PORTE COME BRACCIA – San Tommaso, specchio d’ogni uomo (Gv 19, 21)

15 aprile 2007 at 7:00 16 commenti

Tommaso ha tutte le ragioni per non credere. Otto giorni dopo la Pasqua i suoi condiscepoli se ne stanno rintanati in casa, a porte chiuse, per timore delle persecuzioni. Eppure hanno visto Gesù risorto, hanno assistito al suo trionfo. In loro, però, non è cambiato nulla; il loro comportamento è lo stesso di sempre, nessun segnale di una loro “trasfigurazione”, nessuna gioia, nessun ardore di testimonianza. Nessuna apertura, nessuna accoglienza al mondo. Dunque, non vi credo!, proclama Tommaso. Ne ha ben donde.

Le porte, come le braccia, non possono restare chiuse: devono spalancarsi per ospitare la novità, i fratelli e le sorelle. Viene da domandarsi se le nostre chiese siano tali; aperte come braccia, disponibili, animate da quella sana, inconfondibile voglia di capire l’altro.

Gesù viene e porta la pace; mostra i segni della passione come testimoni di quel messaggio di pace; senza pace, vige la paura. La paura, che mantiene le porte chiuse, non permette nessuno scampo, nessun confronto. Quest’ultimo viene interpretato fatalmente come debolezza, rinuncia, dubbio, e mai come fonte di reciproco arricchimento spirituale.

Peraltro, Gesù viene sempre, viene anche “a porte chiuse”; perché non fa mancare mai il suo Spirito. L’uomo non è fedele, ma Dio lo resta sempre; è in grado di vincere anche la durezza dei nostri cuori tremebondi.

Non sono considerazioni mie, ma del sacerdote d’una parrocchia bressese. Niente affatto un rivoluzionario, un prete come tanti altri. Nella sua chiesa, anzi, è attivissimo un gruppo di Comunione e Liberazione. Egli attesta la veridicità del Vangelo: Gesù entra nelle nostre porte chiuse, parla attraverso mille lingue, penetra negli anfratti più impensati. E non abbandona mai la Chiesa che ha voluto. Anche se quest’ultima è inconsapevole e impaurita, anche se chiude le porte, anche se emargina e condanna, anche se alcuni suoi pastori, a fronte di pur abiette minacce, accettano la scorta armata, e predicano affiancati dai poliziotti. E disertano lo Yad Vashem.

Caravaggio, Incredulità di san Tommaso, Potsdam, Neues Palais. Più in basso, l’Incredulità del Verrocchio, Firenze, Orsanmichele.

Oggi i miei amici del gruppo Emmanuele di Padova si trasferiscono a Bologna dove incontreranno i loro omologhi dell’associazione In cammino. Il tema di riflessione sarà appunto Tommaso, secondo l’ottica di alcuni pensatori cristiani. L’ho trovato molto interessante e lo riporto qui sotto.

Daniela Tuscano

Perché crediate che Gesù è il Cristo

Emmanuelle Marie

“Se non vedo, non crederò”. Quando incontro delle persone che dicono di aver “perso la fede”, mi viene spontaneo rispondere: “Meno male!”, perché la fede comincia proprio quando si è persa l’evidenza dell’esistenza di quel Dio che era stato imposto con l’educazione ma che, probabilmente, era ancora un’immagine, persino forse un idolo, una nozione ben lontana dal Padre rivelato in Gesù Cristo.E’ difficile fidarsi dopo una delusione come quella degli apostoli: fino alla fine avevano aspettato che Gesù uscisse trionfante dalla sua passione, e quando si manifesta il suo trionfo sulla morte, Tommaso non riesce più a crederci. Non riesce a staccarsi dall’immagine che si era fatta del Messia. Più uno si sente deluso, ingannato, più gli è difficile fidarsi; eppure non c’è amore senza fiducia. Più siamo stati feriti dalla vita, più abbiamo bisogno di controllare. “Se non vedo, non crederò”. Allora non ti fidi, Tommaso? Ma “beati quelli che, pur non avendo visto, crederanno”, beati perché sanno fidarsi; non hanno bisogno di controllare, sanno abbandonarsi alla vita per rinascere senza preconcetti, perché tutto è possibile all’amore. Il peccato consiste nell’appropriarsi della vita per controllarla, per accaparrarla in una verifica che non finisce mai, fino all’ossessività e alla neutralizzazione della possibile novità.

Cristo è risorto! Oggi per molti è difficile crederci, perché non vedono nulla di diverso tra chi dice di credere e loro stessi. “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri”. E’ come dire: se avete fede in me, il mio Spirito d’amore vivrà in voi e potrete amarvi gli uni gli altri come io vi ho amati; allora vedendovi la gente crederà. Perché crederà? Perché vedrà che ognuno accoglie l’altro come nuovo, senza riferimento alle cose passate. Quando Gesù appare ai discepoli, dice: “Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi”. La grande prova dell’amore è la capacità di perdonare. Le nostre storie personali e comunitarie sono appesantite dalle vendette, consapevoli o meno, che guidano il nostro comportamento. Gesù invece appare a coloro che l’hanno abbandonato nell’ora della prova e non fa nessun cenno a questo tradimento, ma offre loro il suo Spirito, perché anch’essi possano rinascere a una vita nuova, liberata dal rimorso, affrancata dal bisogno di recuperare il bene perduto, di riprodurre sugli altri il male ricevuto. Chi crede nel Risorto è convinto che il suo Spirito vive in ogni uomo, ma che solo la fede nella sua presenza lo può rendere efficace per fare – secondo la sua promessa – “cose più grandi” del Maestro stesso.

Gesù e Tommaso in un affresco della chiesa di Manéglise, Francia.

Caro Tommasodon Paolo Curtaz

Caro Tommaso,
fa strano scrivere una predica a mo’ di lettera, ma ho deciso, dopo tanti anni, di schierarmi formalmente e solennemente dalla tua parte.
Mi spiego meglio: ogni anno, dopo l’ebbrezza della festa di Pasqua, puntualmente ti ritroviamo col Vangelo che ti riguarda; il motivo è semplice: san Giovanni ci dice che il fatto, il fattaccio meglio, è accaduto otto giorni dopo l’apparizione di Gesù a porte chiuse nel Cenacolo alla sera di Pasqua. Ora: sono stufo di vederti descritto come un incredulo, su te abbiamo addirittura composto un proverbio “Tommaso che non ci crede se non ci mette il naso” e zac, sei arrivato fino a noi con la falsa nomea di incredulo. E’ il nostro consueto modo di leggere il Vangelo, col cervello in stand-by, ascoltando come se fosse una pia ed edificante favoletta, senza la voglia di approfondire ciò che dovrebbe nutrire la nostra vita e la nostra fede.

La chiesa solofrana dei Dodici Apostoli.

Eppure, Tommaso, leggendo bene il racconto di Giovanni, si capisce subito che tu al Rabbì ci avevi creduto, fin troppo. Dalle tue parole durissime, ferite, s’intuisce l’amarezza che ti aveva sconvolto il cuore all’indomani della croce… Incredulo? Andiamo! Piuttosto credulone, con l’entusiasmo che ti contraddistingueva tra i dodici. Sai, Tommaso, mi sono riconosciuto molte volte in te, ti ho visto nel volto di molti fratelli scoraggiati e delusi dopo aver dato l’anima ad un sogno, ad un progetto. Più voli in alto e più – cadendo – ti fai del male. La croce, per te inattesa, aveva inchiodato il tuo Maestro e la tua vita, messo fine al tuo sogno realizzato. E ti vedo – sbalordito, attonito – che ascolti i tuoi compagni. Le tue ferite sanguinano copiosamente e questi – gioiosi – ti raccontano di averlo visto vivo, risorto. Giovanni, che c’era, ha scritto solo la prima parte di ciò che hai detto: la frase durissima del “non crederò” e – per pudore, Giovanni è cortese e delicato – non ha riportato le tue altre frasi, dette con la voce rotta dalla rabbia e dalla voglia di piangere.
Io me le sono immaginate: “Tu Pietro? Tu Andrea?… e tu Giacomo? Voi mi dite che lui è vivo? Siamo scappati tutti, come conigli… come faccio a credervi?”.

Pisa, Basilica di San Pietro Apostolo.

Tommaso: hai ragione. Incontro molti cristiani come te, feriti dalla pessima testimonianza di noi discepoli, scandalizzati dal baratro che mettiamo tra la nostra fede e la nostra vita, increduli al vangelo a causa della nostra piccolezza. Ma – e questo è stupefacente – Giovanni ci dice che otto giorni dopo tu eri ancora con loro. Cavolo, Tommi! Non li hai mollati come alle volte vedo fare, non ti sei sentito superiore, migliore, a parte. Hai voluto condividere la tua amarezza con loro.
E finalmente è accaduto: apposta per te è venuto il Maestro, vedi come ti ama? Le sue piaghe, il suo costato ostesi, aperti, mostrati, e quella frase bellissima (non un rimprovero ma un gesto d’amore): “Tommaso so che hai sofferto tanto. Guarda: anch’io ho sofferto tanto…” ti hanno fatto arrendere, lasciato la diga del pianto rompere gli argini, ti sei lasciato travolgere dall’amore e dalla fede, ti sei buttato in ginocchio e tu, per primo, hai osato dire ciò che nessuno prima aveva osato neppure pensare: Gesù è Dio.
Senti, Tommaso, io ti voglio un sacco di bene e ringrazio te e il nostro comune Signore per come ti ha trattato. Non credo sia un caso il fatto che il tuo amico Giovanni ti abbia soprannominato “didimo”, cioè gemello: davvero mi assomigli.
Voglio affidarti, caro mio gemello, tutti quelli che – come te – non si sono ancora arresi al Signore: Carlo che si occupa dei tossici e che alle volte vorrebbe mollare tutto, Caterina che vuole restare in missione e che l’ennesima guerriglia ha costretto a scappare, il mio amico parroco di Betlemme che parla di pace tra le fucilate, tutti quelli, insomma, bastonati come te. E anche gli scandalizzati da noi cristiani: che guardino al Cristo piuttosto che ai suoi fragili discepoli.
Ciao, uomo dalla grande fede cristallina!

Monsignor Oscar Romero.

Tommaso, patrono degli sconfitti

don Paolo Curtaz

Tommaso, al solito. E’ puntuale, come ogni anno: esattamente otto giorni dopo la splendida notte di Pasqua. Lo stesso Vangelo, sempre. Chissà: forse la comunità cristiana, nella sua fragilità e saggezza vuole insistere con quest’uomo così simile a noi proponendolo come modello da imitare. Sarà questa evidente somiglianza a soprannominarlo “Didimo” (cioè: gemello)?
Tommaso è assente dal gruppo spaventato degli undici. Tutti faticano, un po’ stravolti da quanto accaduto: troppe emozioni tutte insieme: dalla gloria dell’entrata trionfale a Gerusalemme alla tragedia e alla vergogna in pochi giorni. Rabbì Gesù è morto, spazzato via dal potere del Sinedrio. I poveri discepoli sentono tutta la loro fragilità: nessuno è rimasto sotto la croce, sono tutti sbandati, pecore senza pastore. A questo punto arrivano le donne a parlare di uno strano episodio (vaneggiano?) e poi i due amici di Emmaus. Ma che succede? Parlano di angeli, di apparizioni. Che succede? E finalmente accade, la notte stessa di Pasqua, le porte sbarrate. Succede, capite? Gesù appare, risorto. Sorride, mostra le piaghe, dona la pace, perdona i loro peccati e li riempie di luce. Accade, capite? Manca Tommaso, quando torna riceve la testimonianza confusa ed eccitata dei suoi compagni. Ma Tommaso resta gelido. Il Vangelo non lo dice, ma intuiamo le parole di Tommaso: “Tu Pietro? Tu Andrea? Voi mi venite a dire che Gesù è vivo? Voi che siete fuggiti? Voi incoerenti e scostanti? Voi? No, non vi credo”.
Lasciatemi spezzare una lancia a favore di Tommaso, dipinto superficialmente come incredulo. Pensate davvero sia incredulo? Non sentite, al contrario, troppa fede dietro le sue amare parole? Tommaso ha creduto troppo al Rabbì, Tommaso era disposto a farsi ammazzare per lui. Tommaso sapeva che Gesù era la via e lo avrebbe seguito. Poi la delusione, lo scandalo. Tutto va storto e la gioia della sequela, l’emozione dell’accoglienza diventano paura, vigliaccheria, pianto. No: Tommaso ha investito troppo nel sogno infranto per rimettersi in pista. Lo capisco, povero amico mio. Lo capisco e mi ci ritrovo. E ritrovo le tante persone che ho conosciuto: grandi sogni, grandi ideali e poi la vita, il compromesso, le delusioni. Penso al sorriso di Sandra diventato duro quando suo marito se n’è andato svelando le sue fragili intenzioni; penso all’amarezza di Luigi ogni volta che uno dei ragazzi che cerca di tirare fuori dalla droga scappa dalla comunità; penso ai sogni infranti di Cristina che una malattia inchioda al letto, lei che voleva salvare il mondo. Tommaso è il patrono degli sconfitti, dei sognatori, dei delusi.
Tommaso non crede, non ha più il coraggio di farlo. E Gesù (ancora!) il paziente, il compassionevole lo attende, insiste. Questa volta, otto giorno dopo, Tommaso c’è e Gesù, amorevolmente, lo rimprovera: gli mostra le piaghe quasi a dirgli: “Tommaso, anch’io ho sofferto, tocca qui, non sei stati il solo a soffrire…”. Le piaghe, le ferite, spalancano la diga di commozione di Tommaso che piange e ride, e non gli importa più nulla della sua fragilità e della sua durezza. Tommaso piange e grida il suo stupore, manifesta la sua fede: credo, credo, credo, credo…
Tommaso, patrono degli sconfitti, prega per noi. Quando ci scandalizziamo dell’incoerenza della Chiesa, quando ci sembrano troppe grosse le sue fragilità, quando non ci sembra possibile che tanta gloria sia affidata a tanta povertà, prega per noi. Facci capire che uno dei modi per riconoscere la presenza del risorto, misterioso ospite delle nostre vite, ora, è anche la sofferenza. Facci comprendere che anche una vita sconfitta può incontrare la gloria del risorto, che il grande popolo dei perdenti ha un patrono e un Signore. Tommaso, nostro gemello, aiutaci ad osare anche quando sembra inutile, a fissare lo sguardo altrove quando la pesantezza della vita e del peccato ci schiantano a terra, a lavorare per la costruzione del Regno sapendo che il mondo è già salvo, ma non lo sa.
 

Tommaso: uno di noi

Franco Barbero

GLI OCCHI DELLA FEDE

Ancora una volta, davanti a questa pagina scultorea ed emozionante che appartiene allo strato tardivo della costruzione a tappe del Vangelo di Giovanni, non dobbiamo “dare nulla per scontato”. Ricordiamocelo ancora una volta perchè a noi piacerebbe tanto poter avere le prove “visive”, quasi fotografiche, della resurrezione di Gesù.Invece le cosiddette “apparizioni” non sono dei resoconti di cronaca, ma dei racconti teologici. Esse non riportano degli eventi visti con gli occhi della carne, ma sono la testimonianza di fede delle prime comunità. Certo, Gesù é realmente risorto, ma egli é stato visto non con gli occhi della carne, ma con quelli, molto più penetranti, della fede.Questi racconti delle “apparizioni” sono costruiti e composti per noi perché siamo invitati a credere, a fidarci di Dio e di quello che egli ha operato in Gesù, senza vedere. Questa é la “beatitudine” che l’evangelo annuncia: “beati quelli che, pur non avendo visto, crederanno” (20,29). La pagina del Vangelo di Giovanni, che ora abbiamo letto, non ci parla tanto di un tempo in cui ci furono persone fortunate come Tommaso che poterono toccare con mano il Risorto e poi tutte le nostre generazioni che avrebbero la difficile sorte di credere senza vedere. L’episodio di Tommaso é piuttosto una costruzione narrativa che ci riporta ad un dato molto reale. E’ una pagina di altissima e preziosa teologia, che contiene un messaggio straordinariamente limpido ed efficace. Essa più che fotografarci un evento, ci descrive l’itinerario di fede di un discepolo che fa fatica ad affidarsi alla Parola della vita.

F. Andreini, Allegoria della Carità, Cesena, Municipio.

LENTAMENTETommaso é la personificazione della nostra “fatica di credere”, della nostra difficoltà di affidarci all’azione di Dio e alla parola di Gesù. Per quanto Gesù avesse detto e ripetuto ai discepoli che Dio non lo avrebbe dimenticato nella morte, essi impiegarono probabilmente parecchio tempo a far riemergere con chiarezza la memoria di queste parole di Gesù. I Vangeli contraggono i tempi e ci fanno subito giungere alla meta, alla conclusione. Come quando Gesù chiama Pietro e Andrea alla sequela ed essi subito lo seguono, così qui tutto sembra compiersi in un baleno. La realtà é stata certamente meno rapida: avranno pur dovuto parlarne con moglie e figli prima di mettersi al seguito di Gesù… Così é nel caso della risurrezione: essa é stata accolta come realtà profonda e, quindi, vista con gli occhi della fede, molto più lentamente.

Le composizioni letterarie, cioé i quadri pittorici della risurrezione, svolgono la funzione di dirci dov’é giunto alla fine il cuore dei discepoli e delle donne, ma ci portano forse troppo velocemente al traguardo facendoci saltare alcuni passaggi, alcune tappe. Il racconto della incredulità di Tommaso ci aiuta a colmare i tempi che vanno dall’incredulità, al dubbio, alla fede.

Il percorso di Tommaso é, in qualche modo, il cammino di ciascuno/a di noi. Qui lo si intravvede. Questa é la “chiamata” che Dio ci rivolge: il passaggio alla fiducia. Tutta l’esperienza cristiana deve fare i conti con la “tentazione di Tommaso” , quella di credere solo a ciò che si vede e si tocca, ma la fede é in un’altra direzione: anzi é un’altra dimensione. Credere nel Risorto, aver fiducia che Dio continua ad operare in mille modi la risurrezione nel mondo di oggi significa “scommettere” ben oltre ciò che si vede e si tocca.

Ciò che si tocca e si vede dappertutto é il potere onnipresente del denaro, del mercato, delle multinazionali. Eppure noi siamo chiamati/e a credere nel regno di Dio che viene ed é già in mezzo a noi. Ciò che si vede é il trionfo della potenza militare. Eppure noi siamo chiamati/e a credere che sono beati i miti, i nonviolenti. Ciò che trionfa é la menzogna telediffusa, invasiva, suadente. Eppure noi siamo chiamati/e a credere nella forza disarmata della verità del Vangelo. La fede è una chiamata sulla strada della più assoluta inevidenza.

 

Madre Teresa di Calcutta. 

EDUCARCI ALLA FEDE

Ma la leggenda teologica dell’apparizione a Tommaso ci può anche educare alla “misericordia”, nel senso che ci evidenzia quanto Gesù abbia insieme capito e contrastato il bisogno dei segni, il bisogno di toccare. Gesù spesso si é trovato a dover educare l’interlocutore, tentato di fermarsi al dato materiale, evidente. Gesù, in questo brano di costruzione teologica, é colui che capisce la debolezza di Tommaso, la corregge e addita una strada diversa. Anche quando i discepoli si sono dimostrati sordi e ciechi al suo insegnamento, Gesù non si é stancato di loro. Li ha corretti, amati, aiutati a crescere.La comunità cristiana anche oggi, alle prese con mille difficoltà e mille deviazioni, può leggere questo brano anche per imparare quel dialogo interno, franco e coraggioso, che offre a ogni persona la possibilità e il tempo di crescere e di riorientare la propria vita. Anche quando tutte le porte sono chiuse (come ripete Giovanni ai versetti 19 e 27), anche quando le possibilità di cambiamento sembrano sbarrate e impossibili, la parola di Gesù può fare breccia nei nostri cuori. La partita non é mai chiusa e può riaprirsi ad ogni istante della nostra vita.La strada nella fede-fiducia in Dio si riapre… L’immagine di Gesù che, come dicevamo da bambini, passa attraverso il buco della serratura, è la testimonianza di quell’amore con cui Dio, attraverso Gesù e in mille modi, cerca i nostri cuori e vuole riaprire un dialogo con noi.Noi purtroppo ci troviamo spesso a vivere in una chiesa in cui ci sono troppe porte chiuse, con troppi “guardiani” che usano le chiavi quasi solo per chiudere. In questo contesto molti pastori della nostra chiesa farebbero bene a riascoltare l’ammonizione evangelica:” Guai a voi … perchè avete portato via la chiave della conoscenza: voi non ci siete entrati e l’avete impedito a quelli che avrebbero voluto entrare” (Luca 11,52 e Matteo 23, 13-14).Ma l’espressione fa esplodere la speranza: se anche un ministro della chiesa sbarra le porte ad un gay, ad una lesbica, ad un separato, ad una divorziata, ad un prete sposato… l’azione di Dio non si ferma e il messaggio di Gesù può penetrare anche ” a porte chiuse”.

GESU’ TRASPARENZA DI DIO

L’esclamazione di Tommaso “Mio Signore e mio Dio” è significativa, ma va ben compresa. Anche se l’ultimo redattore del Vangelo di Giovanni, distanziandosi nettamente ed infelicemente da tutte le altre Scritture, talvolta tinge di colori quasi divini la figura di Gesù, in contrasto con la realtà del nazareno, qui l’espressione non intende confondere Gesù e Dio. Piuttosto Gesù è visto come la Sua epifania, la Sua rivelazione. Gesù, il Risorto è la “trasparenza” di Dio, cioè lascia trasparire ciò che Dio ha operato in lui dandogli una vita oltre la morte. Il volto di Gesù riflette l’amore, l’azione, il messaggio di Dio. Egli, in questa espressione, viene associato a Dio per dirci che la vita di Gesù, le sue parole e le sue opere, sarebbero inspiegabili senza l’intervento di Dio.Il Vangelo ci dice che solo Dio è la “spiegazione” della vita di Gesù. Solo Dio può aprire, attraverso Gesù e il suo messaggio, anche le porte più sbarrate. Gesù ci rimanda sempre a lui, Dio suo e Dio nostro.

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RAHMATULLAH LIBERO http://www.emergency.it/appello/index.php?ln=It 

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PREGHIERA DEL CLOWN TRE APPELLI URGENTI

16 commenti Add your own

  • 1. dino  |  15 aprile 2007 alle 8:02

    Ciao e buona giornata a tutti, quando leggo parole o poesie così belle, il mio cuore sale molto in alto, cerco di avvicinarmi di più a Dio, anche se poi vedo che sotto di me, si sente solo rabbia ipocrisia e indifferenza, ohhh si molta indifferenza. ..
    Non passa momento che si cerchi di prevaricare su altre persone, io so più di te sono più istruito, io ho fatto questo o quello. Ognuno interpreta quello che legge secondo il suo punto di vista, se lo accetti va bene, altrimenti sei un miscredente ma è veramente questo quello che Dio voleva farci capire. Deve essere così perchè io ho studiato al Seminario Teologia mi si viene a dire, ma è veramente così…
    Non mi piace fare polemica, ma quello che sento da un PO di tempo a questa parte, mi verrebbe voglia di cambiare Religione, Dio è uno solo in qualsiasi parte del mondo, dove tu vai lui è li, che ti ascolta e che se vuoi ti guida.. A comprendere che anche se tu sei più intelligente di me io sono al tuo pari….(forse) …
    A parte che nella Bibbia I predicatori di Cristo erano sposati, non capisco perchè la chiesa imponga il celibato, oppure se un Sacerdote è Gay non è un buon Sacerdote..
    Oppure se adesso sei divorziato e poi rifatta una famiglia non puoi ricevere la comunione, anzi il sacerdote te la deve rifiutare…
    Spiegatemi perchè succede tutto questo, ma non con paroloni o Teologie ma parole semplici, senza mettere in mezzo Dio che molte volte non centra niente..
    Un bacione a tutti dal vostro
    Dino

    La vita é bella, Signore
    (Michel Quoist)

    La vita è bella Signore, e voglio coglierla
    Come si colgono I fiori in un mattino di primavera.
    Ma so, mio Signore, che il fiore nasce
    Solo alla fine di un lungo inverno, in cui la morte ha infierito.
    Perdonami Signore, se a volte,
    Non credo abbastanza nella primavera della vita,
    perché, troppo spesso, mi sembra un lungo inverno
    Che non finisce mai di rimpiangere
    Le sue foglie morte o I suoi fiori scomparsi.
    Eppure con tutte le mie forze credo in Te, Signore,
    Ma urto contro il tuo sepolcro e lo scorgo vuoto.
    E quando gli apostoli d’oggi mi dicono
    Che ti hanno visto vivente, sono come San Tommaso,
    Ho bisogno di vedere e di toccare.
    Dammi abbastanza fede, ti supplico, Signore,
    Per aspettare la Primavera, e nel momento più duro dell’inverno,
    Per credere alla Pasqua trionfante oltre il Venerdì di passione.
    (…)
    Signore tu sei risorto!
    Dal sepolcro, grazie a Te, la Vita è uscita trionfante.
    La sorgente d’ora in poi non si prosciugherà mai,
    Vita nuova, offerta a tutti, per ricrearci per sempre
    Figli di un Dio che ci attende, per le Pasque di ogni giorno
    E di una gioia eterna.
    Era Pasqua ieri, Signore, ma è Pasqua anche oggi
    Ogni volta che accettando di morire in noi stessi,
    Con Te apriamo una breccia nella tomba dei nostri cuori,
    perché zampilli la Fonte e scorra la Tua Vita.
    E se tanti uomini, nel loro sforzo umano
    Purtroppo, non sanno che sei già lì,
    Lo scopriranno più tardi alla tua luce.
    Era Pasqua ieri, ma è Pasqua anche oggi,
    Quando un bambino divide le sue caramelle,
    Dopo avere in segreto lottato per non tenersele tutte lui.
    Quando marito e moglie si abbracciano di nuovo
    Dopo una discussione o una penosa rottura.
    Quando I ricercatori scoprono il rimedio che guarisce
    E il medico riaccende la vita che senza di lui si spegneva.
    Quando la porte della prigione si aprono,
    perché la pena è terminata,
    E quando già nella sua cella
    Il carcerato divide le sigarette con I compagni.
    Quando l’uomo dopo un lungo sforzo trova lavoro
    E porta a casa un PO di denaro guadagnato. (…)
    Sì, Signore, la vita è bella,
    poiché è tuo Padre che l’ha donata.
    La vita è bella, poiché sei Tu che ce l’hai ridata
    Quando l’avevamo perduta.
    La vita è bella, perché è la tua stessa Vita offerta per noi…
    Ma dobbiamo farla fiorire.
    E per offrirtela ogni sera devo raccoglierla
    Sulle strade degli uomini come quel bimbo che passeggiando,
    Raccoglie I fiori dei campi per farne un mazzo
    Da offrire ai suoi genitori.
    Oh sì Signore, fammi scoprire ogni giorno, sempre di più,
    Che la vita è bella!

    Rispondi
  • 2. sandro  |  15 aprile 2007 alle 10:45

    io giro piccoli pensieri che leggo e da cui mi sento preso
    ciascuno di noi li valuti come vuole
    ———— —–
    Il primo rimprovero che rivolgo alla Chiesa ed agli uomini di chiesa è che essi hanno clamorosamente trasgredito la parola di Dio che in Deut.15,4 dice esplicitamente: “Del resto non ci sarà presso di te alcun povero”. Si badi bene che si tratta di un imperativo futuro e cioè “non ci deve essere presso di te alcun povero”.
    Una precedente edizione paolina della Bibbia, traduceva questo passo in questo modo: “Non ci dovrebbe essere presso di te alcun povero”. Il che vuol dire “Non ci dovrebbero essere poveri presso di te, ma purtroppo ci sono e non per colpa nostra”. No, no: in questo modo si tradisce quella che è veramente parola di Dio. Nei primi tempi della Chiesa questo dettame era osservato fedelmente e ne fanno testimonianza gli Atti degli Apostoli che affermano che i primi cristiani mettevano in comune i loro beni e si distribuiva ad ognuno secondo il suo bisogno.
    Dopo Costantino la Chiesa è diventata ricca ed amica dei ricchi. I papi erano tutti i figli di principi e di marchesi. Altrettanto dicasi dei cardinali e vescovi: rarissimi le eccezioni.
    Cosa hanno dato ai poveri tutti quei principi della Chiesa lungo il corso dei secoli ? Nulla.
    In compenso hanno costruito a Roma e attorno ad essa magnifiche ville e palazzi principeschi, alleandosi con i ricchi e potenti del mondo e lasciando i poveri nei tuguri e nella più squallida miseria.
    Pio IX addirittura invitava i giovani a “sopportare di buon grado la inferiorità della loro condizione senza avere invidia ad alcuno”. Il barbuto pensatore (Marx) che ha definito questi principi oppio dei popoli, pare che non avesse tutti i torti.

    Antonio Corsello

    prete sposato

    Rispondi
  • 3. Gian Monaca  |  15 aprile 2007 alle 13:39

    Raccolgo da Sandro l’affermazione “dopo Costantino la Chiesa diventò ricca”. E’ vero però che Costantino omologò la Chiesa nelle strutture imperiali perché aveva capito che si trattava ormai di una vera potenza economica ed era meglio integrarla che combatterla. Una prova eclatante è la monumentale basilica di Aquileia, la cui fondazione risale ai primi anni del IV secolo se non prima (gli archeologi sanno), cioè prima del famoso editto di Costantino del 312. Dal canto suo la Chiesa espresse il suo alto gradimento per il trattamento ricevuto da questo imperatore ateo devoto (che regnò secondo il costume del tempo, facendo assassinare alcuni dei suoi familiari, vedasi Saddam Husein), che non volle neppure il battesimo (lo ricevette in punto di morte personalmente dal papa Silvestro I). Questo per dire che la ricchezza aveva ormai preso possesso della Chiesa e non si può solo demonizzare Costantino, che peraltro ha fatto il suo mestiere di imperatore.
    Il vero problema storico è capire perché e come la Chiesa passò della “domus ecclesia” alla besilica. A quel momento i giochi erano fatti.
    Su con il morale. Si può sempre ricominciare.
    Buona Pentecoste.
    Gian Monaca

    Rispondi
  • 4. vittorio  |  15 aprile 2007 alle 15:50

    “Noi Siamo Chiesa”

    email vi.bel@iol.it

    http://www.we-are-church.org/it

    Comunicato stampa

    Metodi da rifiutare in radice quelli contro Bagnasco. “Noi Siamo Chiesa” rivendica la sua libertà di critica nei confronti della gestione della Conferenza Episcopale

    Le scritte offensive nei confronti di Mons. Bagnasco, comparse in questi giorni in alcune città, e le minacce a lui rivolte da ignoti provocatori che agiscono nell’ombra, fanno parte di un metodo primitivo, mediaticamente violento ed eticamente intollerabile di organizzare la contestazione. Esso è censurabile da ogni punto di vista, sia che provenga dall’estrema destra sia che abbia origine da aree della sinistra che si ispirano ad una ideologia antireligiosa e facinorosa che condanniamo radicalmente.

    Estranei e lontani in ogni forma ed in ogni contenuto da simili metodi, tuttavia rivendichiamo pienamente il diritto di critica, non solo nella società ma anche nella nostra Chiesa, soprattutto nei confronti della gestione della Conferenza Episcopale Italiana come si è venuta configurando sotto la presidenza Ruini e nell’avvio di quella di Bagnasco.

    “Noi Siamo Chiesa” pertanto, mentre stigmatizza chi usa metodi violenti ed oscure minacce per esprimere il proprio dissenso, ribadisce che intende mantenere con chiarezza la sua completa libertà di analisi e di proposta critica appellandosi a quella libertà di espressione e di testimonianza dell’Evangelo che trova le sue radici nel grande processo di rinnovamento della Chiesa cattolica avviato dal Concilio Vaticano II.

    Roma, 13 aprile 2007

    Rispondi
  • 5. crisbase  |  15 aprile 2007 alle 17:29

    Da crisbase

    Da “pie donne” ad autentiche madri coraggio http://www.cdbitalia.it/ATT%20SCHEDA_01.htm

    P. Raniero Cantalamessa, C’erano anche alcune donne Predica del venerdì santo in S. Pietro http://www.cdbitalia.it/ATT%20IST_01.htm

    Ida Dominijanni La Passione femminile sotto l’incubo della tecnica http://www.cdbitalia.it/STA%20Dominijanni.htm

    Lea Melandri Il cavallo di Troia del Vaticano: l’elogio della donna “cuore e pietà” http://www.cdbitalia.it/STA%20Melandri.htm

    Elettra Deiana Le donne non condannarono Cristo perché non c’erano http://www.cdbitalia.it/STA%20Deiana.htm

    Giovanna Romualdi Un’era della donna ad oligarchia ecclesiastica maschile http://www.cdbitalia.it/STA%20Romualdi.htm

    Rispondi
  • 6. valeria  |  15 aprile 2007 alle 19:07

    Libro Papa: Su Dio Madre Corregge Albino Luciani

    (AGI) – CdV, 13 apr . – “Madre nella Bibbia e’ una immagine, non un titolo di Dio”. Lo chiarisce Benedetto XVI nel suo libro “Gesu’ di Nazaret” nel quale “corregge” la celebre definizione data al Creatore da Papa Luciani, per il quale invece “Dio e’ papa’; piu’ ancora e’ madre” perche’ i figli “hanno un titolo di piu’ per essere amati dalla mamma”. Per il Papa di oggi Dio non e’ “ne’ uomo ne’ donna, ma appunto Dio, Creatore dell’uomo e della donna” e quindi per Ratzinger “nonostante le grandi metafore dell’amore materno, ‘madre’ non e’ un titolo di Dio, non e’ un appellativo con cui rivolgersi a Dio”. Papa Ratzinger rileva nel suo libro che se “l’amore della madre appare iscritto nell’immagine di Dio e’ tuttavia vero che Dio non viene mai qualificato ne’ invocato come madre, sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento”. “Noi preghiamo cosi’ come Gesu’, sullo sfondo della Sacra Scrittura, ci ha insegnato a pregare, non come ci viene in mente o come ci piace. Solo cosi’ – spiega il Pontefice – preghiamo nel modo giusto”. Ed ecco le parole testuali pronunciate da Giovanni Paolo I all’Angelus del 10 settembre 1978 dedicato agli accordi di Camp David e alla pace in Medio Oriente. “Noi – disse – siamo oggetti da parte di Dio di un amore intramontabile. Sappiamo: ha sempre gli occhi aperti su di noi, anche quando sembra ci sia notte. E’ papa’; piu’ ancora e’ madre. Non vuol farci del male; vuol farci solo del bene, a tutti. I figlioli, se per caso sono malati, hanno un titolo di piu’ per essere amati dalla mamma. E anche noi se per caso siamo malati di cattiveria, fuori di strada, abbiamo un titolo di piu’ per essere amati dal Signore”. .

    ———— ——— ——— ——— ——
    A proposito del libro qui c’è la prefazione:

    http://magisterobenedettoxvi.blogspot.com/2007/04/prefazione-del-libro-del-papa-gesu-di.html

    E qui,invece, si possono leggere alcuni stralci:

    http://paparatzinger-blograffaella.blogspot.com/2007/04/il-libro-di-benedetto-xvi-su-gesu.html

    In ogni caso credo che questo testo sarà oggetto di discussione. Già, ad esempio, io ho sempre visto Dio come Padre e Madre contemporaneamente e, francamente, non mi ritrovo nella visione di cui sopra.

    Pace e bene
    Valeria

    Rispondi
  • 7. danielatuscano  |  15 aprile 2007 alle 20:51

    Beh sai… l’ha detto lui, che “possiamo criticarlo” (quale onore!)… pertanto…

    Il fatto è che non ho bisogno del suo augusto permesso; l’ho già criticato e ancora lo farò, pur se mi dispiace; lo assicuro, mi dispiace. Ma non ho alternative. La mia impressione è che scopo del Papa, a leggere queste prime righe, sia il ritorno alla “sana” dottrina pre-conciliare, per cui Dio era maschio (altro che “né uomo né donna”, si tratta di una mera formula di comodo…), le donne tacevano e obbedivano al maschio (padre, marito, prete).

    E’ la stessa linea di pensiero del padre Cantalamessa. I severi commenti di Romualdi, Dominijanni , Deiana e Melandri non hanno bisogno di ulteriori postille. A parte che affermare, come ha fatto Cantalamessa, che “il femminismo ‘cattivo’ voleva imitare l’uomo” significa ignorare i rudimenti del femminismo stesso, quello cui persino i testi scolastici si degnano dedicare qualche riga, concordo pienamente con Romualdi: i clericali si appropriano di alcune parole-chiave del lessico laico per esautorarle di qualsiasi istanza progressiva. E’ accaduto per la laicità, è accaduto per la democrazia (valgono solo quelle “sane” e “corrette”, come le intendono loro, si capisce); accade per il femminismo, il “giusto” femminismo, parola usata quanto mai a sproposito, nella speranza che le più sprovvedute ci caschino, e magari stiano un po’ più contente, cullandosi nella chimera della Chiesa “amica delle donne”. Ma è sufficiente dare un’occhiata anche abbastanza distratta alla realtà per convincersi di come stanno le cose. Dopo anni e anni in cui si evoca l’avvento di questa fantomatica era della donna (al singolare), così bella e sublime, le donne “vere”, che si declinano al plurale, continuano a subire le peggiori vessazioni sia nella società sia nella Chiesa, dove non hanno diritto a un minimo di rappresentanza. Per sincerarsene non bisogna certo pretendere sacerdozio che, per “la donna” e soprattutto per il Papa, sarebbe un autentico abominio; di più: un atto “contro natura”. Perché si sa, le donne sono così relativiste, così potenzialmente sovversive e pericolose… Come sentenziava Alvaro Pelayo nel sec. XIV: “La donna è ministro di idolatria”. Una massima ancora attuale, per certi “servi dei servi”. 😡

    Rispondi
  • 8. andrea  |  15 aprile 2007 alle 22:05

    Hanno deciso di andarci, finalmente: si è saputo oggi. Il nunzio papale alla fine ha deciso di presenziare alla cerimonia sull’olocausto… che triste questa storia… ci sono rimasto malissimo…

    Rispondi
  • 9. Francesco  |  16 aprile 2007 alle 11:10

    Vorrei rispondere ad Antonio Corsello prete sposato.

    Ognuno è libero di muove rimproveri che vuole, o che meglio giustificano le sue scelte personali di vita. Occorrerebbe, però, pensare anche alle proprie resposabilità , alla propria coerenza ed onestà. Tutti possiamo sbagliare!
    Accusare la Chiesa del fatto che ancora ci siano i poveri, mi sembra un po’ eccessivo. Mi dispiace, me le teorie del “barbuto pensatore
    (Marx)”, non solo non hanno eliminato la povertà, ma, tradotte in sistema comunista, hanno reso tutti poveri, certo, felici e contenti!
    Peccato, che voi Italiani non avete fatto l’esperienza di questa felicità! oh sempre per colpa della Chiesa e della DC. A parte le ville
    e i palazzi di Roma costruiti dalla Chiesa del passato, oggi per lo più di proprietà dello Stato, i poveri continuano a far riferimento alle chiese cattoliche. Io mi chiedo, come mai? Perché vengono gui e non vadano altrove? Che sono stati mal abituati?
    Non conosco l’invito di Pio IX ai giovani di “sopportare di buon grado la inferiorità della loro condizione senza avere invidia ad alcuno”. Mi piacerebbe avere una citazione precisa. Io conosco l’encilica “Rerum novarum” di Leone XIII (1891), dove, al n. 20 si parla dei vantaggi della povertà e un po’ sopra, dei doveri dei
    ricchi nei confronti dei poveri (lavoratori) e viceversa. Comunque, il primo Papa ad affrontare la questione del mondo del lavoro, un discosro rivoluzionario a quei tempi, fu appunto Leone XIII. Lo dico per dire, che nella coscienza della Chiesa cattolica non si è mai
    spenta la raccomandazione neotestamentaria di non trascurare i poveri.
    Non è tuttavia in potere della Chiesa elimanre la povertà. Questo è un problema della politica.

    Francesco

    Rispondi
  • 10. gigi  |  16 aprile 2007 alle 11:37

    Torniamo al tema principale cioè l’incontro di ieri.

    Per il momento ti (vi) diciamo che – oltre al piacere di avere gustato la condivisione di una abbagliante domenica con gli amici del gruppo di Bologna – abbiamo avuto la fortuna di conoscere una bellissima persona:
    http://www.famigliedellavisitazione.it/chisiamo/storia.html
    gg

    Rispondi
  • 11. samuelesiani  |  16 aprile 2007 alle 20:01

    Ciao cara, ti ho risposto sul mio blog. Non avevo inteso la tua richiesta. Ti pregherei però di farmi capire bene – sono sincero, non ho capito – cosa intendi “compagno di blog”. Intendi un link?
    Samuele.

    Rispondi
  • 12. samuelesiani  |  16 aprile 2007 alle 22:28

    Eccomi Dani. Intanto grazie per l’intervista che mi citi. E in secondo luogo, sono lieto di segnalare il tuo blog. Sul discorso chiesa, però, tieni presente che potrò cadere nel pregiudizio. Ma sono troppo inviperito, ora, per affrontare la cosa con il dovuto distacco. Del resto, si sta parlando anche della pelle mia…

    Rispondi
  • 13. donatella  |  19 aprile 2007 alle 18:35

    La Fede è una porta bassa: vi entra solo chi si china .

    Accettarla non è facile. Bisogna “chinarsi” prendere conoscenza della propria fragilità e impotenza, e percepire questa nuova presenza non in concorrenza con te, ma come piena realizzazione del tuo essere.

    Rispondi
  • 14. sandro  |  19 aprile 2007 alle 20:22

    “Per un prete, quale tragedia più grossa potrà mai venire?
    Essere liberi, avere in mano sacramenti, Camera, Senato, stampa, radio, campanili, pulpiti, scuola e con tutta questa dovizia di mezzi divini e umani raccogliere il bel frutto di essere derisi dai poveri, odiati dai più deboli, amati dai più forti. Avere la chiesa vuota”.

    Don Lorenzo Milani

    Rispondi
  • 15. donatella  |  23 aprile 2007 alle 0:09

    Il mio Amore per Te

    Inchinata ad osservare l’infinito cielo,
    mi volgo a Te, Gesù,
    mia guida sempre presente, anche nei miei attimi
    di allontanamento Tu ci sei,
    sento sempre la tua vicinanza attenta ,
    il tuo volto mi appare soave in ogni mio non sogno!
    Attento, alcune volte Severo;
    giungi nel mio smarrimento.
    Gesù, sempre amato e seguito
    anche senza possesso o dedizione assoluta,
    ma pregandoti di esserci egoisticamente.
    Mi avvolgo alcune volte nella Tua immagine
    che solo nella mia mente ho.
    La sicurezza nelle mie parole,
    l’allegria che sento la vivo,
    donando agli altri i miei momenti,
    facendo notare le mie richieste
    di riflessione da parte loro, non sempre sono gradita di ciò,
    ma il mio Amore per Te
    mi donerà il ringraziamento eterno!

    Rispondi
  • 16. AlbertOne  |  23 aprile 2007 alle 22:11

    Che bei versi!!! Soprattutto gli ultimi due!!! Strepitosi!! !
    Complimenti! !! Alberto.

    Rispondi

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