“IO PRETE TRA COPPIE DI FATTO E OMOSESSUALI” – “Porte aperte a tutti, no alle divisioni”

30 marzo 2007 at 12:22 13 commenti

“Il potere spirituale non si immischia negli affari temporali, purché questi affari non siano di danno al fine spirituale, o siano necessari al suo conseguimento” (R. Bellarmino, “Disputationes adversus huius temporis haereticos”, 1596)

***

L’offensiva vaticana contro la legalizzazione delle coppie di fatto è stata ufficializzata l’altro ieri con la Nota della Cei http://www.consulenzalavoro.com/Ultime_notizie/Articolo.asp?UN=725 . Gli umanisti hanno replicato a stretto giro di posta con un duro commento (ivi, n° 1); ma fra chi protesta si annoverano anche cattolici (e laici), i quali invitano a devolvere l’8 per mille alla Chiesa valdese, http://micromega.repubblica.it/micromega/2007/03/8_per_mille_all_1.html, http://micromega.repubblica.it/micromega/2007/03/8_per_mille_all.html . “Repubblica”, dal canto suo, prosegue il suo viaggio fra le parrocchie italiane. Qui di seguito una testimonianza assai significativa (i grassetti sono miei).

Daniela Tuscano

Don Adelino Bortoluzzi, parroco di Olmi-San Floriano 

TREVISO – Sul muro, dietro la scrivania, c’è un manifesto del 1948, firmato Democrazia cristiana. Un sacerdote sullo sfondo annuncia: “Meglio un prete oggi che un boia domani”. In primo piano, un rosso bolscevico accanto a una forca. Il messaggio è chiaro: se non obbedisci ai preti, sarai preda dei comunisti. Don Adelino Bortoluzzi, parroco di Olmi-San Floriano, si mette a ridere. “E’ un manifesto originale, me l’hanno regalato, forse per ricordarmi un passato non tanto lontano. E ricordare, anche in questi giorni, fa solo bene”. Non è facile trovare sacerdoti che abbiano voglia di parlare del mega raduno annunciato a Roma. C’è chi dice che “la sola protesta permessa è il silenzio”, c’è chi sostiene che “come sempre i parroci sono tagliati fuori da ogni decisione”. “Vadano a Roma, quelli che credono che per salvare la famiglia basti uno slogan. Io non organizzerò certo dei pullman. Resterò qui, con le famiglie vere, che ci parlano di figli da crescere e da educare, e non di Pacs o Dico. Ma protestare non conta nulla. La gerarchia della Chiesa non ha certo smesso di essere una gerarchia”.
Don Bortoluzzi (per tutti Adelino e basta) accetta di parlare, ma solo della sua parrocchia. “Io posso solo spiegare cosa succede qui, in questa periferia di Treviso, che 15 anni fa, quando sono arrivato, era solo un dormitorio costruito attorno a una strada. Posso raccontare cosa ho cercato di fare in questa terra degli schei e del consumismo, dove i figli venivano mandati a lavorare a 14 anni e la scuola era giudicata solo una perdita di tempo. Parlo delle persone che abitano qui, persone vere, una diversa dall’altra, che alla parrocchia chiedono di essere luogo di accoglienza. L’incontro di Roma? Rischia di creare solo tensione e divisione. Nella mia chiesa entrano coppie di fatto, separati, omosessuali che non possono ricevere la Comunione ma che sono in comunione con gli altri fedeli. La chiesa è l’unico posto dove queste persone possono entrare senza che nessuno chieda loro un pass. Si sentono accolti da qualcuno più grande di tutti noi, dalle braccia della misericordia di un Dio che vuole bene a tutti“.
C’è una strana strada, nella parrocchia, che qualcuno chiama “la via delle coppie di fatto”. “Hanno costruito dei monolocali che sono stati affittati o comprati da uomini e donne che si sono separati ed hanno lasciato la casa in centro al coniuge e ai figli. Alcuni hanno nuove compagne. Come prete, posso ignorare queste persone? Il matrimonio è formato da coppie di diritto e da coppie di fatto, ma è anche dono e mistero, ed io lavoro per il dono e il mistero. Ci sono anche persone che si sentono sconfitte dalla vita. Non è bello separarsi, non è bello vivere in conflitto con la stessa persona con la quale hai fatto dei figli. Io cerco di trovare quello stile che Gesù aveva con le persone sofferenti. Chi sta già pagando un alto prezzo, deve trovare nella chiesa bontà e misericordia”.Anche qui i matrimoni in chiesa sono merce rara. L’anno scorso solo 4, contro 30 battesimi e 16 funerali. “Qualcuno si è sposato in altre parrocchie, ma la crisi c’è. La mia preoccupazione di parroco è comunque quella di fare sapere a chi si sposa che il matrimonio è una vocazione, da vivere con quella pienezza che è frutto di libertà di stare assieme ma anche grazia dello spirito. Dobbiamo poi ripensare anche alla “penitenza”. Io posso assolvere un aborto o un assassinio, non una separazione. Su questo dramma aspetto un nuovo magistero dalla Chiesa. Se non avremo il coraggio di affrontare questi temi, per tanti la liturgia e il Vangelo saranno ridotti a norme e riti, facendo perdere la forza che hanno per aiutare l’uomo a vivere bene”.

Non è facile trovare preti come don Adelino. In quindici anni ha costruito il centro sociale per gli anziani, con campi bocce al coperto, una grande palestra, un centro incontri per le famiglie… “Non ho il male della pietra. Ho cercato di trasformare un dormitorio in un paese. I soldi? Per raccoglierli, organizziamo anche la sagra del toro allo spiedo. Ci sono famiglie che si tassano, e poi ci sono i debiti. Ma adesso Olmi non è più solo una strada fra i dormitori. Sono diventato prete nel 1974, in tempi in cui i referendum sull’aborto e sul divorzio hanno segnato il crollo della cristianità. Ero cappellano vicino a Mestre e in quegli anni di tensioni fortissime vissute dagli operai di Marghera la parrocchia faceva campagna elettorale, per la Dc, ed era il centro di potere più grande del paese. Il parroco allora faceva e disfaceva la giunta comunale. Adesso noi preti, su questa questione, per fortuna non contiamo più nulla. Chi crede che possano tornare i tempi del manifesto con il prete e il comunista, si illude. Con altri sacerdoti ho imparato che la parrocchia deve essere un centro di spiritualità, non di potere. Arrivato qui, potevo vivere come un “manager di azienda di servizi religiosi”. Battesimi e prediche, benedizioni e funerali. Faccio tutto questo, ma ho scelto anche un’altra strada. Ho studiato, ho chiamato qui degli specialisti. Ci sono soprattutto psicoterapeuti. E così a Olmi non c’è un “prete educatore” ma una vera comunità educante”.

Cento ragazzi e ragazze, in questo pezzetto di nord est così refrattario agli atenei, si sono già laureati. “Seguiamo i ragazzi delle superiori, per completare un discorso culturale che la scuola non riesce a dare. Gli universitari fanno comunità: organizziamo appartamenti a Milano, Bologna, Padova. Dicono che “Adelino porta via i ragazzi dalle famiglie”. E’ vero. Io dico che bisogna studiare davvero e trovare un lavoro, fare un mutuo per uscire di casa subito dopo la laurea, farsi una famiglia. Anche in questo campo voglio essere un manager che riunisce persone competenti. Ragazzi in crisi trovano qui in parrocchia una risposta e soprattutto un aiuto a individuare la strada giusta. E così abbiamo gli anziani che gestiscono il bar portando orgogliosi il grembiule con scritto “Noi di Olmi” ma anche psicologi, psicoterapisti, analisti con i quali abbiamo costruito una rete di sostegno che serve tutta la comunità. Una rete, questa, che ci ha aiutato ad esempio ad organizzare famiglie che hanno deciso di andare ad abitare tutte nello stesso condominio, per una solidarietà reciproca. Ma è una rete che, se necessario, consiglia anche la separazione di una coppia, se questa appare come la soluzione più opportuna. Può sembrare strano che certi consigli arrivino da una parrocchia, ma la crisi arriva anche nelle famiglie sposate in chiesa. Non puoi fare finta di nulla“.

A Olmi (1.200 dei 3.500 abitanti partecipano alle messe della domenica, 25 mamme insegnano il catechismo e 180 volontari organizzano le attività della parrocchia) l’altro giorno sono stati battezzati quattro bambini. “C’erano due neonati, il figlio di un ricco industriale e il figlio di un operaio. E c’erano due bambini più grandi, figli di una coppia di fatto. Sono amici di bambini battezzati, anche loro hanno voluto il sacramento. I loro genitori erano presenti ed hanno chiesto alla nostra comunità di farsi carico dell’educazione cristiana dei loro figli. Sono cose che succedono, se una parrocchia tiene davvero le porte aperte a tutti”.

Jenner Meletti (“la Repubblica” )
 

(Vedi anche: https://danielatuscano.wordpress.com/2007/03/23/storie-di-ordinario-menefreghismo/  n° 6, https://danielatuscano.wordpress.com/2006/10/12/voci-dal-sottosuolo-aspettando-il-convegno-ecclesiale-di-verona/ , https://danielatuscano.wordpress.com/2005/04/20/sul-soglio-pontificio-benedetto-xvi/ ) “La Chiesa non è e non intende essere un agente politico. Nello stesso tempo ha un interesse profondo per il bene della comunità politica, la cui anima è la giustizia” (J. Ratzinger, discorso al Convegno di Verona, 19 ottobre 2006)

RAHMATULLAH E ADJMAL LIBERIhttp://www.emergency.it/appello/index.php?ln=It  Rahmatullah Hanefi
 

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FEMMINILITA’: SE FOSSE… ENTRARE E ACCOGLIERE – Domenica delle Palme (Lc 19, 28-40)

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  • 1. carlo olivieri  |  30 marzo 2007 alle 12:25

    SOLO UNA NOTA A PIE’ DI PAGINA – Gli umanisti sulla Nota della Cei

    Alla fine, puntuale, la nota della Conferenza Episcopale Italiana sulle unioni di fatto è arrivata. Una nota che non desta alcuna meraviglia, né nella forma, né nel contenuto.

    Ancora una volta si conferma ciò che il filosofo empirista John Locke aveva così ben espresso nella Lettera sulla tolleranza del 1689: “Si comprende allora di che cosa sia capace il fanatismo religioso unito alla volontà di dominio e quanto facilmente il pretesto della religione e della salvezza delle anime possa mascherare cupidigia ed ambizione”.

    A fondamento del discorso di Locke nella Lettera vi era la netta separazione tra lo Stato e
    la Chiesa, cioè la distinzione tra le competenze dell’autorità civile e di quella religiosa, distinzione che fu di enorme portata storica. Pertanto lo Stato può intervenire per imporre leggi e sanzioni, ma non per imporre articoli di fede o dogmi o forme di culto. Anche il rapporto tra le varie Chiese deve ispirarsi al dovere della tolleranza. Nessuna di esse può infatti vantare alcun diritto sulle altre, giacché “ogni chiesa è ortodossa per se stessa, ed erronea o eretica per le altre”. Un conflitto potrebbe sorgere solo se non si rispettano i limiti delle proprie competenze da una parte o dall’altra. Questo è purtroppo quanto accade, secondo Locke, nel caso dei cattolici, i quali, proprio per questo, vanno esclusi dal campo di chi può beneficiare della tolleranza del sovrano. Infatti la sottomissione dei cattolici al Papa è un vero e proprio passaggio ad un sovrano straniero e questo non può essere tollerato, nella misura in cui, del resto, sono essi – i cattolici – che si rifiutano, dice Locke, di rispettare gli altri.

    Questo era il ragionamento di Locke più di trecento anni fa. A parte qualche dettaglio ovviamente legato al contesto storico-sociale in cui viveva il filosofo, dobbiamo constatare che nella sostanza la situazione non è molto cambiata nell’Italia del XXI secolo.

    Pur non escludendo, in quanto umanisti, alcun essere umano – e quindi neanche i cattolici – dal campo di chi può beneficiare della tolleranza, come invece proponeva Locke, vediamo confermare, dopo l’ultima nota della CEI, un atteggiamento alquanto arrogante e poco rispettoso da parte della Chiesa cattolica.

    All’inizio della nota si legge: “L’ampio dibattito che si è aperto intorno ai temi fondamentali della vita e della famiglia ci chiama in causa come custodi di una verità e di una sapienza che traggono la loro origine dal Vangelo e che continuano a produrre frutti preziosi di amore, di fedeltà e di servizio agli altri, come testimoniano ogni giorno tante famiglie”. Leggendo il Vangelo non appare così evidente che la Chiesa, nella sua storia millenaria, si sia ben distinta in questo compito di custode di quella verità e di quella sapienza che deriverebbero dal testo evangelico, in cui si parla di pace, di fratellanza, di tolleranza, di comprensione e di perdono. Quante guerre ha benedetto la Chiesa nella sua storia? Quante vite sono bruciate sul rogo dell’intolleranza inquisitoria? E ancora: dove sono questi frutti preziosi di amore testimoniati dalle famiglie, se proprio all’interno delle mura domestiche si consumano la maggior parte degli omicidi e delle violenze?

    Successivamente si legge: “Non abbiamo interessi politici da affermare”. Ma nella nota della CEI viene riportata la frase del Papa tratta dalla sua recente Esortazione apostolica post-sinodale Sacramentum Caritatis, e che dice: “i politici e i legislatori cattolici, consapevoli della loro grave responsabilità sociale, devono sentirsi particolarmente interpellati dalla loro coscienza, rettamente formata, a presentare e sostenere leggi ispirate ai valori fondati nella natura umana”, tra i quali rientra “la famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna”.

    Si legge più avanti: “nel caso di un progetto di legge favorevole al riconoscimento legale delle unioni omosessuali, il parlamentare cattolico ha il dovere morale di esprimere chiaramente e pubblicamente il suo disaccordo e votare contro il progetto di legge”. Non vorremmo sbagliarci, ma la dichiarazione del Papa e quella successiva, nella loro esortazione verso i parlamentari cattolici, hanno tutti i connotati di perentorie affermazioni di ben precisi interessi politici, almeno per quel che noi intendiamo per “interessi politici”. Se così fosse, abbiamo la netta sensazione di aver individuato una contraddizione molto evidente e poco giustificabile. Ma questa non è l’unica contraddizione presente nel documento dei vescovi italiani. È vero che all’inizio della nota si precisa che la Chiesa è custode dei valori che traggono origine dal Vangelo e quindi, in quanto tali, valori che si rifanno ad un ben precisa dottrina religiosa, ma successivamente i vescovi sembrano dimenticare tale precisazione e si ergono a custodi delle “esigenze etiche fondamentali per il bene comune della società”, in virtù della quali il fedele cristiano “non può appellarsi al principio del pluralismo e dell’autonomia dei laici in politica, favorendo soluzioni che compromettano o che attenuino la salvaguardia” di dette esigenze. Se le esigenze etiche a cui si rifanno i vescovi sono solo le basi di una determinata dottrina religiosa e a cui crede solo una parte della popolazione italiana, come fanno a diventare le esigenze etiche fondamentali per il bene comune della società? Sospettiamo che tale dimenticanza non sia il frutto di un caso, ma di una precisa intenzionalità manipolativa. Ma la contraddizione peggiore, a nostro avviso, è quella finale, in cui si afferma che questa nota “nasce dall’amore di Cristo per tutti i nostri fratelli in umanità”. Ogni persona che ha chiaro il concetto di coerenza, dedurrebbe che questa esortazione, rivolta ai politici cattolici, ad essere coerenti con i valori fondanti di pace e di fratellanza del cristianesimo, sia concomitante ad altre esortazioni, altrettanto forti e perentorie, rivolte ai medesimi politici quando essi, per esempio, sono chiamati a legiferare in temi di politica estera o di politica sull’immigrazione. Non ci sembra di ricordare una tale veemenza nei confronti di tutti i politici di ispirazione cristiana quando hanno votato a favore dell’invio delle truppe italiane in campi di guerra come l’ex-Jugoslavia, l’Afghanistan o l’Iraq. E neanche ci sembra di rammentare una uguale perentorietà nei confronti degli stessi politici, che si sarebbero dovuti ispirare all’ amore “di Cristo per tutti i nostri fratelli in umanità”, quando hanno votato le leggi razziste – “Turco-Napolitano” o “Bossi-Fini” – contro gli immigrati.

    Come mai? Perché un’unione tra due persone dello stesso sesso diventa più pericolosa di 1.938 soldati italiani mandati, armati di tutto punto, sul suolo afgano? Queste sono alcune delle domande che quegli “infedeli” di umanisti continuano a porre a chi, come la CEI, si erge a custode dell’etica fondamentale per il bene di tutti gli esseri umani. Le nostre orecchie sono sempre pronte ad ascoltare, ma non siamo ancora riusciti a sentire una sola risposta.

    Peccato. Fin quando non arriveranno queste risposte, ci dispiace, ma anche questa nota della CEI non può essere niente di più che una nota a piè di pagina nel grande libro della storia dell’Uomo.

    Roma, 30 marzo 2007

    Carlo Olivieri

    Segreteria programma Partito umanista

    Rispondi
  • 2. sandro  |  30 marzo 2007 alle 13:00

    sono cardinali che c’entrano con Gesù ?

    Il cardinale Siri ( il “papa non eletto” per soli 4 voti, che andarono invece a Wojtyla) era il più irriducibile nemico di Aldo Moro.
    Lo accusava di fare dei grossi e gravi danni alla Democrazia Cristiana. ” I fedeli che pensano di essere con lui sulla rotta di Cristo, poi di fatto si trovano sulla rotta di Marx” e aggiungeva “sulla questione, ( i flirt con i comunisti) Moro è sfuggente, così evasivo e sgusciante che mi verrebbe voglia di dargli un pugno in faccia. Me lo impedisce la mia veste”.
    Anselmi il direttore dell’ANSA, racconta in un suo recente “Diario”, che quando nel ’78 gli comunicò il rapimento di Moro, il cardinale gli rispose: “Ha avuto quel che si meritava”. Infine criticò aspramente la decisione di PAOLO VI quando partecipò ai funerali dello statista ucciso.

    (Espresso n. 20, anno XLIV).

    Rispondi
  • 3. paola  |  30 marzo 2007 alle 16:03

    Si lamenta l’ingerenza della gerarchia cattolica.
    Ma la gerarchia della Chiesa cattolica dovrebbe ingerire molto
    di piu’! e soprattutto ingerire con una dieta piu’ variata!

    Dovrebbe ingerire qualcosa anche riguardo a quelli che
    sfruttano gli immigrati facendoli lavorare in nero (e non parlo
    della vecchina che paga una donna per le pulizie 3 ore la settimana e non avrebbe tempo ne’ modo ne’ capacita’ di studiarsi la burocrazia, parlo dei proprietari di imprese).

    “Ecco, il salario da voi defraudato ai lavoratori che hanno mietuto le vostre terre – ma anche di quelli che hanno lavorato nei vostri cantieri edili, compresi i sub-appalti delle opere pubbliche – grida; e le proteste dei mietitori sono giunte alle orecchie del Signore degli eserciti.” (lettera di Giacomo, 5).

    Dovrebbe ingerire anche qualcosa riguardo a chi affitta a stranieri appartamenti fatiscenti senza elettricita’ ne’ acqua pretendendo cifre astronomiche, tanto questi sono senza permesso di soggiorno e non possono farsi tutelare da nessuno.
    Se neghiamo la comunione ai divorziati risposati, costoro non
    dovrebbero neanche essere ammessi in chiesa finche’, come Zaccheo, non hanno desistito dalla mala condotta e restituito il quadruplo.

    Probabilmente dovrebbe anche ingerire qualcosa riguardo all’ipocrisia di me che penso a dove andare in vacanza, mentre chi non arriva alla fine del mese e’ proprio qui seduto accanto a me in chiesa e ci siamo appena scambiati fraternamente un segno di pace.

    Il problema della gerarchia cattolica e’ che ingerisce troppo poco, e che ingerisce solo di certi generi e non di tutto.

    Ciao a tutti
    Paola

    Rispondi
  • 4. crisbase  |  31 marzo 2007 alle 13:25

    Dico: la grande paura

    La Nota del Consiglio permanente della CEI sulle unioni civili, come tutti i pronunciamenti dell’attuale gerarchia ecclesiastica normativi della politica, s’iscrive totalmente in una dimensione preconciliare della Chiesa cattolica: “Come se il Concilio non ci fosse”. E’ ricorrente motivo di sconforto, di frustrazione, di sofferenza per tanti cattolici e laici che hanno creduto nel rinnovamento conciliare e si sono spesi per realizzarlo. Le comunità cristiane di base sono fra loro.

    Dopo il Concilio la realtà ecclesiale cattolica non è più da concepire nella forma tolemaica che ha assunto da Costantino in poi. Il centro non è più la gerarchia, ma il “Popolo di Dio”. E’ la comunità eucaristica il sole che dà forza, senso e movimento a carismi, ministeri, impegni vari. In un certo senso l’intera Chiesa è vista e vissuta in una luce di laicità positiva, cioè di centralità del Popolo di Dio. E’ il Popolo di Dio nel suo insieme che è sacro ed annuncia evangelicamente la sacralità insita in tutta l’umanità e in tutto l’universo. Di conseguenza, il rapporto fra comunità ecclesiale e comunità politica non può essere più concepito come rapporto fra vertici, fra poteri, fra istituzioni. E’ l’osmosi profonda fra realtà ecclesiale e realtà sociale-politica, che coinvolge la responsabilità di ogni cristiano, la nuova dinamica del rapporto Chiesa-stato. E’ da qui che acquista senso pieno anche una nuova laicità dello Stato. La transizione conciliare fra Chiesa-potere e “Chiesa-Popolo di Dio” è appena iniziata. Il parto è in pieno travaglio e nessuno sa come sarà il neonato e quale sarà il suo sviluppo. Ma quello che sta accadendo nel mondo chiede una accelerazione. E invece si resta prigionieri del vecchio.

    Qui si aprono enormi contraddizioni. Ma la contraddizione più inquietante per i cristiani riguarda il rapporto col Vangelo. La cultura e la teologia predominanti nella esperienza da cui sono nati i Vangeli è di un “radicalismo etico”, quasi una rivoluzione, che si oppone alla cultura e alla teologia tradizionali sostenute dal potere. “Si trattò all’inizio di un movimento di contestazione culturale e di abbandono delle strutture della società” (G. Theissen, La religione dei primi cristiani, Claudiana, 2004). Basta pensare alla reazione di Gesù, in un episodio del Vangelo di Matteo: “Ecco di fuori tua madre e i tuoi fratelli che vogliono parlarti. Ed egli, rispondendo a chi lo informava, disse: ‘Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?’. Poi stendendo la mano verso i suoi discepoli disse: ‘Ecco mia madre ed ecco i miei fratelli; perché chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è per me fratello, sorella e madre’ ”.

    Un orizzonte nuovo di valori universali si apre in realtà nel Vangelo col superamento del concetto tribale di appartenenza: da esso nasce la comunità cristiana, famiglia “senza padre” o meglio con un solo padre “quello che è nei cieli”. “Nessuno sia tra voi né padre né maestro…”- dice Gesù.

    Dietro una spinta così forte, da anni ci siamo impegnati, come tanti altri, a immedesimarsi nelle discariche umane prodotte nella “città delle famiglie normali”. E lì abbiamo trovato bambini abbandonati per l’onore del sangue, ragazze madri demonizzate e lasciate nella solitudine più nera, handicappati rifiutati, carcerati privati della parentela, gay senza speranza, coppie prive di dignità perché fuori della norma, minori violentati dai genitori, mogli stuprate dietro il paravento del “debito coniugale”. Oggi le ragazze-madri vanno a testa alta senza essere costrette da genitori e parroci ad abortire facendo ricorso alle mammane oppure ad abbandonare i figli per l’onore della famiglia. Gli handicappati hanno cessato di essere la vergogna della famiglia da nascondere in istituto perché considerati il segno di qualche peccato. I gay vivono alla luce del sole la propria realtà. I giovani non hanno più bisogno di nascondere ipocritamente i loro rapporti. E le violenze all’interno della famiglia incominciano a venire alla luce del sole.

    Fine della famiglia tribale? Macché. Nuove emergenze incombono. La competizione globale, questa guerra di tutti contro tutti, riporta a galla il bisogno di mura e di blindature. Il mondo del privilegio non accetta la condivisione e non ne conosce le strade se non nella forma antica della elemosina che oggi è confusa impropriamente con la solidarietà. Conosce molto bene però l’arte dell’arroccamento. E di questo bisogno di blindatura approfittano i crociati della famiglia. Guardando bene al fondo, in nome di che si ricacciano in mare gli extra-comunitari? Sono estranei alla nostra famiglia e alla nostra famiglia di famiglie. Si sciolgono i cuori di fronte alla povertà del cosiddetto Terzo Mondo, carità a non finire, ma si alzano le mura delle strutture profonde. La famiglia canonica oggi è fonte di esclusione verso i dannati della terra. E’ un’esclusione radicata nel profondo, cancro che si annida nella difesa integralista del matrimonio.

    Bisogna riscoprire le strade dell’apertura planetaria della famiglia, densa di storia anche evangelica, nelle esperienze delle giovani generazioni e dei nuovi soggetti sociali, senza nascondere limiti e pericoli, presenti del resto in ogni apertura al nuovo, e quindi con sagge regolamentazioni e con opportune mediazioni. Ma anche senza demonizzazioni, perché riteniamo che proprio in quell’apertura stia la salvezza della famiglia umana e dello stesso matrimonio.

    Le comunità cristiane di base italiane

    Rispondi
  • 5. roby  |  2 aprile 2007 alle 11:23

    Ciao a tutti, di seguito trovate un articolo che ritengo sia interessante apparso su Riforma, il settimanale delle Chiese evangeliche battiste, metodiste, valdesi, lo scorso 16 marzo.

    Roberto

    Riforma – Settimanale delle chiese evangeliche battiste, metodiste, valdesi.

    L’Opinione – Omosessuali tra di noi – 16 marzo 2007

    Tra i temi sul tavolo dell’incontro del mondo battista-metodista- valdese, prevesto per inizio novembre 2007 a Roma, c’è quello dell’omosessualità . O meglio: dell’ «omoaffettività» . Un’apposita commissione, nominata dall’ultimo incontro generale dei battisti-metodisti- valdesi – svoltosi nel 2000 – ha prodotto un documento di studio inviato, nell’autunno del 2005, a tutte le nostre chiese in vista di un possibile pronunciamento. A che punto siamo? Le chiese dovrebbero aver già messo in cantiere una loro prima riflessione su questa difficile materia. Dico difficile perché divide gli animi e quindi si tende a rimuovere il problema. Tendenza quest’ultima incoraggiata sia da alcuni passi biblici assunti, spesso, senza un’analisi storico critica, sia dai tanti diffusi pregiudizi. In un paese come il nostro, nel quale il vero peccato è principalmente quello di natura sessuale e non quello economico o quello della violenza sulle donne e bambini, i pregiudizi nei confronti degli omosessuali abbondano. Non vogliamo andare a rimorchio di mentalità sessuofobiche o moraliste. Al contrario, preferiamo sottolineare il principio evangelico dell’«accoglietevi gli uni gli altri come anche Cristo vi ha accolti…»(Rom. 15,7). Sarebbe un ennesimo oltraggio verso chi vive con sofferenza questa condizione, e magari vede nelle nostre chiese un luogo di accoglienza e di amore, rispondere alle attese con un dibattito frettoloso, improvvisato. Siamo in tempo utile, in questi otto mesi che si separano dall’assise battista, metodista, valdese, per chiarirci le idee cogliendo questo appuntamento come occasione per traguardare nuovi livelli di riflessione teologica e umana.

    Ritenere a priori che la nostra riflessione sul tema dell’omosessualità registrerà un’unanimità di consensi è illusorio. Non è mai successo sulle materie controverse di ieri e non succederà neppure oggi. Quello che però dovrebbe distinguerci, anche come protestanti che vedono nella diversità dell’unità un tratto indelebile del proprio atteggiamento ecclesiastico, è dibattere senza dividerci. Non dobbiamo dare spazio a un gioco al massacro usando magari il tema dell’omosessualità per rinchiuderci nella torre d’avorio delle nostre convinzioni. In un’intervista alla moderatora della tavola valdese – apparsa sul supplemento del Corriere della sera «Io donna» di sabato 3 marzo – il giornalista, provocatoriamente, chiede: «Lei ha mai sposato omosessuali?» . Risposta: «No, ma credo che si possa arrivare a una cerimonia di accompagnamento, a una preghiera per un progetto di vita comune. Il matrimonio però è un istituto molto antico, legato all’unione uomo-donna: non penso sia la soluzione giusta per gli omosessuali».

    Potrei facilmente citare altri articoli, alcuni li abbiamo anche segnalati su Riforma, che lasciano aperti degli interrogativi. Registro un’indubbia pressione dei media sul piccolo mondo protestante storico sul tema dell’«omoaffettività» , che altre chiese riformate in Europa hanno già affrontato assumendo chiare decisioni. Sicchè, per esprimere come comunione di chiese un parere condiviso, occorre affrontare per tempo questa delicata materia anche perché essa investe persone concrete, non il sesso degli angeli.

    Giuseppe Platone

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  • 6. don paolo  |  3 aprile 2007 alle 10:30

    Una riflessione riguardo all’8 x mille. Premsso che sono, opero e lavoro per il superamento totale, radicale e defintivo del concordato, il padre di ogni male, sulla raccolta di firme di MicroMega ho più d’una perplessità. Non è una scelta a favore della Tavola valdese, ma un calcio alla Chiesa italiana, volendolo dare cioè alla gerarchia. Mi pare una atteggiamento infantile e anche ideologico.
    Vivo in una chiesa che è stata chiusa per oltre 20 anni. E’ l’unico esemplare di arte barocchetto con peculiarità sue. All’interno vi era un organo a canne del ‘600. Con l’8 x mille è stata restaurata la chiesa e l’organo, In occasione del restauro dell’organo abbiamo organizzato ben 13 concerti e finora (siamo al 7°), la chiesa è sempre piena, stracolma. La Chiesa è diventato patrimonio di tutti.
    Per 25 anni mi sono occupato direttamente di emarginazione e sonon stato semrpe sostenuto dìcn la quota dell’8 per mille. Molti centri d’ascolto dove si assitono i poveri più poveri, quelli che non non hanno nemmeno le caratteristiche per chiedere l’aiuto pubblico, vivono con l’8 x mille.
    Per favore, si possono fare tutte le campagne che si vogliono, ma senza ideologismo perché alla fine sono proprio i cristiani più “illuminati” che confono la “Chiesa” con la “Cei” e fanno confusione.
    Se si deve fare una battaglia per il rinnovamento della Chiesa, la si faccia, ma direttamente, apertamente, non per interrposta persona. Se fossi nella Chiesa valdese, non accetterei questa proposta.
    Ciò non toglie che, per me, bisogna abolire il Concordato.

    Rispondi
  • 7. danielebausi  |  4 aprile 2007 alle 12:20

    SIGNORE… AIUTAMI!
    “Aiutami a non perdermi, a far si che questa strada sia sempre la mia e non quella di qualcun’altro. Che il cammino che ho intrapreso sia sempre puro, incontaminato e che gli ostacoli che troverò non siano di corruzione , di malvagità o suoi simili”.

    Nel cammino di fede io sono peccatore. No bestemmiatore, ma ladro e bugiardo; sessualmente deviato perchè omosessuale e forse tante altre cose. Non mi sono mai sporcato le mani di sangue se non del mio e per quanto poco sia, cerco di fare del bene al mio prossimo, specialmente a quelli più piccoli. Sono anche materialista, cerco nel denaro di soddisfare i i miei più inutili desideri a volte anche esagerando, cercando di trarne godimento futile, che si esaurisce nel momento esatto che l’ho in mano. Chiedo al Signore di aiutarmi in quello, di proteggermi da quell’altro e non lo ringrazio mai per quello che ho ricevuto. Pecco anche in questo e non mi confesso mai, perchè non credo negli uomini di chiesa. Non in tutti, ma in una buona parte, si. Molti di loro credono nell’equazione: omosessuale = pedofilo, mentre esiste l’altro lato della medaglia, quella oscura che non si vede, che sta appoggiata sul petto vicino al cuore ed è quella che se ne parla di meno, ma la più sincera, più vicino alla verità, quella sensibile, quella dell’amore. Vero e incondizionato.

    E’ così facile credere in quella luce, in quel fuoco eterno che alberga dentro la nostra anima, ma ci lasciamo condizionare da tutto quello che c’è di negativo intorno cercando di trarne profitto per succlassarci l’uno con l’altro. Io vorrei vivere come fratelli, con quell’amore che ci ha insegnato Gesù, provando a lasciare un pò di quelle inutilità indietro, ma non ci è dato farlo per non essere emarginati in questa società dove conta più l’apparire che l’essere.

    A volte, e molto spesso, mi chiedo se ciò che faccio è abbastanza. Vorrei fare tanto di più, soprattutto per i bambini, essere più presente, aiutarli in modo totale e costante, ma non so come fare e non so dove andare e dove chiedere. Sento di non essere totalmente soddisfatto della mia vita, che mi manca ancora qualcosa e che quel qualcosa, non è per me. Forse anche questo è egoismo, il voler a tutti costi aiutare chi ha bisogno solo per pulirmi la coscienza, sentirmi a posto con me stesso, per riempire quel vuoto di una presenza assente al mio fianco. Non è così e di questo ne sono certo. Mi da persino fastidio quando qualcuno mi dice “bravo” quando racconto che faccio volontariato. Non lo faccio per sentirmi dire questo, lo faccio per amore, perchè sento dentro di me di averne tanto e sento ancor di più la necessità di donarlo.

    Ma allora, infine, cos’è quella sensazione di insoddisfazione che mi prende, che mi porta a cercare in modo quasi ossessivo quel qualcosa in più.

    Io non voglio di più per me, voglio fare di più…per te, fratello!

    Rispondi
  • 8. roberto  |  13 aprile 2007 alle 0:30

    leggete qui… da L’UNITA’ 🙂

    LA SACRA UNIONE DI FATTO
    di Enzo Mazzi

    «Sacra Unione di Fatto», questa è la giusta definizione del modello cristianamente perfetto di ogni famiglia, incarnato da quella che tradizionalmente viene chiamata “Sacra Famiglia”. Potrebbe sembrare una battuta spiritosa e dissacrante. È invece una reale contraddizione teologica irrisolta che il cristianesimo si porta dietro da quando è divenuto religione dell’Impero. Costantino si convertì al cristianesimo ma al tempo stesso il cristianesimo si convertì a Costantino. La nuova religione dovette cioè farsi carico della stabilità dell’Impero accettando di sacralizzarne alcuni capisaldi e fra questi proprio la famiglia. Fu un compromesso fatale.

    Il cristianesimo non era nato per difendere la famiglia. Anzi all’inizio fu un movimento di superamento del concetto patriarcale di famiglia. La cultura e la teologia predominanti nella esperienza da cui sono nati i Vangeli è di un “radicalismo etico”, quasi una rivoluzione, che si propone di oltrepassare la cultura e la teologia tradizionali: «Vi è stato detto…, io invece vi dico… » afferma Gesù in contraddittorio con sacerdoti, scribi, farisei. «Si trattò all’inizio di un movimento di contestazione culturale e di abbandono delle strutture della società» (G. Theissen, La religione dei primi cristiani, Claudiana, 2004). Basta pensare alla reazione di Gesù, in un episodio del Vangelo di Matteo: «Ecco là fuori tua madre e i tuoi fratelli che vogliono parlarti. Ed egli, rispondendo a chi lo informava, disse: “E chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?”. Poi stendendo la mano verso i suoi discepoli disse: “Ecco mia madre ed ecco i miei fratelli; perché chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è per me fratello, sorella e madre”».

    Un orizzonte nuovo di valori universali si apre in realtà nel Vangelo col superamento del concetto patriarcale di famiglia: da tale oltrepassamento nasce la comunità cristiana, la nuova famiglia, “senza padre” o meglio con un solo padre «quello che è nei cieli». «Nessuno sia tra voi né padre né maestro… » dice infatti Gesù.

    Se è vero che «la realizzazione pratica dell’etos del diritto naturale non è possibile senza la vita della grazia», come ha sostenuto di recente il teologo della Casa pontificia, Wojciech Giertych al Congresso internazionale sul diritto naturale promosso dall’Università del papa, la Lateranense, se cioè bisogna rivolgersi alle scelte della grazia di Dio per sapere che cos’è la natura, allora bisogna concludere che Dio privilegia “l’unione di fatto” e non la famiglia. Insomma per dirla con parole semplici prima viene l’amore, l’unione, la solidarietà e poi viene il patto, la legge, il codice. Questa sembra l’essenza più profonda della natura umana. Lo dice plasticamente il Vangelo: «Il sabato (cioè la norma) è fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato».

    Il compromesso con l’Impero portò alla attenuazione se non al fatale capovolgimento di un tale etos evangelico.

    È questa una intrigante contraddizione per le gerarchie ecclesiastiche del “Non possumus” e della rigida Nota anti-Dico, per i preti, i cattolici e i laici del Family-day.

    Una traccia vistosa e significativa di tale contraddizione si trova ancora oggi nel celibato dei preti, religiosi e religiose. Il dogma cattolico mentre considera biblicamente il matrimonio come «segno sacro dell’Alleanza nuova compiuta dal Figlio di Dio, Gesù Cristo, con la sua sposa, la Chiesa», d’altro lato ha bisogno di un segno opposto e cioè la verginità e il celibato per significare «l’assoluto primato dell’amore di Cristo» (cf. Compendio del Catechismo 340-342). Il Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica al n. 338 pone la domanda: «Per quali fini Dio ha istituito il Matrimonio?». La risposta è questa: «L’unione matrimoniale dell’uomo e della donna, fondata e strutturata con leggi proprie dal Creatore, per sua natura è ordinata alla comunione e al bene dei coniugi e alla generazione ed educazione dei figli». Il fine della “generazione/procreazione” fa parte strutturale della natura del matrimonio. Se esclude il fine della procreazione il patto matrimoniale è nullo. Al n. 344 e 345 lo stesso Catechismo dice: «Che cosa è il consenso matrimoniale? Il consenso matrimoniale è la volontà, espressa da un uomo e da una donna, di donarsi mutuamente e definitivamente, allo scopo di vivere un’alleanza di amore fedele e fecondo… In ogni caso, è essenziale che i coniugi non escludano l’accettazione dei fini e delle proprietà essenziali del Matrimonio». Addirittura al n. 347, il rifiuto della fecondità viene additato come peccato gravemente contrario al Sacramento del matrimonio: «Quali sono i peccati gravemente contrari al Sacramento del Matrimonio? Essi sono: l’adulterio; la poligamia, in quanto contraddice la pari dignità tra l’uomo e la donna, l’unicità e l’esclusività dell’amore coniugale; il rifiuto della fecondità, che priva la vita coniugale del dono dei figli; e il divorzio, che contravviene all’indissolubilità».

    La contraddizione si avviluppa su se stessa e si incattivisce: Maria e Giuseppe escludendo dal loro matrimonio la fecondità naturale, per amore della verginità di Maria, secondo il Catechismo cattolico compiono un grave peccato.

    Il Diritto Canonico conferma il dogma in modo apodottico in vari canoni. Specialmente il canone 1101 sancisce che è nullo il matrimonio di chi nel contrarlo «esclude con un positivo atto di volontà» la procreazione. È in base a queste enunciazioni dogmatiche e normative che il Tribunale della Sacra Rota emette quasi ogni giorno dichiarazioni di nullità del matrimonio, perché anche uno solo degli sposi può provare di aver escluso per sempre la procreazione al momento del consenso matrimoniale. I cattolici che si battono per la difesa e la valorizzazione della “famiglia naturale” e si preparano addirittura a scendere in piazza per scongiurare il riconoscimento delle unioni di fatto e l’approvazione dei Dico molto probabilmente non hanno mai riflettuto su queste contraddizioni, non le conoscono o le allontanano dalla loro coscienza e dall’orizzonte della loro fede. Esse invece sono invece parte integrante della stessa fede.

    Vediamo meglio perché. Il Vangelo di Matteo racconta che «Giuseppe, come gli aveva ordinato l’angelo del Signore, prese in sposa Maria che era incinta ed ella, senza che egli la conoscesse, partorì un figlio, che egli chiamò Gesù». Il dogma cattolico aggiunge che Maria aveva consacrato in perpetuo la sua verginità al Signore e quindi nello sposare Giuseppe aveva escluso in maniera assoluta la procreazione, essendo Giuseppe pienamente consenziente con tale esclusione. “Maria sempre vergine”, nell’intenzione e nei fatti. Così dice il dogma. Chi lo nega è eretico. Ma con questa esclusione positiva ed assoluta della prole, per lo stesso dogma cattolico e per il Diritto Canonico il matrimonio di Maria con Giuseppe è invalido. Maria e Giuseppe erano una coppia di fatto che oggi il Diritto Canonico non può riconoscere come vero matrimonio. Dio nel momento in cui decide di farsi uomo sceglie di crescere e di essere educato da una coppia, Maria e Giuseppe, che per il dogma e per il Diritto cattolico era unita di fatto in un matrimonio non valido e quindi non era vera famiglia: era appunto una Sacra Unione di fatto.

    Dietro una spinta così forte proveniente del Vangelo, da anni ci siamo impegnati, come tanti altri, e con forti conflitti, a immedesimarsi nelle discariche umane prodotte nella “città delle famiglie normali”. E lì abbiamo trovato bambini abbandonati per l’onore del sangue, ragazze madri demonizzate e lasciate nella solitudine più nera, handicappati rifiutati, carcerati privati della parentela, gay senza speranza, coppie prive di dignità perché fuori della norma, minori violentati dai genitori, mogli stuprate dietro il paravento del “debito coniugale”. La “misericordia” del Vangelo ci ha imposto di non demonizzare anzi di accogliere la ricerca di forme di convivenza meno distruttive. Per purificare lo stesso matrimonio, non certo per distruggerlo. Quei bambini abbandonati, quelle ragazze madri, quegli handicappati, quei carcerati, quei gay, quelle vittime di violenze intrafamiliari, hanno avuto bisogno di “unioni di fatto”, magari cosiddette “case famiglia”, che se ne facessero carico. Poi anche le famiglie si sono aperte alle adozioni e agli affidamenti. Ma la breccia è stata aperta da “unioni di fatto”.

    Fine della famiglia tribale e delle sue discariche? Macché. Nuove emergenze incombono. La competizione globale, questa guerra di tutti contro tutti, riporta a galla il bisogno di mura. Il mondo del privilegio non accetta la condivisione e non ne conosce le strade se non nella forma antica della elemosina che oggi è confusa impropriamente con la solidarietà; conosce molto bene però l’arte dell’arroccamento. E di questo bisogno di blindatura approfittano i crociati della famiglia. Guardando bene al fondo, in nome di che si ricacciano in mare gli extra-comunitari? Sono estranei alla nostra famiglia e alla nostra famiglia di famiglie. La difesa a oltranza della famiglia canonica oggi è fonte di esclusione verso i dannati della terra. L’opposizione al riconoscimento delle nuove forme di solidarietà è nel profondo radice di violenza verso gli esclusi. La crociata contro le famiglie di fatto oggettivamente è egoista, oltre i bei gesti e le belle parole e oltre le stesse intenzioni, al di là delle apparenze. Non basta difendere la famiglia naturale. Bisogna ancora una volta guarirla.

    È necessario riscoprire il primato dell’amore e della solidarietà oltre i confini di razza, etnia, famiglia, quell’amore responsabile e quella solidarietà piena che sono sacre in radice e rendono sacro ogni rapporto in cui si incarnano. Bisogna ritrovare le strade dell’apertura planetaria della famiglia, di una famiglia purificata e guarita, già annunciate dal Vangelo, nelle attuali esperienze delle giovani generazione e dei nuovi soggetti, con prudenza creativa, senza nascondersi limiti e pericoli, ma anche senza distruttive demonizzazioni.

    Rispondi
  • 9. giovanni  |  16 aprile 2007 alle 15:33

    Riporto di seguito l’intervista da me effettuta per Adista a Giannino Piana, teologo morale, sui Dico e la condizione omosessuale. Grazie per l’attenzione
    Saluti
    Giovanni Panettiere

    GIANNINO PIANA: SU ‘DICO’ E QUESTIONE OMOSESSUALE LA CHIESA DEVE FARE UN “SALTO DI CIVILTÀ”

    33839. ROMA-ADISTA. I Dico non demoliscono la famiglia tradizionale fondata sul matrimonio – che è in crisi per altri motivi – ma tentano di garantire i diritti e di far assumere maggiori responsabilità alle persone, sia eterosessuali che omosessuali, che scelgono la convivenza. È l’opinione del teologo Giannino Piana, intervistato da Adista mentre il dibattito sul disegno di legge sui diritti dei conviventi si fa sempre più serrato nella società e, soprattutto, nel mondo cattolico. Piana rifiuta di arruolarsi aprioristicamente fra i difensori del matrimonio a tutti i costi e sposta l’analisi sul piano della ragionevolezza, a partire dalla constatazione che la società, negli ultimi anni, ha subito profonde trasformazioni. E che la proposta dei Dico tenta di venire incontro e di interpretare tali trasformazioni.

    Di seguito la nostra intervista a Giannino Piana.

    D: Secondo lei i Dico sono realmente una minaccia per la famiglia tradizionale?

    R: Non credo. I Dico rappresentano semplicemente il tentativo di garantire diritti e di far assumere doveri a soggetti che hanno scelto di vivere in “unioni civili”. Il moltiplicarsi, negli ultimi decenni, di tali scelte rivela senza dubbio uno stato di crisi della famiglia tradizionale fondata sul matrimonio; crisi le cui cause vanno ricercate in ben altre direzioni. I Dico sono semmai la conseguenza di questa situazione di disagio.

    D: Il vescovo di Pavia, mons. Giovanni Giudici, ritiene che la crescita delle convivenze – prima o a prescindere dal matrimonio – sia dovuta soprattutto all’aumento della precarietà che colpisce soprattutto i giovani, sempre più in difficoltà a trovare un lavoro stabile e una casa in cui vivere. Lei come si spiega l’aumento delle convivenze e come valuta questo aspetto?

    R: La ragione dell’aumento delle convivenze va ricercata in un concorso di fattori diversi, che meriterebbero una grande attenzione e che vanno ricondotti alle profonde e rapide trasformazioni strutturali e culturali che hanno caratterizzato la società in cui viviamo. Quanto afferma mons. Giudici è, al riguardo, pienamente condivisibile. Aggiungerei che ad alimentare il senso dell’insicurezza e della fragilità che conduce molti a privilegiare la convivenza vi è, da un lato, la complessità sociale, che allarga enormemente l’area delle conoscenze e delle relazioni – quanto più si estende le possibilità di scelta tanto più diventa difficile scegliere – e, dall’altro, fenomeni come l’individualismo e la cultura consumista, che attentano alla continuità delle relazioni rendendole sempre più precarie.

    D: Il disegno di legge del governo equipara la convivenza eterosessuale a quella omosessuale. Questo passaggio è indigesto a quella parte di cattolici che si oppone al provvedimento. Perché gran parte del mondo cattolico, sostenuto in questo dal Magistero, non incoraggia ancora le unioni stabili fra persone dello stesso sesso quando è la stessa vita quotidiana ad offrirci non pochi casi di coppie omosessuali ben più unite e leali di tante eterosessuali?

    R: Il pregiudizio verso l’omosessualità è ancora molto forte, e non solo nella Chiesa. Pur essendovi stato, anche in documenti ufficiali del Magistero, il riconoscimento che esiste un’omosessualità permanente, dunque in qualche misura strutturale, cioè contrassegnata da un vero e proprio modo di essere al mondo, sussiste tuttora una grande resistenza psicologica a riconoscere che l’omosessualità possa dare luogo a scelte di coppia e soprattutto che sia possibile, all’interno di tali coppie, vivere un rapporto affettivo vero e intenso. Il criterio che viene invocato non è quello della verifica della qualità della relazione, della sua autenticità e profondità; è un criterio estrinseco che tende a penalizzare, oggettivamente e in partenza, lo stato omosessuale.

    D: La senatrice della Margherita Paola Binetti, durante un programma televisivo, ha definito esplicitamente l’omosessualità una devianza. È deviata una persona omosessuale o l’omosessualità è una condizione normale al pari di quella eterosessuale?

    R: In questo la senatrice Binetti non è sola. Sono ancora molti a pensare l’omosessualità come una devianza o diversamente a ritenerla una malattia di tipo psicologico o fisico, che va come tale curata e dalla quale si può guarire. La vecchia interpretazione positivista che riconduceva l’omosessualità alla matrice biologica, insistendo soprattutto sulla presenza di disfunzioni ormonali, sembra ricuperare oggi terreno, sia pure in una prospettiva diversa, facendo cioè riferimento a motivazioni di carattere genetico. Si stenta a considerare l’omosessualità come una condizione normale, perché ci si accosta ad essa con categorie pregiudiziali, come quella di “natura” (e viene allora ritenuta innaturale o “contro natura”), ma soprattutto perché si guarda in astratto al fenomeno omosessuale, quasi fosse del tutto oggettivabile, e si dimentica che in realtà non abbiamo tanto a che fare con la condizione omosessuale ma con persone omosessuali i cui vissuti sono sempre estremamente differenziati e complessi e la cui realtà più profonda rimane, in ogni caso, avvolta (come del resto per le persone eterosessuali) nel mistero.

    D: In Italia sono ormai più di 25 i gruppi di credenti omosessuali che, in alcuni casi, sono seguiti da sacerdoti o addirittura da vescovi ausiliari. Che cosa ne pensa di questi fenomeni?

    R: Conosco personalmente alcuni di questi gruppi e ho partecipato con una certa frequenza ai loro incontri, ricavandone sempre una grande impressione. Si tratta di persone molto serie che vivono sulla loro pelle, spesso con gravi lacerazioni interiori, la difficoltà di far coincidere identità omosessuale e fede ma soprattutto – perché qui si annidano i maggiori conflitti – identità omosessuale e appartenenza ecclesiale. L’ostinazione con cui, nonostante la rigidità delle posizioni ufficiali della Chiesa, proseguono nel loro cammino è ammirevole e commovente; denuncia, in modo particolare, la grande serietà della loro ricerca e l’autenticità della loro adesione religiosa. Fortunatamente non mancano nella Chiesa sacerdoti, e persino qualche vescovo, che non esitano ad aprire loro le porte, ad ascoltarli e a seguirli. Tuttavia la severità con cui la dottrina della Chiesa continua a condannare il comportamento omosessuale genera ferite insanabili, che spesso acuiscono il senso di colpa con pesanti conseguenze sulla stessa integrità psicologica della persona.

    D: Purtroppo, salvo rare eccezioni, i gruppi di credenti omosessuali operano nella più totale clandestinità . Una clandestinità alle volte addirittura autoimposta per paura di essere discriminati o fatti oggetto di violenza in un contesto sociale sostanzialmente ancora ostile. Non ritiene che, se queste esperienze uscissero davvero allo scoperto, potrebbero svilupparsi una conoscenza ed un confronto più sereno sul tema dell’omosessualità a tutti i livelli della vita ecclesiale e sociale, andando così oltre pregiudizi e paure?

    R: La risposta è già implicita nella domanda. È davvero auspicabile che si apra un confronto sereno, sia all’interno della Chiesa che nella società, tra eterosessuali ed omosessuali, perché si creerebbero in tal modo le condizioni per sdrammatizzare il problema, ma anche (e soprattutto) perché la reciproca conoscenza favorirebbe la possibilità del rispetto vicendevole e potrebbe dare la spinta a un vicendevole aiuto. Purtroppo siamo ancora lontani da questo traguardo e, nonostante i notevoli passi avanti fatti negli ultimi decenni, il cammino si presenta tuttora pieno di ostacoli non facilmente superabili in tempi brevi. La questione di fondo è culturale: si tratta di creare una mentalità nuova, di dare vita, in una parola, a un vero e proprio salto di civiltà.

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  • 10. ale  |  20 aprile 2007 alle 7:35

    «Il potere della Chiesa sulla città». Intervista al prof. Mauro Pesce

    Bologna è l’unico centro in cui l’università pubblica promuove un dottorato in scienze religiose. Tuttavia la statua di San Petronio sotto le Due Torri è il simbolo del ritrovato potere religioso sulla città. E alle critiche al libro scritto con Augias, Inchiesta su Gesù, Mauro Pesce risponde: «Non pensavo ci fossero settori della Chiesa con una paura così forte della gente che pensa con la propria testa»

    di Sara Deganello, da: http://www.lastefani.it/settimanale

    Mauro Pesce parla argomentando ogni passaggio, cercando nella storia le cause del presente. Alle sue spalle libri in italiano, inglese, francese, tedesco, testi in greco antico e in ebraico sulla Bibbia, i Vangeli, la nascita delle religioni: siamo nella sede del Centro interdipartimentale di studi sull’ebraismo e il cristianesimo da lui fondato.

    D) Genovese di nascita, bolognese d’adozione. Cosa l’ha portata in questa città?
    R) Ho fatto l’università a Roma. Là tra il 1963 e il 1965, ai tempi del Concilio Vaticano II, ho conosciuto molti teologi e intellettuali cattolici del rinnovamento. Sono venuto a Bologna perché qui c’era l’Istituto per le scienze religiose fondato nel 1952 da Giuseppe Dossetti, anche lui all’epoca a Roma come consigliere del cardinale Lercaro. L’istituto offriva delle borse di studio: arrivato qui provvisoriamente, poi sono rimasto.

    D) Bologna è ancora importante per le scienze religiose?
    R) Bologna è forse l’unico, o almeno il principale, polo statale di studi religiosi in Italia. Oltre all’Istituto fondato da Dossetti, è attivo un gruppo di studiosi che analizza i fenomeni religiosi con gli strumenti dell’analisi critica. Bologna è l’unica sede universitaria ad avere un dottorato in studi biblici, condotti non necessariamente in prospettiva dogmatica. Tradizionalmente queste materie, in Italia, sono delegate alle facoltà teologiche dirette dalle Chiese, in cui è prevalente la finalità pastorale.

    D) Che rapporto c’è tra Chiesa e ricerca scientifica?
    R) Ci sono state diverse fasi: di profondo rinnovamento (dal 1930 al 1970), con culmine nel Concilio Vaticano II, e (a partire dagli anni ’80) di ripensamento conservatore. L’attuale pontefice è un restauratore.
    Così, è maturato un atteggiamento di difesa nei confronti del mondo contemporaneo, che nega i valori cristiani; contemporaneamente, dopo la caduta del Comunismo, si è cercato di negare l’Illuminismo, età della ragione contro la fede, interpretato come base di tutte le dittature. Con il cardinale Ruini si è arrivati a dire che la stessa idea di tolleranza non può essere messa alla base della società, là dove deve esserci il principio cristiano.

    D) Con questa impostazione che fine fa la laicità?
    R) C’è una negazione sostanziale dell’idea di laicità e si arriva a sostenere paradossalmente che i veri laici sono i cattolici non anticlericali. Il laicismo si basava sulla contrapposizione tra clericalismo e anticlericalismo: ora, visto che il secondo produce solo effetti nefasti, bisogna superarlo. Una laicità così intesa è una laicità che non si oppone al principio religioso, e non si oppone al diritto delle religioni di manifestarsi pubblicamente e di pretendere che lo Stato abbia leggi religiose, soprattutto nei Paesi in cui i cattolici sono la maggioranza.

    D) Che conseguenze ci possono essere, in rapporto anche alla diffusione di altri fondamentalismi?
    R) In Italia tra 50-60 anni avremo tre blocchi: uno cattolico, uno musulmano e uno di persone disinteressate ad aderire ad istituzioni religiose, tuttavia non necessariamente laici. I laici, nella visione ottocentesca del termine, cioè quella di persone che sostengono la fondamentale autonomia delle istituzioni statali rispetto alle Chiese, saranno una piccola minoranza. In questa situazione, un’alleanza tra il blocco conservatore islamico e quello cattolico è la più verosimile: entrambi sono interessati a creare istituzioni familiari forti che controllino il comportamento morale e sessuale dei giovani e a gestire direttamente l’educazione nelle scuole confessionali. Il pericolo è una deriva nel comunitarismo: la struttura civile si scioglie in tante comunità forti che difendono i propri diritti e si alleano per la propria convivenza, mentre viene meno la laicità dello Stato. Una laicità alla francese: garanzie di libertà religiosa ma divieto di confessionalizzazione delle istituzioni.

    D) Una parte della Chiesa cattolica italiana ha criticato il suo libro Inchiesta su Gesù. Perché?
    R) Quello che ha preoccupato alcuni settori della Chiesa è stata la sua straordinaria diffusione. Un successo non previsto. Il libro nasce dalla collaborazione di un giornalista con una fortissima presenza mediatica, Corrado Augias, e uno specialista di studi biblici con fama di studioso molto serio. Qualcuno ha avuto paura che la diffusione di centinaia di migliaia di copie (siamo arrivati a circa 500mila) potesse provocare nel pubblico cristiano alcune incertezze sull’insegnamento tradizionale.

    D) Quali?
    In questi ultimi vent’anni, la Chiesa cattolica italiana si è trovata in una situazione particolare: il Concilio vaticano II ha insistito sul fatto che tutti i cattolici dovessero avere al centro della propria vita la Bibbia. Mettendo in mano la Bibbia alla gente era però necessario fornire anche alcuni strumenti di lettura. La Chiesa si è resa conto che non ne aveva: gli specialisti di scienze bibliche scrivevano libri solo per specialisti. Allora è iniziata una critica sempre più grave dell’esegesi storica, che è stata messa da parte. È normale che i vangeli siano differenti, che forniscano su Gesù informazioni contraddittorie, che non siano frutto di testimoni oculari. I biblisti cattolici lo sanno da decenni. Tuttavia, invece di fornire spiegazioni semplici del come si è formata la tradizione scritta su Gesù, si è preferito insistere sulla verità assoluta dei testi, in modo che il pubblico cristiano li metta al centro del proprio nutrimento spirituale. Ora, quando una persona di media cultura si trova di fronte alle mie risposte ad Augias – in cui si parla con molta semplicità di questi risultati – va dal parroco e dice: come mai qui c’è scritto questo?

    D) Se l’aspettava?
    R) No: avevo fiducia nel cattolicesimo come l’ho conosciuto negli anni ’60 e ’70. E poi la mia esegesi negli Usa è considerata moderata e conservatrice: tra gli specialisti non sono un rivoluzionario. Non pensavo ci fosse un settore della Chiesa cattolica che avesse una paura così forte che la gente pensasse con la propria testa. Di fatto non c’è una parola nelle mie dichiarazioni che sia contro la fede cristiana. La ricerca storica è pienamente accettabile all’interno della visione dogmatica del cattolicesimo. Il problema è nell’educazione della gente: la Chiesa cattolica ha preferito fare ignorare alle persone quali sono gli orientamenti della ricerca storica sulla Bibbia e quando questa si diffonde capillarmente tra la gente, invece di informare, sceglie di demonizzare chi lo fa.

    D) Lei ha detto: «La ricerca storica permette un atteggiamento laico più maturo». Pensiamo a Dossetti, ad Adreatta, a Prodi, che si è definito su alcuni temi etici «credente adulto»: Bologna può essere un laboratorio di laicità?
    R) Bologna è stata un laboratorio di questo tipo nei decenni passati. Credo che oggi prevalga nelle istituzioni il bisogno di un’alleanza con la Chiesa cattolica. Uno dei simboli dell’inversione di tendenza è stata la collocazione della statua di San Petronio sotto le Due Torri: l’immagine del potere ecclesiastico sulla città. Quando ho visto il cardinale di Bologna pregare vestito in abiti liturgici di fronte a quella statua insieme con il sindaco di centrodestra di allora, mi sono reso conto che eravamo passati a un’epoca diversa. Un clima che, del resto, riflette la situazione italiana generale. Questa città è attualmente dominata dal potere ecclesiastico,insieme a quello universitario e a quello cittadino: pare che i rappresentanti delle istituzioni abbiano perso per un momento il senso delle rispettive autonomie. In questo contesto, immaginare che le religioni vengano considerate con rispetto e dal punto di vista della ricerca storica mi sembra molto difficile.

    Fonte: Viottoli

    Rispondi
  • 11. Arrigo Colombo  |  23 aprile 2007 alle 10:59

    Cari amici,
    il Movimento ha preparato questo intervento sull’episcopato che continua a perseguitare gli omosessuali; per il quale chiede il vostro aiuto. Gl’indirizzi:
    Arciv. Angelo Bagnasco, CEI, Circonvallazione Aurelia 50, 00165 Roma/ sicei@chiesacattolica.it
    Card. Carlo Caffarra, Via Altabella 6, 40126 Bologna/ arcivescovo@bologna.chiesacattolica.it
    Card. Ennio Antonelli, Piazza S.Giovanni 3, 50129 Firenze/ info@diocesifirenze.it
    Card. Dionigi Tettamanzi, Piazza Fontana 2, 20122 Milano/ info@diocesi.milano.it
    Card. Severino Poletto, Via Arcivescovado 12, 10121 Torino/ info@diocesi.torino.it
    Card. Angelo Scola, San Marco 320a, 30124 Venezia / postmaster@patriarcato.venezia.it
    Un saluto fraterno da Arrigo Colombo

    ——————————————————————————–

    Movimento per la Società di Giustizia e per la Speranza
    Lecce

    Al Presidente della CEI Vescovo Angelo Bagnasco
    ai Vescovi e fedeli d’Italia

    La persecuzione degli omosessuali deve cessare

    La persecuzione degli omosessuali da parte dell’episcopato deve cessare perché è ingiusta.
    Perché la ricerca etica e teologica degli ultimi cinquant’anni ha chiarito che l’omosessualità costitutiva non è contro natura, come l’episcopato italiano continua a ripetere, ma è piuttosto una seconda natura, e non ha nessuna valenza etica negativa. Si veda la ricerca condotta dall’Associazione Teologi cattolici americani, tr. it., La sessualità umana, Queriniana, Brescia1978, pp. 158-165; noi pensiamo che l’episcopato dovrebbe avere più attenzione e rispetto per la ricerca teologica.
    Questa persecuzione favorisce inoltre il disprezzo che ha sempre ingiustamente afflitto gli omosessuali in passato; favorisce manifestazioni di disprezzo, come quella che ha portato l’adolescente Matteo Maritano al suicidio; o quella che ha portato a deturpare la sede dei gay milanesi. Fatti molto gravi, specie la morte di Matteo, su cui l’episcopato non può non interrogarsi perché questa persecuzione impedisce che si compia quel processo d’integrazione sociale dell’omosessualità che è ora in corso, dopo millenni di emarginazione di cui la gerarchia porta la colpa maggiore.
    Inoltre, impedendo agli omosessuali una unione stabile giuridicamente sancita – come avviene nei PACS francesi –, impedisce la loro integrazione personale e affettiva, li abbandona alla solitudine o, peggio ancora, al randagismo sessuale, e al pericolo dell’anomia e del crimine.
    Questa persecuzione è profondamente contraria ai principi e allo spirito dell’evangelo, il principio fraterno e la legge dell’amore; contraria al comportamento del Cristo che ha sempre dimostrato una particolare tenerezza per gli emarginati; e lo ha anche proclamato.
    Questa persecuzione – come anche l’opposizione ingiusta al «patto civile», l’interferenza nelle decisioni del parlamento – suscita un forte risentimento nella gente, che chiede la denunzia del Concordato e la soppressione dell’8 per mille. Da questo risentimento nascono anche le minacce che il Vescovo Bagnasco ha ricevuto.

    Lecce, aprile 2007
    per il Movimento, il responsabile
    Prof. Arrigo Colombo

    Arrigo Colombo, Centro interdipartimentale di ricerca sull’utopia, Università di Lecce
    Via Monte S.Michele 49, 73100 Lecce, tel/fax 0832-314160
    E-mail arribo@libero.it/
    Sito Internet http://xoomer.alice.it/colombo_utopia/

    Rispondi
  • 12. gruppoemmanuele  |  23 aprile 2007 alle 15:29

    Unioni di fatto, omosessualità e fede in questi mesi sono temi che sono al centro di numerose discussioni. .. Vi segnaliamo alcuni articoli che abbiamo raccolto sul tema e che sono consultabili sul sito internet http://www.kairosfirenze.it
    Ve ne elenchiamo alcuni:

    – La diocesi di Westmister apre le porte alla comunità gay
    – “Io prete tra coppie di fatto e omosessuali. Porte aperte a tutti, no alle divisioni”
    – L’intolleranza non è una ragazzata
    – Lettera a Gesù nella notte di Pasqua
    – Un documento dell’Associazione degli psicologi americani sulle relazioni e le famiglie omosessuali
    – Lettera aperta a Bagnasco che ha equiparato i DICO con la pedofilia e l’incesto
    – Preghiera dell’omosessuale
    – Le chiese evangeliche dicono sì alla benedizione delle unioni gay
    – Caro Monsignore le scrivo…
    – Anno 1975. Come un matrimonio gay portò alla nascita dell’Arcigay
    – “Ero stato respinto, ma ero sempre innamorato”
    – Missionari critici sul convegno ecclesiale di Verona. E non sono i soli
    – “Lasciate che gli omo vengano a me”. I gruppi di omosessuali credenti crescono
    – Giangastone De’ Medici, un gay a Palazzo Pitti
    – “Dico” bene o male? Bene!
    – La Chiesa non dia ordini, serve il dialogo. Intervista al Cardinale Martini
    – Dico o non Dico… La chiesa che discute senza condannare
    – Gay nella chiesa. Quale accoglienza?
    – Io, omosessuale e credente. Riflessioni sulla mia vita
    – Le nuove catacombe: i gruppi di omosessuali cattolici

    Kairos storie

    – Oscar Wilde fa breccia in Vaticano
    – Una riflessione su: Omosessualità e mondo del lavoro
    – io trans credente. Una Storia di ordinaria quotidianità
    – Io gay credente. Una vita troppo stretta…
    – Ero stato respinto, ma sono sempre innamorato

    ———— ——— ——— ——— ——— ——— –
    Gruppo Kairos – Cristiani e cristiane omosessuali di Firenze
    sito Web: http://www.kairosfirenze.it
    Blog: http://kairosfirenze.splinder.com
    Email: kairosfirenze@yahoo.itkairosfirenze@gmail.com

    Rispondi
  • 13. Joannes Climacus  |  2 maggio 2008 alle 21:58

    il cardinale Siri era una … ciofeca umana!
    un fascistone vestito da prete, in talare rossa, ma nel cuore era nero come la fuliggine del camino dell’Inferno.
    Il suo adepto giovanile era Don Gianni Baget Bozzo che per stare su uno scanno venderebbe ogni ideale….
    Adesso vediamo quale sederoni lecca il Baget…
    Infine il cardinale di Genova defunto fu costretto a dimettersi dalla sua Diocesi, al compimento dei suoi 80 anni perchè un Parroco importantre gli disse pubblicamente se non si vergognava di far dimettere i parroci e lui stare seduto ak potere, come un faraone, per oltre 40 anni…
    divenne cardinale infatti all’età di soli 40 anni nominato da un altro campione di filofascismo come Papa Pio XII Pacelli.
    La Chiesa deve far pukizia per sempre di questi loschi fetidi personaggi intent al loro potetre e non a servire Cristo!
    Oggi Moro è morto, Paolo VI è morto e anche Siri è morto…
    ma se Paolo Vi e Moro sono nel seno di Abramo, dubito che ci sia Siri…
    anzi credo che forse si trovi all’Inferno con tanti cardinali e papi nel seno di Satana…
    Amen
    + Joannis

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