PAOLA BINETTI MI RISPONDE

12 marzo 2007 at 14:11 33 commenti

La senatrice Paola Binetti, della Margherita.

Pubblico di seguito la risposta della senatrice Paola Binetti alla “lettera aperta” da me inviatale alcuni giorni fa (vedi commento n° 1), e ne approfitto per ringraziarla nuovamente.

 

***

Gentile signora Tuscano,
mi rendo conto che il fraintedimento delle mie parole ha raggiunto un livello difficilmente controllabile, per cui scelgo solo un punto per spiegarmi e per farle comprendere di che razza di mistificazione anche io sono stata fatta oggetto: NON ho mai detto che esiste una differenza genetica con gli omosessuali, anche perchè paradossalmente se così fosse il problema non esisterebbe quasi…
Ho detto rapidamente che al nostro orientamento sessuale concorrono:
1. aspetti genetici : ognuna delle nostre cellule è targata xx o xy, ossia ha un impring di un tipo o dell’altro
2. aspetti morfologici: ovvi…
3. aspetti endocrinologici: profilo più orientato in senso andrologico o estrogenico
4. aspetti psicologici
5. aspetti educazionali
6. aspetti sociali
7. aspetti valoriali
La convergenza di questi profili crea un orientamento sessuale più solido e sicuro, mentre le discrepanze tra di loro creano disagio e insicurezza. Questa non è la mia teoria ma l’approccio più condiviso a livello della comunità scientifica che guarda alla sessualità e al suo orientamento senza pregiudizi ma con attenzione alla complessità dell’uomo nella sua dimensione bio-psico-sociale. Mi scuso se il contesto è stato tutt’altro che favorevole alla spiegazione e io stessa avre dovuto sottrarmi assolutamente al giudizio che non poteva che essere confuso e confondente date le circostanze.
Me ne scuso anche con lei e perdoni il tentivo fatto di parlarle un po’ pedantemente come ad una insegnante.

Cordialmente
Paola Binetti

Gentile senatrice,

innanzi tutto La ringrazio per la risposta e Le chiedo a mia volta scusa per l’approccio un po’ irruento. In fondo, il vero dramma del nostro tempo è la superficialità e la semplificazione, l’ideologia al posto delle idee. Molta informazione, poco approfondimento. E ciò si riflette in particolare sui grandi media.

Per onestà intellettuale dovrà però riconoscere che, nel caso in questione, nemmeno la Chiesa gerarchica ha sempre mostrato un atteggiamento equilibrato e sereno. In altre parole, non si può dar torto agli omosessuali se si sentono discriminati e, a volte, perseguitati. Fra le tante parole pronunciate dal precedente Pontefice non ce n’è stata una di misericordia, non che di approvazione, nei loro confronti. Mai si è stigmatizzata la violenza anti-gay, anzi, per certi versi – come si evince dalla Lettera dell’86, passo 10, firmata dall’allora card. Ratzinger – la si è giustificata. Mai si è ascoltata la voce degli omosessuali credenti. Mai si è riconosciuta una loro particolare sensibilità e “missione” verso la famiglia umana. Sempre, invece, li si è trattati da immorali, perversi (secondo un recentissimo documento del Pontefice che vieta loro il sacerdozio, addirittura pedofili) e soprattutto viziosi; insomma, senatrice, l’impressione è che, malgrado il lessico appena più moderno, la gerarchia continui a identificare gli omosessuali coi “sodomiti”. E che il sen. Andreotti abbia nuovamente fatto ricorso all’esecrando termine è alquanto indicativo dell’imbarbarimento in cui il dibattito è scivolato. Ultimamente ho letto che un vescovo sudamericano, mons. Cotugno, ha paragonato le unioni gay a quelle tra animali e non è certo il solo; lo stesso ha fatto il vescovo Maggiolini. Taluni sono giunti persino ad affermare che i gay sono “naturalmente” irreligiosi.

Anche nella Sua lettera, sembra Lei ricorra alla scienza per in qualche modo motivare l’”anormalità”, o l’orientamento sessuale “meno solido” delle persone omosessuali. E questa posizione non mi convince, come non mi convincono i tentativi di spiegare l’attendibilità della Bibbia con criteri meramente razionali. Già Galileo (ma, prima di lui, Agostino…) contestava quest’approccio, che oggi chiameremmo fondamentalista. E mi permetta una provocazione: cos’è la norma? Soprattutto, da cosa si valuta la “solidità” di una persona? Dal suo orientamento sessuale, pur importante, o da un insieme di fattori psico-sociali? E perché riduciamo il sesso umano a semplice, squallida genitalità?

Gli omosessuali sono tutti, indistintamente, più “deboli”? La mia esperienza dimostra il contrario, senza peraltro che mi siano ignoti i limiti di questa forma di affettività. Si può pertanto essere loro amici, senza necessariamente condividere tutte le loro richieste o visioni antropologiche. Ma guardandosi negli occhi, su un piano di parità. Anche perché il limite è insito in ciascuno di noi, omo o etero che sia; il peccato dell’epoca attuale è quello di non riconoscere tale limite, e di volerlo superare con l’autosufficienza, l’arroganza e l’egoismo. Il singolo basta a sé stesso, e ogni sua pretesa diventa automaticamente un diritto. Manca il dialogo, la fiducia in quel Tu che per i credenti s’identifica con Dio, ma per tutti si traduce in relazione col prossimo.

A mio modesto parere, una parte della Chiesa teme che mettersi in ascolto del vissuto omosessuale rappresenti un cedimento sui valori. Ma “l’omosessuale” in sé non esiste. E non s’identifica soltanto nelle “maschere” propinateci ogni giorno dalla tv. Esistono gli omosessuali, i quali – duole, purtroppo, ribadire quest’evidenza – nascono e crescono, talora creano anche, delle famiglie, alcuni sono pii ed equilibrati e mai si sognerebbero di attentare alla famiglia tradizionale. Alcuni esigono i DiCo e i Pacs, altri no. Alcuni si travestono con piume, altri indossano pantaloni e cravatta, oppure gonna e camicetta.

Ma tutti rifiutano di essere in blocco respinti e additati come pericolosi per la religione, la morale e la società. Tutti esigono di essere trattati da persone complete. Tutti, in fondo, questo si aspettano dalla politica e dalla Chiesa. Evangelicamente parlando, anch’essi attendono la loro redenzione.

Daniela Tuscano (vedi anche: ULTIM’ORA. Il presidente dei giuristi cattolici: “L’omosessualità? Una malattia!”, ivi, commento n° 27, ed E. Scalfari, Se i laici porgono l’altra guancia, ivi, commento n° 32)

****

DANIELE MASTROGIACOMO LIBERO http://www.repubblica.it/speciale/2007/appelli/mastrogiacomo/index.html

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FARISEI IERI E OGGI – III domenica di Quaresima PER NON “LIQUIDARE” IL FUTURO… – Prossimi appuntamenti del Comitato Milanese per l’Acqua

33 commenti Add your own

  • 1. danielatuscano  |  12 marzo 2007 alle 14:17

    Ecco il testo della mia lettera.

    Senatrice Binetti, sono un’insegnante di 42 anni, milanese, cattolica ed eterosessuale. Le scrivo per manifestarLe la mia indignazione a proposito delle Sue ossessive, abborracciate, farneticanti e razziste teorie sull’omosessualità e, in particolare, sugli omosessuali che, secondo le Sue parole, sarebbero diversi persino “geneticamente”.
    Sono molto curiosa di sapere in cosa consista questa diversità genetica. Perché, vede, io collaboro con omosessuali cattolici (so che per Lei è inconcepibile, ma esistono) da una ventina d’anni e li ho sempre visti persone come me. M’illumini dunque, Senatrice, non permetta che io cada nel peccato, che venga ingannata da questi diavoli travestiti da uomini.
    Senatrice Binetti, Lei è un’ignorante, nel senso letterale del termine. Lei ignora non soltanto le più recenti (e accreditate) teorie scientifiche, secondo cui l’omosessualità non è una malattia, ma – cosa ben più grave – la carità e il rispetto, dovuti a ogni essere umano. Evidentemente Lei nel prossimo non vede l’uomo o la donna concreti. Vede la “categoria” cui appartengono. Per lei non esistono Marco, Luigi, Antonella e Silvia; ci sono Marco e Antonella, bravi eterosessuali, e Luigi e Silvia, peccatori omosessuali. Diversi addirittura geneticamente. Una terminologia molto in voga una settantina d’anni fa, in certi ambienti che, come i medici cui Lei forse fa riferimento, assicuravano di poter guarire gli omosessuali. Questi sotto-uomini, così “diversi” da noi.
    E sarebbero guai per tutti, se quel Gesù cui Lei afferma di credere avesse ragionato così davanti alla Samaritana. Ma risulta evidente che il Gesù che Lei prega non è lo stesso in cui credo io. Non è lo stesso, e non occorre scomodare questi deliri per sincerarsene. Leggo, infatti, che Lei si compiace di gridare ai quattro venti che porta il cilicio, così da far sentire in alto il Suo chiasso. Il Vangelo che conosco io, geneticamente diverso dal Suo, afferma che questo comportamento è ipocrita e arrogante. Secondo questo Vangelo, Lei ha già avuto la Sua ricompensa. Permetta però a noialtri, a tutti quelli che credono nell’uomo senza distinzione, una speranza più alta, un cielo più misericordioso, un sorriso più fraterno, un amore più umano.

    Con disistima,
    Daniela Tuscano

    (5 marzo 2007)

    Rispondi
  • 2. donatella  |  12 marzo 2007 alle 14:21

    Diamoci un appuntamento per Daniele Mastrogiacomo

    Le reti e le associazioni milanesi del movimento per la pace invitano tutte/i a partecipare

    Lunedì 12 marzo – dalle ore 18.00 in Piazza S.Babila
    Presidio/Manifestaz ione

    LIBERARE LA PACE ! LIBERTA’ PER L’INFORMAZIONE!

    LIBERTA’ PER DANIELE MASTROGIACOMO E PER GLI ALTRI OSTAGGI DELLA GUERRA

    PACE E LIBERTA’ PER IL POPOLO AFGHANO E TUTTE LE DONNE E GLI UOMINI VITTIME DELLA GUERRA

    Invitiamo le associazioni e le reti milanesi, le cittadine e i cittadini a far circolare l’informazione e a partecipare

    Vi aspetto numerosi Forza coraggio chi riesce????

    un abbraccio cel 3337354464 donatella

    Rispondi
  • 3. riccardo  |  12 marzo 2007 alle 15:38

    Fantastica!
    Anzi.. fantasmagorica!!! Eheh

    Ric

    Rispondi
  • 4. fabio  |  12 marzo 2007 alle 15:41

    è interessante come ogni giorni inventino un appiglio per discriminare
    e portare avanti le loro politiche. Ora è il momento della
    “instabilità” affettiva.
    Vabbè, qualcuno diceva qualche anno fa che era meglio, occhi azzurri,
    capelli biondi…stirpe germanica…..se nò….

    baci
    fabio

    Rispondi
  • 5. marco  |  12 marzo 2007 alle 16:01

    Se questi stronzi leggessero un po’ di sociologia contemporanea,
    saprebbero che la stabilità delle convivenze dello stesso sesso è maggiore di quella dei matrimoni, e non da ieri. Ma per loro i sociologi sono dei pericolosi sovversivi, tranne quei quattro sfigati al loro servizio.

    Rispondi
  • 6. alberto  |  12 marzo 2007 alle 16:32

    Leggo con soddisfazione il carteggio tra Daniela e la senatrice
    Binetti. Un bell’esempio di dialogo. M’è piaciuto che la senatrice abbia risposto a Daniela nonostante il carattere ‘irruento’ della sua prima lettera.
    Complessivamente penso che siano ‘carteggi’ utili, come quello
    nostro, più in piccolo, con la Difesa.
    Un grazie quindi a Daniela, appassionata pensatrice e scrittrice.
    Io non avrei avuto il coraggio di scrivere una lettera così dura (la prima di Daniela). Ma evidentemente a volte occorre osare.
    Credo che da episodi come questi impariamo tutti: Binetti, Tuscano, Alberto, ecc. ecc. ecc.

    La frase più bella che hai scritto, Dani, è quella degli ‘occhi’.
    Della necessità di guardare negli occhi…. le persone.

    Dovro’ farlo di piu’ anch’io, con te, Daniela carissima, e… con le persone che incontrerò.

    Grazie ancora.

    Un grosso abbraccio. E un bacio.

    Rispondi
  • 7. p.c.  |  12 marzo 2007 alle 17:37

    E se spuntasse una piuma di struzzo dalla giacchetta appena stirata di Filippo? E se cadessero le chiavi del camion dalla borsetta, presa alla Rinascente, di Rosalinda? E se Liutprando, dolce maritino, mentre stirava la giacchetta, indossava i tacchi a spillo? E se la borsetta l’avesse “presa” Pamela, intrigante compagna di letto di Rosalinda e Matilde, inseguita dall* commess* rinascenzian* e dal suono dell’allarme? E se fossimo sì tutt* geneticamente uguali, ma fossero invece geneticamente diversi i modelli di relazioni umane?

    E se avessero ragione loro, quando dicono che le famiglie gltbq* mettono in pericolo la famiglia tradizonale?

    CIN CIN!

    Rispondi
  • 8. g.  |  12 marzo 2007 alle 18:36

    Anch’io volevo essere donna, ma qualcuno mi ha fatto notare che la mia parrucca fuscsia mal s’intonava con gli stivali del pescatore… la solida sbadat*
    g!

    Rispondi
  • 9. Marcello Marani  |  12 marzo 2007 alle 20:27

    Parafrasando Cavcur che affermava: “Libera Chiesa in Libero Stato”, vorrei dire “Libero Amore in libera Casa”, tra due o più maggiorenni consapevoli e consenzienti.
    E come non nego alla sen. Binetti il suo sacrosanto diritto a mortificare il proprio corpo con il cilicio (al cristian petto, Itala Amleta), se è convinta che tale pratica la condurrà nel suo Paradiso, rivendico il mio altrettanto sacrosanto diritto a non essere sottoposto alla tortura dell’accanimento terapeutico ed andarmene all’Inferno senza troppi traumi.
    Vorrei inoltre invitarla a spiegarmi cosa significhi che: ” La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale” (art. 2 della Cost.), ed il successivo art 3, che sancisce: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
    È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”
    Quindi concludo, libera lei di cercarsi la strada migliore per il Pardiso ma libero io di preferire l’Inferno, perchè sono d’accordo con Lucifero, quando nel “Paradiso Perduto” di J Milton afferma: “Meglio all’Inferno libero, che in Paradiso servir.

    “www.iltravaglio.it

    Rispondi
  • 10. angelo  |  12 marzo 2007 alle 20:30

    Sono contento e mi congratulo con te perché sei riuscita ad avere una risposta dalla Sen. Binetti, anche se mi sembra che ella abbia parlato solo di alcuni aspetti sottolineati nella tua lettera tralasciandone altri altrettanto importanti.

    Bella anche la tua replica.

    Continua che sei sulla buona strada; chi semina prima o poi raccoglie.

    Un grosso abbraccio.

    Angelo

    Rispondi
  • 11. danielatuscano  |  12 marzo 2007 alle 21:18

    E già che ci siamo… Dal blog di Antonio Di Pietro, con un mio commento:

    ANNO ZERO PER L’INFORMAZIONE

    L’ultima puntata della trasmissione “Anno Zero” di Santoro (l’8 marzo scorso, n.d.r.) è stata dedicata ai Dico. Erano presenti alcuni cittadini dichiaratamente omosessuali, tra cui un sindaco plurieletto con il suo compagno. Era in sala anche un esponente del Governo che, a un certo punto del dibattito, a seguito di alcune osservazioni di un ragazzo di ventuno anni, fatte in modo civile e senza apprezzamenti offensivi, ha ritenuto di abbandonare la trasmissione incurante sia dei presenti che dei telespettatori. La sua uscita è stata accolta da un lungo applauso liberatorio. Il conduttore ha quindi sottolineato “l’arroganza della politica” che si sottrae a un confronto con i cittadini.
    Nei giorni seguenti sono arrivati attestati di solidarietà al ministro in fuga da parte di molti partiti, tra cui Forza Italia che ha per bocca di Berlusconi tuonato contro “l’attacco indegno” e “l’offensiva contro i moderati e la Chiesa”. Il direttore generale della Rai Claudio Cappon ha chiesto un incontro con Michele Santoro e il direttore di Rai Due Antonio Marano per discutere dei “principi di imparzialità e completezza dell’informazione nel servizio pubblico”.
    La solidarietà a Santoro è d’obbligo, così come l’avvio di una riforma del sistema radiotelevisivo oggi di proprietà della famiglia Berlusconi e dei partiti. I politici non sono una razza eletta, sono al servizio dei cittadini e devono rispondere alle loro domande. Consigliamo a Cappon di occuparsi d’altro invece di richiamare all’ordine un giornalista che fa il suo mestiere. Guardi ai cittadini invece che ai politici.

    Antonio Di Pietro

    Non ho visto la trasmissione, ma solo – in seguito – qualche spezzone. E non sempre apprezzo il modo aggressivo e unilaterale di Santoro nel trattare un tema, in questa caso i DiCo, che necessita di assoluta serenità. Ma qui parliamo di libertà d’informazione e di sacrosanto diritto a un contraddittorio VERO. In un Paese realmente civile la questione non si porrebbe nemmeno. Ma siamo in Italia, e di interviste “in ginocchio” ne abbiamo subìte fin troppe. Il fatto che un esponente politico, oltretutto ministro della Giustizia, abbia abbandonato la sala (e ora minacci addirittura di far cadere il governo…), è un atto di inaudita gravità oltre che di vigliaccheria. Non mi sembra Mastella abbia saputo replicare “a tono” non a provocazioni, ma alle semplici e CONCRETE domande di un comune cittadino, che esigeva rispetto per sé e per il suo modo di amare. In tal senso ha ragione Santoro quando invoca, pur con alcuni eccessi populisti, una politica ancora in grado di “dialogare con la gente”.
    E ringrazio Antonio Di Pietro che ci permette di esprimere, a nostra volta, solidarietà a un giornalista discusso ma capace. Del resto, sentir affermare da Mastella “La mia Chiesa è quella di Madre Teresa e dei missionari” provoca strane vertigini.

    Daniela Tuscano (www.antoniodipietro.com)

    Rispondi
  • 12. Marcello Marani  |  12 marzo 2007 alle 22:01

    Chi è causa del suo mal pianga se stesso dice un proverbio che si adatta benissimo a quanti hanno inposto la presenza di un manutengolo come il traffichino di Ceppaloni nel CS, spacciandolo come “valore aggiunto” mentre eravamo in molti a considerarlo “zavorra a carico”.
    Una tal zavorra che con quatro voti si è preso per lo meno il triplo di parlamentari che le sue debolezze gli averebbero consentito.
    E la controprova è data dal fatto che solo tra parenti, compreso mio figlio e figli di amici, almeno una quindicina di giovani e nemmeno poi tanto, dato che sono tutti tra i 30 ed i 40 anni, non sono andati a votare intanto perchè non avevano nessun interesse a votare “contro qualcuno”, dato che avrebbero preferito votare “per qualcosa”, e poi papale papale dicevano che levare il Caimano, per appunto riciclare i Mastella i Verzaschi e tuttia la rumenta rappattumata per vincere, non li interessava affatto.
    E figuriamoci i giovani tra i 18 ed i 30!
    Sono convinto che l’uomo di Ceppaloni si è deciso di stare di quà a causa dei sondaggi che davano il CS, vincitore alla grande, perchè se avesse avuto il sentore di come sarebbero poi andate realmente le votazioni, sarebbbe stato dall’altra parte.
    Questo sicuramente ci avrebbe favorito, poichè avremmo avuto minore astensione tra i nostri elettori e persino può darsi che la sua presenza avrebbe aumentato le astensioni dei votanti per la CdL.
    Quanto a Santoro, non ho visto Anno Zero, che d’altronde mi sembra meno incisivo dei precedenti, in qunato ho paura che una certa normalizzazione si stia facendo strada anche nella Terza Rete, considerando che in fin dei conti tutti tengono famiglia e con i chiari di luna non sembra che Professore, Gentiloni, Padoa Schioppa e Petruccioli, assurto alla Presidenza del CdA della Rai per espressa volontà del Caimano, abbiano soverchie intenzioni di abolire la Gasparri, ripristinando la libertà ed il pluralismo dell’informazione nel rispetto dell’art 21 della C.
    E non a caso siamo l’unico paese del mondo occidentale e non solo dove l’informazione, la stampa ed i media invece che essere i cani da guardia del potere, sono soggetti al controllo da parte di coloro che invece avrebbero il dovere di controllare.
    Di qui è d’obbligo la domanda: “Ma è per questo che li abbiamo votati?”, con l’ovvia la risposta: “NO, NO ed ancora NO!”
    http://www.iltravaglio.it

    Rispondi
  • 13. Francesco fares bucci  |  13 marzo 2007 alle 0:36

    Ammiro molto la Signora Tuscano, anche se, a volte, dimostra una certa irruenza, sicuramente dovuta al carattere estremamente vivo.
    Detto questo, vorrei riconoscere alla Senatrice Binetti ogni ragione, per quanto detto in precedenza (parole del tutto travisate a ragion di casta) e per la risposta data alla Tuscano.
    Condivido quanto affermato dalla Senatrice in tutto e per tutto, anche la forma usata che, per finezza di esposizione, rasenta l’irreale.
    Un saluto,
    francesco fares bucci

    Rispondi
  • 14. davide  |  13 marzo 2007 alle 15:03

    2007-03-13 14:21
    Consiglio Cei discutera’ sui Dico
    La riunione, presieduta da mons. Bagnasco, si terra’ il 26/3
    (ANSA) – ROMA, 13 MAR – Il prossimo consiglio della Cei discutera’ la nota sull’atteggiamento per i cattolici da tenere nei confronti del ddl sui ‘Dico’. Lo ha detto oggi il card. Angelo Scola, patriarca di Venezia, durante una conferenza stampa in Vaticano per la presentazione dell’esortazione post-sinodale di Benedetto XVI sull’eucarestia. Il consiglio, che si riunira’ il 26 marzo, sara’ la prima riunione Cei presieduta dal neo presidente, mons. Angelo Bagnasco.

    Rispondi
  • 15. noi siamo chiesa  |  13 marzo 2007 alle 22:13

    “Noi Siamo Chiesa”

    Via N. Benino 2 00122 Roma

    Via Bagutta 12 20121 Milano

    tel.+39-022664753- cell 3331309765

    email vi.bel@iol.it

    http://www.we-are-church.org/it

    Comunicato stampa

    NO a tutto, anche alla discussione sui problemi aperti. Benedetto XVI propone l’immobilismo nell’esortazione Apostolica Sacramentum Caritatis sull’Eucaristia

    Il portavoce di “Noi Siamo Chiesa” Vittorio Bellavite ha rilasciato la seguente dichiarazione:

    “Dopo che è stata chiusa nel 2003 da Giovanni Paolo II la discussione teologica con l’Enciclica Ecclesia de Eucharistia, ora Benedetto XVI cerca di risolvere d’autorità i problemi pastorali che sono stati affrontati dal Sinodo dei Vescovi nell’ottobre 2005 relativi alla celebrazione eucaristica.

    Il documento del Papa diffuso oggi http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/apost_exhortations/documents/hf_ben-xvi_exh_20070222_sacramentum-caritatis_it.html dice con fermezza di NO a tutto, anche all’apertura della riflessione su questioni sempre più urgenti nella vita quotidiana della Chiesa cattolica.

    Il celibato obbligatorio dei preti è confermato; i divorziati risposati sono ben accolti nella Chiesa ma non possono accostarsi all’Eucaristia (contraddizione fin troppo evidente); l’intercomunione con i cristiani non cattolici rimane proibita; sono raccomandate l’adorazione e la processione eucaristica (da tempo fortemente contestate dal punto di vista teologico); le omelie sono compito esclusivo dei presbiteri o, al massimo, dei diaconi; vengono anche riprese le indulgenze. Infine tutto il documento ripropone la celebrazione dell’Eucaristia come rito rigido e formale con molte norme liturgiche da osservare in contrasto con la richiesta di una maggiore libertà per valorizzarne i suoi aspetti comunitari ed un maggiore legame con le circostanze di tempo e di luogo in cui essa avviene (è già questa la realtà in alcune parti del mondo cattolico nonostante i divieti di Roma). Sono convinto che questa linea immobilista del Papa nel medio periodo sarà superata e che la riforma liturgica, arenatasi dopo il Concilio con l’introduzione della lingua parlata nella celebrazione, inevitabilmente riprenderà.

    Mi sembra comunque fatto positivo che Benedetto XVI negli ultimi capoversi (89-92) affermi l’importanza del rapporto tra Eucaristia ed impegno ad “essere realmente operatori di pace e di giustizia” e per la salvaguardia del creato. E’ questo uno dei punti centrali della riflessione che l’International Movement We Are Church (di cui “Noi Siamo Chiesa” fa parte) propose all’apertura dei lavori del Sinodo il 4 ottobre del 2005”.

    Roma, 13 marzo 2007

    Rispondi
  • 16. alessandro  |  14 marzo 2007 alle 6:48

    Siamo veramente al preconcilio.
    Mi domando fino a quando il Signore ci proverà con questi pastori così….(Giovanni XXIII li chiamò) “PROFETI DI SVENTURA”.
    Ciao
    ale

    Rispondi
  • 17. don F.  |  14 marzo 2007 alle 7:20

    Cara Daniela,
    dopo aver letto molta documentazione o materiale circa l’utilità o meno d’introdurre i Di.co (o simil Pacs) in Italia, la mia conclusione è la seguente: preferisco la strada della tutela delle persone, senza creare un nuovo soggetto giuridico.
    Quindi sono sono per il perfezionamento del diritto privato, cioè del riconoscimento di diritti e prerogative alle singole persone che formano una coppia che coabita/convive o è unita di fatto, nella linea di quanto sostengono vari costituzionalisti, giuristi e filosofi del diritto di tutto rispetto (se t’interessa ti mando un parziale elenco), e pure la
    “Commissione etica e società” dell’Alleanza Evangelica Italiana.

    Anche se non lo condivido in tutte le singole proposizioni, mi sembra interessante quest’ultimo documento che proviene da una parrocchia di Tolmezzo (puoi leggerlo qui http://www.avvenireonline.it/famiglia , è stato pubblicato il 2 marzo).

    I motivi che giustificano la mia posizione sono sostanzialmente questi:

    1) non voglio contribuire a infliggere un colpo mortale all’istituto della famiglia così come si è andato delineando in tanti secoli e che non mi pare abbia esaurito il suo compito. Ritengo che la nostra visione di coppia e famiglia non vada minata, neanche surrettiziamente, dall’introduzione di
    altre forme di coppie e famiglie, che sono tali solo per l’estrinseco riferimento binario: a mio avviso, ne deriverebbe una grave perdita e un danno irreparabile per il futuro della società. Questo perché la legge e la norma fanno sempre da pedagogo, specie per le persone meno autonome nel loro
    giudizio, sia in relazione all’età che alla cultura.

    2) Non voglio offrire all’islam il grimaldello con il quale introdurre la poligamia in Italia e in Europa (tentativi già esperiti in Italia e in Francia, e surrettiziamente già attuati, specie nei grossi centri urbani)…

    3) Non voglio che, fra qualche tempo, incominci la campagna a favore del riconoscimento giuridico della “tripla” e della “quadrupla di fatto” (se è il “fatto” che è determinante, perché ci si dovrebbe fermare a due?). Cf. il caso dell’Olanda, dove un uomo ha tentato di far registrare il Pacs con
    due donne. La cosa non è stata accettata, ma lui ritiene comunque di aver diritto a formare un “matrimonio” a tre;

    4) Non voglio caricare lo Stato italiano di un nuovo e spaventoso carico burocratico far muovere e regolamentare la macchina creata da qualsiasi Pacs e tutto il contenzioso che ne deriverebbe.

    Vorrei ricordare, però, che l’aspetto burocratico è solo accessorio: qui si tratta di una questione la cui sostanza va a intaccare la Costituzione.
    Quantomeno, non è una materia su cui possa deliberare, ad esempio, un Consiglio comunale o regionale.

    Per ora non ho altre chiarezze o sicurezze.

    Cordialità

    don F.

    Rispondi
  • 18. danielatuscano  |  14 marzo 2007 alle 9:13

    Riflessioni e interrogativi in gran parte condivisibili, caro don F. E mi piace la conclusione: “per ora non ho altre chiarezze o sicurezze”. Ma sai meglio di me che il tema di fondo è un altro, culturale e antropologico. Etico. Non può essere ridotto a querimonie da Azzeccagarbugli o infangato da qualche italiota salotto televisivo. Per questo, finora, ho evitato di pronunciarmi direttamente. Troppa meschinità, troppa malafede, troppa spettacolarizzazione. Troppo ideologismo da bar rionale.

    D’altra parte mi riempie d’indignazione l’arroccamento persecutorio della Chiesa ratzingeriana su questo tema. Anche Giovanni Paolo II la pensava nello stesso modo (pur se il suo linguaggio, già duro, non aveva però raggiunto simile violenza e, oserei dire, volgarità), ma, a parte la disparità intellettuale tra i due, risulta evidentissima l’ossessione di Benedetto XVI soprattutto contro gli omosessuali (definiti proprio ieri col termine antico e, si sperava, superato, “contronatura”). Per lui sono l’incarnazione del nuovo relativismo-paganesimo-decadenza ecc. ed è assolutamente logico il suo rifiuto anche solo di discutere con loro (e, in misura minore, con gli altri soggetti sociali “deboli e deviati”: divorziati, coppie “irregolari”…). Se essi rappresentano il Male Assoluto sempre e comunque, un dialogo costituirebbe necessariamente un segno di debolezza e di cedimento (a questo proposito ti rimando al link http://www.gruppoemmanuele.it/news/puntidivista.htm ). Col Male non si discute, lo si combatte e basta. A ragion veduta ho quindi scritto che Ratzinger è “contro gli omosessuali” e non “contro la legislazione (anche) a loro favore”. Quest’ultima opposizione esiste, naturalmente, ma in conseguenza della prima.

    Inoltre, la visione di Benedetto sull’odierno mondo occidentale è totalmente negativa.

    Pertanto, benché tale processo di sostanziale affossamento del Concilio Vaticano II sia iniziato già col precedente papato, oggi assistiamo a una fortissima accelerazione di tale linea. Anche perché, a differenza di Giovanni Paolo II, l’attuale Pontefice è sostanzialmente poco interessato agli altri temi: pace, ingiustizie e salvaguardia del pianeta (tranne, si capisce, alcuni richiami, che a volte sono colpevolmente ignorati dai media, ma in altri casi risultano meno frequenti, incisivi e concreti).

    Capisci quindi che non si tratta tanto di approvare o no i DiCo-Pacs o simili. So anch’io che esistono gruppi di pressione che non bisogna assecondare, e va da sé che a presenzialisti televisivi, fossero essi gay, etero o bisex, non affiderei nemmeno un canarino; ma la faccenda non si riduce certo a queste caricature.

    Rispondi
  • 19. alessandro  |  14 marzo 2007 alle 15:36

    Enzo Mazzi

    I profeti di sventura che Roncalli non amava

    Liberazione 8 marzo 2007

    Etsi Ruini non daretur, come se Ruini non ci fosse: questa parafrasi di uno slogan da far risalire al giurista olandese del XVII secolo Ugo Grozio, rilanciato dal grande teologo evangelico tedesco Dietrich Bonhöffer, è lo slogan che caratterizza nella sostanza la vita della maggioranza degli italiani. Non solo dei cosiddetti atei, ma anche dei cristiani e delle cristiane credenti, e perfino di preti, religiosi, suore, teologi. Non vale invece per i centri di potere e in primo luogo per quelli
    del potere mediatico. I quali ti obbligano alla fine a parlare di Ruini anche se non ne avresti nessuna voglia e quindi ad entrare in contraddizione col tuo sistema di vita.

    Quel vivere una spiritualità e religiosità personalizzata, come se non ci fossero dogmi e imposizioni morali dall’alto, lo chiamano “religione fai da te”, in parte a ragione e in parte a torto.

    A ragione perché si tratta di un’estensione dell’individualismo moderno alla dimensione religiosa ed etica. E’ la religione del danaro che è essenzialmente individualista. Il dominio della mediazione del danaro, astrazione quasi assoluta, frantuma tutti i rapporti umani, tutte le relazioni, da quelle più intime a quelle sociali e politiche a quelle ecclesiali. Il “fai da te”, non come autonomia responsabile dell’essere individuo in relazione, ma come autismo imposto dalla competizione
    generalizzata, “ognun per sé Dio per tutti”, ben rappresentato oggi da berlusconismo, si estende a tutte le dimensioni della vita compresa la dimensione della religiosità e della fede. Il grande errore di Ruini e di Ratinger è di non vedere come il dorato mantello dell’identità cristiana-cattolica con cui tentano in ogni modo di ravvolgere l’Occidente e il mondo copre e cova e favorisce e sacralizza in realtà la “guerra di tutti
    contro tutti”. L’identità cristiana non è un mantello protettivo è una coltre funeraria, non è una cupola che nobilita è un sarcofago dell’amore cristiano e del Vangelo. Perché tanti mugugni, tanto dissenso sotterraneo, e pochissime prese di posizione aperte di fronte a questa aggressività ruiniana? Perché nessun teologo esce allo scoperto per dire quello che pensa di una teologia come quella di Ratzinger che non pochi
    considerano anticonciliare? La paura, certo. Ma la paura è una
    giustificazione che regge solo fino a un certo punto. Al fondo c’è io credo una impostazione individualista della pastorale e della stessa ricerca teologica, c’è una frantumazione dei rapporti intraecclesiali, c’è una specie di ritorno feudale. E questo è il secondo grave limite che io vedo nel pontificato di Giovanni Paolo II ereditato dal papa attuale e da Ruini. L’esasperazione del centralismo vaticano ha favorito l’individualismo moderno in alleanza con il dominio del danaro perché ha distrutto la circolarità dei rapporti intraecclesiali, ha impedito il realizzarsi della rete delle relazioni, imponendo invece la dimensione radiale, un po’ come nelle ruote di una bicicletta, in cui ogni punto periferico è in rapporto con gli altri solo passando attraverso il centro, che tutto tiene insieme e tutto controlla.

    E veniamo all’altra faccia della questione. E’ anche a torto che si definisce “religione fai da te” questo impostare sostanzialmente la propria vita “come se Ruini non ci fosse”. Perché il sottrarsi agli insopportabili imperativi ruiniani, nella misura in cui è fatto consapevolmente e positivamente, costituisce la premessa per una sana ricerca di laicità. E’ un modo per radicare la laicità nell’humus fecondo degli elementi
    essenziali della sopravvivenza, sottraendola ad ogni lotta ideologica e ad ogni scontro di poteri. E’ vedere la laicità secondo il senso etimologico della parola, la quale proviene come si sa dal termine greco laos che significa popolo.

    Certo la premessa, il sottrarsi alle imposizioni etiche dall’alto, chiede che poi si sviluppi la ricerca di una liberazione della religiosità dal dominio del sacro.

    E’ la ricerca ad esempio che stanno conducendo le comunità di base in Italia e nel mondo. Esse lavorano per far emergere e sanare traumi spirituali e morali che la mente e tutto il corpo hanno patito perfino a loro insaputa e che si manifestano poi come blocco della speranza, spavento senza parola, vuoto dell’anima. Lavorano per passare dalla perdita inconsapevole e dall’angoscia talvolta senza nome alla ricerca di senso e
    di speranza: questo vuol dire per loro comunità, primato delle
    relazioni senza confini, cristianesimo dei segni dei tempi, religione dell’amore critico e creativo. Anche da qui, da questa rivoluzione delle e nelle religioni passa l’anima sociale e solidale del processo di globalizzazione. Perché una tale liberazione della religiosità dal dominio del sacro è un aspetto, non secondario ma certo parziale, di una liberazione
    più generale dalla cultura della competizione globale. Verranno i tempi della liberazione. Ma forse sono già questi, qui e ora, e non ce ne avvediamo perché i nostri occhi sono offuscati da una nebbia fitta.

    Che s’ingrossa col moltiplicarsi dei fondamentalismi di fronte ai problemi etici inediti che c’inquietano: manipolazioni genetiche, senso di illimitatezza delle conquiste della scienza, dissolvimento delle frontiere tradizionali fra vita e morte, nuove forme di convivenza, nuove dimensioni del diritto internazionale. Tutte sfide immani che richiedono da un lato vigile senso critico ma dall’altro anche il diradamento della
    nebbia che c’impedisce di trovare la strada giusta. Non si trova tutti insieme la rotta più giusta se ognuno o qualcuno, specialmente se dotato di potere, è convinto di essere la stella polare e di possedere la chiave della verità e ti acceca con la sua luce. C’è poi l’accentuarsi della globalizzazione che rimescola tutte le carte. Il processo di globalizzazione può sfociare nello “scontro di civiltà” con l’arroccamento
    nelle identità codificate e l’enfatizzazione e il potenziamento anche strutturale ed economico degli universi simbolici e delle istituzioni religiose considerate fondamento e baluardo di ciascuna delle civiltà in conflitto. O può invece sboccare nella “positiva contaminazione” reciproca, su un piano di parità, fra culture e religioni e quindi nella realizzazione delle profezie di pace mondiale e globale.

    In questo tsunami sociale che caratterizza il nuovo millennio, tenere ferma la barra della navigazione politica, e non solo politica ma anche sociale, penso ai movimenti e al volontariato, sull’asse della laicità è un compito complesso che richiede saggezza, duttilità, capacità di mediare e però anche coraggio e fermezza.

    E’ quasi d’obbligo concludere questa apertura alla speranza, di fronte ai pessimismi medievali di Ruini, col discorso di papa Giovanni, Gaudet Mater Ecclesia, nella solenne apertura del concilio ecumenico Vaticano II. “Nell’esercizio quotidiano del Nostro ministero pastorale ci feriscono talora l’orecchio suggestioni di persone, pur ardenti di zelo, ma non fornite di senso sovrabbondante di discrezione e di misura. Nei
    tempi moderni esse non vedono che prevaricazione e rovina; vanno dicendo che la nostra età, in confronto con quelle passate, è andata peggiorando; e si comportano come se nulla abbiano imparato dalla storia, che pur è maestra di vita, e come se al tempo dei concili ecumenici precedenti tutto procedesse in pienezza di trionfo dell’idea e della vita cristiana, e della giusta libertà della chiesa. A noi sembra di dover dissentire da codesti profeti di sventura, che annunziano eventi sempre infausti, quasi che incombesse la fine del mondo”.

    Che questo dissenso di papa Giovanni dilaghi e trovi la forza di
    manifestarsi.

    Rispondi
  • 20. danielatuscano  |  14 marzo 2007 alle 18:12

    Su “Affari Italiani” di oggi hanno pubblicato una lettera. Ve la propongo.

    Gentile direttore,

    il nostro caro Pontefice nell’esortazione post – sinodale Sacramentum Caritatis, ha invitato politici e legislatori a non votare leggi che vadano contro “la natura umana”. Io però non riesco ben a comprendere quando una legge vada a favore della natura umana, e quando le vada contro, specialmente se guardo a un passo del Vangelo, e soprattutto ad alcune disposizioni date dal Catechismo.

    Il consiglio di Gesù, espresso dal versetto: “«Vi sono infatti eunuchi che nacquero così dal seno della madre, e vi sono eunuchi che furono resi tali dagli uomini, e vi sono eunuchi che si resero tali da sé per il regno dei cieli. Chi può comprendere, comprenda» ( Mt 19,12), è conforme alla “natura umana”?.

    E lo è il consiglio di S.Paolo: “E’ cosa buona per l’uomo non avere contatti con donna” (cf 1 Cor 1,7)? Forse sbaglio, però non mi sembra neppure in perfetta sintonia con la natura umana, l’indicazione che il Catechismo dà agli sposi, di astenersi dall’amplesso (cf n. 2370), allo scopo di evitare gravidanze indesiderate.

    Infine, con tutto il rispetto verso papa Ratzinger, ho l’impressione si contraddica quando esorta a rispettare i valori fondati sulla natura umana, e poi ai sacerdoti impone il celibato, diversamente da Gesù e S. Paolo, che perlomeno si limitavano a consigliarlo.

    Elisa Merlo

    Rispondi
  • 21. Valeria  |  15 marzo 2007 alle 22:37

    Ho seguito la trasmissione e ho notato come Mastella fosse in estrema
    difficoltà a dover rispondere a quel ragazzo di 21 anni.
    Tra l’altro ha pure detto che lui per sapere che cos’è una famiglia si
    affida al diritto naturale!!
    Secondo me è andato via dopo aver visto la vignetta di Vauro in cui
    lui era dipinto come uno attaccato alla poltrona, poi ha cercato di
    giustificarsi adducendo come scusa l’anticlericalismo e accuse alla
    Chiesa.
    Chi ha visto la trsmissione sa che non è andata così e che Santoro non
    è stato arrogante durante il contraddittorio, lo ha solo incalzato
    dicendo che altri paesi europei hanno introdotto matrimoni e pacs per
    omosessuali mettando da parte il diritto naturale e non si capisce
    perchè di esso noi in Italia dovremmo tenerne conto.

    Rispondi
  • 22. ernesto  |  15 marzo 2007 alle 23:45

    bella lettera Daniela.

    ho trovato su internet questo articolo molto interessante che per alcuni aspetti dice le stesse cose e adesso ve lo sottopongo.

    baci

    Ernesto

    GAY ED OMOFOBIA. CARA ROSY, CARA PAOLA, HANNO RAGIONE I GAY
    Ma non c’è dubbio che ci sia stato un atteggiamento ingiurioso da parte delle due esponenti cattoliche
    giovedì 15 marzo 2007 , di Il Riformista
    di Claudia Mancina

    Quella che ha avuto luogo nei giorni scorsi tra i movimenti gay e la senatrice Binetti e la ministra Bindi non è una banale e ripetitiva rissa, come qualcuno potrebbe credere. Sono volate parole grosse, da una parte e dall’altra. Ma non c’è dubbio che ci sia stato un atteggiamento ingiurioso da parte delle due esponenti cattoliche, che – forse anche al di là delle loro intenzioni – ha lasciato trapelare una sostanziale e profonda intolleranza verso l’omosessualità e gli omosessuali. Hanno quindi ragione i dirigenti della consulta gay dei Ds a sollevare la questione dei fondamenti culturali ed etici del futuro Partito democratico. Non si tratta di un interesse di bottega: non stanno difendendo soltanto il proprio diritto di cittadinanza nel nuovo partito. La questione dei gay si trova a fare da pietra di paragone per un problema che è più generale. E sbagliano i dirigenti dei Democratici di sinistra, sbagliamo tutti se crediamo che si tratti di un conflitto che riguarda pochi. Ciò che è in questione è la possibilità di disegnare e condividere uno spazio politico per credenti e non credenti.

    Sia ben chiaro, nessuno chiede alla Bindi o alla Binetti di cambiare le proprie opinioni sulla sessualità umana o sui fini e la natura della famiglia. (Opinioni che, del resto, sono certamente condivise anche da molti che non sono cattolici, nel nostro come in altri paesi.) Ma il punto è un altro: può un partito di centrosinistra collocarsi su un terreno diverso da quello della laicità e del pluralismo etico? Diremmo di no. Allora ciò che si richiede ai cattolici che stanno nel partito democratico non è di rinunciare alle loro convinzioni né di mettere tra parentesi la loro identità etico-politica di cattolici. Si richiede di accettare un quadro comune di regole e di principi politici, compatibili con etiche diverse. Si richiede di accettare l’onere del confronto e della mediazione tra le proprie posizioni e quelle altrui. Si richiede di farsi carico di quella dimensione peculiare e costitutiva della politica, che consiste nel cercare soluzioni accettabili da tutti e non solo dalla propria comunità di appartenenza. Il riconoscimento dei diritti dei conviventi – etero e omosessuali – era nel programma dell’Unione (peraltro con una formulazione che rappresentava già una mediazione molto costosa per chi voleva riconoscere le coppie di fatto). Alla base di quel punto programmatico c’era il venir meno di ogni discriminazione basata sull’orientamento sessuale. Forse la Binetti e la Bindi non si rendono nemmeno conto che con le loro parole vengono meno a quell’impegno: perché parlare di devianza, o dire che per un bambino è meglio vivere in Africa che con una coppia omosessuale, vuol dire far pesare su queste persone un rifiuto che è alla base di qualsiasi possibile discriminazione. Per di più in modo strumentale: non c’è nessuna proposta che preveda l’adozione o la procreazione assistita per i gay, quindi quel riferimento aveva solo lo scopo di recuperare un consenso che si temeva perduto.

    Dunque si può discutere con piena legittimità sul modo in cui riconoscere i diritti dei conviventi; si può perfino essere alla fine contrari. Non si può portare nel dibattito politico una condanna dell’omosessualità che è lesiva della dignità delle persone e tende a escluderle dal comune orizzonte dell’umanità. Qui non è questione di credenti e non credenti; è questione di rispetto per l’autonomia individuale, che è un prerequisito della convivenza politica.

    Senza questo rispetto, non ci resterebbe che scatenare guerre di religione o guerre etiche. È difficile da capire per i cattolici? Se così fosse, ci sarebbe davvero di che preoccuparsi per le sorti del Partito democratico. Essendo tra quelli che da anni credono in questa prospettiva, preferisco pensare che le attuali turbolenze siano utili al chiarimento (è bene che avvengano gli scandali…). E che il Partito democratico sia precisamente il luogo politico dove la scelta della laicità, che pure molti esponenti della Margherita hanno fatto nelle settimane passate, potrà trovare più forza e affermarsi come la scelta giusta. Per credenti e non credenti, che su questa frontiera non possono assolutamente separarsi.

    Rispondi
  • 23. andrea  |  16 marzo 2007 alle 6:24

    Nessuna discriminazione da parte mia, però ho trovato anche giusto (se non in tutto) in molte parti un altro articolo di Famiglia Cristiana che anch’io riporto:

    NON SI PUO’ METTERE IL BAVAGLIO ALLA CHIESA
    La telecronaca di un “gay pride” di qualche anno fa, con immagini di una insostenibile volgarità sessuale, ha colpito gli spettatori
    Sa da sempre che i suoi uomini non sono esenti dal peccato, ma insegna anche che il suo Fondatore è morto in croce per riscattare i peccati di tutti. Vogliamo impedirle di predicare?

    Il dibattito sulla nostra presenza in Afghanistan e quello sulle coppie di fatto confermano che il livello della politica è sceso molto in basso in Italia. Tutto è esclusivamente riferito alla sopravvivenza del Governo, fra una maggioranza appesa a un numero fatale (158 voti al Senato) sempre a rischio per i capricci di qualche componente, e un’opposizione che si è data un unico scopo: “mandare a casa” il Governo, come se essa avesse una linea comune su tutto, da far valere in un immediato scontro elettorale.

    Come ha osservato Angelo Panebianco sul Corriere della Sera, «nel dibattito italiano le vere poste in gioco in Afghanistan vengono raramente menzionate». Le questioni militari e diplomatiche sono complicate, ma qui da noi tutto si condensa in un nonsenso: la maggioranza non può e non deve contare sul voto dei senatori a vita. Se gli eletti non arrivano a 158, “a casa”.

    Non esiste nulla, nella Costituzione e nei regolamenti parlamentari, che sorregga questa tesi: ma a destra non si dice altro e a sinistra non c’è preoccupazione maggiore che quella di tenere in qualche modo a bada i due o tre senatori che hanno dichiarato che non voteranno mai a favore della missione a Kabul, succeda quel che succeda, anche una vittoria dei talebani e del terrorismo internazionale, dopo di che svanirebbe ogni speranza di strappare quel Paese a un fondamentalismo religioso cupo e intollerante.

    A proposito dei “Dico”, la scorsa settimana ci sono stati due momenti in cui il Centrosinistra ha conosciuto l’ennesima spaccatura: la trasmissione Annozero di Santoro su Raidue e la manifestazione di piazza Farnese a Roma, organizzata dai gruppi omosessuali, a cui hanno partecipato tre ministri suscitando la “perplessità” di Prodi.

    Finché ci si scontra su una legge in discussione al Parlamento, niente di male. Ma da Santoro è successo tutt’altro. La telecronaca di un “gay pride” di qualche anno fa, con immagini di una insostenibile volgarità sessuale, ha colpito gli spettatori come un’offesa alla loro dignità umana, e alla stessa dignità umana dei suoi protagonisti.

    Nel precedente, tradizionale intervento di Marco Travaglio (in risposta a una frase di Andreotti) c’era stata una sorprendente requisitoria nei confronti della Chiesa, a cui si era in sostanza chiesto di non intervenire a proposito di diritti degli omosessuali, per tre motivi: perché negli Stati Uniti c’è stato lo scandalo dei preti pedofili; perché Dante tratta bene un “gay” incontrato all’Inferno; perché i cardinali si riuniscono nella Cappella Sistina affrescata com’è noto da un omosessuale.

    La Chiesa sa da sempre che i suoi membri, uomini come gli altri, non sono esenti dal peccato; la Messa comincia con il mea culpa; ogni generazione di Chiesa ha i suoi Rosmini che le ricordano le sue “piaghe”; ma soprattutto, essa insegna agli uomini che il suo Fondatore è morto in croce per riscattare i peccati di tutti. Se si tira in ballo Dante, non si citino solo i versi: «rispuosi: “Siete voi qui, ser Brunetto?”» e «la cara e buona imagine paterna», ma anche quello in cui ser Brunetto parla di sé e dei suoi compagni di pena eterna (Inferno, canto
    XV). Quanto a Michelangelo, la fede dei cardinali non è influenzata dai dipinti del luogo in cui si incontrano.

    Se vogliamo che la Chiesa non parli più delle cose che le è stato ordinato di predicare, lo si dica chiaro: è già successo tante volte, fino a vent’anni fa in mezza Europa, e tuttora in Cina. Ma se lo si fa come ad Annozero, l’effetto rischia di essere contrario. Anche a scapito dei diritti che si vogliono difendere.

    Rispondi
  • 24. joelle  |  16 marzo 2007 alle 13:45

    Intervista al cardinale Martini dopo la messa per I pellegrini milanesi a Gerusalemme
    “Bisogna parlare di cose che la gente capisce e ascoltare le sue sofferenze”

    ” La Chiesa non dia ordini
    serve il dialogo laici-cattolici”
    dal nostro inviato ZITA DAZZI
    GERUSALEMME – “Credo che la chiesa italiana debba dire cose che la gente capisce, non tanto come un comando ricevuto dall’alto, al quale bisogna obbedire perché si è comandati. Ma cose che si capiscono perché hanno una ragione, un senso. Prego molto per questo”. Raramente, il cardinale Carlo Maria Martini, arcivescovo emerito di Milano, 80 anni compiuti da poco, ha fatto un accenno così diretto, così esplicito, durante un’omelia pronunciata in chiesa, a temi che agitano anche il dibattito politico nazionale. Ma non lasciavano molti dubbi di interpretazione, le frasi pronunciate ieri sera, durante la messa celebrata nella basilica della Natività di Betlemme, davanti a 1300 pellegrini arrivati al seguito del suo successore, l’arcivescovo Dionigi Tettamanzi. Il cardinal Martini, parlando a braccio, fra gli applausi dei fedeli, ha sollecitato la chiesa italiana a credere nel dialogo “fra chi è religioso e chi è non religioso, fra credenti e non credenti” aggiungendo di pregare “perché si raggiunga quel livello di verità delle parole per cui tutti si sentano coinvolti”.

    Eminenza, a cosa si riferiva quando parlava della necessità di usare un linguaggio che la gente possa intendere non come un comando ma come una verità quotidiana?
    “Credo che la chiesa debba farsi comprendere, innanzitutto ascoltando la gente, le sue sofferenze, le sue necessità, I problemi, lasciando che le parole rimbalzino nel cuore, lasciando che queste sofferenze della gente risuonino nelle nostre parole. In questo modo le nostre parole non sembreranno cadute dall’alto, o da una teoria, ma saranno prese per quel quello che la gente vive. E porteranno la luce del Vangelo, che non porta parole strane, incomprensibili, ma parla in modo che tutti possono intendere. Anche chi non pratica la religione, o chi ha un’altra religione”.

    Lei ha sempre auspicato la nascita di una pubblica opinione nella chiesa, con la possibilità di discutere, anche di non essere d’accordo.
    “Venendo a vivere qui a Gerusalemme io mi sono posto come se fossi in pensione, fuori dai doveri pubblici. Mi sono posto l’impegno di osservare rigorosamente il precetto del vangelo di Matteo, quello che dice non giudicare e non sarai giudicato. Quindi io non giudico, perché con quella misura sarei giudicato. Ma il mio auspicio va in quella direzione”.

    Molti pensano che la Chiesa sia in difficoltà di fronte ai cambiamenti imposti dalla modernità.
    “La modernità non è una cosa astratta. In verità ci siamo dentro, ciascuno di noi è moderno se vive autenticamente ciò che vive. Non è questione di tempi. Il problema è essere realmente presenti alle situazioni in cui si vive, essere in ascolto, lasciare risuonare le parole degli altri dentro di sé e valutarle alla luce del Vangelo”.

    Lei ha parlato recentemente della necessità di promuovere la famiglia, un compito che ha definito “più urgente” rispetto alla difesa della famiglia. Con quali azioni si può raggiungere lo scopo?
    “Promuovere la famiglia significa sottolineare che si tratta di un’istituzione che ha una forza intrinseca, che non è data dall’esterno, o da chissà dove. La famiglia ha una sua forza e bisogna che questa forza sia messa in rilievo, che quindi appaia la bellezza, la nobiltà, l’utilità, la ricchezza, la pienezza di soddisfazioni di una vera vita di famiglia. Bisognerà che la gente la desideri, la gusti, la ami e faccia sacrifici per essa”.

    Invece, in questa fase del dibattito politico, della famiglia attuale vengono più facilmente lamentati I modi in cui essa si discosta rispetto al modello ideale.
    “Durante l’omelia ho parlato delle comunità che troppo spesso rimangono prigioniere della lamentosità. Il Signore vuole che noi guardiamo alla vita con gratitudine, riconoscenza, fiducia, vedendo le vie che si aprono davanti a noi. Quando andavo nelle parrocchie a Milano, trovavo sempre chi si lamentava delle mancanze, del fatto che non ci sono giovani. E io dicevo di cui ringraziare Dio per I beni che ci ha concesso, non per quelli che mancano. Dicevo che la fede, in una situazione così secolarizzata, è già un miracolo. Bisogna partire dalle cose belle che abbiamo e ampliarle. L’elenco delle cose che mancano è senza fine. E I piani pastorali che partono dall’elenco delle lacune sono destinati a dare frustrazioni e non speranze”.

    repubblica(16 marzo 2007)

    Rispondi
  • 25. marco  |  16 marzo 2007 alle 18:29

    Leggendola ho avuto qualche sospetto sul perchè non è diventato papa!
    😉

    Marco

    Rispondi
  • 26. danielatuscano  |  17 marzo 2007 alle 8:19

    CERRELLI: L’OMOSESSUALITA’? UNA MALATTIA!

    Prosegue, a ritmo ossessivo, la crociata dei fondamentalisti contro i gay. Ormai negli ambienti cristianisti e vaticani non si parla d’altro, e le esternazioni si susseguono un giorno dopo l’altro, senza tregua. Stavolta tocca a Giancarlo Cerrelli, presidente dell’Unione giuristi cattolici calabresi. Ne è certo, l’omosessualità è una malattia. Replicando ieri al deputato Ds Franco Grillini, secondo il quale la manifestazione svoltasi a Crotone era una “prova generale di omofobia”, il giurista ha puntualizzato che l’omosessualità è stata eliminata dalle malattie in seguito alle pressioni delle lobby gay; mentre invece, secondo “numerosi studi” (non citati), essa deriverebbe da nevrosi o da rapporti innaturali coi genitori.

    Si prova un certo disgusto, nonché fastidio, nel ribattere ad argomentazioni così grossolane, ma viviamo in questo momento storico; quindi armiamoci di pazienza e, parafrasando Manzoni, tiriamo avanti con coraggio.

    E’ vero che l’OMS ha depennato l’omosessualità dalle malattie mentali nel 1993; in realtà la battaglia era cominciata molti anni prima, con la pubblicazione del libro Diario di un omosessuale (1971) dove uno psichiatra illustrava i successi nella “guarigione” di un gay. L’interessato denunciò pubblicamente la cosa; e l’anno successivo, a Sanremo, i partecipanti al Congresso di Sessuologia furono fischiati da una quarantina (si badi bene) di militanti dell’allora neonato movimento omosex italiano. Il fatto provocò scalpore, e nel 1973 l’American Psychiatric Association (APA) decretò l’assenza di prove scientifiche serie che catalogassero l’omosessualità fra le patologie psichiatriche. Non tutti concordarono con tale decisione; gli oppositori (Bieber, Socarides, poi Aardweg e Nicolosi) fondarono in seguito centri di “riabilitazione”, in genere d’ispirazione religiosa, per “riconvertire”, secondo le loro parole, gli omosessuali al giusto orientamento eterosessuale.

    Essi sostengono che una malattia non si decide in base a un referendum; peccato che a tale decisione si giunse non per la pressione delle lobby gay, com’essi denunciarono e continuano a denunciare, ma per le insistenze degli oppositori; in altre parole furono i fautori della patologia a esigere quella procedura, rifiutando la prassi comune, certi peraltro di ottenere la maggioranza.

    Di conseguenza le affermazioni di Cerrelli, oltre che intrise di pregiudizio, manifestano una preoccupante povertà di cultura generale; è infatti sufficiente consultare Wikipedia http://it.wikipedia.org/wiki/Omosessualit%C3%A0_%28cause%29#La_revisione_del_1973 per informarsi e ricavare documentazione e aggiornamenti, anche sui più recenti e accreditati studi scientifici.

    Di più. Oltre che dagli studi sopra menzionati, ma pure dalla semplice esperienza, l’assioma omosessualità = nevrosi e/o rapporto “innaturale” coi genitori è confutato dallo stesso Catechismo della Chiesa Cattolica, al par. 2357, dove si asserisce che “l’omosessualità… si manifesta in forme molto varie lungo i secoli e nelle differenti culturee “la sua genesi psichica rimane in gran parte inspiegabile. Da molti anni cioè (1975, per la precisione) persino la gerarchia vaticana ha smesso di fornire un elenco dettagliato e preciso delle “cause” dell’omosessualità, con la speranza, segreta ma non troppo, di rimuoverle. Cerrelli pertanto dimostra di ignorare non soltanto le più recenti acquisizioni scientifiche, ma anche gli insegnamenti di quella Chiesa cui pretende di ispirarsi. Anche se ora, in un clima di reazionarismo trionfante, certe suggestioni riprendono fiato.

    Quanto poi al concetto di “natura” come un’entità fissa, immutabile e perfetta, esso è palesemente contraddetto non solo nelle pagine più note di Beccaria, che si studiano in qualsiasi corso di scuola superiore e secondo cui l’anomalia appartiene alla natura, ma dalla Scrittura stessa, senza che d’altronde ciò comporti l’inesistenza di peculiarità o l’indifferenza delle azioni umane. Ma questo discorso meriterebbe ben altro approfondimento.

    Si può poi discutere su talune richieste degli omosessuali, contestarle se del caso, con ragioni anche valide o comunque logiche e del tutto rispettabili, senza però negar mai loro il rispetto, la misericordia e l’ascolto, e senza lasciarsi accecare da furori ideologici se non apertamente discriminatori. Il motivo ultimo e profondo del malessere di molti omosessuali, consiste proprio in questo sentirsi rifiutati alla radice. I credenti possono avere mille ragioni valide per opporsi ai DiCo-Pacs ecc., ma la questione sta altrove. Le esternazioni di Cerrelli, dopo i “sodomiti” di Andreotti, i “deviati” della Binetti e gli innumerevoli strali papali (ma non dimentichiamo né i “culattoni” di Tremaglia e Calderoli né il neofascista Piergianni Prosperini, secondo cui “contro i gay bisogna usare il napalm”), sono l’ennesima dimostrazione di come sia impossibile (e antievangelico) impostare oggi in Italia un confronto sereno e culturalmente elevato sul vissuto reale delle persone. Che tristezza. E che noia.

    Rispondi
  • 27. albertOne  |  17 marzo 2007 alle 8:57

    Sì, in effetti…. che tristezza e…. che noia!
    Un caro saluto.
    AlbertOne.

    Rispondi
  • 28. gianni  |  17 marzo 2007 alle 13:18

    Molto preciso e puntuale il tuo intervento su Cerelli,
    grazie Daniela.

    Rispondi
  • 29. alidipioggia  |  17 marzo 2007 alle 15:30

    squallidi……
    squallidi e basta…non trovo al momento altro vocabolo ne parole per esprimere il mio disgusto…….

    Rispondi
  • 30. davide  |  18 marzo 2007 alle 9:51

    Nelle parrocchie una lettera contro i Dico: Famiglia privatizzata, senza rilevanza sociale

    LA REPUBBLICA – POLITICA

    Distribuita da stasera a Roma e Firenze, ha una presentazione del cardinal Ruini
    Nel testo: non confondere “le altre forme di convivenza” con il
    matrimonio
    Nelle parrocchie una lettera contro i Dico
    “Famiglia privatizzata, senza rilevanza sociale”

    CITTA’ DEL VATICANO – Il Vaticano continua la sua offensiva contro il ddl sui Dico. Da stasera infatti, in tutte le parrocchie di Roma e Firenze verranno distribuiti ai fedeli volantini che riproducono una lettera del cardinale di Firenze, Ennio Antonelli, a difesa dell’istituto familiare. La lettera è accompagnata da una breve presentazione del cardinale vicario Camillo Ruini.

    “La famiglia – si legge nel testo Ruini – è da tempo al centro
    dell’attenzione pastorale della diocesi di Roma oltre che di un ampio confronto sociale e culturale. Ho ritenuto perciò di fare cosa utile offrendo alle famiglie romane, tramite i sacerdoti impegnati nelle benedizioni pasquali, un testo scritto dal cardinale Ennio Antonelli per la diocesi di Firenze”.

    Nella lettera, scritta da Antonelli per i suoi parrocchiani, si legge che “la famiglia sta venendo privatizzata, ridotta a un semplice rapporto affettivo, senza rilevanza sociale, come se si trattasse soltanto di una forma di amicizia”.

    E ancora: “La famiglia fondata sul matrimonio è non solo una comunità di affetti, ma anche un’istituzione di interesse pubblico; e come tale va riconosciuta, tutelata, sostenuta e valorizzata dalle pubbliche autorità che hanno la responsabilità specifica di promuovere il bene comune. Non vanno confuse con la famiglia altre forme di convivenza, che non comportano l’assunzione degli stessi impegni e doveri nei confronti della società e si configurano piuttosto come un rapporto privato tra individui, analogo al rapporto di amicizia, per il quale nessuno si sogna di chiedere un riconoscimento giuridico. Le esigenze private possono trovare risposta nei diritti riconosciuti alle singole persone”.

    Il prossimo Consiglio permanente della Cei programmato per il 26
    marzo discuterà la Nota “impegnativa” per i cattolici italiani
    sull’atteggiamento da tenere nei confronti del ddl sui Dico.

    (17 marzo 2007)

    Rispondi
  • 31. danielatuscano  |  18 marzo 2007 alle 15:48

    Stupendo editoriale di Eugenio Scalfari sulla “Repubblica” di oggi. E’ lungo, ma vale la pena leggerlo. I grassetti sono miei.

    Se i laici porgono l’altra guancia
    di EUGENIO SCALFARI

    NELL’ATTESA sempre più speranzosa ma anche tremula d’avere notizie definitivamente positive sul nostro Daniele Mastrogiacomo, temevo che mi toccasse in sorte di occuparmi oggi per obbligo di attualità dell’immonda suburra denominata Vallettopoli. Argomento nient’affatto banale che peraltro accompagna la nostra vita di relazione – sia pure con forme diverse ma analoga sostanza, da almeno duemilacinquecento anni, ché tanti ne sono passati dalla morte di Socrate ai giorni nostri.

    Dico la verità: passare un pomeriggio a riflettere di simili bassezze e futilità mi sembrava al limite della sopportazione che il nostro mestiere di giornalisti a volte ci impone, a meno di non essere un Platone o un Senofonte e di avere come oggetto di osservazione colui che fondò la filosofia greca, la sua metafisica, la sua morale e, partendo dall’accusa di corrompere i giovani che gli veniva contestata per ragioni più politiche che etiche, riuscì a lasciare un segno indelebile sul modo di affrontare la morte pur di obbedire ad una legge ingiusta e ad una fattispecie non provata. Esempio fondante della civiltà occidentale allora appena al suo inizio e impensabile oggidì, dove quasi tutto è mediocre e inteso all’utile proprio e al danno altrui.

    Dicevo dunque dei miei disagi di commentatore di professione quando per mia fortuna è venuto a trarmi di imbarazzo Giuseppe De Rita con una sua argomentata lettera pubblicata ieri sul nostro giornale dal titolo Noi cattolici e i falsi profeti della modernità, nella quale si rivolge direttamente a me per un mio intervento “laico” di domenica scorsa, oltreché agli amici Gustavo Zagrebelsky e Gad Lerner che pure avevano affrontato il tema da diversi punti di vista.

    Conosco De Rita da una vita e ne stimo l’intelligenza e la finezza intellettuale. Ne stimo meno l’arroganza di ritenersi quasi sempre nel vero, non tanto nelle questioni attinenti alla fede delle quali si è occupato di rado, quanto in quelle che concernono la sua professione di sociologo nelle quali ha preso talvolta qualche cantonata, come quella d’aver inventato lo slogan “piccolo è bello” con il quale ci ha trastullato per circa vent’anni individuando un fenomeno reale ma dandogli valore positivo mentre ne aveva soprattutto uno negativo derivante dal familismo italiano e dal nanismo aziendale entro le cui maglie tuttora ci dibattiamo.

    Non toglie che le capacità intellettuali di De Rita siano state di eccezionale perspicuità e che il suo annuale rapporto Censis abbia fornito alla pubblica opinione qualificata le tavole di giudizio sulle quali valutare i risultati economici, l’affermarsi di nuove costumanze nel bene e nel male e insomma l’evolversi (o l’involversi) della nostra società alla luce d’un criterio morale spesso implicito ma sempre presente, che riscalda le sue conclusioni statistiche e ne fa strumento di educazione civile.

    Dunque risponderei qui alle reprimende e alle domande dell’amico De Rita non senza osservare l’immotivata brutalità del titolo del suo articolo. So bene che di solito i titoli non li fa l’autore ma il redattore titolista, il quale tuttavia in questo caso non ha responsabilità in quanto si è limitato a dar voce al testo. Dunque Noi cattolici e i falsi profeti della morale. Starei molto attento, caro De Rita, a far proprio un concetto così azzardato da parte di chi per oltre un secolo non volle arrendersi ai principi della moderna astronomia sol perché avrebbero messo in questione la centralità della nostra specie nonché la leggenda della creazione e – scendendo giù per li rami – avrebbe forgiato una teoria fasulla del libero arbitrio e su di essa eretto il predominio assoluto dell’intermediazione e dell’interpretazion e del rapporto tra Dio e l’uomo, affidato in via esclusiva alla gerarchia ecclesiastica: esempio unico rispetto a tutte le altre confessioni cristiane e a tutte le altre religioni monoteistiche dove non esiste un clero che abbia il potere di sciogliere e di legare (“Ciò che tu, Pietro, legherai sarà legato per sempre e ciò che scioglierai sarà sciolto” ).

    Alla luce di questa aberrante teoria potrei ben titolare Noi laici e i falsi profeti della religione, ma me ne guardo bene; ho troppo rispetto per la predicazione di Gesù di Nazareth e sento così profondamente dentro di me il suo insegnamento di umanità e di amor per profittare degli errori e dell’arroganza di molti tra i suoi seguaci.

    * * *

    Andiamo al sodo. Mi chiede De Rita: in otto righe hai elencato ben nove filosofi, pensatori, scienziati con i quali la Chiesa sarebbe in rotta di collisione rifiutando per conseguenza in blocco l’intera modernità. È esatto – tu mi domandi – questo giudizio?

    A me par di sì e non perché lo dico io ma perché è la storia delle idee e dei fatti a darcene contezza. Naturalmente avrei potuto (dovuto?) far seguire ad ogni nome citato una breve scheda illustrativa ma ho pensato che fosse inutile: i lettori di “Repubblica” conoscono bene il pensiero degli illuministi, di Spinoza, di Kant, di Einstein, per aver bisogno di un “bignamino” rammemorativo.

    Del resto le otto righe avrebbero potuto allungarsi di molto e altrettanto i nomi citati se avessi avuto lo scrupolo della completezza anziché quello dell’esemplificazio ne. Mi è parso inutile – ma forse ho sbagliato – citare la sciagurata sorte di Tommaso Campanella e quella sciaguratissima di Giordano Bruno, non soltanto torturati nella persona ma cancellati nel pensiero. Né ho citato i 27mila morti nell’efferata notte di San Bartolomeo o i milioni di contadini periti nella guerra dei trent’anni scatenata dalla lotta delle religioni, né i massacri delle crociate e della Reconquista, né la segregazione degli ebrei della diaspora, né le stragi di Sassonia perpetrate da Carlo Magno per mandato del Papa. Non ho citato Fichte e venendo a tempi più vicini a noi non ho fatto menzione di Jaspers, Bertrand Russel, Heidegger e infiniti altri pensatori che nel loro complesso hanno costituito un immenso e fertile deposito di libero pensiero.

    De Rita sostiene che la Chiesa non ha rotto con quel deposito di modernità, ma soltanto con alcune parti di esso. Mi piacerebbe saperne di più. Forse ne sarei confortato.

    Certo la Chiesa è maestra nel sostenere che la fede sia sempre d’accordo con la ragione e che la fede e la ragione insieme siano due facce della stessa medaglia purché, come ha notato Severino, sia la ragione a seguire i passi della fede. Ove mai li precedesse arrivando a conclusioni difformi, l’anatema non tarderebbe come non ha mai tardato.

    Perfino al proprio interno, quando la gerarchia distrusse anche fisicamente il cristianesimo modernista servendosi del braccio secolare fascista per escluderlo dalle scuole e dalle Università e poi, con papa Wojtyla, quando fece tabula rasa delle teologie tedesca, olandese, sudamericana; quando lasciò solo l’arcivescovo Romero che fu massacrato sull’altare dagli squadroni della morte dei “terratenientes” e quando infine divelse in blocco tutto il gruppo dirigente dell’Ordine dei gesuiti, reo di non essersi allineato alle prescrizioni d’una gerarchia più preoccupata del consenso di massa che della meditazione cristologica e del riscatto sociale.

    Se il laicato cattolico è poco sensibile a questi temi non è cosa che ci riguardi, ma come osservatori abbiamo dovere di esprimerci.

    * * *

    Toccherò ora un altro tema connesso con questo.
    Durante il declino dei partiti della prima repubblica e la corruttela diffusa che aveva inquinato le fibre stesse del sistema e principalmente quelle del partito cattolico, non abbiamo ascoltato una sola reprimenda da parte dell’episcopato italiano sullo scempio di moralità pubblica che era sciaguratamente in atto. Così come nulla si è percepito sul paganesimo dilagante nei recessi del potere, nell’uso delle prevaricazioni, nell’ideale della forza, del successo, del denaro che costituiscono gran parte della società di questi anni. Recriminazioni generiche quanto inutili, questo sì; pattuizioni politiche altrettanto.

    Gli dèi pagani furono a loro modo una religione civica molto seria. Ma qui non si stabiliscono i criteri d’una religiosità civile bensì si negoziano gli interessi travestendoli da ideali.

    * * *

    Un’accusa fastidiosamente ritornante imputa ai laici di voler togliere la parola e lo spazio pubblico ai cattolici in genere e alla gerarchia ecclesiastica in particolare.

    Anche De Rita indulge a questa leggenda metropolitana, il che mi stupisce assai. Personalmente, in numerosa e prestigiosa compagnia, ho sempre affermato che il Papa e i suoi vescovi hanno piena disponibilità dello spazio pubblico e possono dire ciò che vogliono e come vogliono. Salvo un punto: le pattuizioni dei Trattati lateranensi che come tutti i trattati contengono diritti e doveri per le parti contraenti.

    Io sarei felice per la Chiesa se quei Trattati fossero aboliti: ne guadagnerebbe in libertà ed estensione del suo spazio pubblico. Ma non sembra che la Chiesa abbia questa intenzione: non ha più obblighi da osservare e conserva tutti i diritti e i privilegi pattuiti.

    Va dunque bene così. Ma pongo ora a De Rita una domanda che ho già formulato tempo fa senza avere alcuna risposta. La domanda è questa: esiste un atto, un comportamento, un documento che possa configurare un’ingerenza da parte della Chiesa nella sovranità dello Stato? Di ingerenze vietate allo Stato dai Trattati del Laterano ce n’è a bizzeffe e lo Stato si è ben guardato dal cadere in fallo. Ma il viceversa qual è? Che cosa non può fare la Chiesa in forza dei Trattati? Stando a quel che vediamo la Chiesa può far tutto. Dunque il Concordato non prevede limiti, è un colabrodo. È possibile configurare un’ingerenza, tanto per sapere? De Rita ci può aiutare? L’arcivescovo Bagnasco può indicare un limite del quale abbiamo del tutto smarrito l’esistenza? O debbono intervenire i pretori e adire la Corte quando un prete in pulpito prescrive ai fedeli come votare? E non temete per lo spazio pubblico: quello ve lo concesse lo Stato italiano fin dal 1871 con la legge delle Guarentigie senza bisogno di alcun Concordato.

    * * *

    Ma, incalza De Rita, le dotte (bontà sua) elucubrazioni filosofiche dei laici sono lontane le mille miglia dalle tradizioni religiose degli italiani. Perciò non hanno presa. Tutt’al più possono riempire qualche piazza di omosessuali, ma di lì non nasce alcuna classe dirigente e alcun pensiero forte. Perciò non incoraggiate le piazze se volete un disinteressato consiglio.

    D’accordo. Le piazze sono comunque minoranze. Recarsi in piazza è un diritto costituzionalmente garantito ma, per il pochissimo che mi riguarda, non ne sento alcuna nostalgia.

    Sempre che questa “lontananza” sia reciproca. Pare che milioni di cattolici si preparino a scendere in piazza. Per loro è ammesso e consigliato e per i froci (ma sì, chiamiamoli così) è sconsigliabile? Curioso modo di intendere la democrazia.

    L’altro tema è più serio: pensiero elitario contro tradizioni popolari, evidentemente non c’è gara.
    Certo che non c’è gara e infatti non esiste laico che si rispetti che si ponga l’ipotesi di estirpare la religione dall’animo non degli italiani ma delle persone ovunque nate e residenti. La ragione è semplice e la ricaverò da una citazione dello Jacopo Ortis fatta da monsignor Ravasi in uno degli ultimi numeri dell'”Avvenire” : “Io non so perché venni al mondo né come: né cosa sia il mondo né cosa io stesso mi sia”.

    Questa è la citazione e ricorda uno dei Pensieri di Pascal. Di qui nasce la religione, quale che sia: dalla mancanza di senso e dall’angoscia che ne deriva. La religione è una delle risposte pacificanti. L’altra è la ricerca dell’autonomia della coscienza e del senso come suo proprio fondamento.

    Non mi sognerei perciò di irridere il credente che trova il senso costruendo un dio e un processo di salvezza. Allo stesso modo giudico grossolana la tesi di chi contrappone le “elucubrazioni filosofiche” alle tradizioni religiose.

    Sì, lo trovo molto grossolano e aggiungo: se siete, voi cattolici, così sicuri del vostro seguito, di che cosa vi preoccupate? Forse avete capito che sotto a molte di quelle tradizioni c’è solo il potere e nient’altro?

    Post scriptum. Mi era molto presente una recente dichiarazione della Rosy Bindi in favore d’una Chiesa che pensi di più a Dio e al prossimo e ne ho dato conto in una recente segnalazione giornalistica. Ma poi la Bindi ha fatto retromarcia. Ha detto “meglio un bambino che resti in Africa piuttosto che sia adottato da una coppia omosessuale” .

    Brutta dichiarazione da parte di chi ha meritatamente contribuito alla stesura del testo di legge sulle coppie di fatto il quale, tra l’altro, non contempla alcuna proposta di adozione da parte di coppie omosessuali.
    Poiché la Bindi è donna coerente, qui la coerenza manca del tutto. Tuttavia quella sua dichiarazione è agli atti e non c’è stata alcuna smentita. Poiché la stimo e spesso la lodo pubblicamente mi permetto di reclamare una sua spiegazione.

    Mi vengono in mente i “bravi” di Don Rodrigo quando imposero a Don Abbondio che quel matrimonio tra Renzo e Lucia non si doveva fare. Siamo a questo, onorevole Bindi?

    Rispondi
  • 32. ernesto  |  20 marzo 2007 alle 23:54

    La bindi ha risposto oggi sulla Repubblica di Scalfari.

    Caro Scalfari, più volte nelle ultime settimane, lei ha seguito il mio lavoro di ministro delle Politiche per la famiglia con un´attenzione che mi fa onore e di cui la ringrazio. Nel suo editoriale di domenica scorsa, riportando una mia frase sulla possibilità di adozioni da parte di coppie omosessuali, lamenta invece che non ci sia stata smentita e reclama una spiegazione. E anche per questo la ringrazio.

    Non farò una smentita perché la frase che l´ha colpita (“E´ meglio che un bambino resti in Africa piuttosto che sia adottato da una coppia omosessuale”) è stata effettivamente da me pronunciata, anche se con accenti ben diversi da quelli che risultano dalla secca estrapolazione dal suo contesto. Sono lieta invece di darle una spiegazione, spero utile a chiarire che non c´è, e non c´è mai stato in me alcun intento offensivo nei confronti degli omosessuali. Ho infatti pronunciato quel giudizio nel corso di un dibattito di fronte a una platea fortemente ostile ai Dico e a qualsiasi forma di riconoscimento dei diritti individuali all´interno delle coppie di fatto, specie se dello stesso sesso. Tra le accuse tradizionali della destra, c´era anche quella che immagina i Dico come inizio di un piano inclinato che porterà in breve a matrimoni, convivenze e adozione senza regole. Idea, se ne sarà accorto, che circola con altri intenti e speranze, anche in certa sinistra.

    Ma così non è. E credo che, oltre a respingere quel sospetto, la durezza della mia frase nasca dall´aver sovrapposto con troppa sinteticità due principi sui quali resto ferma. Eccoli: non è prevista e non è prevedibile alcuna forma di adozione per coppie omosessuali; per ogni bambino il proprio ambiente natale, se assicura livelli decenti di vivibilità, è il migliore del mondo, in Africa come in Bielorussia.

    Come lei stesso ha riconosciuto, ho lavorato per la definizione dei Dico con autonomia e responsabilità, anche a rischio dell´incomprensione, cercando di rimuovere discriminazioni nei confronti delle persone omosessuali, ma non ho mai sostenuto che sarebbe stata per loro possibile l´adozione di bambini. E non solo per rispetto del principio “Adoptio naturam imitatur” che tende a rendere la famiglia adottiva simile a quella naturale, ma anche perché quando la legge affronta il destino futuro di un piccolo individuo ha l´obbligo di tener conto delle conoscenze e delle acquisizioni scientifiche più accreditate. Queste, pur riconoscendo che capacità paterne e materne albergano naturalmente anche in uomini e donne omosessuali, ritengono che l´identità di un bambino ha bisogno di svilupparsi nella relazione tra due figure di sesso diverso, attraverso le quali il piccolo elabora la sua identità, non solo sessuale, ma di “persona”. L´amore e il desiderio di avere un figlio non sono di per sé una garanzia per una creatura che si affaccia alla vita. E questo vale anche per le coppie eterosessuali.

    Per quanto riguarda l´Africa, so bene quante difficoltà ambientali vi siano. Ma è necessario ogni volta ricordare che per un bambino africano, come per ogni altro bambino, l´adozione è sempre l´ultima istanza, dopo che sono fallite tutte le altre possibilità? La Dichiarazione dei diritti del fanciullo dice testualmente che “L´adozione da parte di un altro paese è un mezzo alternativo di assistenza, qualora il bambino non trovi accoglienza in una famiglia affidataria o adottiva del proprio paese d´origine, né altra soddisfacente sistemazione”. Ogni creatura, insomma, finché è possibile ha diritto di crescere nell´ambiente che gli ha dato la vita.

    Mi dispiace davvero di non essere riuscita ad esprimere bene un concetto così fondamentale. La cosa è talmente importante che, come lei certamente saprà, negli accordi internazionali con Paesi disposti ad accettare programmi di adozione, l´Italia stipula il seguente impegno: per ogni bambino che esce dal paese se ne devono aiutare altri mille a restare in condizioni vivibili.

    Lei cita Don Rodrigo per accomunarmi a un divieto prepotente. Mi permetta di sentirmi più modestamente vicina a un personaggio come Mary Poppins, la governante che privilegiava gli interessi dei bambini in un mondo di adulti presi dai loro bisogni. E che cercava di lavorare stando sempre dalla loro parte.

    _________________________

    Prendo atto con vivo piacere delle spiegazioni e delle motivazioni fornite in questa lettera da . Esse mi inducono a mantenere la fiducia nel suo operato di ministro e soprattutto di donna. E.S.

    Rispondi
  • 33. danielatuscano  |  21 marzo 2007 alle 8:59

    Sì, anch’io ho letto e apprezzato quella lettera. Ne approfitto per segnalare un altro intervento, redatto da una blogger, che a mio avviso centra il problema:

    Pro-famiglia o anti-Dico?

    Dubbio legittimo quando si parla del Family Day promosso dai cattolici

    di Ilaria G.

    Ecco il motivo o il pretesto, con il quale il 12 Maggio le associazioni cattoliche ed i galoppini della chiesa scenderanno in piazza per manifestare.
    Ma la domanda che sorge spontanea è: Alla base di tutto questo ci sono davvero rispetto e devozione verso la famiglia oppure è solo un “no DICO day”?
    Vedremo schierati i “io DICO no” contro “meglio gay che opus dei” oppure l’attenzione sarà rivolta all’ampliamento del diritto della famiglia?
    Mastella con la sua dichiarazione “se alcuni ministri parteciperanno alla manifestazione per i DICO io mi sentirò libero di partecipare al family day” ha già risposto. A sostegno della sua implicita affemazione troviamo anche strane coincidenze come la manifestazione stessa la cui idea è nata nell’occhio del ciclone del dibattito tra Stato e Chiesa, nonché tra maggioranza e opposizione, sulle coppie di fatto. Quindi, poiché i promotori del family day elogiano tanto il latino ma si esprimono in inglese, mi pronuncerò con un proverbio nello stesso gergo “call a sword a sword”. Regolamentare fattispecie realmente esistenti nella nostra comunità attribuendogli pochi e fondamentali diritti non significa indebolire un’istituzione fondata sul matrimonio come può essere la famiglia. Tutelare le scelte a contenuto lecito dei cittadini è un obbligo che rafforza la democrazia di uno Stato. Poiché lo Stato è laico e il pensiero libero le idee e le fedi personali di ogni soggetto non devono minimamente intaccare l’innocua libertà di espressione di individui altrettanto liberi di manifestare come e verso chi credono i loro sentimenti. Lo dicevano persino gli antichi romani: De gustibus non disputandum est. Mi sento nel giusto affermando che queste inutili discussioni sui DICO intaccano la laicità dello Stato e la libertà del singolo, non essendo altro che miseri attacchi contro l’omosessualità (come già dimostrato da Andreotti) e la convivenza, sferrati da parte di coloro che predicano tolleranza e praticano discriminazione o da coloro che del fanatismo della gente fanno politica. Tutto si riduce ad un gioco di potere… un potere che un’istituzione come la Chiesa si sente erodere dalla mutazione sociale, in parte anche da lei ispirata, un potere che alcuni politici vogliono tener stretto cosicché ogni pretesto è buono per mangiar voti… un potere che è solo incoerenza, vergogna e corruzione. Costituzionalmente parlando, si… la stessa nostra Costituzione che quando fa comodo è di sinistra e quando fa comodo è portatrice di valori sani e inalienabili, DISTINGUERE convivenza e matrimonio è lecito, DISCRIMINARE è reato. Prendetevi cura delle anime che alla vita terrena ci pensiamo noi. Concludo ricordando ai vari divorziati, ai falsi cattolici e a chiunque altro che il matrimonio prima di diritti è doveri.

    ****

    Per sincerarsi della malafede dei cattolicanti, del resto, basterebbe dare un’occhiata al post di quest’altro blogger, e soprattutto ai commenti: http://mariogalli.wordpress.com/2007/03/17/famiglia-sotto-assedio/#comments ; sempre che, nel frattempo, non mi abbia “democraticamente” censurata.

    Rispondi

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