PRIMO LEVI, L’UOMO DELLE SCALE

12 aprile 2007 at 0:01 6 commenti

E alla fine ha abbracciato l’universo. Ho riflettuto molto, in questi giorni, sull’analogia tra la fine del ragazzo Matteo (gettatosi dalla finestra perché non sopportava più le crudeltà dei compagni) e quella del maturo scrittore Primo (lanciatosi dalla tromba delle scale il 12 aprile di vent’anni fa). Un anonimo fanciullo e un grande intellettuale. Entrambi schiacciati dallo stigma della diversità. Una diversità appioppatagli in nome di un’arbitraria e capricciosa natura.

Primo Levi, 1919-1987.

Una diversità che li perseguitava come un incubo di Fuessli. Ma dal quale non si poteva scampare, perché nello scrittore, sempre, sopravvive tenace e spaurito il bimbo attonito e trucidato dalla cattiveria adult(erin)a.

Il narratore-compagno, dalla prosa piana e corrusca che tanto affascina gli scolari d’ogni tempo, era anche – un segno del destino – l’uomo delle scale. Quelle scale che, in un suo celebre brano, aveva descritte con allucinazione furiosamente lucida: l’emblema stesso dell’inganno e dell’assurdo. Quelle scale a chiocciola, a pioli, diritte e curve, irregolari, sfuggenti, scale capaci di dilatare e chiudere spazi, in un’immensa fisarmonica di colori e suoni. Scale per comunicare. Scale che congiungono. Ma anche scale che, dopo un lungo e tortuoso percorso, il poeta-fanciullo scopre, affranto e smarrito, non portare in nessun luogo.

M. C. Escher, Relatività

Scale sempre mobili. Vasi comunicanti, senza inizio né fine, dove l’umanità s’incrocia nei suoi alti e bassi. Dove potrebbe stringersi in un caldo abbraccio, e spezzare il flusso dell’indifferente fiumara in cui annegano piccoli e grandi dolori. Spirali d’infinito in uno spazio chiuso, le scale consentono solo un volo modesto. E la morte di Levi voleva essere così, modesta. Perché vicina agli uomini. Non era uno scoppio di vita, come in Matteo che, nella fresca ebrietà della gioventù dilaniata, aspirava a vastità campestri. Levi no, Levi ricercava l’infanzia interrotta nelle fatiche quotidiane, nei cappelli di feltro, negli studenti dinoccolati, nell’incerto tremore delle aule scolastiche, nei chiacchiericci delle panetterie. La ricercava nel sistema periodico, nella linearità arguta e dolente, dal sorriso sempre un po’ affaticato. La ricercava, ancora una volta, nelle scale, in quei testimoni di un’umanità di passaggio, che nel folle e segregato volo egli volle fissare per sempre. In un disperato bisogno di amore.

W. Blake, Il sogno di Giacobbe

Per ricreare un misticismo vivido e domestico.

Per sublimare l’incubo in una pace coalescente.

Per ritornare, vertiginosamente, ai primordi dell’uomo. Nella ferma beatitudine di notti e bagliori.

Daniela Tuscano

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RAHMATULLAH LIBERO http://www.emergency.it/appello/index.php?ln=It 

 

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6 commenti Add your own

  • 1. andrea  |  12 aprile 2007 alle 7:22

    Grazie daniela per questo toccante ricordo del grande Primo… io ho letto molti suoi libri, e uno di quelli che mi è piaciuto di più è proprio IL SISTEMA PERIODICO che anche tu citi. ma mi ha colpito quel riferimento alle scale, è vero quello che scrivi e non ci avevo mai pensato. Grazie ancora e buona giornata!

    Rispondi
  • 2. danielebausi  |  12 aprile 2007 alle 11:03

    Io credo, se non ricordo male, di essermi interessato alla shoa “grazie” a lui. Il suo romanzo più famoso: “se questo è un uomo” è stata la mia prima lettura sull’argomento e rimasi così shoccato da ciò che lessi che questa cosa non l’ho più scacciata e ho continuato sempre a documentarmi su quei fatti. Ricordo che con un mio amico ci trovavamo dei pomeriggi a casa mia per leggere insieme brani di questo libro. L’unica cosa che mi è mancata fino ad oggi è stato di andare a visitare i campi di concentramento, per poter vivere, almeno per un istante, quel dolore che questa gente ha provato. Provare con gli occhi chiusi a sentire sulla mia pelle il dolore delle torture, nel mio naso l’odore del sangue e di morte, e ancora quel senso di vuoto, di smarrimento e di terrore che provavano coloro che, eternamente, aspettavano la fine, qualunque fosse: libertà o morte.
    Primo Levi è stato il primo che mi ha fatto conoscere questa realtà e gliene sono grato, per sempre.

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  • 3. ale  |  12 aprile 2007 alle 12:25

    scrivi molto bene, come sempre. ciao
    ale

    Rispondi
  • 4. pibua  |  12 aprile 2007 alle 14:03

    Dobbiamo ringraziare Primo Levi per essere vissuto e per aver avuto il coraggio di far sapere al mondo le crudeltà che lui, e milioni come lui, hanno subito…gli è costato molto probabilmente ricordare e trasmettere a noi i suoi ricordi.
    Il peso di quell’incubo lo ha perseguitato fino alla fine, fino a quel volo nell’infinito…
    Complimenti come sempre per ciò e per come lo scrivi…
    A presto
    Stefy

    Rispondi
  • 5. danielatuscano  |  13 aprile 2007 alle 20:40

    Grazie a voi, un abbraccio 🙂

    Daniela

    Rispondi
  • 6. Eli8  |  29 gennaio 2008 alle 19:44

    lui si k ha avuto coraggio… è un bravissimo scrittore

    Rispondi

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