporta, all’apparenza, sacrifici maggiori perché si vive in un contesto storico e sociale non tanto secolarizzato, come alcuni dicono, ma non più a misura umana. Il profitto è diventato un valore, anzi‘ il’ valore.

“Nel nostro ordine le vocazioni nascono più al Sud che al Nord eppure, anche nella mia stessa terra, pochi frati provengono da grandi città. Roma, per esempio, ci ha donato pochissimi frati. Non sembra strano? Dio chiama e lascia liberi. Chi non risponde alla chiamata non fa peccato, ma è necessario mettersi in ascolto e oggi mi pare manchi anche quello. Tuttavia, si assiste anche al fiorire di nuove comunità religiose”.

– Ma le vocazioni non potrebbero essere in calo anche per l’ostinata esclusione delle donne dal ministero?

“Sinceramente non lo credo. È necessario, semmai, rivalutare il senso della chiamata all’interno della comunità.

“Non siamo noi che decidiamo di essere sacerdoti. Io non mi sento per niente inferiore a un sacerdote. Dovremmo al limite riscoprire il nostro ‘sacerdozio universale’, donato a tutti e a tutte attraverso il battesimo. Per essere sacerdoti non è sufficiente dir Messa e confessare”.

– Il fatto è che le donne non hanno tutte le possibilità di scelta riservate invece agli uomini. Comunque, tu pensi che
la Chiesa cattolica valorizzi a sufficienza il carisma femminile?

“A mio parere sì. Nella storia della Chiesa ci sono state molte donne che hanno contribuito al miglioramento della società e della Chiesa stessa: santa Giovanna d’Arco, santa Teresa d’Avila, santa Teresina (queste ultime, Dottori della Chiesa), Madre Teresa di Calcutta.
La Chiesa, poi, si definisce da sempre ‘la sposa di Cristo’”.

– Forse sono proprio le promesse “definitive” che, nel periodo attuale, spaventano. Difficile impostare una “pedagogia dell’amore e della fedeltà”.“Le promesse ‘definitive’ hanno una radice e un’essenza divina. La nostra umanità non può comprenderle. Non è naturale vivere il celibato o restare unito a una persona per sempre. È Gesù

stesso ad affermarlo, quando gli apostoli gli chiedono spiegazioni riguardo al ripudio della donna: impossibile agli uomini, ma non a Dio. Se dovessi valutare la mia scelta con criteri esclusivamente razionali, non reggerei…

“Oggi credo sia necessario ripartire da una rinnovato impegno cristiano come un cammino di sequela: tutti siamo chiamati a recuperare l’immagine di Dio che ci appartiene”.

– Hai parlato di amici, poi di matrimonio, poi di san Francesco, vero santo perché vero uomo. E ancora adesso di Chiesa come ‘sposa di Cristo’. Il tuo linguaggio è molto ‘nuziale’, il tuo cammino segnato da esperienze molto umane. Non si è trattato quindi di un’astrazione, una fuga dal mondo, come si diceva un tempo con una brutta espressione. Del resto fu proprio Gesù a manifestarsi ai suoi durante una festa di nozze, l’avvenimento più importante, e gioioso (spiritualmente e fisicamente) nella vita di una persona.

“Il cristianesimo non diminuisce, ma potenzia l’esperienza umana. La rafforza”.


La Trasfigurazione può essere letta anche in questi termini, io penso: un’umanità più completa, perché in essa c’è il germe dell’eternità. È già eternità. Ma questi discorsi rischiano comunque di rimanere un tantino imprendibili se, appunto, non si conosce il percorso che li sottende, se non si conosce l’uomo che ha vissuto quest’esperienza, se ha provato qualcosa di simile all’amore umano…

“Sì, mi sono innamorato. Anzi, i primi mesi in convento sono stati difficili perché, pochi giorni prima di entrarvi, la ragazza che avevo tanto desiderato si era finalmente dichiarata. Ho dovuto lottare per capire quale fosse la scelta giusta. Ho rallentato e poi interrotto il mio cammino, ma, alla fine, ho capito che il mio cuore era per il Signore.

“Credo comunque che l’amore per Dio sia diverso da quello per una donna. In realtà noi tutti siamo chiamati ad amare Dio nello stesso modo. E, di conseguenza, Dio ci ama allo stesso modo. I consacrati non sono dei privilegiati.

“Il fatto sta nella vocazione e nella tua risposta. È Dio che mi ha voluto così, così come forse vorrebbe te sposata. Ogni scelta, naturalmente, comporta dei sacrifici. Non è assolutamente facile ‘distribuire’ il nostro amore verso il popolo di Dio. Se non si intraprende un cammino serio si combinano tanti pasticci. Ma se ci si lascia accompagnare dal Signore, diventa davvero meraviglioso.

“Allo stesso modo, non ho scelto di diventare prete e non lo diventerò. Ma, in realtà, non è stata una mia scelta. È Dio che mi ha voluto così. È un po’ come quando ci s’innamora di una ragazza piuttosto che di un’altra. Io sono sempre pronto a capire cosa Dio vuole da me, e per ora non mi sento orientato a quella scelta, anche se avrei tutte le carte in regola per farla”.

– Eppure, nel sentire comune, è impossibile vivere e comprendere l’amore in modo pieno e soddisfacente senza una persona concreta al fianco.

“È l’amore che deve farsi concreto. L’amore diventa pieno quando si fa dono. Non è pieno a seconda di chi amo, ma a seconda di come amo”.

– In che modo una vocazione come la tua potrebbe contribuire a migliorare l’amicizia tra i sessi?

“Nella consapevolezza che siamo complementari. Dovremmo capire che siamo gli uni bisognosi degli altri. I nostri cammini personali migliorerebbero se ci aprissimo alla diversità dell’altro. Per la verità molto anche ci accomuna. Non so, forse la mia scelta di castità potrebbe aiutare una coppia che vive un momento di crisi”.

– Per ascoltare le esigenze dell’altro/a, per riscoprire le piccole cose, la gioia dell’attesa…

“…sì, qualcosa di simile…”.

– Nell’ultimo Sinodo hanno concluso che i matrimoni dei sacerdoti non ovvierebbero alla crisi delle vocazioni. Naturalmente io non condivido questo ragionamento, ma vorrei conoscere il tuo parere…

“La mia scelta è diversa. Io faccio voto di castità. I preti si ‘adeguano’, per dir così, alla Tradizione della Chiesa. Penso sia sbagliato cancellare questo carisma dalla Chiesa cattolica. Piuttosto, io rivaluterei la figura del diacono sposato. Certamente fra qualche anno (in alcuni Paesi avviene già) le loro responsabilità saranno maggiori. Poi a me piace immaginare una Chiesa finalmente unita nelle diversità (cattolici, ortodossi, protestanti…): tutti carismi di un’unica Chiesa. Questo mi piacerebbe”.

– Cosa rispondi a chi obietta che il cristianesimo ha una visione pessimistica della sessualità?

“Non è il cristianesimo, forse è la nostra cultura (nella quale, peraltro, s’incarna il cristianesimo). È la tradizione platonica e latina che ha operato la distinzione tra anima e corpo, per esempio”.

– Non potrai però negare che il Vaticano sia molto più intransigente sulla morale sessuale che su altri temi: un’ossessione che non si trova nelle altre confessioni cristiane.

“Non sono d’accordo. È un luogo comune dire che
la Chiesa si preoccupa solo di stabilire regole in materia di morale sessuale. Giovanni Paolo II, per esempio, ha scritto quattordici encicliche, e molte di esse sono di natura sociale”.

– Va bene, ma parlare di luogo comune mi sembra esagerato. Dieci anni fa padre Zanotelli, nel corso di una visita da queste parti, pronunciò una dura requisitoria contro una Chiesa che fustigava i peccati sessuali ma era incapace di denunciare la profonda immoralità del sistema capitalistico. E molte persone subiscono sulla loro pelle questa rigidità, avvertono l’esigenza di dialogare con una Chiesa che li rifiuta, penso ai divorziati risposati, ai gay…

“Anch’io ho avuto modo di incontrare Zanotelli, ma confesso di non essere molto informato in merito. Comunque torno a ripetere che esistono encicliche, come
la Rerum novarum o
la Populorum progressio, che sono certamente una voce chiara della Chiesa in merito ai temi sociali.

“Capisco quanto certe problematiche siano urgenti. Io non sono sacerdote, né moralista, né psicologo, ma conosco diversi confratelli che accompagnano spiritualmente queste persone. Da parte mia (e di tanti frati che conosco) non c’è nessuna discriminazione. Quando incontro qualcuno che ha bisogno di aiuto cerco, nel limite del possibile, di rendermi disponibile”.

– In altre parole, è il rapporto col povero. Ma chi è il povero, o meglio “i” poveri? Perché il singolare, si sa, esprime un universo irreale, mitico…

“Per i francescani i poveri sono Gesù Cristo crocifisso. Bella frase, vero? In realtà questa è l’essenza del francescanesimo: stare ‘con’ i poveri. Sembra quasi assurdo ma un francescano, prima di raccogliere fondi per combattere ‘la povertà’, sceglie di condividere una vita povera con coloro che, secondo il Vangelo, ereditano, anzi sono, il Regno di Dio. E dunque, per rispondere alla tua domanda: chi sono i poveri? Chiunque abbia bisogno dell’altro. Oggi abbiamo bisogno di incontrare gente della quale ci si possa fidare. Siamo poveri d’amore. Noi, coi nostri peccati, cerchiamo di sconfiggere questo tipo di povertà”.

– Tu hai accennato a un “sogno”, quello ecumenico di vedere tutte le confessioni cristiane radunate in un’unica Chiesa, mantenendo però le proprie specificità. Come pensi si possa collaborare insieme? Come giudichi i valdesi?

“Ogni volta che ho vissuto esperienze ecumeniche ne sono uscito arricchito. Ho fatto parte per quattro anni di un movimento ecumenico. I valdesi sono venuti un giorno a predicare nella nostra chiesa. Non li conosco bene, ma conosco pastori protestanti sposati che vedono la nostra scelta del celibato come una ricchezza”.

– Da ultimo, cosa dunque dire a un giovane che voglia “scommettere su Dio”, magari anche abbracciando una vocazione come la tua?

“Lo consiglierei di impegnarsi a pronunciare il ‘sì’ a Dio ‘nell’oggi’. La vocazione non è un progetto da realizzare in un futuro, ma una risposta a Dio nel presente. Sarà lui che, poi, metterà insieme ogni tassello. A volte i suoi disegni capovolgono le nostre attese. Bisogna avere fiducia in lui”.

 

 

Daniela Tuscano (foto di Ellyr e di PetaloSs)

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2 commenti Add your own

  • 1. andrea  |  31 gennaio 2007 alle 23:59

    Bellissima intervista Daniela, grazie

    Rispondi
  • 2. cristiano  |  1 febbraio 2007 alle 13:17

    Grazie a Fra Masseo e grazie a Daniela per questa splendida testimonianza… sono contento di avere letto queste cose.. sono di una luce particolare…

    Rispondi

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