Archive for maggio, 2007

LE MIE “MAGNIFICHE 30”

Accogliendo l’invito dell’amica Stefania, compilo qui sotto l’elenco delle 30 canzoni che hanno segnato la mia vita – rigorosamente in ordine al-fa-be-ti-co!!! -:

    

       

     

     

Per la verità il gioco ne prevedeva solo 25, ma io, ormai lo sapete, so’ esaggerata… e ho fatto cifra tonda. Adesso tocca a voi… 😉

Daniela Tuscano

 

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30 maggio 2007 at 0:10 16 commenti

IL TEST PIU’ IDIOTA DEL MONDO – Salviamo i nostri bambini dal Ritalin!

“Una volta si diceva: ‘Quel bambino ha l’argento vivo addosso’. Oggi è diventata una patologia e con il test più idiota del mondo si classificano i nostri bambini come malati di ADHD. Non va per il sottile Marta Invernizzi, una delle promotrici della Campagna contro l’uso di psicofarmaci sui bambini promossa dal Movimento umanista.

Ma cos’è l’ADHD? “E’ una sigla che indica la sindrome di mancanza di attenzione e di iperattività, di cui soffrirebbero molti bambini e adolescenti – risponde Michele Padoa, farmacista a Bresso. – Sembra che in America questa malattia sia molti diffusa e si avverte l”esigenza’ di farla conoscere anche in Italia. I dubbi però sono d’obbligo in quanto la diagnosi dell’ADHD è molto difficile; ciò nonostante, si è pensato di ovviarvi con un rimedio a dir poco risibile”. Vale a dire? “Appunto, con il test più idiota del mondo – interviene ancora Marta, – che si vorrebbe introdurre addirittura nelle scuole primarie. Si tratterebbe di rispondere ad alcune domande di questo tenore: ‘Il bambino muove spesso le mani o i piedi e si agita sulla sedia?’, ‘Chiacchiera troppo?’, ‘Sovente sembra non ascoltare quanto gli vien detto?’ e così via”. Domande cui è facile rispondere affermativamente, per un bambino appena un po’ vivace… “E infatti è sufficiente fornire un certo numero di risposte positive per diagnosticare al bambino la misteriosa ADHD, argomenta Padoa.

Misteriosa perché, è opportuno ripeterlo, esistono ragionevoli dubbi sulla sua reale esistenza; ma il guaio, prosegue Padoa, è che il bambino considerato “affetto da ADHD” corre il rischio di essere “curato” con uno psicofarmaco potentissimo: il metilfenidato (Ritalin), o con suoi derivati. “E questo medicinale, appartenente alla famiglia delle amfetamine, è, a tutti gli effetti, una sostanza stupefacente. In Italia fu ritirato dal commercio nel 1989, ma ora sembra si voglia reintrodurlo”. Molti gli effetti collaterali: “Arresto cardiaco, psicosi, ansia, nervosismo, allucinazioni, depressione, insonnia, convulsioni, ridotta capacità di comunicare e socializzare. In America si sono verificati diversi decessi cardiaci tra i bambini in terapia col Ritalin. Inoltre la sindrome da astinenza di questo e altri psicofarmaci usati in età pediatrica è stata messa in relazione con alcuni suicidi avvenuti tra adolescenti”.

Alcune pasticche di Ritalin, il farmaco contro l'”iperattivismo” dei bambini.

L’accusa di Padoa è sferzante e impietosa. “E’ indecente che per risolvere problemi normalissimi, e risolvibili con maggior pazienza e dialogo coi figli (lo affermo non solo da farmacista, ma anche da padre), si ricorra a psicofarmaci”.

Ma tutto quanto si spiega con un preciso piano di controllo sociale, che nulla ha a che vedere con la salute e che mira, piuttosto, a creare individui docili e robotizzati, disposti a farsi sfruttare per esigenze di mercato. Vanno in questo senso anche le pillole anti-sonno, che garantirebbero un totale relax pur permettendo di svolgere comunque un lavoro (ed evitando, quindi, lo “spreco” di 8 ore totalmente improduttive), e quelle anti-mestruazioni, dove il benessere della donna è l’ultima delle preoccupazioni e conta, invece, eliminare la loro “diversità” fisiologica, causa di un eventuale “rallentamento” dei ritmi lavorativi. 

“Sì, il fine è questo – riconosce Marta – e dobbiamo muoverci, finché siamo in tempo. Come umanisti abbiamo dato vita a diverse iniziative, cui chiediamo di partecipare: diffusione di materiali, organizzazione di feste ed eventi, contatti con insegnanti ed educatori, genitori ed esperti, medici e psicologi, creazione di spazi informativi su giornali, radio, tv e Internet. Vorremmo anche dar vita a seminari e gruppi di auto-aiuto in cui i genitori possano confrontarsi e trovare soluzioni ai problemi dei loro figli. Attualmente abbiamo aderito alla campagna ‘Nessuno tocchi Pierino’ (www.nessunotocchipierino.it ), e martedì 12 giugno, in via Passerini 8 a Milano, ore 21, allestiremo una serata informativa con interventi e video. Non manchiamo, ne va della vita dei nostri ragazzi”.

Per ulteriori informazioni, Marta ci ha fornito il suo recapito telefonico: 328/89572096.

Daniela Tuscano (grazie agli amici di “Buone Nuove” e “Officina dei Sogni”. Per i dettagli sul Ritalin, cfr. http://it.wikipedia.org/wiki/ritalin  ) 407143670_df1ac6232b_m.jpg

 

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Giovanni Battista “Titti” Pinna

FINALMENTE LIBERO!

29 maggio 2007 at 0:01 6 commenti

SALMO PENTECOSTALE

Per l’inquietudine di un barbaglio di sole.

Per un filtro di luce nella pioggia.

Per un uomo che ascende

e un Dio che discende,

nelle viscere e nelle carni,

un soffio che è femmina,

un ossimoro d’amore,

inno alla diversità,

schiaffo di fuoco

su ricche vesti

di ipocriti farisei,

muti sepolcri imbiancati…

Un condominio di attese,

speranze samaritane

in una giornata tremula

con sorrisi di bimbi…

Duccio di Buoninsegna, La Pentecoste

Che nascono alla terra,

e che dal ventre acqueo

non escono più,

raggelati nel buio

colpiti da chi in sé

ha cancellato l’immagine di Dio

e non può vederla

né in una donna,

né in una vita accennata.

Barbara Cicioni

Daniela Tuscano (dedicata a Barbara Cicioni, alla sua bimba mai nata e a tutti i “diversi” della terra. Vedi anche: Lettera all’arcivescovo Bagnasco di don Paolo Farinella, ivi, comm. n° 7)

 

 

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27 maggio 2007 at 7:06 15 commenti

DIRITTO ALLA MATERNITÀ COSCIENTE – Incontro col CAV Mangiagalli e col Naga (Milano)

Maternità (e paternità) responsabili, contraccezione, aborto: temi vitali e perciò al centro di dibattiti anche roventi, se teniamo conto che la donna sperimenta queste realtà sulla propria pelle. I primi quattro articoli della legge 22 maggio 1978 n° 194, che stabilisce le norme per la tutela sociale della maternità e per l’interruzione volontaria della gravidanza, sottolineano che è compito dello Stato garantire il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, tutelando la vita umana dal suo inizio.

I servizi socio-sanitari devono aiutare la donna a rimuovere le cause che la spingerebbero all’aborto; quest’ultimo, tuttavia, resta possibile nei primi 90 giorni di gravidanza, per seri problemi concernenti la salute fisica o psichica della madre, le sue condizioni sociali, economiche o familiari, nonché le circostanze in cui è avvenuto il concepimento e la previsione di malformazioni per il concepito (articoli 4 e 5), mentre l’interruzione della gravidanza dopo il novantesimo giorno (articolo 6) è consentita soltanto se esistono gravi rischi per la salute fisica o psichica della donna. Comunque, ferma restando la sua libera decisione, essa ha diritto all’assistenza medica, anche per evitare pratiche abortive illegali.

Come si vede, i problemi sollevati sono enormi e delicatissimi. Ma qual è il comportamento delle extracomunitarie? Esistono realmente strutture che le accompagnino nel loro impervio cammino, rispettando le diverse sensibilità e culture? O ci sono valori e regole universali? In definitiva, si lavora per realizzare una società più a misura “di donna” (e di bambino)? Per rispondere a questi quesiti, ci prova un’inchiesta presso due importanti associazioni di volontariato, il Centro di Aiuto alla Vita Mangiagalli (a Milano, via della Commenda 12, tel. 02/5461477 – 02/55181923) e il Naga (sempre a Milano, via Zamenhof 7 (tel: 0258102599 – Fax: 028392927). Ecco, qui di seguito, i risultati dell’indagine.

La vita non ha “razza” 

Il Cav (Centro di Aiuto alla Vita) Mangiagalli è attivo da ventiquattro anni. Associazione umanitaria, scientifica e culturale, si propone di realizzare il primo articolo della 194, laddove cioè si riconosce il valore sociale della maternità, contribuendo a far superare i motivi che indurrebbero la donna ad abortire. Per questo motivo gli operatori organizzano anche incontri di studio.

“Nessuna cultura o religione ammette l’aborto come soluzione – avverte Paola Marozzi Bonzi, consulente familiare dell’Associazione – Quel che è certo è che per la donna resta una tragedia. La gravidanza, di fatto, scatena un insieme di emozioni difficilmente gestibile: da subito l’embrione è in grado di stimolare modificazioni corporee nella donna e fa risalire sensazioni del suo vissuto profondo. Tutto ciò destruttura momentaneamente la psicologia della madre, così da provocarle paura e angoscia: e avviene anche nei casi in cui il bambino è voluto e desiderato. Quindi non è lecita alcuna leggerezza”.

– Quali servizi offrite?

“I nostri servizi, gratuiti, riguardano in primo luogo l’accoglienza. Offriamo a qualunque donna una qualificata opera di counseling mediante i dettami della scuola rogersiana, per mettere a fuoco personalità e difficoltà interiori. Ad ogni modo, non ci sostituiamo mai alla donna: in ultima analisi, tocca sempre a lei decidere. Se decide per la maternità, l’assistiamo in tutte le tappe. Generalmente, i bisogni prevalenti sono quelli dell’alloggio e del lavoro, perciò il Cav gestisce ora due comunità (“Santa Elena” e “Donna e Madre”), e alcuni appartamenti unifamiliari, le prime destinate all’ospitalità temporanea di donne incinte e/o con figli piccoli, i secondi per alloggiare nuclei familiari, senza tetto, in attesa di un bimbo. A questo proposito il 3 luglio ’96 abbiamo inaugurato il Residence dei Fiori, di cui hanno fruito in prevalenza le extracomunitarie e i loro mariti”.

– Di cosa si tratta?

“Il residence è composto da 12 miniappartamenti ospitanti altrettante famiglie con mamme in attesa. Le coppie provenivano da Costa d’Avorio, Sri Lanka, Somalia, Perù, Tagikistan, Repubblica ceca, Ecuador, Etiopia, Bolivia. Abbiamo anche appartamenti con coppie egiziane e marocchine”.

– Ha parlato di problemi lavorativi…

“Noi non diamo mai soldi, ma offriamo alle utenti la possibilità di imparare un lavoro che permetta loro di non separarsi mai dal bambino, evitando anche a quest’ultimo l’asilo nido.

La Cooperativa Aquilone, in via De Amicis 48, nasce appunto con questo scopo. Sovvenzioniamo ‘borse di studio’ per le mamme in gravidanza, affinché possano svolgere lavori di artigianato (maglia, ricamo, cucito, pittura su stoffa e carta) che la cooperativa commercializza. Capita anche che le utenti vi giungano dopo aver perduto un impiego”.

– Come mai?

“Perché quasi tutte le extracomunitarie trovano un’occupazione come colf ma, una volta incinte, vengono licenziate, rimanendo quindi completamente sole e indifese”.

– Il Cav è d’ispirazione religiosa?

“No. I centri sono stati fondati nel ’75 su iniziativa di un cristiano, un marxista e un ebreo. Vi può collaborare chiunque ne condivida le finalità”.

– Perché siete poco conosciuti?

“Non possiamo permetterci una grande pubblicità e, purtroppo, in Italia è ancora scarsa la sensibilizzazione sul volontariato. Quanto realizziamo è reso possibile grazie alle quote annuali, dai contributi dei soci, da offerte e donazioni di privati, da iniziative quali la Giornata per la Vita, serate culturali benefiche ecc. Le donne ci avvicinano grazie a una fitta rete di amicizie. Da sempre, inoltre, collaboriamo con altre realtà, ad esempio col Naga che ci manda spesso molte persone”.

 

Per le donne, con le donne 

In via Zamenhof 7 (tel: 0258102599 – Fax: 028392927) ha sede il Naga, l’associazione laica e apartitica che si occupa dell’assistenza socio-sanitaria a stranieri e nomadi. Costituitosi nel 1987, il Naga – come recita il suo statuto – utilizza questo servizio “per dare voce e dignità politica ai bisogni di chi ancora risulta trasparente per lo Stato e le istituzioni”.

“È impossibile stimare il numero di extracomunitarie che vengono qui – affermano una ginecologa e una volontaria – Gli anni scorsi, il 60 per cento dell’utenza era effettivamente costituita da donne, ma ora il divario con gli uomini si è notevolmente ristretto. Innanzi tutto perché il nostro ambulatorio fornisce informazioni e aiuti su qualsiasi tipo di malattia; esiste anche uno sportello legale. Un altro elemento che spiega il calo della presenza femminile è l’esistenza di un decreto del ministero della Sanità, datato 3 gennaio 1996 e successivamente reiterato, in virtù del quale alle straniere temporaneamente presenti in Italia sono garantite, nei presìdi pubblici, le cure ambulatoriali e ospedaliere essenziali, ancorché continuative, per malattie e infortuni. Sono poi estesi i programmi di medicina preventiva ed è garantita la tutela sociale della maternità responsabile e della gravidanza, con le stesse norme valide per le italiane. Quindi altri enti assicurano adesso le prime cure, o dovrebbero farlo”.

Un terzo motivo è costituito dal cambiamento delle migrazioni. “Fino a qualche anno fa avevamo molte filippine, cingalesi, nigeriane, mentre ora aumentano le slave, soprattutto albanesi, e le peruviane, mentre calano le magrebine e le africane”.

– Cosa trova al Naga un’extracomunitaria?

“Per prima cosa un servizio d’accoglienza, dove ascoltiamo i problemi di ognuna riuscendo a ottenere una comunicazione diretta. Abbiamo a disposizione tre ginecologi, tra cui un obiettore che si occupa di quei casi (infezioni, ecc.) per cui non è prevista l’assistenza gratuita. Del resto le donne preferiscono rivolgersi ad altre donne. Il nostro vero problema è la contraccezione”.

– Perché?

“In genere le donne conoscono l’interruzione di gravidanza, ma poche sanno cos’è un anticoncezionale. Così forniamo loro spiegazioni con volantini semplici ma chiari, redatto in diverse lingue (dal filippino, all’arabo, al turco).

– Quale il metodo scientifico che consigliate maggiormente, ammesso che ne esista uno?

“Non si dimentichi che la scelta è della donna. Ma si presentano situazioni diverse. Molte, ad esempio, rifiutano il profilattico non solo per motivi culturali, ma perché il compagno non vuol saperne”.

– Una gravidanza è comunque un evento cruciale per una donna, specie in determinate condizioni.

“Certo, il problema è mantenere un contatto con le utenti. Si presentano al momento dell’urgenza, poi non tornano più. Invece vorremmo costituire un gruppo d’accoglienza stabile. D’altro canto, quelle incinte vengono già seguite dai nostri ginecologi, dai consultori familiari a noi associati o dai Centri di Aiuto alla Vita. Poi cerchiamo di rendere meno traumatico il ricordo all’aborto”.

– In che modo?

“Qui pratichiamo il test di gravidanza. Ogni donna che si trovi nelle prime settimane ha diritto a un’assistenza psicologica. Dopodiché, se opta per l’interruzione, prende appuntamento coi nostri consultori. Da parte nostra forniamo i prospetti degli ospedali che operano gratuitamente, poiché altri, per le donne non iscritte alle Asl (e le extracomunitarie non lo sono), pretendono un pagamento fino a un milione e trecentomila lire”.

– Ancora un paio di domande: le donne che si rivolgono al Naga vengono sole o accompagnate?

“Si presentano anche coi mariti, ma spesso sono sole o affiancate da un’amica o da una parente per un conforto o per via della lingua e, a volte, della giovane età (15-16 anni)”.

– In molti Paesi asiatici e africani (ma non solo), numerose donne vengono sottoposte a infibulazione o escissione. Lo dichiarano o esistono reticenze in proposito?

“Benché il Comitato interafricano per la Salute abbia condannato tali pratiche, esse rimangono molto diffuse e le donne non ne parlano. La verita viene a galla quando queste ultime accusano infezioni urinarie o lesioni alla vita sessuale e riproduttiva. Il problema riguarda le nuove generazioni: molti genitori, a meno che non trovino medici consenzienti, tornano nel Paese d’origine per infibulare la ragazza”.

 

Daniela Tuscano

 

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26 maggio 2007 at 0:01 7 commenti

A VOLTE RITORNANO

“Noi vogliamo un’Italia diversa, un Paese in grado di incoraggiare chi vuole crescere […]. La parola evocativa di questo sogno è merito, nel senso di premiare chi merita […]. Invece prevale l’occupazione della società da parte dei partiti e la statalizzazione avanza senza controllo attraverso canali subdoli e non dichiarati con un neointerventismo pubblico che nasconde la convinzione che il peggiore gestore pubblico sia preferibile al migliore imprenditore privato”.

“Serve capacità di leadership, perché mai come oggi la qualità di una classe dirigente si misura sulla sua capacità di governare il cambiamento” e “capacità di leadership vuol dire soprattutto riconoscere che la cultura del rischio è un valore”.

Luca Cordero di Montezemolo, 24 maggio 2007

La vecchia classe politica italiana è stata travolta dai fatti e superata dai tempi. L’autoaffondamento dei vecchi governanti, schiacciati dal peso del debito pubblico e dal sistema di finanziamento illegale dei partiti, lascia il Paese impreparato e incerto nel momento difficile del rinnovamento e del passaggio a una nuova Repubblica. Mai come in questo momento l’Italia, che giustamente diffida di profeti e salvatori, ha bisogno di persone con la testa sulle spalle e di esperienza consolidata, creative ed innovative, capaci di darle una mano, di far funzionare lo Stato. […]

La storia d’Italia è ad una svolta. Da imprenditore, da cittadino e ora da cittadino che scende in campo, senza nessuna timidezza ma con la determinazione e la serenità che la vita mi ha insegnato, vi dico che è possibile farla finita con una politica di chiacchiere incomprensibili, di stupide baruffe e di politica senza mestiere. Vi dico che è possibile realizzare insieme un grande sogno: quello di un’Italia più giusta, più generosa verso chi ha bisogno più prospera e serena più moderna ed efficiente protagonista in Europa e nel mondo. Vi dico che possiamo, vi dico che dobbiamo costruire insieme per noi e per i nostri figli, un nuovo miracolo italiano.

Silvio Berlusconi, 29 gennaio 1994

…ma ‘na padellata de c***i vostri? No, eh?!?… coffee cussingpottytrain2 pottytrain5

Daniela Tuscano, 25 maggio 2007

 

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25 maggio 2007 at 0:10 7 commenti

IL SULTANO E L’IMPERATORE

Il sole a picco

e l’oro degli specchi svevi.

Espansione e pudore.

Un’asciutta, fulgida essenzialità.

Grazie di tutto, splendenti eroi.

Daniela Tuscano

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23 maggio 2007 at 12:26 2 commenti

RITORNO E ANDATA – Renato Zero al “Corsera”: riflessioni a caldo

…21 maggio 2007, si ricomincia.

Renato ancora fra noi. Come due anni fa. In procinto di partire per il tour. Reduce da un incontro molto più intimo (6 persone selezionate) a Roma, alla sede di “Repubblica”. Dove ha parlato di musica, di religione, di violenza e di… Dico (cfr. commento n° 1).

Noi in 160, stavolta alla sala “Buzzati”. Lui elegantissimo, affabile, simpatico, così nature. Sexy. Dispensava baci e abbracci a tutti. Accanto, un anziano rompiscatole spacciatosi per giornalista: Mario Luzzatto Fegiz. Angry E questa è stata l’unica nota realmente stonata nel nostro “realismo magico”…

Io, ben più dell’altra volta, tesa come una corda di violino. Sono stata una delle prime a porgli la domanda. Mi ero persino preparata un taccuino. Attaccata al microfono: “Pronto?”. E lui, di rimando: “…Chi parla?”, poi: “Di solito, in Italia, si dice: Pronto, chi parla? Qui a Milano, invece: Pronto, chi pirla???”. 😀 Mia immediata replica: “Spero almeno di non fare una domanda pirla!!!”. Insomma era iniziata bene, tra grasse risate, e proseguita ancor meglio, con me che affermo: “Sono lenta, non riesco mai ad avvicinarmi a te” (alludevo alla ressa di poco prima, tutti si erano accaparrati un posto vicino a lui per una foto e/o un bacio, ma io ero rimasta seminata: e l’ultimo bacio risale al 1994… ), e lui che obietta: “Ma sei vicina” riferendosi alla mia postazione, effettivamente buona anche se si poteva sperare di più.

Io ho accennato alla spettacolarizzazione del dolore, visto che l’attimo precedente si parlava di pedofilia, tema da lui trattato già nel 1974, e volevo dirgli che (contrariamente a quanto sosteneva nell’intervista) la gente ha bisogno di amicizia, solidarietà e amore, e in giro se ne trovano molti, lo vedo coi miei studenti, solo che in tv mostrano solo certe facce… Purtroppo Fegiz interviene sviando del tutto il senso della mia frase, e nel “balordone” più completo m’incarto. Intendevo ricordare a Renato che l’artista deve dar voce alle persone vere; quindi basta tradizionalismo… Ma non ci son riuscita; e Renato mi ha parlato del valore della famiglia…

…che è diverso parlare di bambini e di adolescenti ma che in entrambi i casi l’educazione deve partire da lì ecc., che è intollerabile mandare le bambine in giro come lolite ecc. Sulle donne si è soffermato molto, e comprensibilmente, visto che ne è perdutamente innamorato e, forse, anche un po’ intimidito, venato di inespresso rimpianto, come per un treno mancato. Renato è un femminista sentimentale.

(Foto Massimo Barbaglia)

Milano. Renato Zero nella morsa dei fans e, sotto, con un giovanissimo ammiratore (foto Massimo Barbaglia)

Poi ha ricordato (benissimo!) il piccolo Matteo di Torino, suicidatosi perché “accusato” di essere omosessuale, soggiungendo: “A me lo dicevano già a due anni, ma io la prendevo con allegria, alla fine la mia sessualità me la sono scelta da me (o circa), però, davanti alla tracotanza di certi bulletti, altri, più fragili, si suicidano”. Forse sarebbe stato ancor meglio precisare che essere omosessuali non è un insulto, ma è ok anche così. Che abbia ricordato il ragazzino è positivo.

Carinissimo un 17enne sparuto che gli ha chiesto se rifarebbe tutto daccapo. Una gran voglia di abbracciarlo! Stupenda domanda di una giovane donna: “Come consideri le tue trasgressioni passate, come vivi quelle presenti e come gestirai le future?”. Renato l’ha lodata pubblicamente, ha voluto vedere il suo viso da vicino, ha commentato: “La tua domanda è molto adulta”. La risposta, in verità, è stata un po’ banalotta, soprattutto perché s’è infognato in un pistolotto sulle stragi del sabato sera che proprio ti sembrava di non avergli mai chiesto…

Ma Renato è così: apre parentesi che non sempre riesce a chiudere. Com’è accaduto a un bibliotecario che voleva solo conoscere qualcosa circa i suoi prossimi concerti; appena il Nostro ha saputo che lavorava al Castello Sforzesco si è ricordato del pessimo episodio del 1981 in cui perì la giovane Tiziana Canesi. Renato era rimasto estremamente scosso da quell’episodio, visto che lo ricorda ancora, fra il triste e l’incazzato, fra una carezza per Lucy e un omaggio a Claretta. In seguito, finito lo sfogo, ha tagliato corto: “Bene, ora un’altra domanda” e il povero bibliotecario: “Scusa, Renato, ma ancora non ti ho fatto la mia…”. 

Del resto, i suoi silenzi e i suoi “non detti” sono talora più eloquenti dei discorsi compiuti. Il guaio è che, con lui, non si può barare: quello che provi vien fuori, ti mette a nudo, e sono certa che, se fossimo soli… beh, dovrei raccontargli PER FORZA la verità di me.

Renato è intelligentissimo.

Però questo suo punto di forza m’intimorisce anche parecchio.

Renato è un uomo di rara e spiegazzata bellezza, acuto, prevaricante, eccessivo. In tutto. Lo ha ammesso lui stesso: “Mica è facile starmi al fianco!”. E’ spesso faticoso vivere, ed essere, diversi dagli altri.

Renato che, se non avesse fatto il cantante, sarebbe stato un camionista per poter girare il Paese (o un/a suo/a cliente, come accadeva al protagonista di Nafta). Da brava demente non gli ho portato nulla di mio, come certo avrei potuto e come mi ha rimproverato l’amico che mi accompagnava, eh già, “sarà per la prossima volta” come fosse una bagattella. Mi è sfuggito anche all’uscita: lo aspettavamo da una parte, se l’è filata da quella opposta, dove si trovava un altro amico mio che mi telefonò urlandomi: “E sbrigati, che lo vedi…”. Seeeh, cippirimerlo!!!!

Un altro amico, in collegamento telefonico, ha annotato: “Tremolavi come un’adolescente… ti piace, eh?”. MAMMA MIA, CHE VERGOGNA!!! E lui: “Ma nooo, che quella sala era piena di umori vaginali e non solo!!!!!!!”. Sospetto fossimo tutti “in tiro”… e Renato lo sapeva!

(Foto Massimo Barbaglia) 

Poi, chi altri ho visto? Ah, sì: Roberto con lo stesso maglioncino a V che indossava alla serata con Tieri, durante la prima ressa si è avvicinato con una smorfia stortarella urlacchiando: “Aoh, non così, non state sotto” Poi, però, ogni tanto faceva capolino dai camerini, da solo o a fianco di una bella bionda, o di Mariano. Renato ne parlava sempre con grande affetto.

A proposito di Mariano: è diventato un giovanotto molto interessante. 😛 Oltretutto adesso sfoggia una barbetta assassina che gli dona, e lo fa molto più uomo. Era pensoso, si appoggiava spesso a un lato della parete, ogni tanto rientrava in camerino, poi usciva di nuovo, disinvoltamente charmant.

Ma il mini-tour tra le facce italiane sta per terminare, fra poco ricomincerà la musica, e ci attendiamo e speriamo sia ancora la nostra, vera, tanta, generosa, risorta.

Daniela Tuscano (foto e video in http://www.corriere.it/vivimilano/faccia_a_faccia/articoli/2007/05_Maggio/22/zero_sezione.shtml)

 

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21 maggio 2007 at 22:42 17 commenti

59 A 41, LE PERCENTUALI DELLA VERGOGNA

Chiedo perdono ai lettori per le frivolezze che mi accingo a scrivere.

Non parlerò, infatti, di relativismo, di morale, di laicismo e di nemici della Cristianità: di tutti quei pericoli, cioè, che assillano il nostro disgraziato Occidente “senza radici” e “senza identità”. Deve trattarsi proprio di rischi seri, visto che hanno fatto passare in secondo piano anche la guerra e solo ora, a pochi giorni di distanza dal Family Day, la Chiesa ha scoperto che la maggior parte delle famiglie fatica ad arrivare a fine mese. Io, invece – e, lo ripeto, me ne rammarico – sono rimasta sconvolta da un articolo riguardante curiose statistiche che mi è capitato fra le mani poco tempo fa.

Ebbene: secondo tali statistiche, il 41% dei bimbi statunitensi non disporrebbe di cibo, mentre il 59% degli adulti è da considerarsi “clinicamente obeso”: mangerebbe, cioè, troppo.

Gli Usa sono il Paese più industrializzato del mondo e, nel contempo, quello in cui si trovano più grassi e più morti di fame. Probabilmente, per ovviare a questo dramma, basterebbero gesti semplicissimi. Se solo una parte del cibo in eccesso venisse destinata a quei bambini, tutti staremmo meglio: di sicuro non morirebbe nessuno.

Ma non accade. Siamo troppo egoisti e indifferenti per comprendere questa banalità. Preferiamo complicarci la vita, ci dà più gusto, ci fa sentire “protagonisti”, anche se non si sa bene di cosa. Persino il malessere può rappresentare un modo di distinguerci dall’ordinarietà quotidiana. Abbiamo così poca considerazione di noi stessi da cercare il senso dell’esistenza in qualche orrido feticcio. Fosse pure il cibo, o l’eccesso di cibo. D’altronde proprio l’eccesso sta alla base dell’ideologia materialistica: apparire, stupire sempre, in positivo o in negativo non importa. Purché ci si “mostri”. Noi non siamo nient’altro che il nostro involucro. L’anima non c’è. Questo è il Vangelo del Consumismo, con le sue regole ferree cui sottostiamo scrupolosi. Fino a sacrificarci.

Questa è la nostra vera religione.

La fame dei bimbi americani, come quella degli ottocento milioni di individui che soffrono di malnutrizione è – c’informa la Fao – frutto di una scelta ponderata. È il risultato di una precisa  politica, non del caso o del destino. È un flagello evitabilissimo, come certe malattie e l’inquinamento ambientale.

Si sciorinano dati, si avviano campagne di sensibilizzazione, ma nessuno si scandalizza per le tonnellate di alimenti letteralmente distrutti dalle nazioni del decantato “Primo Mondo” per mantenere, secondo una crudele legge di mercato, i prezzi elevati.

L’economia mondiale non soffre di carestia: al contrario, soffre di un eccesso di produzione. Tale produzione, però, resta nei Paesi ricchi. Una minima parte dei cereali serve per nutrire il bestiame da macellare. Non sarebbe più semplice sfruttare direttamente quel grano?, mi chiederete. Rispondo che sì, sarebbe più semplice. Però non lo si fa.

L’Unione europea spende ogni anno decine di miliardi (e trentacinquemila i soli Stati Uniti) per impedire lo svilupparsi di un’agricoltura più variata, anche se meno intensiva. Lo scopo è sempre lo stesso: mantenere i prezzi d’acquisto a un livello esorbitante. Per carità: mica è un peccato voler guadagnare di più.

D’accordo – obietterete ancora voi – ma con la produzione in eccesso (solo con quella, si badi bene) si potrebbe tranquillamente sfamare il resto dell’umanità. E a questo punto meritate una sculacciata, perché dimostrate di non aver imparato la lezione di Catechismo Consumista. Vendere ai Paesi poveri il prodotto in surplus, infatti, non rende. Dunque, non conviene. Dunque, non serve. Impossibile sfuggire a questo stringente sillogismo. Qual è dunque la soluzione? Questa, e adesso non lamentatevi della sua difficoltà, perché è al contrario semplicissima: chi ha fame, se la tenga.

 

(www.unicef.fr)

 

Delusi? Ma il meraviglioso liberismo è tutto qui. Ed è il migliore dei mondi possibili: ce lo ripetono ogni giorno, anche i nostri governanti “sinistri”, perché ormai hanno accettato essi stessi quelle regole. E per favore non attaccate con la lagna, gli scrupoli, i sensi di colpa e tutte le altre fesserie da comunistacci impenitenti o da frati zoccolanti (del dissenso, beninteso!). Questo è il nostro mondo, così l’abbiamo voluto, così siamo noi: costretti a ingozzarci fino a schiattare o a mendicare per raccogliere qualche merendina scartata, o la farina sprecata, o il pane vecchio. Siamo ciò che mangiamo, e chi non mangia, letteralmente, non c’è.

Ma non voglio farvi perdere ancora tempo, gentili lettori. Si torni pure al nostro ultimo show tv.

 

Daniela Tuscano

 

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RAHMATULLAH LIBERO http://www.repubblica.it/speciale/2007/appelli/rahmatullah/index.html

18 maggio 2007 at 7:48 2 commenti

HINA SIAMO NOI

Le donne musulmane si costituiranno parte civile nel processo contro i carnefici di Hina Saleem (sotto), la ragazza di origine pachistana trucidata a coltellate e gettata in un sacco della spazzatura dal padre e dai fratelli perché “rea” di amare un italiano e – come scrivono i giornali – di “voler vivere all’occidentale”.

Un’espressione che contestiamo. Hina non voleva vivere “all’occidentale”. Hina voleva semplicemente essere sé stessa. Occidentale od orientale, poco conta: si è sempre donne di qualcuno. E le donne sono un po’ delle apolidi: da qualsiasi parte si trovino, avranno sempre alle calcagna qualche maschio padrone pronto a negar loro i più elementari diritti. Si tratti del prete scomunicante, dell’imam lapidatore, dell’impotente che le sevizia, del “compagno” incapace di tollerare che la partner non è “roba” sua, e gliela fa pagar cara, magari strappandole i genitali (è accaduto la scorsa settimana); si tratti del parlamentare che non cede la sua cadrega a una femmina e legifera in nome suo, e sentenzia, e tuona contro la piaga dell’aborto, perché, tanto, non è lui a subirlo; si tratti del conduttore di show in cui le donne compaiono solo come svestiti soprammobili, esposti alla bramosia televisiva di citrulli altrimenti incapaci di soddisfare qualsivoglia desiderio concreto; si tratti del programma scolastico in cui si è costretti a mandare a memoria il Tumulto dei Ciompi ma alle conquiste del movimento femminista, l’unica rivoluzione riuscita del Novecento – e, forse, dell’intera umanità – non è dedicata nemmeno una riga.

E tutto quanto infischiandosene del fatto che la maggioranza degli studenti sono di sesso femminile, di norma anche più capaci e preparate.

Anche la penosa diatriba su unioni di fatto, Family Day con annessi & connessi è legata in fondo a questo tema. Il terrore alla base di certe isterie, soprattutto da parte di clericali e conservatori, non sono infatti gli omosessuali (maschi, ovviamente: delle lesbiche non suppongono neppur l’esistenza…), ma lo stravolgimento dell’idea di famiglia legato all’emancipazione delle donne; la loro capacità di auto-determinarsi e trovare nuove forme di relazione. Non dimentichiamo che, all’alba della Costituzione, l’ala intransigente del cattolicesimo esigeva si stilasse un articolo in cui si ribadiva il valore della famiglia gerarchica con l’uomo come capo. La stessa figura di “capofamiglia” è scomparsa giuridicamente (ma non nella mentalità comune) solo nel 1975. Al 1992 (1992!) risale la definizione di stupro come reato contro la persona. Fino a quell’anno era catalogato fra le offese alla morale, quasi alla stessa stregua di chi diffonde materiale pornografico.

Viviamo in un mondo di donne, dove le donne sono maggioranza anche numerica; ma con una testa, anzi con viscere, maschili.

Viscere talmente viscerali, che persino molte donne ne sono intrise (si pensi a Condoleezza Rice: semplicemente un uomo in gonnella). Detestabili, le cosiddette “donne con le palle”

Daniele Mastrogiacomo, nel memoriale redatto all’indomani della sua liberazione, l’aveva scritto a chiare lettere: “Non è nemmeno che i Taliban odino le donne. Ma le considerano un problema. Qualcosa che sfugge al loro orizzonte mentale”. Un’umanità altra finisce presto per diventare un’altra umanità. Cioè, aliena. Mentre non accadrà mai, a meno di un deliberato antagonismo politico/culturale, che le donne concepiscano sé stesse come un unicum incontestabile, per gli uomini questa è prassi normalissima. Gli uomini si sentono auto-sufficienti, non obbligati a mettersi in dialogo con chi gli sta di fronte. Figurarsi se su un piano di parità.

A chi è pregno di una cultura dell’esclusione, gli individui fusionali non possono che incutere sospetto e paura. Di conseguenza le donne sono sempre state considerate delle potenziali sovvertitrici: “un problema”, appunto. Devono essere tenute soggette, altrimenti… non si sa cosa potrebbero combinare (e ciò, peraltro, costituisce la più clamorosa smentita alla teoria per cui esse non hanno cervello). Come scriveva un pio autore medievale: “La donna va tenuta sottomessa e occupata: quando è sola, pensa a cose cattive”.

La cosa cattiva di Hina era il voler vivere con pienezza. In qualsiasi modo. Non, dunque, all’occidentale. Avesse scelto il velo sarebbe cambiata la forma, non la sostanza. La tragedia di Hina non è quella di una donna musulmana, ma di una donna e basta. Rallegra che le sue correligionarie abbiano preso atto dell’universalità di un’appartenenza. Compito delle occidentali è affiancarle in questo cammino di consapevolezza. Perché ognuna di noi, almeno una volta, si è sentita Hina. 

Daniela Tuscano (vedi anche: https://danielatuscano.wordpress.com/2005/05/02/19/, https://danielatuscano.wordpress.com/2006/08/27/semi-di-speranza-dimenticati/)

 

 

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RAHMATULLAH LIBERO http://www.repubblica.it/speciale/2007/appelli/rahmatullah/index.html

  

16 maggio 2007 at 8:23 24 commenti

FAMILY DAY (bis)

Gli elementi ci sono tutti: la vigna, i frutti, il padrone tradito, gli amministratori omicidi, il figlio assassinato.

Concretezza evangelica, tanto divina quanto umana. Ecco perché la parabola dei vignaioli malvagi (Lc 20, 9-16) rivive oggi con impressionante realismo.  Anche in questo caso si parla di vigna: una vigna restituita ai figli dopo la pessima amministrazione di un crudele usurpatore; curata con amore, e in seguito violata.

La vigna è quella dei ragazzi di don Ciotti  (sopra, http://www.libera.it). I devastatori, gli affiliati al clan Brusca. “Costoro sono gli eredi”, avranno pensato. “Uccidiamoli, perché l’eredità sia nostra”. Finora, si sono limitati a un avvertimento. Hanno tagliato 700 viti. Il vino I cento passi, nettare di un sogno libero, il prossimo anno non allieterà le tavole di nessuno.

E’ la seconda volta, nel giro di pochi giorni, che la terra-madre viene violata. E la famiglia umana bestemmiata. Non sfilerà nessun corteo per questa famiglia. Vittima di quell’altra famiglia; in realtà, sua irridente e satanica caricatura.

Dall’inizio del Pontificato Benedetto XVI si batte per l’integrità della famiglia, contro tutti i tentativi di “deviazione”. Ci aspettiamo quindi faccia sentire la sua voce forte e chiara contro questo scempio, e non manchi di comunicare la sua vicinanza a don Luigi. La volta scorsa non è avvenuto. Abbiamo udito parole di solidarietà solo per l’arcivescovo Bagnasco. Ora veniamo a sapere che, dal Brasile, ha condannato i narcotrafficanti. Benissimo, Santità. Ma non dimentichi questo suo figlio spirituale, quei ragazzi, quell’interrotta comunione con la terra. Lei che ha così a cuore la famiglia. 

Ma il Vangelo della vita è anche, necessariamente, il Vangelo dell’acqua. La vicenda di Gesù si dipana tra pagine liquide, preziose, purificatrici e sorgive come appaiono solo a occhi incendiati dal deserto.

Senza famiglia la società muore, scandiva uno slogan udito ieri. Ma senza acqua muore la vita. E senza vita, non può nascere alcuna famiglia. La sindaca di Milano, Letizia Moratti, ha aderito convinta al Family Day. Attendiamo lo stesso zelo e sensibilità per l’appello che riportiamo qui sotto. Un appello che vale per ogni vita.

Daniela Tuscano (vedi anche: https://danielatuscano.wordpress.com/2007/04/28/fior-di-calabria/, https://danielatuscano.wordpress.com/2007/05/03/e-adesso-scomunicateci-tutti/)

Impegniamoci per una cultura dell’acqua

Vorremmo che il Comune di Milano ci aiutasse a diffondere una cultura dell’acqua. Per questo vi invitiamo a spedire via email al Sindaco e alle persone indicate la seguente lettera.

Grazie

Amalia Navoni (Coordinamento Nord Sud del Mondo – Comitato Milanese Acqua) 

Lettera aperta a 

Sindaco di Milano, sig.ra  Letizia Moratti

Presidente Consiglio Comunale, sig. Manfredi Palmeri

Assessore  ambiente, mobilità, trasporti Comune di Milano, sig. Edoardo Croci

Assessore verde, arredo e decoro, sig. Maurizio Cadeo

Assessore casa, sig. Giovanni Verga

Consigliere rappresentante di maggioranza,  sig. Giulio Gallera

Consigliere rappresentante di minoranza, sig.ra Marilena Adamo 

La scarsità di acqua che incombe a livello regionale,il grande consumo e spreco di acqua nella nostra regione e nel nostro Comune impongono cambiamenti di organizzazione e di modalità d’uso in agricoltura, nell’industria e nei consumi individuali.Noi cittadini milanesi, consapevoli, facciamo la nostra parte nel non sprecare acqua, ma occorre un impegno più risoluto da parte delle Istituzioni.Chiediamo al Sindaco di Milano, alle istituzioni milanesi che si impegnino in una campagna di informazione e mobilitazione per diffondere fra i cittadini una nuova cultura dell’acqua come bene pubblico,  prezioso e insostituibile.

 

–    incentivando il risparmio idrico  – In agricoltura, sollecitare con sovvenzioni a  sostituire gli impianti a getto con gli impianti a goccia. – In industria, obbligare al riciclo delle acque introducendo tariffe progressive nel consumo di acqua. –  Incrementare le piscine ecologiche  che non devono essere svuotate/riempite. –  Applicare i riduttori di flusso a tutti i rubinetti –   Revisionare regolarmente i rubinetti negli edifici pubblici – Inviare a tutti i cittadini un vademecum per il risparmio idrico;–  investendo in manutenzione e rinnovamento tecnologico, usando l’acqua in modo differenziato;–  promuovendo l’uso dell’acqua di rubinetto durante le riunioni comunali, le sedi comunali, le mense, i centri per rifugiati politici, le scuole; –  pubblicizzando l’acqua dell’acquedotto milanese con pubblicità progresso. Mentre siamo sommersi dalla pubblicità di acque minerali, non una voce autorevole si leva per l’acqua di rubinetto;– incrementando le aree verdi e ponendo fine alle cementificazioni.Tutti dobbiamo collaborare per custodire l’acqua come patrimonio dell’umanità, per difenderla come diritto di tutti, per garantirla a chi non ce l’ha, ma sono soprattutto le istituzioni che devono dare il buon esempio.

FIRMA(Eventuale associazione, gruppo, sindacato, partito di appartenenza)

Inviare a : sindaco.moratti@ comune.milano. itpresidenzaCC@ comune.milano.itassessore.croci@ comune.milano.it assessore.cadeo@ comune.milano.itassessore.verga@ comune.milano.itgiulio.gallera@ comune.milano.itmarilena.adamo@ comune.milano.it 

Si può rafforzare con un fax:

Sindaco: 02.88450591

Assessore Croci  02 884 53317

Assessore Cadeo  02.884 54304Assessore Verga  02.884.53100Consigliere Gallera  02.884.50008Consigliere Adamo  02.884.54803 

 

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13 maggio 2007 at 7:00 6 commenti

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