SEMPLICITA’

7 febbraio 2007 at 9:03 13 commenti

Tranne che per le persone deboli o anziane, o in diversa misura a rischio, sono sempre stata contraria alla vaccinazione anti-influenzale. Questo volerci evitare qualsivoglia, non dico sofferenza, ma impedimento, momentanea difficoltà, intoppo, tradisce non soltanto una grande fragilità, ma ingenera il sospetto d’una carità pelosa. Ci vogliono sempre “sani”, nel senso di efficienti, produttivi, dinamici; sennò siamo “merce a perdere”, avariata.

E allora ben venga ogni tanto, com’è accaduto a me, anche un riposo forzato. Un “sano” febbrone stagionale. Il momento di ascoltare, anzi di auscultare un poco anche sé stessi e i propri naturali ritmi. E se tendiamo l’orecchio, dall’unico sparuto albero di fronte alla nostra casa ci accorgeremo di sentir cinguettare un uccellino.

Dal blog di Gianluca Aiello traggo il disegno qui sotto e l’intervento che vi sottopongo http://aiellogianluca.wordpress.com/2007/02/05/nel-boschetto/:

 

Alberi rossi e parlanti, rami come mani accoglienti, gnomi e farfalle, arcobaleni nel cielo blu: un paesaggio musicale, Lucy In The Sky With Diamonds. E il bello è che questo paesaggio esiste, solo che noi non ce ne accorgiamo, perché nella frenesia abbiamo perso l’innocenza e la semplicità. Solo i bambini possono accedervi. Dovremmo metterci umilmente alla loro sequela.

Daniela Tuscano (poi pubblicato nel numero di marzo di “Tempi di Fraternità” )

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Entry filed under: chi trova un amico..., frammenti, semi di speranza.

I PASCAROLESI: NOI NON DISCRIMINIAMO NESSUNO! NEL SANGUE

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  • 1. davide  |  7 febbraio 2007 alle 9:34

    carissima, grazie mille! Lo mettiamo sul giornale ricordando che il 19 febbraio che verrà è la giornata mondiale della lentezza. spero tu sia guarita! ciao e buona giornata!! davide

    19 febbraio 2007

    Giornata Mondiale della Lentezza

    Rallentare per vivere meglio e gustare la vita, il lavoro, i rapporti
    umani.

    “La giornata è dedicata a quanti hanno la prepotente sensazione che il mondo giri troppo in fretta per rimanervi in equilibrio; un equilibrio che diventa sempre più precario per chi vive e lavora nelle nostre città, assecondando tempi tiranni con sforzi disumani”, dichiara Bruno Contigiani, presidente dell’Associazione L’Arte del Vivere con Lentezza.

    “Non è necessario fermare il mondo e cercare di scendere: rallentare e riappropriarci del nostro tempo è possibile partendo da gesti anche piccolissimi del quotidiano, cosa che proponiamo di iniziare a fare dal prossimo 19 febbraio alle persone che riconoscono nell’affanno la regola delle proprie giornate”.

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  • 2. Massimo Trapani  |  7 febbraio 2007 alle 11:40

    Abbiamo perso il tempo, ce l’ha rubato la fretta di arrivare al traguardo, ma quale traguardo ? di quale corsa ?
    Ricordo da ragazzino d’inverno mi divertivo a impiastricciare i vetri pieni di brina con ghirigori e disegni vari, avevo in questa piccola cosa, in questo gioco povero una distrazione dal resto del mondo, eppure, adesso che mio figlio fa’ la stessa cosa mi sono trovato a rimproverarlo perche’ perdeva tempo !
    Il risultato e’ che lui ha calato il suo collo verso il tavolo, i quaderni, le formule matematiche ma con tristezza e senza entusiasmo, io successivamente mi sono trovato a piangere per questa mia mancanza di sensibilita’, come mi sono ridotto anch’io, come sono anch’io vittima e carnefice di questa corsa senza senso.
    Riappropiamoci dei nostri spazi, del nostro umano bisogno di evitare l’affanno continuo, del rispetto per loro piccole risorse del domani che vorremmo gia’ piccoli uomini e piccole donne con le risposte pronte, con il domani gia’ tra le loro mani.
    Un giorno, come capitera’ a tutti la lunga ombra calera’ su di me e solo allora riusciro’ a capire bene cosa ho perso, cosa ho regalato alla futile ricerca del successo, calpestando il vero vivere, il vero senso del tutto, dell’essere stato qui, ma allora sara’ troppo tardi.
    Strano come questo argomento trattato mi metta tanta ansia e tanta tristezza, come se mi avesse aperto gli occhi su una parte grande della mia vita che e’ passata cosi’ in fretta da non essermi accorto che trascorresse, strano come sento arrivare dal cuore lacrime che vorrebbero annegare gli errori, ma gli errori non annegano mai, c’e’ solo una cosa da fare, da oggi, riappropiarsi della propria vita, imparare e insegnare anche a loro futuro che cresce un’abbraccio, lo stare fermi ad osservare un cielo, un’albero, un quadro, l’universo attorno a noi, riempirsene gli occhi e l’anima, perche’ solo cosi’ riusciremo veramente a crescere e a far crescere non macchine da produzione e fatturato, ma veri uomini e vere donne. Grazie Daniela per l’argomento trattato, tra i piu’ interessanti fin’ora.

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  • 3. cristiano  |  7 febbraio 2007 alle 12:04

    Cara Dani

    benché anch’io sia un tipo “sportivo”, capace di corse e decisioni lampo, rimango affascinato ed adoro il tempo lento. Sono nell’intimo un uomo lento. La mia immagine simbolo è l’onda lunga. CRedo che la lentezza vada a braccetto con prudenza e temperanza. Sono le basi su cui fondare una saggezza aperta ed accogliente. Esattamente come quella che ho trovato nelle pagine del libro “Mon Dieu pourquoi?” dell’Abbé Pierre. Ti abbraccio e ti auguro di guarire presto, ricordandoti però di questa bella riscoperta che la malattia ti ha fatto fare.

    Un Bacio

    CRi

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  • 4. bangiu  |  7 febbraio 2007 alle 12:29

    Ciao! Sono Bangiu, cioè Giulia Boschetto, la “mamma” di questo disegno, e del BoScHeTTo, il blog da cui è tratto (e che Gianluca mi sta aiutando t-a-n-t-i-s-s-i-m-o a far conoscere! :D).
    Vi invito a visitarlo.
    L’ho creato per ricordare a me, e a tutti i “grandi”, che siamo stati tutti bambini, e che possiamo ricordarcelo ogni giorno. Basta fermarsi un istante e riscoprire le piccole magie nascoste negli oggetti più semplici, anche in un pezzo di pane…Il BoScHeTTo è il luogo dove ogni giorno con un ricordo, un indovinello o una piccola storia cerco di aiutare me e tutti a non perdere il bambino che siamo stati e che adesso vive in noi.

    E a dirla proprio tutta, il blog è nato per un esame all’università (che darò il 23 febbraio! Aiuto aiuto!), dove tra le altre cose il prof valuterà anche il numero di visite e di fidelizzazione di pubblico che riuscirò a raggiungere.

    Ma il BoScHeTTo rispecchia COSì TANTO ciò in cui credo, e ciò per cui spero un giorno di poter lavorare, che continuerà, e (spero) crescerà, anche dopo quell’esame!

    GRAZIE DI CUORE e, se volete, vi aspetto!

    Giulia Boschetto

    Rispondi
  • 5. danielebausi  |  7 febbraio 2007 alle 12:31

    SEDUTO SULLA SPONDA DEL FIUME GUARDAVO LA MIA VITA ROTOLARE A VALLE

    Come un canto notturno; come danze intorno ai falò dei primi uomini o degli aborigeni, questo è ciò che vedo del mio futuro, o del mio passato. O anche del mio presente.
    E’ come se tutto stesse correndo così velocemente da non avere neanche il tempo di fermarlo, di afferrarlo e di rendermi conto di ciò che ho.
    Tutto scorre, rotola e fugge via scivolando dal pugno chiuso come sabbia, che quando riapri la mano ti accorgi che non è rimasto niente.
    Così un momento prima mi sento soddisfatto e un attimo dopo credo che non sia abbastanza.
    Forse vorrei riuscire a fermarmi un po’ di più sugli eventi della mia vita, assaporarne di più il gusto, dolce o amaro che sia, rendermi conto se quello che faccio è giusto o sbagliato; capire se ciò è bene o male.
    La vita adesso è come un viaggio in metrò. Tutto di fretta e un vieni e vai di gente che sale e scende, che occupa un posto dentro di te ma non riesci a capire se queste persone sono davvero importanti nella tua vita o sono solo di passaggio.
    Tra poco avrò quarantadue anni e non so se sono cresciuto oppure rimasto fermo sulla porta della crescita, ad aspettare l’azzurro del mio futuro. Mi vedo passare i giorni ad una velocità che non mi sembra reale. Quando mi fermo un attimo a mettere a fuoco i dettagli, ecco che il nuovo mi divora e così lasci indietro il pensiero precedente e ti butti in quello attuale, ma allo stesso tempo è già pronto al nastro di partenza qualcos’altro che ti coinvolgerà.
    Ecco perché a volte mi chiedo se davvero sto vivendo oppure svolgo un servizio, un lavoro, un qualcosa privo del nucleo che brucia e che una volta finito viene riposto sulla mensola e stop.
    Mi piace occuparmi dei bambini in ospedale; mi piacciono i loro sorrisi, mi piace essere disponibile con loro, accettare le loro sfide e competere, ma anche questo è così breve da sembrare un sogno che al mattino ricordi solo qualche passaggio; e quando mi fermo a raccogliere i pensieri di ciò che ho appena fatto, cercando di coglierne i lati positivi per metabolizzarne l’esperienza, ecco che vola via come una bolla di sapone nel vento perché subito qualcos’altro ti assale e ti coinvolge.
    Mi da gioia sapere di avere un figlio adottato a distanza in Nepal e che un giorno spero di fare un viaggio per andare a trovarlo. Questo è un po’ del futuro che fortemente tento di tenere aggrappato alla riva. Ma non è palpabile, non lo vedo crescere se non nelle fotografie che due volte l’anno mi arrivano e accostandole l’una all’altra mi fanno vedere i cambiamenti.
    Mi da serenità giocare a pallavolo con i miei amici, uscire a cena e andare al cinema e a teatro.
    Andare in vacanza, contemplare montagne e camminare a piedi nudi sulla sabbia umida e fresca del mattino.
    Ma nonostante tutto questo, ho come l’impressione che siano davvero tanti palloncini colorati che uno ad uno volano via in un infinito che non ci è dato sapere. E’ come se il tempo non mi bastasse e io vorrei ricordare e fermarlo.
    Srotolo i pensieri nelle miriadi di foto che faccio e ascolto ciò che ognuna di esse ha da raccontarmi ma riposta la prima ecco che l’hai già accantonata e dimenticata per dare spazio a quella nuova, troppo frettolosamente.
    Solo il dolore e la sofferenza rimangano attaccati come sanguisughe a lacerarti il cuore e restano invano i tentativi di cacciarli via con altre emozioni perché nella solitudine del tuo letto, al buio, inevitabilmente riaffiorano e riprendono vita.
    A volte mi chiedo se ne vale davvero la pena darsi tanto da fare per regalare un emozione in più, quando a te non la regala nessuno, nel tuo cuore non rimane niente perché troppo superficialmente ti è stato dato.
    Ma il vero senso della vita qual è?
    Io un senso ho cercato di darglielo; nella scelta di dedicarmi agli altri; ma l’ho fatto per amore o per riempire un vuoto?
    Qualcuno mi ha detto che faccio questo perché non ho nessuno accanto a me; nessuna persona da dare la buonanotte la sera quando vado a letto e nessuna da dare il buongiorno alla mattina. Che quell’abbraccio io l’ho sostituito con quello del piumone e che ricambio con i cuscini.
    Sono arrivato anche a maledire la mia omosessualità ma anche mi spaventa. Io non mi vedo con moglie e figli a fare la giratina in auto la domenica pomeriggio. Lo odiavo anche quando ero bambino e lo facevo con i miei genitori e ancora di omosessualità neanche sapevo dell’esistenza.
    Ho odiato il mio corpo che non mi ha aiutato ad essere merce di attenzione in una comunità dove l’immagine è prima cosa; che mi avrebbe aiutato ad essere cercato e amato; usato e poi lasciato.
    Perché in fondo è così: si ama l’immagine e non la sostanza ma la sostanza arriva dopo l’immagine e così resti solo.
    No, non è questo che voglio; lo dico solo perché mi dispiace vedere che tutto questo è relegato alla superficialità, allora ringrazio Dio per non essere così.
    Ci sono ancora tante domande da farmi; tanti dubbi da dissipare, tante strade da percorrere e sentieri da esplorare; spero di poterle fare ancora con l’aiuto di Dio, perché, se ho una certezza, è quella che se Dio ha voluto così per me, io non posso far altro che rendergli grazie perché, come ho scritto in altre occasioni, non esiste gioia più grande che far sorridere un bambino.

    Rispondi
  • 6. Gianluca  |  7 febbraio 2007 alle 12:40

    Daniela, per la figura devi ringraziare il blog di Giulia che si intitola proprio “Nel Boschetto”.
    Giulia nel suo blog parla anche di semplicità e di ritornare bambini.

    Sul tema “slow life” concordo con te: dobbiamo riuscire a riassaporare i momenti lenti. Quando faccio colazione con la mia bella tazza di latte, il miele e tanti biscotti cerco di rallentare e assaporare il momento più dolce della giornata.

    Gianluca

    Rispondi
  • 7. Angelo azzurro  |  7 febbraio 2007 alle 18:14

    Approfitto di questo post dedicato alla lentezza e alla semplicita’ per rimproverare simpaticamente Daniela, teso’ non e’ che non mi importi il tuo blog, e’ che non sempre sono a casa a volte mi leggi chiacchierare sul forum dal lavoro, quindi di corsa, poi quando sono a casa non sempre sono nelle condizioni di darti delle risposte sensate ai tuoi interessanti argomenti.
    Ma credimi, sono entrato parecchie volte qui per leggere sia te che le risposte degli altri. Beh questo volevo dirti, un bacione Angelo :.)

    Rispondi
  • 8. danielatuscano  |  8 febbraio 2007 alle 8:43

    Daniele: tu scrivi sempre delle cose spettacolari, sul tuo blog mi è piaciuto un sacco anche quel racconto intitolato Roberto, però cavoli, ci vorrebbe una tesi di laurea per commentarti! 😀 Perché non ti proponi anche a Giulia? Non so se tutto quanto scrivi sia adatto, ma una parte sicuramente lo è. Provaci, tentar non nuoce.

    Gianluca: sì, è stata Giulia stessa a informarmi che il disegno era suo. Ho visto pure che mi ha messa nei link amici (e io ho fatto altrettanto con lei), colgo l’occasione per dirle anche da qui che presto verrò a farle visita.

    Angelo: comprendo gli impegni, ci mancherebbe, l’equivoco era nato solo perché ti avevo mandato un paio di mp cui non avevi risposto. Qui sei sempre il benvenuto, sia per partecipare, sia soltanto per leggere. Ti avverto soltanto che nell’altro forum non mi troverai più perché ho deciso di staccare, ma non è un problema: oltre a questa mia “oasi” io scrivo da moltissime parti e ci ritroviamo senz’altro… 😉

    Rispondi
  • 9. iperio  |  8 febbraio 2007 alle 12:07

    molto bello il tuo blog, davvero pieno di CONTENUTI VALIDI E INTERESSANTI, e carente di superficialità e banalità.
    complimenti!

    Rispondi
  • 10. paolo  |  8 febbraio 2007 alle 16:42

    Semplicità virtù da riscoprire. Essere semplici non è così semplice…

    La semplicità è la virtù della persona che è priva di artificio e affettazione, che non finge e non è preoccupata della propria immagine o della propria reputazione, che non è mossa da calcolo, è trasparente e naturale. Ma per viverla bisogna tornare all’essenziale, semplificando tanti aspetti della propria vita.

    La vita moderna, società di spettacolo e di consumo, segnata dalla complessità e dall’abbondanza, fa sentire forse in modo più acuto il bisogno di ritorno all’essenziale, di riduzione della complessità, di semplificazione della vita stessa: nell’organizzazione della nostra esistenza, nei rapporti interpersonali, nel nostro modo di pensare e considerare la realtà. Sembra inoltre che di maggior semplicità si senta il bisogno anche quando si leggono le analisi, spesso acute e dettagliate, sui vari aspetti della vita religiosa, oggi, e si ipotizzano proposte per far fronte ai problemi del momento… In fondo, gli istituti religiosi dove le cose funzionano bene si assomigliano un po’ tutti (mentre le situazioni di crisi presentano ciascuna una propria specificità), la vita di consacrazione autentica è in realtà qualcosa di semplice e ciò fa apparire non necessario riproporre ogni volta elaborate sintesi teologiche e approfonditi richiami dottrinali. La stessa vita cristiana, in definitiva, è qualcosa di semplice sia nella sua formulazione che nella traduzione pratica, come sottolinea spesso Benedetto XVI, il quale ci ricorda anche che «il segno di Dio è la semplicità».1

    LA PERSONA SEMPLICE

    Volendo descrivere la semplicità, si può affermare che essa si riscontra nella persona che è priva di artificio e affettazione, che non finge e non è preoccupata della propria immagine o della propria reputazione, che non è mossa da calcolo, è trasparente e naturale. Semplicità è oblìo di sé, autenticità, distacco, serenità, modestia; suoi opposti sono il narcisismo, la presunzione, il sussiego, il fasto, lo snobismo, l’artificio, la doppiezza, la complessità. La semplicità è quiete contro inquietudine, leggerezza contro gravità, spontaneità contro riflessione. «La semplicità non è una virtù che si aggiunge all’esistenza. È l’esistenza stessa, in quanto nulla vi si aggiunge. Sicché è la più lieve delle virtù, la più trasparente, e la più rara. È il contrario della letteratura: è la vita senza discorsi e senza menzogne, senza esagerazione, senza magniloquenza. È la vita insignificante, e la vera».2

    Parlando di semplicità si affaccia spontaneamente alla mente l’immagine del bambino: egli si presenta come una persona ridotta alla sua espressione più semplice, è la vita senza menzogne o esagerazioni, è libertà e leggerezza, è incuranza, è immediatezza. J. Guitton parla della semplicità – pur non citandola espressamente – quando, in un’immaginaria Lettera a un bimbo piccolo, così si rivolge a lui: «I grandi ti insegneranno lo sforzo. Tu insegnerai loro l’atto dell’abbandono che si chiama grazia. Noi ti daremo le regole. Tu, in cambio, ci darai la tua fantasia, la tua innocenza. Ti imponiamo la nostra gravità, tu ci insegni l’allegria. Ti spieghiamo che tutto è più difficile di quanto tu creda. E tu insegni alle nostre fronti già coperte di rughe che tutto è più facile di quanto non si fosse creduto!».3

    SEMPLICITÀ E VITA CRISTIANA

    Nella prospettiva della vita cristiana, la semplicità – che è sinonimo di verità, abbandono, umiltà, spirito di infanzia – esprime un atteggiamento fondamentale di chiunque voglia essere fedele al Vangelo. La semplicità, infatti, appare un tratto caratteristico e originale di Gesù: nelle parole, nei gesti, nel suo stile di vita. Per questo, ogni virtù cristiana, senza di essa, mancherebbe dell’essenziale: cosa vale una carità ostentata, un’umiltà ricercata, un coraggio soltanto dimostrativo, una povertà scelta per protesta?

    Semplicità e spirito di infanzia si richiamano a vicenda; ciò spiega perché Gesù raccomanda di essere come i bambini,4 perché il loro è uno stato di abbandono, non sono presi dall’impazienza di crescere e di fare, non sono segnati dalla serietà del vivere. Sono l’immagine più eloquente e convincente di quell’atteggiamento evangelico descritto da Gesù quando dice: “Guardate gli uccelli del cielo… Osservate come crescono i gigli del campo…” (Mt 7,26-28).

    La semplicità peraltro non è certamente virtù infantile, è piuttosto infanzia ritrovata, riconquistata, frutto di dominio di sé e di progressiva liberazione dall’amor proprio, si impara poco alla volta, è frutto di ascesi, si alimenta costantemente alle fonti della parola di Dio e della vita dei santi. In quanto tratto eminentemente evangelico, essa traspare in ogni comportamento del cristiano e nella vita della Chiesa. Si può fare qualche esempio.

    La semplicità fa sì che la Chiesa, nel suo rapporto con il mondo, preferisca in tutto il vangelo agli artifici della politica umana e si presenti al mondo con quello stile sobrio, semplice, diretto, concentrato sull’essenziale che caratterizza in modo tanto evidente lo stile di papa Benedetto XVI. Questo papa si presenta come un cristiano dalla personalità accattivante, dotato di saggezza, semplicità, umanità; un uomo dal cuore grande, che è sempre pienamente se stesso, nella semplicità e gentilezza dei suoi atteggiamenti, nella serenità e mitezza che traspaiono dal suo volto.

    La semplicità dovrebbe trasparire nelle nostre liturgie, accompagnata a decoro e buon gusto, così da evitare pesantezze e oscurità nei riti, nelle parole, negli ornamenti delle chiese.

    La semplicità evangelica caratterizza uno stile di esercizio dell’autorità che rifugge dalle tattiche, dallo sfoggio di titoli e insegne, da ogni forma di privilegio, e si caratterizza per il tratto umile e di servizio.

    Anche il nostro parlare e i rapporti interpersonali guadagnano in autenticità quando sono ispirati a semplicità. Essa ci porta, infatti, a evitare ostentazioni di sentimenti che non si provano, forme di servilismo e piaggeria, la retorica vuota del discorso e il ricorso a espressioni linguistiche che suonano come frasi fatte e di moda,5 la falsa modestia che cela la compiacenza vanitosa. L’enfasi orna, complica: quando le parole non vengono dal cuore e rimbalzano come un’eco lontana, si impone autocontrollo e sobrietà.

    LA SEMPLICITÀ DERISA

    La semplicità non va confusa con l’ingenuità, la sprovvedutezza, la dabbenaggine, l’infantilismo. Ciò che impedisce che degeneri in simili atteggiamenti è il fatto che essa è sempre congiunta alla virtù della prudenza: questa fa sì che lo sguardo dell’uomo non si lasci ingannare dal sì o dal no della volontà, ma fa dipendere il sì o il no della volontà dalla verità, da come stanno veramente le cose,6 perché la realizzazione del bene presuppone la conoscenza e la valutazione obiettiva della realtà concreta.

    È facile immaginare che chiunque si presentasse non tanto come una persona semplice quanto piuttosto ingenua o sprovveduta sarebbe oggetto di derisione e compatimento, considerata alla stregua di chi non sa curare i propri interessi, è facilmente manipolabile, uno che non farà strada nella vita… Detto questo, però, occorre aggiungere che la persona genuinamente semplice – cioè colei che vive la semplicità secondo lo spirito evangelico – può comunque essere sottovalutata o guardata con una certa aria di sufficienza, quasi si tratti di un soggetto un po’ fuori moda e che non sta al passo con i tempi. D’altra parte, questo è sempre il destino di chi è autenticamente cristiano e segue l’esempio di Gesù “mite e umile di cuore”. In un mondo segnato dalla brama di potere, di successo, di affermazione – e a questo non sfugge a volte anche il mondo ecclesiastico – può dunque capitare che la semplicità sia poco apprezzata, guardata con diffidenza, ritenuta poco funzionale e, infine, anche più o meno apertamente derisa. Ecco allora che si tende a servirsi del proprio ruolo come di uno schermo dietro il quale proteggersi; si adotta uno stile allusivo, un dire e non dire, che non appare necessario né dettato dalla prudenza; si assume un atteggiamento reticente e un’aria di gravità come di chi è chiamato a svolgere un compito assai difficile e di grande responsabilità; ci si guarda dal manifestare i propri sentimenti per non esporsi alla critica o al pericolo di essere considerati dei deboli; alla comunicazione diretta con la persona interessata si preferisce l’informazione indiretta o generica; al parlare semplice e piano si preferisce il linguaggio ricercato e ad effetto.

    Merita di essere citata, a questo riguardo, una pagina di s. Gregorio Magno per rendersi conto di quanto essa sia sempre attuale. Nel suo Commento al libro di Giobbe, il santo sottolinea come venga derisa la semplicità di Giobbe. Scrive infatti: «Ma “viene derisa la semplicità del giusto” (Gb 12,4 volg.). La sapienza di questo mondo sta nel coprire con astuzia i propri sentimenti, nel velare il pensiero con le parole, nel mostrare vero il falso e falso il vero. Al contrario, la sapienza del giusto sta nel fuggire ogni finzione, nel manifestare con le parole il proprio pensiero, nell’amare il bene così com’è, nell’evitare la falsità, nel donare gratuitamente i propri beni, nel sopportare più volentieri il male che farlo, nel non cercare di vendicarsi delle ingiurie, nel ritenere un guadagno l’offesa subìta a causa della verità. Ma questa semplicità del giusto viene derisa, perché la purezza di intenzione è creduta stoltezza dai sapienti di questo mondo. Infatti tutto ciò che si fa con innocenza, è ritenuto da questi senz’altro una cosa stolta, e tutto ciò che la verità approva nell’agire, suona come sciocchezza per la sapienza di questo mondo”.7

    LA SEMPLICITÀ DEI SANTI

    Noi parliamo della semplicità, ma i santi l’hanno vissuta e testimoniata. Conviene, dunque, rivolgere a loro l’attenzione per comprenderla meglio e apprezzarla di più. Naturalmente, qui è possibile limitarsi soltanto a qualche esempio.

    San Francesco amò sempre e in modo particolarissimo la pura e santa semplicità in se stesso e negli altri. Tommaso da Celano ci ha lasciato una testimonianza significativa: «Il Santo praticava personalmente con cura particolare e amava negli altri la santa semplicità, figlia della grazia, vera sorella della sapienza, madre della giustizia. Non che approvasse ogni tipo di semplicità, ma quella soltanto che, contenta del suo Dio, disprezza tutto il resto.

    È quella che pone la sua gloria nel timore del Signore, e che non sa dire né fare il male. La semplicità che esamina se stessa e non condanna nel suo giudizio nessuno, che non desidera per sé alcuna carica, ma la ritiene dovuta e la attribuisce al migliore. Quella che non stimando un gran che le glorie della Grecia, preferisce l’agire all’imparare o all’insegnare. È la semplicità che in tutte le leggi divine lascia le tortuosità delle parole, gli ornamenti e gli orpelli, come pure le ostentazioni e le curiosità a chi vuole perdersi, e cerca non la scorza ma il midollo, non il guscio ma il nòcciolo, non molte cose ma il molto, il sommo e stabile Bene.

    È questa la semplicità che il Padre esigeva nei frati letterati e in quelli senza cultura, perché non la riteneva contraria alla sapienza, ma giustamente sua sorella germana, quantunque ritenesse che più facilmente possono acquistarla e praticarla coloro che sono poveri di scienza. Per questo, nelle Lodi che compose riguardo alle virtù, dice: “Ave, o regina sapienza. Il Signore ti salvi con la tua sorella, la pura santa semplicità”».8

    San Francesco di Sales, santo della dolcezza e della mitezza, in un suo Trattenimento con le suore della congregazione da lui fondata afferma che la semplicità «non si cura di quello che fanno o possono fare gli altri… Questa virtù ha molta affinità con l’umiltà… È solo l’amor proprio che ci fa guardare se quanto abbiamo detto è stato ricevuto bene o male: la santa semplicità invece non sta dietro alle sue parole e azioni; ma ne lascia la cura alla Divina Provvidenza, alla quale è essenzialmente affidata. Perciò va avanti rettamente per il suo cammino senza guardare né a destra né a sinistra».9 E poco più avanti il santo aggiunge: «Colui che è attento a piacere amorosamente all’Amante Divino, non ha il tempo per ritornare con affanno su se stesso: poiché l’anima sua tende continuamente dove l’attrae l’amore. Questo esercizio di abbandono continuo in Dio, nella sua semplicità, comprende eminentemente tutta la perfezione degli altri esercizi: e poiché la pratica di esso è gradita a Dio, dobbiamo usarlo di preferenza su tutte le altre pratiche».10

    L’abbandono alla volontà di Dio in santa semplicità segna tutta la vita di s. Teresa di Gesù bambino, come si può facilmente ricavare da ogni pagina della sua autobiografia. In una sua poesia, immagina che la Madonna si rivolga a una postulante dicendole che «la virtù che in te veder m’è caro – sovra ogni altra, è la semplicità»;11 quando poi un giorno sr. Agnese la invita a dire qualche parola edificante al medico della comunità, rispose: «Oh! Madre mia, questo non è il mio metodo… Io non amo che la semplicità; il contrario mi fa orrore».12

    Infine, non si può non citare papa Giovanni XXIII, il quale deve soprattutto alla sua bontà e semplicità il fascino che sempre ha esercitato su chi l’ha potuto incontrare e continua a esercitare su chi lo accosta attraverso i suoi scritti. «Per questo papa bastava avere dei concetti semplici, avere un sonno tranquillo, abbandonarsi al Signore come un bambino ed essere senza ambizioni e umile».13 Annota nel suo Il Giornale dell’anima: «l’essere semplice, senza pretesa alcuna, a me costa nulla. È una grande grazia che il Signore mi fa. Voglio continuare, ed esserne degno».14

    È difficile resistere al piacere di offrire un’ampia spigolatura di citazioni raccolte dai suoi scritti, dove egli richiama ed esalta la virtù della semplicità…; mi limito quindi a due sole citazioni.

    Durante il ritiro annuale nel novembre del 1948 faceva questa riflessione: «Più mi faccio maturo d’anni e di esperienze, e più riconosco che la via più sicura per la mia santificazione personale e per il miglior successo del mio servizio alla Santa Sede, resta lo sforzo vigilante di ridurre tutto, principii, indirizzi, posizioni, affari, al massimo di semplicità e di calma… Oh, la semplicità del Vangelo, del libro della Imitazione di Cristo, dei Fioretti di s. Francesco, delle pagine più squisite di s. Gregorio, nei Morali: “Deridetur justi simplicitas”, con quel che segue! Come sempre più gusto quelle pagine, e torno ad esse con diletto interiore! Tutti i sapienti del secolo, tutti i furbi della terra, anche quelli della diplomazia vaticana, che meschina figura fanno, posti nella luce di semplicità e di grazia che emana da questo grande e fondamentale insegnamento di Gesù e dei suoi santi! Questo è l’accorgimento più sicuro che confonde la sapienza del mondo, e si accorda ugualmente bene, anzi meglio, con garbo e con autentica signorilità, a ciò che vi è di più alto nell’ordine della scienza, anche della scienza umana e della vita sociale, in conformità alle esigenze di tempi, di luoghi e di circostanze. “Hoc est philosophiae culmen: simplicem esse cum prudentia”. Il pensiero è di san Giovanni Crisostomo, il mio grande patrono d’oriente. Signore Gesù, conservatemi il gusto e la pratica di questa semplicità che, tenendomi umile, mi avvicina di più al vostro spirito ed attira e salva le anime».15

    Ormai papa e vicino al compimento degli ottant’anni, scriveva questa pagina straordinaria, quasi sintesi di una saggezza accumulata con il trascorrere degli anni: «Comunemente si crede e si approva che il linguaggio anche familiare del papa sappia di mistero e di terrore circospetto. Invece è più conforme all’esempio di Gesù la semplicità più attraente, non disgiunta dalla prudenza dei savi e dei santi, che Dio aiuta. La semplicità può suscitare, non dico disprezzo, ma minor considerazione presso i saccenti. Poco importa dei saccenti, di cui non si deve tener calcolo alcuno, se possono infliggere qualche umiliazione di giudizio e di tratto: tutto torna a loro danno e confusione. Il “simplex, rectus et timens Deum” è sempre il più degno e il più forte. Naturalmente, sostenuto sempre da una prudenza saggia e graziosa. Quegli è semplice che non si vergogna di confessare il Vangelo anche in faccia agli uomini che non lo stimano se non come una debolezza e una fanciullaggine, e di confessarlo in tutte le sue parti, e in tutte le occasioni, e alla presenza di tutti; non si lascia ingannare o pregiudicare dal prossimo, né perde il sereno dell’animo suo per qualunque contegno che gli altri tengano con lui… La semplicità non ha nulla che contraddica alla prudenza, né viceversa. La semplicità è amore, la prudenza è pensiero. L’amore prega, l’intelligenza vigila. Vigilate et orate». Conciliazione perfetta. L’amore è come la colomba che geme, l’intelligenza operativa è come il serpente che non cade mai in terra, né urta, perché va tastando col suo capo tutte le ineguaglianze del suo cammino».16

    «Splendore di ciò che è semplice!», affermava Heidegger, anche se tutti siamo consapevoli che «non è così semplice essere semplice» (P. Reverdy). Eppure, «che cosa di più semplice della semplicità? Cosa di più leggero? È la virtù dei saggi e la saggezza dei santi».17

    Note:

    1 Benedetto XVI, Omelia della Messa di mezzanotte di Natale, 25 dicembre 2006.

    2 Comte-Sponville A., Piccolo trattato delle grandi virtù, Casa Editrice Corbaccio, Milano 1996, 174.

    3 GUITTON J, Lettere aperte, Mondadori, Milano 1995, 40.

    4 Mt 18,3.

    5 Anche nel campo ecclesiale si vanno diffondendo frasi fatte, luoghi comuni, slogan stantii: un campionario linguistico che viene ormai designato con il termine ecclesialese. Gli esempi abbondano: intercettare i bisogni, passaggi epocali, opzione preferenziale, ottica comunionale, atteggiamenti profetici, lasciarsi provocare dalle urgenze…

    6 Cf. Pieper J., Sulla Prudenza, Morcelliana, Brescia 1956.

    7 Cf. Liturgia delle Ore, seconda lettura del venerdì della ottava settimana del Tempo ordinario.

    8 Tommaso da Celano, “Vita seconda di s. Francesco d’Assisi”, in Fonti Francescane, Assisi 1977, n. 189.

    9 Francesco di Sales, Trattenimenti spirituali, Pia Società S. Paolo, Roma 1941, 217.

    10 Ibidem, 225.

    11 S. Teresa di Gesù bambino, Storia di un’anima, L.I.C.E., Torino 1943, 448.

    12 Ibidem, p. 328.

    13 Guitton J, Il libro della saggezza e delle virtù ritrovate, Piemme, Casale Monferrato 1999, 257.

    14 Giovanni XXIII, Il giornale dell’anima, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 1964, 284.

    15 Ibidem, pp. 275-276.

    16 Ibidem, pp. 314-315.

    17 Comte-Sponville A., Piccolo Trattato, 182.

    (articolo di Aldo Basso)

    Rispondi
  • 11. Marcello Marani  |  8 febbraio 2007 alle 22:18

    Dopo aver letto il link, e da edonista e fifone, che si vaccina ogni anno per sfuggire l’influenza, non penso che le malattie possano personalmente indurmi a pause di riflessione, dato che portano, dal mio punto di vista, fastidio, disagio e sofferenza, anche se si trattasse di un banale raffreddore.
    Quanto invece il considerare la persona umana come una macchina da lavoro, da rimettere in efficienza attraverso non solo periodiche manutenzioni ma addirittura ricorrendo ai ricambi dei trapianti, mi lascia alquanto sconcertato, perché, appunto, non si tratta di rispetto della persona umana, nel tentativo di alleviarne le sofferenze, ma solo di possibilità prolungarne lo sfruttamento.
    Per questo pur avendo lavorato sempre molto autonomamente ed in maniera abbastanza efficiente, se fossi un credente dovrei considerare il lavoro una condanna biblica, mentre da marxista, vorrei superare la concezione del lavoro come mezzo di soddisfacimento dei bisogni, per arrivare a considerarlo il primo bisogno dell’uomo, che liberato dallo sfruttamento e dalla schiavitù del lavoro salariato, e scegliendo il lavoro a seconda delle proprie aspirazioni e capacità, esprime se stesso proprio attraverso ciò che è in grado di produrre.
    E fortunatamente dopo un periodo di bottegaio, cui non ero affatto dotato, ripreso il lavoro della terra in qualità di giardiniere, ho riacquistato passione e soddisfazione per il lavoro che svolgevo, ed ancora oggi continuo a far qualcosa anche in quel campo.
    Quanto alla “Slow live”, sono totalmente d’accordo e l’applico adesso da pensionato quotidianamente, intanto essendomi trasferito da anni da Roma in un paesino della Provincia, dove la vita è per me “rallentata”, e pur continuando a tenermi in attività coltivando l’orto, la vigna ed il frutteto per uso familiare e allevando un po’ d’animali da cortile, ho ripreso il pieno possesso della mia vita essendo io a decidere le cose da fare ed i tempi per farle, senza fretta e senza eccessive angosce.
    Per questo mi piace ripetere che sono ridiventato padrone del mio orologio, mentre prima era l’orologio ad essere il mio padrone, scandendomi i tempi di quello che avrei dovuto o non dovuto fare, mentre ora sono io a decidere, dedicando più tempo per le letture ed i contatti umani
    E difatti di tanto in tanto vado a fare gite o viaggi sia solo che in comitiva, come ad esempio Sabato e Domenica prossima in Abruzzo per il carnevale a Francavilla e visite a paesi e località limitrofe, con un gruppo di anziani del nostro centro..

    Rispondi
  • 12. laura  |  11 febbraio 2007 alle 19:27

    Ciao Daniela…
    io mi vaccino ogni anno, proprio perché non mi piace fermarmi. Mi piace correre, e il tempo lo attraverso volando, sempre un po’ col fiato grosso, sempre un po’ rincorrendo o fuggendo qualcosa. La mia vita è così, ed è così che la voglio.
    Ci sono in ogni istante, ci sono al 100%, e ci sono correndo, o forse è l’istante che corre e io gli corro dietro.
    Quest’anno, nonostante il vaccino, mi sono ammalata due volte. E con tanto di febbrone da cavalli. Eppure ho corso anche allora, mentre il mio corpo stava fermo nel letto. Non sai quanti viaggi ho fatto, quanta gente ho sfiorato e quanto ho volato!
    Ho provato a fare un corso di yoga… io c’ero nell’attimo, ma ero anche sempre un po’ avanti. No, la staticità non fa per me.
    Corro perché sono fatta così. Forse ho paura di fermarmi? Non lo so. Ma so che per ora, almeno, non ne sento il bisogno.

    Rispondi
  • 13. cristiano  |  13 febbraio 2007 alle 15:16

    Voglio essere lento
    cadere come una
    foglia dal ramo
    ed impiegare tutto
    il tempo necessario
    a sentire la partenza del padre
    e la madre si avvicina

    CRi

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