LA VITA NUDA – II domenica di Quaresima (Gv 4, 5-42)

4 marzo 2007 at 20:00 12 commenti

Non ci sono dubbi, la Samaritana è, per antonomasia, una diversa. Lo è, prima di tutto, in quanto donna; ma anche perché straniera, eretica, indipendente. Fin troppo: Giovanni non manca di rimarcarlo, ha avuto cinque mariti, e quello con cui sta ora… non lo è. Oggi diremmo che vive in “coppia di fatto”.

 

L. Guazzoni, Cristo e la Samaritana, www.ilcaleidoscopio.it

Basterebbe uno solo di questi elementi per scandalizzare i devoti, atei o clericali (è lo stesso) di ogni tempo, latitudine e credo. La donna è l’eterna “altra”. I detentori dell’ordine, i custodi della moralità, gli universalisti a senso (e sesso) unico – quello maschile, s’intende – lo ripetono da sempre. La donna turba e disturba, e oggi ancor di più. Si deve velarla, imporle una minorità sia sociale sia spirituale, vietarle i sacri ministeri – il mese scorso un vescovo anglicano dell’Africa si è rifiutato di sedere alla stessa mensa con una “consorella” donna, e in seno a quella confessione non mancano voci che imputano all’ordinazione delle donne il tradimento delle Scritture e la causa prima della corruzione del clero -. I discepoli si meravigliavano che Gesù stesse a parlare con una donna. Con le donne non si parla, alle donne semmai si ordina, e poi che senso ha rivolgersi a un essere tanto alieno quanto inutile e pericoloso? Cosa può capire della Parola di Dio? Dio è maschio, onnipotente. Il sacerdote agisce in sua vece. La donna non conta, non esiste. “Cari fratelli…”, questo il saluto durante la Messa, e poco conta che, ormai, il numero dei “fratelli” durante la funzione sia veramente irrisorio.

E così quell’aiuto simile all’uomo diventa un oggetto, un possesso; peggio: s’interpreta questa subordinazione come volontà di Dio stesso. Del loro parziale, olimpico, sparuto e meschino dio minore.

Il Dio del possesso umano è aggressivo per la sua piccolezza. Teme e odia la donna e, in essa, lo straniero. Non occorrono esempi per dimostrare quanti pii cristiani contemporanei temano lo straniero che sbarca sulle loro coste, in cerca di un’esistenza appena più umana.

Lo straniero è anche l’eretico. Al Qaeda dichiara guerra innanzi tutto ai musulmani “irregolari”. Nessuno se ne occupa, perché, agli occhi occidentali, si tratta di lotta fra diversi; non è un problema. Lo diventa quando i bersagli sono gli occidentali stessi, e in particolare i loro affari, ben più prosaici della fede. E poi, qualcuno che teorizzi lo scontro di civiltà si trova sempre: a quel punto ci si può permettere anche di esportare la democrazia, la nostra logicamente, e se salta in aria qualche civile, pazienza. Tanto civile non può essere, visto da dove proviene.

Ma il sentimento dell’estraneità non risparmia nessuno. Nemmeno i “fratelli”. Gesù e la Samaritana sono “fratelli” quanto a origine, la loro reciproca diversità è soltanto nominale. Eppure appartengono a due popoli che, letteralmente, si detestano. Il tutto all’interno di un piccolo lembo di terra. Fratelli-coltelli, recita un detto popolare (e atroce). Ma non falso. Nello stesso lembo di terra, oggi, due popoli “fratelli” si squartano a vicenda.

Gaza 2000: Jamal ad-Dura cerca di proteggere il figlio Mohammed, 12 anni, durante una sparatoria tra israeliani e palestinesi, al termine della quale il bambino morirà.

Indipendenza o spregiudicatezza? Decisamente, la seconda. La Samaritana oggi sarebbe additata come attentatrice della famiglia. Portatrice di un “amore debole”. Per alcune zitellone col cilizio, addirittura una “deviata”. Non che Gesù vada tanto per il sottile: Quello con cui vivi ora non è tuo marito”, le dice. Pronome neutro. Non si può credere ch’egli la approvi.

Ma perché la Samaritana non si offende, malgrado il carattere tutt’altro che remissivo? Perché l’uomo che le sta di fronte non cerca la divisione. Non parla, in astratto, di diversità. Non difende da lei. Non arroga alcun possesso: è mio, sei mia. Non vede nella sua interlocutrice la “categoria” cui appartiene. Per lui la Samaritana è prima di tutto quella donna, in quel determinato giorno, a quella specifica ora. Non è un aggettivo, è un sostantivo. Non diversa, non straniera, non eretica, non deviata: ma creatura completa, da rispettare per il semplice fatto che sta lì, ora, con lui, carne e sangue come lui.

Di lei si vuol fidare, vuole scommettere sulla sua umanità. E per questo la rispetta. Le zitellone in cilizio no. Non si tratta di difesa dei princìpi. I princìpi sono dettati dalla carità, ma i princìpi senza le persone non esistono. Chi, nel prossimo, vede davvero un suo doppio, ne cerca i lati positivi. Sa sorridere alla sua anima. E per la stessa ragione può poi permettersi di proferire un: Quello che sta con te…”.

Postilla. La liturgia sottolinea che il Redentore, desiderando ardentemente salvare la donna, volle sedere al pozzo e chiederle da bere; per offrirle, in cambio, “acqua viva”. Nessuno, tra i paladini del possesso (di fede, identità, etica) ha mai lottato perché quell’acqua viva e vitale, autentica e spirituale, disseti tutti e ognuno. Essi si compiacciono della loro aridità.

Daniela Tuscano (vedi anche https://danielatuscano.wordpress.com/2007/02/25/linizio-e-il-fine/ )

QUARESIMA DI FRATERNITA’ A BRESSO. Oggi invitiamo a casa nostra uno dei 130 ragazzi della Fundaciòn Padre Semeria (Santiago del Cile). Questa istituzione, fondata da Padre Antonio Bottazzi, ospita ragazze e ragazzi senza famiglia, sottratti alle logiche della strada. Nei tre Centri in cui risiedono, questi ragazzi studiano, sono seguiti ed imparano un lavoro, adeguatamente accompagnati da assistenti qualificati. La fascia d’età è la più problematica, perché si tratta di adolescenti: ragazze e ragazzi che hanno un terribile ritardo scolastico ed affettivo, spesso segnati da un trascorso fatto di violenza ed abbandono.

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SORPRESA, E’ STATO IL FESTIVAL DELLE CANZONI – Si è concluso Sanremo 2007, con alcune novità UN ANNO FA TOMMASO ONOFRI… OGGI, BENITO

12 commenti Add your own

  • 1. carlo olivieri  |  4 marzo 2007 alle 23:16

    LA PACE HA BISOGNO DI TE

    L’unica cosa che le bombe nucleari non possono distruggere è la non-violenza

    INCONTRO PUBBLICO

    su

    Le lotte non-violente per la pace e il disarmo in Italia dal dopoguerra in poi

    domenica 11 marzo 2007 ore 18.00 – via flaminia 26 – roma

    Rispondi
  • 2. angelo cifatte  |  5 marzo 2007 alle 11:20

    Per il dialogo tra cristiani e musulmani

    Al teologo cattolico svizzero Hans Küng è stato recentemente attribuito il Premio Lew Kopelew, “per il suo impegno a favore della comprensione tra le religioni”

    (V.E.) – Cristianesimo, ebraismo e islam hanno radici comuni in Adamo e Abramo, credono nel Dio unico e conoscono l’esortazione all’amore per il prossimo. Perché dunque si registrano oggi delle tensioni tra queste religioni?

    I musulmani non hanno mai dimenticato, fino a oggi, le cinque grandi fasi di conflitto che ci sono state tra islam e cristianesimo. Le conquiste musulmane hanno portato, nel 7. e nell’8. secolo a un duro confronto con Bisanzio (l’Impero romano d’Oriente) e con la Spagna. Nel 12. secolo ci sono state le Crociate, e più tardi l’espansione ottomana con la conquista di Costantinopoli. Il quinto grande scontro, conseguenza del colonialismo, ha portato all’estendersi del predominio delle potenze cristiane dal Marocco all’Indonesia.

    Ma quelle non sono state guerre di religione…

    In parte sì, invece. Entrambi gli schieramenti hanno fatto riferimento anche a motivi teologici: da parte musulmana si parla di jihad, da parte cristiana dell’idea di crociata. Anche negli scontri più recenti, che si concentrano in modo particolare intorno alla questione palestinese, sono in gioco, da tutte le parti, motivazioni religiose. Le religioni non sono la causa di quei conflitti, ma sono in grado di dare ad essi delle dimensioni che possono portare al fanatismo.

    …e perciò l’islam viene dipinto, in Occidente, come il nemico.

    Soprattutto negli Stati Uniti viene alimentata e diffusa, con ogni mezzo, l’immagine di un islam ostile e nemico. Un tempo c’era un anticomunismo ideologico, oggi c’è una islamofobia ideologica.

    Nel quadro di una situazione così tesa, come è possibile promuovere gli elementi che uniscono le religioni?

    La maggioranza dei musulmani dovrebbe sapere, malgrado tutto, che il Dio a cui rivolge le proprie preghiere è lo stesso al quale rivolgono le loro preghiere anche cristiani ed ebrei. “Allah” non è il nome di un Dio musulmano, bensì il nome arabo che anche i cristiani arabi usano per rivolgersi a Dio nelle loro preghiere cristiane. La maggioranza dei musulmani dovrebbe sapere che Isa (Gesù) riveste un ruolo importante nel Corano. Molti cristiani ignorano invece che molte narrazioni cristiane si trovano anche nel Corano: nel libro sacro musulmano c’è ad esempio il racconto del Natale. Entrambe le religioni si rendono conto, poco per volta, che sul piano etico sussistono norme e valori etici comuni. Si tratta di norme e valori che ho sottolineato nel mio Progetto per un’etica universale (Projekt Weltethos).

    Crede che sottolineando gli elementi che islam e cristianesimo hanno in comune si possa trovare la chiave per permettere l’integrazione?

    Il clima di paura e diffidenza che regna oggi, nel quale ogni musulmano è indicato come un potenziale terrorista, non rende certo facile il processo di integrazione. Molti musulmani non si sentono accettati in Svizzera. Questa situazione non migliorerà finché non saremo in grado di sottolineare anche gli elementi che abbiamo in comune. Fortunatamente questo è un processo che qua e là è già iniziato, ad esempio nell’ambito dell’insegnamento della religione nelle scuole.

    L’islam vive ancora in una fase preilluminista, questo non preclude la possibilità di un vero dialogo con il cristianesimo?

    Non dimentichiamo che anche la chiesa cattolica ha accettato il cambio di paradigma introdotto dalla Riforma e dall’Illuminismo solo nel 20. secolo, all’epoca del Concilio Vaticano II. L’islam si trova oggi di fronte alla stessa necessità di passare attraverso un processo di riforma e deve fare i conti con l’Illuminismo. Questo cambiamento comporterà l’adozione di una lettura storico-critica del Corano, l’accettazione dei diritti umani e l’introduzione del principio della separazione tra stato e religione.

    Che cosa possono imparare i cristiani dai musulmani?

    Che la religione non è una questione esclusivamente privata, ma dovrebbe avere delle conseguenze sul comportamento dell’individuo nella società. Che la fede nel Dio unico non dovrebbe essere oscurata dai culti dedicati ai santi e nemmeno da un’eccessiva concentrazione sul Cristo, che eleva Gesù allo stesso livello di Dio.

    E che cosa possono imparare i musulmani dai cristiani?

    Il messaggio di Gesù. Proprio certi accenti contenuti nel Sermone sul monte – il perdono, l’amore per i nemici, la costruzione della pace – contribuiscono a chiarire la figura e il messaggio di Gesù. L’islam può inoltre imparare dal cristianesimo che oggi non è più possibile sostenere l’identificazione tra stato e religione, quella identificazione che è stata promossa a lungo anche dal cristianesimo. La persona di fede può accettare pienamente una società secolarizzata e vivere, in essa, il proprio impegno. In Turchia si sta sperimentando, in questi anni, il modello di una democrazia islamica. Al di là della questione dell’eventuale entrata della Turchia nell’Unione Europea, si tratta di un esperimento che merita di essere seguito con attenzione.

    (intervista a cura di Matthias Herren, Saemann; trad.it. P.Tognina)

    Il Progetto per un’etica universale (Projekt Weltethos), promosso da Hans Küng, si basa sulla convinzione secondo cui le religioni del mondo potranno dare un contributo effettivo alla pace nel mondo solo se troveranno un accordo su una base etica comune, costituita da valori, norme e principi condivisi da tutte. La Fondazione Weltethos (Etica mondiale), creata nel 1995, si prefigge di promuovere il raggiungimento di tale obiettivo.
    Il sito del Progetto Weltethos http://www.weltethos.org/

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  • 3. ronny  |  5 marzo 2007 alle 16:44

    7 mar. – PERPETUA E FELICITA, amiche cristiane
    (Calendario Liturgico: MEMORIA, colore liturgico: BLU. Chiese:
    Vetero cattolica dell’Unione di Utrecht, Anglicana, Cattolica Romana)

    Questa festività risale agli albori della Chiesa; compare infatti nei primi formulari liturgici. In realtà di Perpetua e felicita, queste due amiche cristiane, legate da un amore forte e fedele fino alla morte, non si sa pressochè niente. Tutte le fonti sono agiografiche, redatte da Tertulliano, con chiari intenti celebrativi e pastorali. Di sicuro possiamo dire che sono vissute in un piccolo centro dell’Africa Romana presso Cartagine (Thuburbo NImus?).
    Perpetua era una donna patrizia, di 22 anni, sposata con un uomo
    influente, innamorata e ricambiata nel suo sentimento dalla sua
    schiava Felicita. Entrambe avevano aderito al Cristianesimo e
    insieme furono vittime, da una parte del fanatismo cristiano,
    incapace di convivere e accettare il cosmopolitismo romano,
    dall’altra dall’incapacità dell’Impero di gestire una nuova
    religione che si presentava con connotati alquanto intolleranti
    verso gli altri Credi e decisamente ostile all’Impero. Ciò che
    senz’altro colpisce di queste due donne e ne fa la grandezza fino ai giorni nostri, è senz’altro il loro forte legame affettivo, che si manifestò nelle lettere d’amore che si scambiarono dal carcere; amore che non conobbe confini di vita o di morte, e che le legò in una fede salda e serena fino alla morte violenta, avvenuta sotto Septimio Severo nel 203 a Cartagine.

    Si usa l’Ufficio dei Santi.

    LODI: salmo 91* Mt 10,28-33
    SESTA: salmo 96* Lettura: (Una lettura conforme)
    VESPRI: salmo 110* Rm 8,28-30

    *(Per problemi al pc, non posso allegare i salmi secondo la mia
    versione liturgica)

    Preghiera Propria
    Signore nostro Dio,
    che hai sostenuto Perpetua e Felicita insieme fino alla morte, con la forza invincibile della tua carità e le hai rese intrepide di fronte ai persecutori, dona anche a noi di vivere un amore fedele che sostiene ed è sostenuto dalla fede. Per Cristo, nostro Signore.
    – Amen.

    Rispondi
  • 4. gruppoemmanuele  |  5 marzo 2007 alle 16:53

    Lettera del Gruppo Emmanuele al settimanale diocesano di Padova “La Difesa del Popolo”

    Il lungo intervento di Domenico Maria Fabbian (La difesa, 18 e 25/2/07) ci mette con le spalle al muro: 1. l’omosessualità è anormale, 2. o la si cura o la si deve vivere come croce (cfr. Catechismo della chiesa cattolica [CCC], n. 2358) nella singolarità, in quanto la relazione tra due persone omosessuali è sbagliata e nociva (cf. CCC n. 2357), 3. altrimenti, non obbedendo a Dio e alla chiesa e, anzi, pretendendo di rifarsi alla Scrittura a sostegno delle proprie istanze – quando il solo titolato a interpretare la Parola è il Magistero della chiesa -, la persona omosessuale credente non può definirsi cattolica: non c’è posto nella chiesa per l’omosessuale che vive (apertamente) la sua affettività e la esprime anche nella fisicità. Questa è, secondo Fabbian, la Verità. Fabbian è radicale; pare non lasci spazio alcuno all’ascolto, al dibattito, al dialogo.
    Vorremmo però riprendere il discorso proprio riflettendo su quei punti, per noi qualificanti, che definiscono il gruppo Emmanuele: 1. persone, 2. omosessuali, 3. cattoliche.
    1. persone. Di Giovanni Paolo II ricordiamo soprattutto l’accento che egli ha posto sulla “persona”; non “uomo”, non “donna”, ma “persona”, termine che sta a indicare l’essere umano nella sua pienezza e nella sua preziosa unicità, a partire dalla sua stessa irripetibilità della vita. Quando Gesù incontra un uomo o una donna incontra la persona nella sua interezza (“Gesù, fissatolo, lo amò” – Mc 10, 21), con la sua specifica personalità e la sua propria storia; come d’altronde l’incontro della persona con Gesù non è il ricevimento nelle proprie mani di un volume di precetti e di divieti, ma l’inizio della speranza e della felicità. Non è l’ “omosessuale” o l’ “ebreo” o l’ “extracomunitario” o il “pubblicano” che Gesù incontra, ma Pietro, Floriana, Marco, Greta, con la loro ansia di vivere, con il loro desiderio di felicità. Perché non cercare di guardare con lo sguardo di Gesù anziché esporre articoli del diritto canonico?
    2. omosessuali. La negazione assiomatica che la persona omosessuale possa vivere una relazione con autenticità e nella fedeltà (Fabbian) e l’interrogativo sulla “possibilità” che le persone omosessuali abbiano la fede (lettera di Gottardo Todaro, la Difesa, 18/2/2007, p. 41) sono interventi emblematici sull’inconsapevolezza della realtà della persona (anche omosessuale). Senza disturbare la Scienza, citiamo lo stesso CCC che afferma: “La sua [dell’omosessualità] genesi psichica rimane in gran parte inspiegabile” (n. 2357) e: “Un numero non trascurabile di uomini e di donne presenta tendenze omosessuali profondamente radicate” (n. 2358). Ora, umiltà e prudenza suggeriscono, in questo vuoto di sapere, di astenersi dal privilegiare in maniera acritica (e sospetta) un’unica lettura del fenomeno omosessuale, in quanto la bibliografia relativa è quanto mai vasta; la netta maggioranza degli autori non situa l’omosessualità tra le malattie, per cui essa non necessita di un “medico del corpo e dell’anima”, tranne nei casi in cui sia vissuta in modo conflittuale e con profondo disagio; solo allora risulta – ovviamente – auspicabile l’intervento del terapeuta professionale, ma non tanto del pastore d’anime, il quale – di fronte a situazioni vissute con malessere – dovrebbe attenersi a quanto indicato nel n. 38 della collana “I Quaderni dell’Osservatore romano” dal titolo “Antropologia cristiana e omosessualità” (1997): “L’umiltà dello scienziato, che non giunge ad una comprensione piena, richiede un’umiltà corrispondente da parte del pastore, che deve accompagnare persone il cui dramma rimarrà largamente misterioso” (p. 113), onde evitare, quando non danno, ulteriore sofferenza.
    3. cattoliche. In quanto battezzati, siamo e ci sentiamo chiesa. Per sua fortuna da sempre essa ha al suo interno voci di dissenso che contribuiscono al suo cammino nella storia dell’uomo e che l’hanno aiutata a superare posizioni (come la pena di morte o il processo a Galileo) che oggi tutti giudichiamo errate, arrivando col Concilio a sostenere il primato della coscienza del fedele (“La coscienza è il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli è solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità. Tramite la coscienza si fa conoscere in modo mirabile quella legge che trova il suo compimento nell’amore di Dio e del prossimo. Nella fedeltà alla coscienza i cristiani si uniscono agli altri uomini per cercare la verità e per risolvere secondo verità numerosi problemi morali, che sorgono tanto nella vita privata quanto in quella sociale” – Gaudium et spes, 16), affannandoci, quindi, tutti insieme, nel cammino per la ricerca della Verità, che non è posseduta in toto dalla gerarchia, altrimenti risulterebbe vanno il lavoro quotidiano dei teologi ed esegeti di oggi (il Magistero è “servo” della Parola e fa riferimento ai progressivi contributi che provengono dalla teologia e dall’esperienza vissuta del popolo di Dio, contributi che vanno a influire sui cosiddetti elementi mutabili della Tradizione). Tutti i battezzati sono impegnati in questo “avvicinarsi a” e tutti danno il contributo, anche sostenuti dalle acquisizioni della scienza (teologia, esegetica, paleografia, antropologia, sociologia, psicologia, biologia…) nel corso dei tempi. Mentre anche noi sosteniamo questo cammino della chiesa, ci auguriamo che i conseguimenti delle scienze sociali e quelli dell’esegesi contemporanea giungano a convincere anche i più tradizionalisti fra i cattolici sul tema dell’omosessualità.
    Infine, in merito allo “stile” dell’intervento di Domenico Maria Fabbian ricordiamo i passi evangelici in cui Gesù parla del pastore buono: «… e le pecore lo seguono, perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno…» (Gv 10,4b-5). Ecco, forse occorrerebbe una voce diversa (quella del buon pastore, per l’appunto) e pure un orecchio più forte e affinato, che dimostrino cura; ma non cura-terapia, bensì cura-attenzione. Voci (e orecchi) che fortunatamente non mancano nella gerarchia, quelle di vari vescovi, ma pure quelle di tanti umili sacerdoti e religiosi/e. Ci piacerebbe udirle più spesso queste voci, e trovare un numero maggiore di orecchi disposti davvero ad ascoltare. Per continuare a dialogare fraternamente.

    Rispondi
  • 5. carmine miccoli  |  5 marzo 2007 alle 17:00

    In preghiera con Edith Stein

    Chi sei tu, dolce luce, che mi riempie
    e rischiara l’oscurità del mio cuore?
    Tu mi guidi come mano materna
    e se mi abbandonassi
    non saprei fare più nessun passo.
    Tu sei lo spazio
    che circonda
    il mio essere e lo racchiude in sé.
    Da te lasciato, cadrebbe nell’abisso del nulla,
    dal quale tu l’hai elevato alla Luce.
    Tu, più vicino a me di me stessa,
    e più intimo del mio intimo,
    e tuttavia inafferrabile e incomprensibile
    che oltrepassi ogni nome:
    Spirito Santo, Amore eterno.

    (E. Stein/Teresa Benedetta della Croce)

    Rispondi
  • 6. alessandro  |  6 marzo 2007 alle 14:10

    Ciao a tutti,
    è successa una cosa strordinaria poco fa.

    Ero in classe, i miei studenti stavano svolgendo la prova di Italiano.

    Vedo apparire sul cellulare un numero di telefono stranissimo.

    Intuisco che è un satellitare. Rispondo. Sento la voce di Mario
    Caniatti dal Congo.

    “Telefono da Kimbau, sono Mario… Si accesa la lampadina a Kimbau… Si è accesa la prima lampadina alle ore 11. Segnalo sul sito Internet!”

    Interrompo la prova in classe e do la notizia ai ragazzi.

    E’ un momento di stupore e di festa.

    La vita di una parte lontana del mondo irrompe nell’aula e ci trasmette la gioia.

    I miei studenti hanno come libro di lettura “Una lampadina per Kimbau”, guarda caso quella lampadina che si è accesa poco fa grazie alla tenacia di Chiara Castellani, di Mario Caniatti, di Paolo Moro e di tanti altro collaboratori che in questo momento non è possibile citare.

    Avevo chiesto a Mario Caniatti se poteva inviare un’email, ma dalle parole capisco che è stremato.

    Finita la prova in classe e mi precipito nel primo laboratorio libero.

    Metto la password. E invio questo messaggio.

    Sono commosso.

    Scrivo questa e-mail con le lacrime agli occhi.

    Grazie, grazie di tutto.


    Alessandro Marescotti
    http://www.peacelink.it

    Sostieni Kimbau, collegati a http://www.kimbau.org

    Rispondi
  • 7. ellea  |  7 marzo 2007 alle 8:44

    L’intervento in questione Dico del vescovo di Pavia si trova su Adista notizie n. 17, sotto il titolo “‘Dicevo’ / 1: Prodi è più in crisi di Ruini”:

    Infine il vescovo di Pavia, mons. Giovanni Giudici, si era detto
    favorevole alla proposta di legge sui Dico: “Il tema delle convivenze obiettivamente esiste – aveva affermato in un intervista a La provincia Pavese (22/2) -. Bisogna domandarsi perché tanti giovani convivano prima o a prescindere dal matrimonio. Questo aspetto di convivenza è legato a determinate sensibilità crescenti nella società e nella cultura: l’insicurezza del lavoro, la difficoltà di trovare casa, lo sguardo critico nei confronti del matrimonio magari dei propri genitori. Tutto questo induce molti a rinviare il momento delle scelte e a contestare il matrimonio. Come educatori, noi dobbiamo stare attenti agli aspetti culturali della convivenza; mentre il legislatore ha la necessità di aiutare le persone che non riescono a decidersi per il matrimonio a raggiungere una più solida comunione d’intenti tra loro. Può darsi che una proposta di legge come quella sui Dico aiuti questa prospettiva” .
    (emilio carnevali)

    Rispondi
  • 8. Angelo Fracchia  |  7 marzo 2007 alle 9:37

    Se interessa ti giro un articolino buttato giù per un foglio di collegamento locale.

    Angelo

    Padri, non esasperate i vostri figli (Ef 6,4)

    Aggiungo un’altra voce al coro di reazioni alle vicende ecclesiali che ci hanno probabilmente turbati nell’ultimo paio di mesi, unendo alle due che abbiamo sicuramente più presenti alcune altre considerazioni. L’intento è cercare di capire, da semplice battezzato, la logica delle scelte di questa Chiesa di cui faccio parte e che contribuisco a formare e orientare, per la mia parte. A costo di essere duro, perché abbiamo il diritto di essere schietti con coloro che amiamo.
    Proprio per questo, perché in primo luogo della Chiesa voglio parlare, merita premettere due osservazioni, sulla tutela della famiglia e la tutela della vita.

    a) La tutela della famiglia. Se la mettiamo in questi termini estremamente generici, non si può che concordare. Chi si direbbe in coscienza, convinto di dover attentare alla sopravvivenza della famiglia? Il discorso si fa però più complicato quando entriamo nel cuore delle questioni.
    Siccome una legge dovrebbe servire a normare delle situazioni esistenti tutelando principalmente la parte più debole (non è compito del legislatore, cioè, dare indicazioni morali ai cittadini), si può prendere atto del fatto che in Italia ormai si verifichi una separazione ogni tre matrimoni (dati EURES 2006). È evidente che occorre che lo stato normi queste separazioni, per evitare che sopravviva (psicologicamente, economicamente) solo la parte più forte, quale che sia.
    Di fronte a tale situazione, ha senso pretendere vincoli più rigidi contro separazioni o divorzi? Possono essere invocati come “difesa dell’istituzione naturale della famiglia”? Certo, se allungassimo i tempi che devono intercorrere tra il matrimonio e la separazione, tra la separazione e il divorzio, e introducessimo dei patti di convivenza civile, è probabile che questi sarebbero scelti da molti in luogo del matrimonio civile. Ma potremmo dire che attentano all’istituzione della famiglia? La famiglia si identifica con il matrimonio?
    L’insensatezza di tale argomentazione colpisce soprattutto quando è la Chiesa a condurla: anziché lavorare sulle motivazioni che possono condurre una coppia a edificare una famiglia, anziche cercare di intervenire sulla tutela di condizioni di lavoro dei genitori, di formazione dei figli, di sostegno economico e strutturale alla famiglia, si preferiscono invocare gabbie più robuste con sbarre più spesse.
    Non sarebbe più cristiano concentrarci sul nutrire la speranza e la sostenibilità della vita delle famiglie, lasciando che si invochi una maggiore facilità di accedere alla separazione e al divorzio (soprattutto quando non vi siano figli coinvolti)? I credenti non sarebbero costretti a divorziare.
    b) La tutela della vita naturale. Altro slogan col quale è difficile non concordare. Qualcuno intende muoversi contro la vita?
    Ma perché non diciamo che oltre alla vita la Bibbia invita anche a tutelare il debole, il povero? Perché per dare spazio alla vita si mette sotto silenzio la solidarietà con chi soffre?
    E inoltre, più interessante per ciò che segue: perché si prendono delle condizioni ritenute naturali per considerarle intoccabili? In fondo è stato naturale per l’umanità morire di epidemie per millenni, mentre non è naturale essere salvati da una medicina, da un intervento chirurgico, da un trapianto d’organo. In natura vediamo come naturale la prevalenza del più forte sul più debole, e infatti per millenni abbiamo considerato naturale la guerra. Nelle nostre città, nelle nostre case, strade, ma persino nelle baite di montagna, nella nostra presenza di coltivazione e orientamento della natura, non c’è niente di naturale. Perché il criterio della “natura” dovrebbe diventare discriminante di ciò che è buono o cattivo? Chi decide che cosa è naturale, e in base a quali principi?

    1) DICO. Manteniamo il termine e facciamo riferimento alla proposta di legge Pollastrini-Bindi, che toccherà forse solo una parte marginale della nostra società, ma una parte i cui diritti (umani) non sono tutelati.
    E possiamo cominciare ad essere chiari: una forma di unione civile non sembra servire come sostituto del matrimonio civile, perché crea oggettivamente un doppione inutile. Questa forma di unione civile può però servire, come i PACS francesi, a garantire persone senza legami familiari ma con legami amicali importanti, come dei vicini di casa anziani nelle grandi città, o – e veniamo al punto – come amanti omosessuali.
    Al merito dobbiamo aprire gli occhi con coraggio, da una parte e dall’altra: è vero che non è una pressante urgenza sociale, perché interessa una piccola minoranza di cittadini italiani. Ma questa minoranza si trova a vivere legami d’affetto autentico (come ormai psicologi e psichiatri anche credenti ammettono senza problema) senza avere nessuna garanzia di alcun tipo. Due persone conviventi da anni, in affetto reciproco e autentico, possono non avere più il diritto di vedersi se una delle due viene ricoverata in ospedale, e questo che ci commuoverebbe in una coppia eterosessuale non ci smuove in due persone dello stesso sesso. Ma se non lo spiritualizziamo molto, sarà difficile gestire espressioni come 1 Gv 4,7: “L’amore è da Dio e chi ama è generato da Dio e conosce Dio”.
    Non si vede peraltro in che senso un patto di convivenza sociale del genere potrebbe minacciare la famiglia “naturale”: forse che impediti di vivere l’amore reciproco due omosessuali si “rassegnerebbero” a costituire una famiglia “normale”? Forse che questa costrizione avrebbe senso e giustificazione davanti a Dio? I credenti, comunque, non sarebbero costretti a scegliere un patto di solidarietà sociale con una persona del loro sesso. E non sembra particolarmente rispettoso dell’autonomia laica dello stato ma neppure della coscienza dei credenti stessi pensare che le scelte morali cristiane vadano imposte per legge a tutti.
    2) Ludmila Javorová. È una donna ceca, ordinata presbitera dal vescovo di Brno Felix Maria Davídek, fondatore del movimento clandestino cristiano Koinotes. Questi, nei 14 anni trascorsi in carcere per motivi religiosi, aveva iniziato a celebrare messa, di nascosto, in carcere. «Quando mi resi conto che, confinante col muro del mio carcere, vi era quello in cui erano rinchiuse le donne, percepii la doppia afflizione di quelle creature, e cioè che oltre a dover subire la prigione, esse dovessero anche essere private del conforto dei sacramenti solo a causa del loro sesso. Mi apparve di un’ingiustizia insopportabile. Le donne si trovavano ad essere perseguitate due volte. E soprattutto le suore». Uscito dal carcere ordinò presbitera Ludmila Javorová, che iniziò a celebrare clandestinamente sfidando per 25 anni le autorità comuniste e le autorità ecclesiastiche ufficiali, come fecero, in quegli anni, anche tanti uomini sposati che vennero ordinati.
    Nel 1989, al crollo del regime, la sua ordinazione viene dichiarata nulla. Decisione ineccepibile, in base alle scelte ecclesiali sancite nel codice di diritto canonico. Non viene ascoltata da nessuno, solo le viene comunicata la decisione sulla sua ordinazione e le viene formalmente vietato di presiedere la messa. L’emergenza era passata. Ma una Chiesa maestra in umanità, non poteva trovare forme di riconoscenza, per chi è stata in prima linea negli anni più cupi?
    (cfr. Miriam Therese Winter, Dal profondo. La storia di Ludmila Javorova, ordinata sacerdote della Chiesa Cattolica Romana)
    3) Caso Welby. Non c’è bisogno di ricapitolare la vicenda. Solo alcune osservazioni.
    Da anni ormai si concedono le esequie in chiesa, a chi le richiede, anche se suicida, consapevoli del fatto che l’ultimo momento della vita, quello in cui la persona è chiamata a dire il suo definitivo “sì” o “no” alla misericordia divina, lo conosce solo Dio. E nel dubbio, chi siamo noi per condannare qualcuno? Dio conoscerà i suoi.
    Nel caso di Welby, so di non essere in perfetto accordo con altre voci più autorevoli presenti su queste pagine, ma Piergiorgio era tenuto in vita solo dalle macchine e si trovava in una condizione senza speranze di ripresa. Si è ribellato ad una forma di accanimento terapeutico, chiedendo di aiutarlo a liberarsene siccome non poteva farlo lui.
    Non è un caso se dal Vicariato di Roma è arrivata anche l’indicazione che a contribuire alla scelta di non concedergli le esequie cattoliche sia stata l’esposizione mediatica voluta dai radicali. Come dire che se avesse cercato di fare meno rumore, di non sollevare alcun caso, avrebbe potuto essere salutato dai suoi cari in chiesa. Sembra un incentivo all’ipocrisia e al nascondimento, più che la risposta ad una domanda umana di speranza.
    «Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore», affermava il Concilio Vaticano II nella costituzione dogmatica “Gaudium et Spes”. Eppure ciò su cui la Chiesa sarebbe più competente oggi, e cioè instillare speranza nell’umanità e nel futuro (che è in mano a un Dio buono e misericordioso), è proprio il campo su cui si trova più deficitaria nelle sue espressioni più solenni ed ufficiali. Potrei concludere con affermazioni durissime di Gesù su coloro che imponevano agli altri pesi che essi non toccavano neppure con un dito (Lc 11,46-52), ma preferisco concludere con parole di speranza che parlano di suicidi e di Dio. Sono parole profondamente evangeliche, anche se scritte nel 1967 da un ateo:

    Dio di misericordia
    il tuo bel Paradiso
    lo hai fatto soprattutto
    per chi non ha sorriso
    per quelli che han vissuto
    con la coscienza pura
    l’inferno esiste solo
    per chi ne ha paura.

    Meglio di lui nessuno
    mai ti potrà indicare
    gli errori di noi tutti
    che puoi e vuoi salvare.
    Ascolta la sua voce
    che ormai canta nel vento
    Dio di misericordia
    vedrai, sarai contento.
    (Fabrizio De André, “Preghiera in gennaio”)

    Rispondi
  • 9. danielatuscano  |  7 marzo 2007 alle 11:01

    Grazie mille per lo splendido contributo, Angelo. Non merita certo di essere “confinato” tra i commenti e, a tempo e luogo, lo riprenderò. Il problema è che la Chiesa gerarchica sembra decisissima a mantenere un atteggiamento fondamentalista.

    Rispondi
  • 10. donatella  |  7 marzo 2007 alle 12:12

    Aborto di feto a rischio:ma è sano
    Careggi, ora il bimbo lotta per la vita

    All’ospedale di Careggi (Firenze), la struttura del trapianto di organi infettati dall’Hiv, si è portato a termine un aborto per il rischio di una malformazione del feto. Invece, come racconta la Repubblica, era sano e i medici hanno deciso di salvarlo. Il bimbo pesa 500 gr e ora lotta per la vita. “C’era solo un sospetto, avevamo consigliato altri esami”, ha detto il direttore di ginecologia, Gianfranco Scarselli.
    Stando alla ricostruzione de la Repubblica, il feto di 22 settimane non era affetto da “atresia dell’esofago” , come si era sospettato dopo una prma serie di esami. Solo dopo l’aborto, però, ci si è accorti che il bimbo era sano e quindi si è tentato di rianimarlo. Il prematuro è ricoverato in terapia intensiva neonatale dell’ospedale pediatrico Meyer.
    Tutto è nato dal fatto che dall’ecografica non si vedeva lo stomaco del feto. Per questo si è deciso di avvertire i genitori. Sembra che sia stato proposto di fare altri esami. La donna non avrebbe voluto e quindi ha deciso di interrompere la gravidanza.
    Però, dopo l’operazione, ci si è accorti che il cuore batteva, che il feto era vivo. Il piccolo pesa 500 grammi ma le possibilità che possa salvarsi sono poche, pochissime. Dell’atresia al’esofago non c’è nessuna traccia.
    “Abbiamo fatto tutto il possibile per assistere quella signora. La prima ecografia non riusciva a vedere lo stomaco del feto. Dopo la seconda sono stati spiegati i rischi alla paziente, consigliandole una risonanza. Lei non ha voluto, è stata irremovibile nonostante le fosse stato spiegato che bisognasse provare ancora a chiarire le cose”, ha spiegato Scarselli a la Repubblica.

    Rispondi
  • 11. cristiano  |  7 marzo 2007 alle 12:40

    Ciao a tutti!
    Quando ieri l’altro Stefania mi ha raccontato la serata cui aveva partecipato ad Isola Vicentina, con ospite Vito Mancuso (teologo a Milano di cui, ignorante, non conoscevo l’esistenza e le opere) sono rimasto molto colpito. Mi ha altresì illuminato questa frase, che condivido con voi perché so che siete persone che cercano come me…

    IL SENSO DELLA NOSTRA VITA
    E’ ORDINARE LA NOSTRA LIBERTA’
    FINO A FARLA ADERIRE DEL TUTTO
    AL BENE, ALLA GIUSTIZIA, ALLA VERITA’

    A rileggerla, sono ancora qui che rimango a bocca aperta per quello che quest’uomo ha saputo dire…io la sento profondamente mia, e voi?

    Rispondi
  • 12. faggioblu  |  7 marzo 2007 alle 15:19

    Ciao Cristiano,
    anch’io fino a sei mesi fa non conoscevo questo Mancuso, lo vidi per TV e rimasi molto colpito da quello che disse, tanto che poi andai a comprare un suo libro :Per Amore. Mi ha colpito il modo con cui parla della fede e mi ha spinto ad approfondire opere a cui lui si è ispirato : Bonhoeffer, Weil, Florenskij.

    Riporto un passo tratto dal libro:

    “Siamo proprio sicuri che Dio da noi vuole obbedienza ? (…)… Egli tace, tace sempre….In realtà questo suo silenzio è spiegabile solo come garanzia e condizione della nostra libertà. Egli non ci vuole servi, ci vuole liberi. Non vuole che obbediamo, ma che siamo liberi, e che in questa libertà, portandola fino in fondo, valorizzandola fino in fondo, non rinunciandovi mai, neppure per un attimo, giungiamo al nostro compimento, che è l’amore.”

    Il libro, per i suoi contenuti, non avrà mai un imprimatur cattolico ma spinge a riflettere profondamente sui fondamenti della fede, ti mette in discussione (con i suoi deserti a volte non piacevoli) e fa apprezzare ancor di più il fatto che …esistiamo, siamo vivi e liberi.

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