Archive for gennaio, 2007

PROMESSA

Agli inizi dello scorso novembre ho proposto al mio amico giornalista Massimo del Papa http://www.babysnakes.splinder.com/ un incontro coi miei studenti del triennio delle superiori, sul tema dell’informazione (e i suoi eventuali inganni). Massimo accettò, e il mese successivo (per la precisione, il 15 dicembre) eccolo al “Mosè Bianchi” di Monza, l’istituto dove insegno (in basso), accompagnato dalla consorte. La parola di Massimo, convincente, diretta e “carnale”, ha impressionato gli alunni e risvegliato in loro una sana curiosità intellettuale. Fra questi ultimi e il mio amico è persino nata una corrispondenza.

Sollecitato a lasciarmi le impressioni su quella giornata, Massimo ha risposto con le righe qui di seguito pubblicate. Mi dispiace solo di non disporre neppure di una fotografia che documenti quegli istanti, ma sul più bello l’apparecchio di un alunno si è “ribellato”…

Buona lettura.

Daniela Tuscano

 
 

Sono tutti miei figli. Da quando un vecchio giudice [Antonino Caponnetto, che concesse a Massimo l’ultima intervista prima della scomparsa] mi ha compromesso con un vaticinio, “quello che fai è importante”. E già sapeva dove mi stava deviando, come una palla su un biliardo. Da allora non ho più smesso di rotolare per le scuole d’Italia, proponendo il messaggio che il vecchio giudice aveva incarnato: il testimone della responsabilità, la dignità che si deve ai giovani uomini. Non carne da televisione, non anime da ingannare; in fondo, una richiesta di soccorso: il nostro futuro è nelle vostre mani. Spendetelo bene. Aiutateci, noi che stiamo già arrendendoci. Non vendete la vostra libertà. Non voltatevi di lato, dove una prepotenza germoglia. Prossima fermata: Monza, dove c’è un enorme casermone che contiene un formicaio di gioventù irrequieta, naufraga come tutta la gioventù di questo tempo assurdo, feroce e inconsistente dove si uccide “per ferocia senza odio”, come dice Giorgio Bocca. Lo sa solo Dio quanti ragazzi incontro nel mio lavoro e quanti ne trovo infelici, disperati per una vita che sentono insulsa, tragicamente assurda ma non sanno spiegarsene il motivo, non riescono a metterlo a fuoco perchè nessuno si prende la briga di orientarli, di ricondurli alla loro dignità di giovani uomini, il che implica un grado di responsabilità. Afasici, anche: intuiscono che determinate situazioni sono “sbagliate”, ma non sanno spiegare perchè, non arrivano a un’analisi per quanto sommaria, figurarsi un commento, le parole non li soccorrono, i concetti neppure, li vedi gesticolare in modo straziante, li vedi sorridere atrocemente, poi ridere forte, in modo sguaiato per spaventare i fantasmi e questa fatica penosa e vana degenera presto in frustrazione, acuisce un disagio già enorme, la convinzione che vivere così, senza comprensione, senza senso, senza passione, senza amore, senza speranza, con tutto ma senza niente, sia inutile. Sono come minorati sociali che si rifugiano nel disprezzo di se stessi. E, alla prima occasione, esplodono. Io provo ad arrivare prima dello scoppio.Eccomi ancora qui, a tentare un’avventura che non so se serve, e a chi. Dipende da loro. Dalla loro pazienza. Benevolenza. Saprò conquistarli anche loro, o mi sputtaneranno col cinismo spietato degli adolescenti?Mi lancio…… e dopo due ore in cui non saprei dire cosa ho detto, mi ritrovo sudato e felice. Poche volte mi sono sentito tempestare così di domande. Interruzioni. Anche sospetti. Mia moglie mi sussurrerà, poi, che è stato uno degli incontri migliori. Missione compiuta, potrei dire, perchè sono venuto a insinuare dubbi contro questo Freak Show in cui è tutto giusto ed hanno tutti ragione. Dubitate, vorrei dire, anche dei vostri dubbi. Non chiudete il cuore a una speranza. Quel giudice m’ha insegnato che “la democrazia è la possibilità di rimettere sempre tutto in gioco”. E abituatevi, se potete, a riconoscere nell’uomo che vi guarda nient’altro che un uomo: strappategli la divisa che forse voi avete cucito, fatta di preconcetti. Pregiudizi. Militanze. Non esistono militanze, esiste la fragilità degli umani. I loro slanci. La loro disperazione così simile. Non siate di nessuno, nemmeno di voi stessi. Ma dell’umanità. Libertà non è nell’evasione, ma nell’immersione. Conquistatevi gli occhi della libertà, gli stessi con cui quel vecchio giudice mi sfidava. E mi comprometteva.Sono felice oggi, e la felicità viene da voi. Un’altra volta ho mantenuto la promessa che il vecchio giudice mi ha estorto: ho fatto qualcosa d’importante. Ma non sarebbe così, senza la disponibilità di chi mi ha ascoltato. Quando torno a casa, accendo il computer e rotola fuori un saluto di qualcuno che c’era: è il mio premio, la conferma di aver lasciato qualcosa. La loro professoressa, cui mi ha avvicinato un Artista colorato e folle [Renato Zero], mi dice che hanno ancora nella mente quella mattina in cui un vento di dubbi ha imperversato. Anche io conservo tutto, ogni volto, ogni domanda. Ogni perplessità. Il prossimo viaggio lo farò più leggero e più carico. Di voi, che mi avete invitato e non sapevate che di queste sfide mi nutro, non posso farne più a meno. Incontrerò altri giovani uomini, con più forza di prima. Perché avete dato un senso a ciò che provo a fare. Alla mia vita. Una promessa che ogni volta io rinnovo. 

Massimo Del Papa

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12 gennaio 2007 at 20:20 4 commenti

I DIRITTI DI TUTTI – Fermezza degli umanisti su Finanziaria, pace, ambiente

Guardare avanti è sempre stata una delle parole d’ordine umaniste. Ma l’idea che il progresso sia un percorso lineare, scandito per lo più dalla cronologia, è da tempo sorpassata e quantomeno ingenua. Ne abbiamo discusso con Carlo Olivieri (Segreteria Programma) e Salvatore Fraticelli (Area Lavoro) del P.U., mentre Alberto Pero (Centro umanista “Color Porpora” di Milano) e Roberto Benatti (Area ambiente) ci hanno delucidati sulle prossime iniziative in difesa del nostro patrimonio naturale.

“Essere ottimisti va bene – è il commento ricorrente – ma illusi, no. Col 2007 stanno arrivando, sono già in atto, novità poco o per nulla rassicuranti di cui peraltro si parla poco. S’impone, da parte della società civile, una risposta compatta e decisa”.

Iniziamo dal Tfr e dai legami di quest’ultimo col tema del riarmo.

– In che senso, Carlo Olivieri?

– Con la regola scandalosa del silenzio/assenso, il Tfr dei lavoratori che non faranno nessuna scelta, finirà nei famigerati Fondi Pensione, gestiti da banche, assicurazioni e società vicine ai sindacati confederali CGIL, CISL e UIL. Questa eventualità è sicuramente la più scandalosa e pericolosa per i lavoratori, perché i Fondi Pensione useranno questi soldi per “giocare in borsa”, con il serio rischio di perdere il capitale investito e comunque, per bene che vada, non garantiscono il rendimento attuale del Tfr.

– Quale sarà il destino dei soldi del Tfr per quei lavoratori che, non volendo lasciar nulla ai Fondi Pensione, manterranno immutata la situazione?

Probabilmente tali soldi finiscono in un fondo presso l’Inps gestito dal Tesoro, ma fino a poco tempo fa non era chiaro come sarebbero stati usati. Con il varo della Legge Finanziaria 2007 ci è giunta la risposta anche se quest’ultima, a dire il vero, è ben “celata” nei commi e negli elenchi allegati.

Image ImageMilano, presidio umanista di solidarietà NO TAV (30 novembre 2005) 

– E in cosa consisterebbe questa risposta?

– Spulciando tra i 1348 commi della Finanziaria abbiamo scoperto che il risparmio dei lavoratori  – il Tfr, appunto – non solo viene sottratto alla piena disponibilità degli stessi, ma andrà a finanziare, in parte, ARMI e ALTA VELOCITÀ.

Allo scandalo dello “scippo” della liquidazione ai danni di tutti i lavoratori che con il silenzio daranno il proprio assenso al trasferimento nei fondi pensione, si aggiunge quindi un secondo raggiro ancora più scandaloso.

“Ecco qualche dato – interviene Salvatore Fraticelli. – I soldi del Tfr, accantonati nel fondo presso l’Inps, verranno destinati al  Fondo competitivita’ per 645 milioni di euro, al Fondo finanza d’impresa per 135 milioni di euro, al Fondo salvataggio e ristrutturazione imprese in difficoltà per 30 milioni di euro, alle Imprese pubbliche per 1230 milioni di euro, all’Autotrasporto per 290 milioni di euro. All’ ALTA VELOCITA’/ALTA CAPACITA’ sono destinati ben 2900 MILIONI DI EURO, a cui aggiungiamo (mi scuso per la tediosità, ma è necessario) i fondi utilizzati per il Contratto di servizio ferrovie S.p.A. (400 milioni), quelli per il Rifinanziamento rete tradizionale Ff.Ss. (2800 milioni), i nuovi investimenti Anas (3050 milioni) e, udite udite, il FONDO PER LE SPESE DI FUNZIONAMENTO DELLA DIFESA (710 MILIONI DI   EURO)”.

“A ciò – fa eco ancora Carlo – vanno aggiunti i rifinanziamenti per le spese di investimento, pari a10968 milioni di euro (e non 445 milioni come avevamo letto), per un totale di 24.248 MILIONI DI EURO (PARI A 47.000 MILIARDI DI LIRE) IN TRE ANNI!”.

Le conclusioni di Carlo e di Salvatore sono semplici: “Tutti litigano su come spartirsi l’enorme gettito costituito dal Tfr, ma si dimentica che questi soldi sono di chi lavora e sarebbe giusto fossero gli stessi lavoratori a decidere – nel periodo antecedente alla pensione ed in attesa di corrisponderli al lavoratore alla cessazione dell’attività lavorativa – come usare i soldi accantonati. Come umanisti affermiamo che questa enorme quantità di denaro debba essere investita per i bisogni primari della gente, come la sanità e l’istruzione, e sicuramente NON per LE GUERRE o la TAV“.

“Questo in linea generale – soggiunge Alberto Pero. – In concreto, esistono vari mezzi per creare un’inversione di tendenza a partire dalle nostre città. Bisogna convincersi che economia, pace, sfruttamento ambientale sono strettamente collegati”.

– Perché?

– Perché quando tutto è monetizzato e si pensa solo al profitto, ciò che non rappresenta un guadagno immediato e commercializzabile non “serve”, e lo si elimina. Vale per la pace, per l’ambiente, per qualsiasi cosa. E’ la reificazione della vita. 

La svolta “capitalistica” dei risparmi del Tfr, il loro investimento nel settore della difesa, la distruzione delle aree verdi e la privatizzazione dei beni primari sono insomma, secondo gli umanisti, tasselli di un unico mosaico. “Il fenomeno è tristemente diffuso a Milano e in Lombardia – prosegue Pero. – La prossima protesta a cui, come umanisti, abbiamo aderito e che intendiamo diffondere perché, purtroppo, sui giornali se ne parla pochissimo o per nulla, è la salvaguardia del Parco delle Cave (nella foto sotto, da inertitalia.com) e, con essa, della salvezza di tutto il comprensorio, vale a dire Bosco in Città, Terreni agricoli di Trenno e Figino”.

– Quali rischi corriamo?

– Rischiamo una prossima cementificazione della cintura verde ovest di Milano, in vista di quell’evento che passa sotto il nome di MILANO EXPO. Come tutti quelli che hanno a cuore l’ambiente e la difesa del territorio ben sanno, ogni evento di quel genere (Olimpiadi, Colombiadi, Expo ecc.) è servito e serve a dare “gas” a speculatori edilizi grandi e piccoli e chi poi ne paga le conseguenze, in termini anche di salute e non solo di portafoglio, siamo noi. Mauro Giostra, del Comitato Cave, ci ha comunicato che in giunta già si vocifera di un “canale navigabile”  dal sud Milano alla nuova Fiera che passerà proprio all’interno del Bosco in Città e già che ci sono, nelle stesse aree, stanno prevedendo insediamenti alberghieri/terziario e servizi vari non specificati.

– Mi viene in mente che un simile blitz fu tentato un paio d’anni fa a Bresso, col Parco Nord. Fortunatamente si riuscì a sventarlo; ma Arturo Calaminici, dell’Associazione Amici del Parco, commentò che si trattava anche di una questione di cultura, o meglio, di non-cultura: non ci si rende conto, disse, che il verde non è un “vuoto” da riempire.

– Esattamente. Per quanto ci concerne noi saremo presenti al presidio di sabato 27 gennaio, alle 15 in piazza Cairoli [per ulteriori info comitato.cave@yahoo.it cell. 328 59 84 501, n.d.r.].

“Un altro tema sul quale da tempo insistiamo è la lotta contro la privatizzazione dell’acqua di Milano www.acquabenecomune.org  – puntualizza Roberto Benatti. – Da due giorni sono iniziati i banchetti di raccolta firme per scongiurare questa sciagura. Anzi, ti sarei grato se pubblicassi il mio recapito telefonico perché posso fornire i moduli a chi fosse interessato. E’ molto importante”. Eccolo qui di seguito: 333/8251550. E auguri.

Daniela Tuscano (vedi anche https://danielatuscano.wordpress.com/2006/12/14/facile-come-bere-un-bicchiere-doro/ , https://danielatuscano.wordpress.com/2006/11/23/acqua-fonte-di-vita-o-di-guadagno/ )

ULTIM’ORA

Comunicato Stampa

DEBUTTA IN PIAZZA LA RACCOLTA FIRME IN DIFESA DELL’ACQUA 

 

Il 13 gennaio 2007 è iniziata nelle piazze delle città italiane la raccolta firme sulla legge d’iniziativa popolare con la quale si vuole riportare l’acqua sotto il controllo pubblico, sia per quanto riguarda la proprietà che la gestione ed erogazione dei servizi idrici.

 

Ma non saranno banchetti del solo movimento dell’acqua. Più di 100 associazioni e comitati hanno promosso e aderito alla campagna, tra cui il Partito Umanista e gli Umanisti per l’Ambiente, i Cobas, l’ARCI, la CGIL, l’intero movimento di Porto Alegre, i partiti della sinistra radicale, ma anche vescovi e parroci,  personalità della cultura e dello spettacolo che hanno inviato i messaggi di sostegno.

L’obiettivo è di raccogliere mezzo milione di firme in 6 mesi, anche se ne basteranno 50.000 per portare l’iniziativa popolare in Parlamento. La proposta di legge vuole innanzitutto inserire nella legislazione italiana il principio che l’acqua dev’essere un bene comune, un bene pubblico, non una merce che si può privatizzare e vendere, sulla quale si può speculare e fare profitti.

 

In passato l’acqua è stata gestita dai Comuni stessi o da aziende municipalizzate, ma da alcuni anni è partita un’offensiva da parte di aziende e multinazionali per accaparrarsi i diritti su di essa. C’è chi la vede come il “petrolio blu” del futuro, da sottomettere ai meccanismi del libero mercato e da quotare in borsa. Da proprietà e diritto di tutti l’acqua diventerebbe così una merce alla quale si accede solo pagandola salata. Nell’ambito politico tutti d’accordo a privatizzare, dal centrodestra al centrosinistra, dalla sindaca di Milano Moratti fino al presidente Prodi (il quale aveva promesso l’esatto contrario in campagna elettorale). Tutti a collaborare volenterosi alla svendita del patrimonio pubblico, come è accaduto in provincia di Pavia, dove la legge della Regione Lombardia che obbliga a privatizzare i servizi idrici è stata recepita all’unanimità.

 

L’argomentazione che, essendo un bene scarso, l’acqua verrebbe gestita meglio da privati per evitare sprechi, è falsa. Gli acquedotti sono oggi in buone condizioni, l’acqua di ottima qualità, l’accesso garantito a tutti, il costo basso. L’obiettivo principale delle società private è il profitto (a spese dei cittadini) e non la qualità del servizio.

 

La questione è gravissima e non riguarda solo l’Italia. Al summit di Nairobi e alla FAO parlano di siccità, desertificazione e carenza idrica in Europa, negli USA e in Cina, di 200 milioni di profughi idrici, di 800 milioni di contadini poveri cacciati dalle loro terre entro il 2050 e di modelli agricoli ormai in crisi per l’eccessiva dipendenza dall’acqua. In un rapporto sullo sviluppo umano dell’ONU dal titolo significativo Povertà e Crisi Mondiale dell’Acqua” si legge che 4900 bambini al giorno muoiono di dissenteria per mancanza di acqua potabile e servizi sanitari.

 

Per quanto riguarda la situazione italiana, è urgente porre uno stop alla privatizzazione ora che è ancora possibile. Una volta  privatizzata l’acqua,  sarà difficile tornare indietro. I cittadini, i politici e le istituzioni non si stanno rendendo conto di quello che è in gioco. Questa ignoranza è dovuta in parte al silenzio imposto dai mass-media, che hanno la consegna di tacere sulla questione.

 

Scendendo in piazza, pacificamente, a raccogliere le firme dobbiamo quindi anche informare, informare, informare, affinché si crei un’ampia protesta in tutto il paese che riesca ad ostacolare e bloccare l’avanzata dei privati.

L’acqua è un bene pubblico. Non può diventare una merce.

Milano, 17 gennaio 2007

Thomas Schmid – Umanisti per l’Ambiente
 

 

10 gennaio 2007 at 13:17 23 commenti

GIA’, E NON ANCORA

Ancora una bella mattina. Accarezza con l’occhio limpido gli oggetti feriali che l’accolgono nuovamente con un abbraccio tiepido e sorridente, con una attesa lenta e materna. Il sole ingenuo e primordiale. Si conforta, piano, di quanto sia bello per lei star lì, nel silenzio amichevole e circonfuso, con l’uomo che ancora addormentato la tiene avvinta a sé.

Ha le mani pensose e lavoratrici, mani di chi ha percorso un lungo viaggio, mani che vengono da lontano, mani che ricordano gesti antichi, riti scomparsi, un altro rifugio, una solarità agreste. La canzone del bucato. Una festa.

La pace nel mondo è la pace degli splendidi corpi, delle vite riconciliate e ritrovate, rivissute, ripercorse, da quei primi sbagli alle incertezze all’angoscia alla speranza, alla presenza, al ricongiungersi fluido in un’alba marina che contiene in sé il grido delle rondini nell’arco di un occhio d’oro.

Daniela Tuscano

8 gennaio 2007 at 11:57 16 commenti

UN’ANIMA ANTICA…

Dal 2 al 6 gennaio io e il mio amico Cristiano abbiamo partecipato a un incontro per famiglie organizzato da una parrocchia della sua zona, e incentrato sul tema della Chiesa come recinto e luogo di accoglienza. Vi sottopongo le sue impressioni, che non necessitano di commento.

Daniela

Tonezza. Ci ero già stato anni fa col mio ex compagno Dario. Ricordo che cantavamo la splendida canzone Mai come ieri di Carmen Consoli e Mario Venuti: “Ci sono infinite cose deliziose, così vicine al cuore che non le sai vedere…”. Forse una coincidenza, forse un piccolo presagio di ciò che stava per accadere.

Ho ancora viva in mente la frase del Vangelo riportata sul lato sud della casa del Fanciullo Gesù (dove eravamo alloggiati – vedi foto), proprio sotto la meridiana: “SE NON RITORNERETE COME BAMBINI NON ENTRERETE NEL REGNO DEI CIELI”. Questo è stato l’inizio. Credo di aver sentito il richiamo di queste parole fin da subito e di essermi lasciato guidare con molta semplicità, scegliendo serenamente di essere me stesso fino in fondo.
Non basterebbero le pagine per descrivere le belle cose che ho  apprezzato e soprattutto le belle persone che ho incontrato. Traccio solo alcune pennellate.

La presenza dei bambini. E’ stata per me molto importante: energia, simpatia, voglia di giocare, sorrisi, voglia di stare insieme, spendersi fino all’ultimo. E poi la gratificazione più grande, che mi ha fatto capire che qualcosa di me avevano sentito e gli era piaciuto, in quella semplice richiesta: “Ci sei l’anno prossimo?”.

Ho conosciuto M.: una mamma, una donna, una con lo spirito dei RE MAGI. Non a caso le ho detto quello che pensavo, ovvero che la vedevo molto bene nel ruolo di “pastora”, una ricercatrice della verità che non va per idee preconfezionate e con umiltà e serenità cerca l’”oltre”. Un’attenta camminatrice, un’ottima compagna di viaggio sia nella vita che nella fede.

Tiziano, Adorazione dei Magi

Ho conosciuto C. e S.: due caratteri diversi e complementari (lui più riservato, lei più  espansiva), accomunati però da una grande attenzione verso gli altri, da una generosità semplice e reale. Un grazie particolare va proprio a loro che, già prima di conoscerci, avevano insegnato ai loro figli a non aver paura della diversità, che per un uomo è normale innamorarsi di un uomo o di una donna (e viceversa).

Ho sperimentato personalmente lo spirito di comunione e la generosità del gruppo. Un giorno infatti mi sono visto spuntare dal niente un paio di sci e gli scarponi, senza che ne fossi andato in cerca. È stato proprio un regalo inaspettato.

Le partite a carte. Spesso ho pensato che giocare a carte fosse una cosa da vecchi: quando non si ha altro da fare si gioca a carte.
Sbagliavo. Ho riscoperto il piacere di starsene tranquilli a fine giornata fino alle ore piccole, con la stanchezza che ti manderebbe a letto ma ancora con la voglia ed il piacere di stare con gli altri a giocare.
Spiluzzicando del panettone e facendo due parole su argomenti particolari (ad es. le provocazioni il pensiero dell’Abbé Pierre sui nodi cruciali della fede e dell’attualità) oppure scambiandoci semplicemente delle considerazioni sulla giornata.

Molto bello anche i momenti di preparazione dei quattro incontri: momenti ristretti di condivisione (da quattro a sette teste messe a confronto per sviluppare il tema nel miglior modo possibile, con la semplicità che imponeva il contesto e il tempo ristretto a disposizione!). Sembrava un po’ come quando mi trovo al corso di teatro: buttare giù un canovaccio e poi andare a braccio, improvvisando sulla traccia che ci eravamo dati,
attenti a cogliere i segnali del gruppo.

Daniela. Non mi sono mai divertito tanto con lei come questa volta!  Abbiamo veramente riso a crepapelle, ma anche partecipato insieme a varie attività con gli altri e avuto dei momenti di tenera intimità. Credo che la mia “compagna di stanza” abbia contribuito in maniera significativa al mio stare bene a Tonezza.

Tre verbi mi sono rimasti particolarmente impressi: RICERCARE-ESSERCI-ACCOGLIERE.

Detto in un’altra parola: AMARE (vedi l’inno alla carità nella I lettera ai Corinzi).

La famiglia allargata. Essere famiglia per me vuol dire voler bene intensamente ad un’altra persona, tanto intensamente che le scelte che faccio nella mia vita tengono conto e si integrano con l’altro. Ho cura dell’altro e l’altro ha cura di me. Facciamo progetti insieme. E questo avviene continuamente. Va da sé che per me questo sfocia naturalmente in una convivenza fisica, che permette di sperimentare e vivere fianco a fianco, e quindi di essere molto presenti anche fisicamente. Fatte queste precisazioni è chiaro che non è solo quella costituita da un uomo ed una donna che si vogliono bene la famiglia cui faccio riferimento.

La confessione. Credo che il momento in cui mi sono sentito fuori dal recinto è stato quando, nel ’93, ho dovuto prendere in mano la mia vita e decidere.
Decidere che? Decidere se continuare a far finta che fosse tutto normale (mettendo a tacere il mio bisogno di amore) oppure imbroccare una strada che sentivo più vera per me (anche se con tante incognite e dubbi). Mi ero accorto da anni che, mentre i miei compagni prendevano le cotte per le mie coetanee, io rimanevo molto spesso colpito, incantato ed attratto dai miei amici maschi. Mi sarebbe piaciuto vivere con loro quello che essi sognavano con le ragazze. Per rendere la situazione più ingarbugliata, all’epoca ero un animatore in parrocchia, uno convinto di certi valori. Questi valori, ma soprattutto gli insegnamenti del magistero,
andavano pesantemente a cozzare con quella che avvertivo come la parte viva di me. Che fare? Ho rimandato per anni la decisione e centrifugato il “problema” ai limiti della mia vita. Finché un giorno gli eventi hanno deciso per me e non ce l’ho fatta più a fuggire. I miei sono stati co-protagonisti di questa rivoluzione, ed hanno sofferto con me (anche se in modo diverso e per cose differenti). Col tempo ho imparato a
sentire la mia diversità non come un peso ma come un dono, una possibilità che mi era stata offerta: non sapevo ancora bene per quale finalità,  però era necessario un mio sì incondizionato per viverla pienamente. Il sì incondizionato consisté nell’imparare a non aver paura dell’amore che provavo per una persona del mio stesso sesso. Nel comprendere che c’è una dignità profonda ed un mistero insondabile nella parola amore che, quando è vissuto con tutta l’anima e con tutte le forze, non può essere una cosa malvagia. E mi ha fatto col tempo riscoprire quel Dio che nella sofferenza avevo più volte maledetto (perché io? urlavo, perché io?).
Scoprendo in fondo che forse era venuto a liberarmi dalla prigione che io stesso mi ero costruito.
Sono sempre più convinto infatti che Cristo sia morto una volta sola per liberare tutti dal peccato che ci portiamo dentro: quindi non tanto dal male di un diavolo che mi tenta, ma di me che penso di saper quale sia il mio bene… e mi convinco spesso ottusamente, per paura o per orgoglio, che la vita sia mia, e ne decido io, costi quel che costi…

Non siamo soli. Ho sentito che qualcosa di importante, di bello e di puro a iniziato a passare dagli uni agli altri, reciprocamente. Io ho scoperto tanta semplicità, generosità, buon senso e profondità che non credevo di avere intorno. Gli altri mi hanno conosciuto come uomo nella mia interezza, e forse hanno cominciato a capire che non c’è niente da avere paura. Siamo tutti fuori dal recinto, tutti in marcia da varie direzioni, tutti in cerca della verità. L’unico punto fermo è il punto d’arrivo, il riferimento, la nostra “stella polare” come recita un bel canto : il nostro maestro di vita, il buon pastore, il Signore Gesù.

Cristiano Culicchi (vedi anche: https://danielatuscano.wordpress.com/2006/03/20/amicizia-e-fedelta-daniela-tuscano-e-cristiano-culicchi/  https://danielatuscano.wordpress.com/2006/11/26/amicizia-e-famiglia-daniela-tuscano-daniele-quattrocchi-e-stefania-travagin-3/ , https://danielatuscano.wordpress.com/2007/01/18/cecita-e-tristezza/)

8 gennaio 2007 at 10:50 3 commenti

LA CONVIVIALITA’ DELLE DIFFERENZE… A TAVOLA!

Molto spesso intendiamo il mettersi a tavola come momento che va oltre il nutrimento stretto, che può diventare una bella mensa conviviale. Con la scusa del cibo ci si può incontrare dopo tanto tempo, si può chiacchierare amabilmente, gustando cibi prelibati. Siamo appena usciti da pranzi luculliani, dove il mangiare è stato “il” rito ufficiale delle feste natalizie. Ingurgitiamo molto spesso senza riflettere e pensare a ciò che mangiamo. Ma il Natale avrebbe dovuto anche essere la convivialità e l’agape fraterna tra parenti, amici… ma anche invitando alla nostra tavola persone sole, depresse, introverse, problematiche, contemplando anche i vicini di casa, tenendo sempre la porta aperta.

Giotto, Le nozze di Cana, Padova, Cappella degli Scrovegni

Dunque cibo come occasione di socializzazione, consumato con gli altri membri della famiglia o del gruppo, come momento di aggregazione e di scambio di notizie e di emozioni, non introdotto da soli oppure con l’attenzione rivolta non a quello che si mangia, ma ad uno schermo che sta davanti a noi sia esso computer o televisione.Perché non è solo importante COSA si mangia ma COME si mangia.

Aggiungi un posto a tavola in nome della pace

20_tavolona.jpgCena di Natale 2006 al Centro umanista “Il Fannullone”, Monza (Mi)

Ed allora cerchiamo di riflettere insieme sul valore del cibo. Per esempio: può il cibo essere veicolo di pace? E’ possibile costruire un “menù per la pace”? Si può promuovere una sorta di “paniere” di prodotti e piatti tipici delle varie comunità umane che sono in conflitto tra loro?

Un esempio? Gli organizzatori di “Torino Spiritualità”, una rassegna legata alle religioni, assieme a Slow Food del Piemonte e Valle d’Aosta si sono inventati “Food for Peace”, con lo scopo di “mostrare l’assurdità della guerra e del conflitto – essi dicono – proprio a partire da una riflessione sul cibo”. Perché, affermano i promotori del progetto, “in tutte le società il modo di mangiare è un importante segno per differenziarsi tra individui, regioni e religioni, ma per fortuna, frequentemente, sono le analogie a prevalere sulle differenze e pertanto accade che anche le popolazioni in conflitto abbiano abitudini alimentari piuttosto simili”.

In quella occasione era stata messa in vendita a un prezzo simbolico una pietanziera (il baracchino della cultura operaia) contenente cibi comuni a diversi paesi del medio Oriente. Tra questi anche un piatto che ha unito cibi provenienti da due culture che oggi sono in conflitto: quella arabo-palestinese e quella israeliana: si sono dunque assaggiati falafel, polpettine di ceci e fave; tabulé, insalata fredda di burghul e Baba ghanoush, una crema di melanzane.

Inoltre erano stati coinvolti una decina di ristoranti della città di Torino che per il periodo della manifestazione hanno proposto un menù che hanno chiamato “Il sapore della pace” creato unendo gusti e sapori anche distanti tra loro, incrociando cibi apparentemente inconciliabili che, nel mescolarsi, hanno ritrovato la loro armonia ed equilibrio.

Il cibo dunque come metafora del significato della pace che contiene in sé punti di vista diversi che vengono armonizzati tra loro senza perderne ed annullarne le identità: tali abbinamenti opposti oggi non vogliono più solo rappresentare l’aspetto salutistico “ma prettamente di piacere fino a ritrovarsi nella ricerca di coniugazioni possibili quali nuove ed originali esperienze culturali”.

Chefs for Peace

Cinque grandi cuochi arabi ed ebrei, “uniti dall’amore del cibo al di sopra di ogni colore politico o accento religioso”, dice Carlo Petrini presidente di Slowfood internazionale, si sono ritrovati ai fornelli della cucina per la preparazione di cibi e ricette come il pollo musaknan con salsa tapina e frittelle con semi. In questa associazione, nata nel 2001, troviamo il palestinese cristiano, l’ebreo iracheno, il turco… Insieme operano in cucina condividendo esperienze, idee e conoscenze per costruire, fuori dai riflettori della notorietà, il dialogo e la pace.

Un esempio in carne ed ossa è rappresentato da Moshe Basson (a sinistra), cuoco israeliano di origine irachena che ha lavorato per molti anni a Gerusalemme in un ristorante tra i più rinomati della capitale e specializzato in cucina biblica (la zuppa di lenticchie, per esempio, la associa al libro della Genesi 24, 34). In seguito ha aperto un ristorante dove si serve cibo a chi è meno fortunato, cioè colui che non è ricco, ma vuole mangiare con dignità, dove i clienti lasciano sul tavolo la somma che riescono a mettere secondo le loro possibilità. Ora Moshe ha avuto un’altra idea: aprire una fattoria didattica dove i ragazzi possano conoscere e coltivare direttamente le colture nei campi che poi aiuteranno a cucinare direttamente le colture nei campi che poi aiuteranno a cucinare e mangeranno, mentre i clienti saranno anziani non abbienti che potranno pagare i loro pasti mettendo a disposizione il loro tempo libero e le loro conoscenze. Un luogo cioè dove vecchie e nuove generazioni si incontreranno e dove queste ultime metteranno a disposizione dei bimbi e dei giovani la loro esperienza.

Non mancano poi riferimenti al cibo ed all’alimentazione, tavole rotonde, convegni e conferenze spesso collegate a temi quali guerra e pace, dialogo interreligioso e globalizzazione, con riferimento ai Paesi dove le popolazioni sono sottoalimentate a causa di conflitti più o meno permanenti.

“Sono venti anni che giro in paesi in conflitto – dice Phil Rees, giornalista della BBC che abbiamo incontrato ad ottobre a Terra Madre a Torino. Il mio libro A cena con i terroristi è provocatorio, ma voglio far capire che attraverso il cibo si capiscono culture diverse. Il cibo è un mezzo per capire le differenze”.

La guerra toglie il cibo

 

In Cambogia, durante la dittatura degli Khmer rossi, tutti i campi erano minati. Erano impossibili quindi tutte le coltivazioni, compresa quella del riso, alimento base della popolazione locale. Lo stesso vale per l’Afghanistan: con i russi, i frutteti avevano bisogno di acqua, ma i canali erano stati coperti e i frutteti erano abbandonati. Ora con la “liberazione” la situazione non è migliorata. Adesso sentiamo da chi ha vissuto in questi Paesi cosa significa l’assenza di cibo in guerra.

In quell’incontro il libanese Kamal ci ha parlato della guerra che ha vissuto in prima persona: “La prima cosa che tutti facevano era immagazzinare cibo, non si comprava benzina, ma si cercava cibo. Il cibo unisce tutti noi, qui a questo tavolo. Parliamo lingue diverse, ma tutti noi ci cibiamo. E’ il cibo che ci lega. Abbiamo lanciato il progetto Make food not war (www.makefoodnotwar.org)”.

E gli ha fatto eco Nassir, afgano, coltivatore di uvetta a Herat, dicendo che “l’impatto del conflitto sulle produzioni alimentari è nefasto. Le popolazioni migrano, le mine uccidono e rendono incoltivabile il terreno. In Afghanistan ci sono 8 milioni di mine, sparse in campi e pascoli, è questi che rende affamato il mio popolo. L’UNDP ha collocato l’Afghanistan al 171° posto si 173 paesi. Il 40% dei villaggi è distrutto. Il 4% della popolazione è disabile e non può quindi lavorare il poco terreno coltivabile in Afghanistan. L’insicurezza del cibo dura anche dopo il conflitto e aggiunge dolore a quello già presente per i ricordi della guerra. Occorre la pace, il rilancio dei mercati, non rifugiati che fuggono”.

Perdita di identità culturale anche nel cibo?

Oggi assistiamo sempre più ad una globalizzazione del cibo acquisendo modelli alimentari e culturali “alla moda”, espressioe di civiltà attualmente dominanti, in particolare quelle nord occidentali (si veda, ad esempio, il cibo omologato che importiamo dall’America tipo i Mc Donald’s). In questa maniera non ci alimentiamo più secondo le tradizioni e le opportunità della nostra terra: la valorizzazione del cibo semplice e delle tradizioni contadine e montanare sono pressoché scomparse.

Di conseguenza i cibi dei ricchi occidentali e della cosiddetta “modernità” (sempre più spesso ricchi in proteine e grassi di tipo animale) ci creano grossi problemi di salute e le patologie tipiche della civiltà occidentale quali l’obesità, il diabete, l’ipertensione, i tumori del tratto gastrointestinale aumentano. L’uomo occidentale, con i propri scorretti modelli di comportamento alimentare, porta con sé tutte le contraddizioni e gli eccessi della propria società.

Nei piatti tipici di una vita contadina, piatti fatti con cibi apparentemente semplici e cosiddetti “poveri”, c’era e c’è un nutrimento spesso ricco in fibre alimentari, vitamine e sali minerali, purtroppo persi nella alimentazione “moderna”: inconsciamente viene attuata la complementarietà tra i vari composti in modo che la somma dei vari nutrienti formi un piatto perfettamente adeguato alle esigenze nutrizionali ed organolettiche. Un esempio? La classica pasta e fagioli, riso e ceci, legumi e cereali, un’associazione formidabile perché completa: da un punto di vista nutrizionale, un buon piatto di pasta e ceci vale esattamente come un piatto di filetto.

E il cibo non è solo contentuo nutrizionale, ma anche ricupero di tempi di preparazione, di cottura più lenta e consapevole, non semplicemente di alimenti precotti riscaldati frettolosamente con il forno a microonde.

Davide Pelanda (“Tempi di Fraternità” – Vedi anche https://danielatuscano.wordpress.com/2006/11/23/acqua-fonte-di-vita-o-di-guadagno/ e https://danielatuscano.wordpress.com/2006/11/13/realta-senza-dio-oggi/ )

1 gennaio 2007 at 11:30 16 commenti

IL SORRISO CHE DISARMA

Non ho chiesto nulla di particolare a questo 2007. Trovo un po’ ridicoli, e molto ipocriti, i “propositi” di inizio anno, che regolarmente finiscono per essere disattesi. Non ho chiesto nulla, se non una continuità, che per me è rappresentata da un sorriso. Quel sorriso che disarma, quel sorriso primigenio racchiuso in una mano, in un piccolissimo corpo. Saper sorridere dei piccoli/grandi miracoli dell’esistenza infonde un calor di vita potente, una voglia di andare avanti e, al tempo stesso, una calma tranquilla. No, non ce la faranno. Non riusciranno a distruggere il pianeta, non riusciranno a trasformarci in sanguinari pistoleri, non riusciranno a farci odiare il vicino e l’extracomunitario. Non ci toglieranno l’anima, non arriveranno a disumanizzare la Terra.

Non ce la faranno fin quando verranno disarmati dal semplice sorriso di un uomo nuovo che si affaccia, per la prima e irripetibile volta, al mondo meraviglioso.

Daniela Tuscano

 Budda stava parlando con alcune persone e disse: Budda :  “Se un uomo mi danneggia, gli renderò il mio affetto; quanto maggiore sarà il danno tanta più bontà avrà da parte mia; il profumo della bontà arriva sempre a me e l’aria del male va verso di lui”.

Quindi un uomo che si trovava lì gli disse:

Uomo: ”Sono tutte sciocchezze”.

Budda: “Se un uomo rifiuta un regalo indirizzato a lui, dunque a chi apparterra’ questo regalo?”

Uomo: “In questo caso resterà in mano di chi lo ha offerto”.

Budda:”Bene, ti sei burlato di me, però io rifiuto ciò che mi dai e ti prego di tenerlo per te. Dunque ti domando: non sarà questo una fonte di miseria per te?

L’uomo non rispose ed il Budda continuò:

Budda: “Un uomo perverso che offende uno virtuoso è come uno che guarda il cielo e gli sputa; la saliva non insudicia il cielo, ma al contrario torna e macchia la persona stessa.”

L’uomo violento è come uno che getta terra ad un altro quando ha il vento contro; la terra non fa altro che tornare a chi l’ha gettata. Chi desidera dare qualcosa che vuole per sé stesso ottiene quello che è per lui”.

1 gennaio 2007 at 10:20 6 commenti

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