RENATO ZERO. DOVE VA L’ALCHIMISTA DELL’AMORE?

5 maggio 2007 at 13:43 13 commenti

Una recente raccolta di successi, un tour concluso la scorsa estate, forse, a breve, un nuovo album di inediti. Non si può spiegare soltanto con la cieca adorazione il fluido affettivo che circonda Renato Zero da così tanti anni.
Un affetto, peraltro, quasi esclusivamente popolare, spesso snobbato dalla critica, indifferente quando non ignara del suo percorso artistico. Ben pochi, infatti, ricordano le collaborazioni/amicizie con Fellini, Morricone, Mina, Tieri, Lojodice, Giannini, Fracci, Alfredo Cohen, Dodi Conti, e tantomeno Umberto Bindi e molti altri.
Del resto, qualcosa è cambiato. Forse non gli hanno giovato la sovraesposizione, certe infelici scelte artistiche (il fortunato ma poco riuscito Dono, la collaborazione con personaggi nazionalpopolari) e un’acquiescenza ormai acritica da parte di una fetta di pubblico.
Il Renato irriverente e variopinto degli anni ’70 protestava col corpo. Era il risultato visivo dell’irrompere del mondo degli emarginati a fronte della grigia normalità di un altro corpo, quello rigido e contratto dell’uomo incravattato. Quest’ultimo era capofamiglia, tutore dell’ordine e della morale. L’uomo con la cravatta e i capelli corti non piangeva perché aborriva la debolezza, femminile e impudica. Propugnava la guerra, la discriminazione sessuale, razziale e ideologica; ed era, soprattutto, incapace di sognare.

Fuori del suo recinto si stendeva una terra incognita, inesplorata e inesplorabile. Ma Renato, un po’ Frank’n’Further un po’ Mago di Oz, con la sua irruenza giocosa, ingenua, sguaiata, ci ha presi per mano – o, forse, strattonati – e ci ha fatto varcare la soglia dell’”altra sponda”. Fasciato nelle sue lucide tutine a pelle, Renato era nudo, e la sua maschera colorata, a differenza di quella plumbea dell’uomo incravattato, non serviva a nascondere e occultare, ma a svelare le ipocrisie della società perbene; in questo senso, il suo universo è stato solo in apparenza favolistico. In realtà era onirico, denso di valenze simboliche e, pertanto, tangibile e umano.

Ed è stato un viaggio entusiasmante, tra colori squillanti, ballerine, coatti, prostitute, checche, guitti, gente senza nome e senza storia. Per loro Renato Zero, l’alchimista dell’amore, inventò un linguaggio nuovo, spiritualizzandone la disprezzata umanità, l’inesausta capacità di affetto, sentimento, tenerezza, tanto più primigenia quanto più insospettata, pura e infantile. Nella sua vocazione universalistica Renato parlava di ogni amore semplicemente mostrandone l’esistenza e, quindi, la naturalità.

Facendosi amico, fratello, amante ma anche padre e madre di queste anime orfane, Renato offriva loro il porto sicuro di una famiglia restituita al suo valore originario di servizio e oblatività. La simbologia di quest’ultima non era perciò negata ma piuttosto confortata, perché scevra di qualsiasi retorica; diventava una democrazia affettiva dove si aveva diritto di cittadinanza non in virtù di un privilegio sociale o di un ruolo riconosciuto, ma in base alla capacità di amare. Si trattava, già allora, di un approccio profondamente cristiano.

Renato Zero presenta per la prima volta Triangolo in tv: il programma s’intitola Saint-Vincent Estate e va in onda il 30 giugno 1978.

Solitudini
Non solo logica, ma inevitabile fu la svolta introspettiva degli anni ’80.

Nel decennio che celebrava l’edonismo e l’auto-sufficienza, che dissacrava l’autentica trasgressione con la moda, l’arroganza e il cinismo non era infatti più tempo di travestimenti. I variopinti clown dagli occhi dolci (la definizione è dello stesso Renato) vivevano il periodo più triste e angoscioso della loro storia. Avvertivano bisogno di fermarsi e riflettere. Ne scaturì un elogio della lentezza, vero balsamo nel turbinio degli istinti e delle voracità rapaci. Era una semina che, se già cominciava a mostrare fiori delicati e perfetti nella loro primizia, avrebbe condotto alla straordinaria fecondità dei ’90.

Renato in “négligé” nel giardino di casa sua. E’ un’intervista del 1986.

Epifanie
Le facili e ingannevoli promesse degli “anni affollati”, svaporando, si lasciavano dietro una scia di sofferenze, a volte persino di sangue, che ne smascherava la sostanziale, belluina ferocia. Renato Zero, uscito indenne da quella lotta grazie alla sua incrollabile fede, aveva imparato sulla sua pelle che quest’ultima non preservava dal dolore, ma permetteva di superarlo con l’umiltà e il perdono. All’impulso generoso ma velleitario di Prometeo si sostituì allora una resurrezione luminosa, ma non abbacinante. “Un’emozione in più/ è terra conquistata,/non possiamo chiedere/ certezze a questa vita”, cantava infatti il Nostro nell’emozionante L’eterna sfida.

Di qui il ritrovar-si, ogni volta un po’ più vicini alla verità, ogni volta “diversi” eppure riconoscibilissimi.

E se il contrassegno dell’epoca attuale sembra esser diventato l’individualismo sfrenato, geloso e sospettoso, Renato Zero ha deciso di sfidarlo mettendo in musica una materia “impoetica” per eccellenza: la felicità, o meglio la gioia, il sorriso del quotidiano.

1998: Renato parla di Amore dopo Amore, tour dopo tour

Amore, amori
Gli anni 2000 cominciano bene per il cantautore romano: l’introspettivo e maturo La curva dell’angelo, il felice ritorno ai ’70 con Cattura. Altri autori cantano la costruzione di un amore; per Renato pare che, oltre lotte, incomprensioni, fatiche, abbandoni e ritrovi, si debba elevare una pura e riconoscente gratitudine per la bellezza dell’amore, ovunque e in chiunque sia, in qualsiasi modo si manifesti e sempre degno di esser vissuto, anche al di fuori dei risultati personali. Un messaggio d’altruismo e di pace in un periodo in cui si chiudono le barriere delle menti, dei cuori (e degli Stati), e dove risorgono, cupi e minacciosi, i fantasmi dell’intolleranza e dell’odio per gli “irregolari”.

Non è casuale che tale messaggio sia contenuto nel più “privato” (e autobiografico) dei brani recenti dell’artista: Figlio, dedicato a Robertino, il giovane adottato dal Nostro, che l’ha reso nonno due volte.

In esso non ci si limita a celebrare una paternità fortemente desiderata, ma pure l’amicizia assoluta per l’umanità dell’altro e, conseguentemente, di tutti i figli del mondo, specie se poveri, reietti, dimenticati. Ed ecco vivificato l’antico abbraccio ideale per gli sconfitti della vita. “I figli (non sono) scommesse, investimenti, polizze assicurative, alibi, riscatti – ha denunciato Zero – e a volte i figli adottivi sono più felici perché frutto di una scelta, non di una fuga di spermatozoi”. L’adozione, suggerisce Renato, è invece un surplus d’amore e non un ripiego, come ritiene il senso comune. Ci vengono in mente suoi recentissimi commenti, tra l’addolorato e il sarcastico, sul Family Day: “Invitano tutti? Anche i single? No? Ma se ci contiamo, noi scapoli siamo la famiglia più numerosa d’Italia… Ho avuto una famiglia estremamente […] solida, aderente a una linea di pensiero, che non ha voluto assecondare mutamenti e traumi del consumismo e certa violenza verso i sentimenti… e la family la festeggiamo tutti i giorni”.

Di più. Col suo gesto, l’artista ha testimoniato, più di tanti discorsi incendiari, l’esistenza presso gli emarginati di una piena e “rispettabile” affettività: “È ora che si sappia che l’emarginato non è solo quello che vive nei cartoni, abbrutito, picchiato. Può essere, anzi spesso è, un talentuoso, un uomo di potere, anche un genitore”. Solo accettandosi totalmente, insomma, si può giungere a “spossessarsi” di sé.

E domani?…
Le ultime prove (Il Dono, una raccolta in versioni differenti, singoli non esaltanti) non sono state all’altezza della situazione. In molti, addirittura, è sorta l’impressione che Renato voglia ripiegarsi su di sé, assecondando persino le attese di quel pubblico borghese e festivaliero che l’aveva sempre respinto. L’atmosfera avvelenata che non risparmia nemmeno gli artisti pop, poi, lo ha reso bersaglio di attacchi inattesi, montando “casi” su sue dichiarazioni inventate di sana pianta, e rinfocolate da “biografi” tanto celebrati quanto fantasiosi [chi desiderasse conoscere a fondo l’incresciosa vicenda cfr. perla-rossa2002@libero.it, n.d.A.]. Questo il commento sconfortato del Nostro: ”Sono stato un precursore, il primo che è riuscito a godere della stima e fiducia dei primi transessuali italiani, come Coccinelle di Napoli. Persone straordinarie, con estro, che facevano arte… Uso il mio personaggio per dar voce alle classi più bistrattate, io. Figuriamoci se non ho a cuore la risoluzione di qualunque tipo di controversia…”). Ma noi attendiamo che Renato Zero riscopra la sua vocazione di esploratore dell’io. Perché l’amore verso di lui è dipeso proprio dalla sua evoluzione nella continuità, dal ritrovamento di un’amicizia, un sorriso, una pazienza.

Daniela Tuscano  – Grazie a Giuseppe Franco (già pubblicato, con alcune varianti, su 407150902_5be4770afc_m.jpg )

Annunci

Entry filed under: Renato Zero.

E ADESSO, SCOMUNICATECI TUTTI LA VITA E’ PER TUTTI. Maria Luisa: perché dico “no” all’eutanasia

13 commenti Add your own

  • 1. danielatuscano  |  12 settembre 2006 alle 17:13

    Cara Adele,

    mi sono rispecchiata completamente nelle tue parole. Sai, non è necessario conoscere “tutto” di Renato (e anche i sedicenti “informati” non è detto lo siano davvero… e di solito gli amici autentici non lo esibiscono in pubblico) per capirlo e amarlo. Intendo: non il colore preferito delle scarpe, non le sue frequentazioni… A chi, come me, lo segue da trent’anni con devozione, certe voci vengono per forza all’orecchio, pur senza cercarle, ma come avrai notato io non le rendo mai note; sia perché non amo il gossip, sia perché non voglio violare il suo riserbo, sia perché, torno a dire, non aggiungono nulla – o molto poco – alla comprensione della sua anima. E la sua anima si trova nei dischi, anche in quelli meno riusciti e più scopertamente commerciali come l’ultimo Il Dono.

    Renato Zero è un grande artista, uno fra i migliori della sua generazione e dell’intera scena italiana. Purtroppo, per una serie di ragioni dipendenti anche da lui, la sua immagine è sempre stata sminuita dai grossi media; mai nell’Olimpo degli autori “nobili”, generalmente snobbato o trattato con sufficienza, il suo è stato, ed è tuttora, un successo solo popolare, benché negli ultimi tempi qualcosa stia cambiando.

    Renato è anche un uomo di grande fascino. Non parlo semplicemente dell’aspetto fisico, comunque notevole, ma proprio della sua immensa capacità di sedurre. Arma a doppio taglio, a volte: la seduzione può essere maliziosa e Zero ne è consapevole, in molti casi l’ha sfruttata, in altri ne ha forse sofferto. Ha un fondo casto e timido, penso sia perfettamente consapevole delle sue potenzialità e debolezze.

    Ha fascino, dicevo, perché sa attrarre tutti e parlare a tutti: uomini e donne, eterosessuali e omosessuali. E’ bello questo. Egli ha sicuramente inaugurato un nuovo modo di intendere l’amore, o l’amicizia nell’amore, che è ancora meglio. Di questa sua intuizione dobbiamo essergli profondamente grati, di là da tutte le manchevolezze dell’uomo Fiacchini.

    Rispondi
  • 2. adele  |  11 settembre 2006 alle 10:18

    Cara Daniela,

    come al solito i tuoi articoli sono scritti molto bene, riesci a dimostrare la “vera anima” di Renato anche a chi, come me, non conosce tutto di lui.

    Io Renato lo vedo proprio così e vorrei comunicarglielo, abbracciarlo e dirgli quello che sento. Non ho una gran “carriera” in fatto di concerti, avendo vissuto per la maggior parte all’estero. Lo scoprii grazie a mia sorella, portò a casa il disco “Zerolandia”, all’inizio credevo fosse una donna. Lo vidi la prima volta nel 1985, un concerto strano in un postaccio in cui Renato non era riuscito a montare la scenografia per motivi di spazio, ci stava a malapena l’orchestra in scena… ti lascio immaginare il suo umore!

    Ma riuscì a toccarmi il cuore lo stesso, ero proprio sotto il palco e riuscii a issarmi su uno di quei bauli neri dove trasportano il materiale elettrico. Sono stata in ginocchio tutto il tempo, ed ero a un passo da lui! Feci anche delle foto ma non sono molto riuscite!

    Poi gli anni sono passati, e Renato è rimasto un punto fermo nella mia vita. E’ stato fondamentale per me durante l’adolescenza, proprio per le sue parole.
    RIcordo che passavo ore ad ascoltare i suoi dischi (soprattutto EroZero, Zerolandia e Artide e Antartide) e a leggere e rileggere quei testi. E i paragrafetti di introduzione ai dischi… te li ricordi? Volevo non finissero più, erano per me un dialogo costante con Renato.

    In quegli anni, Renato è stato anche l’unico mezzo di comunicazione con mio padre. Non nella condivisione, ma nello scontro. E il tutto senza parole! Io attaccavo al muro della mia stanza i poster di Renato, e lui me li tirava giù, sistematicamente, per mesi… ALLA FINE SI E’ ARRESO MIO PADRE!!!

    Ho rivisto Renato in concerto solo nel 2002; alla vigilia della mia partenza per l’Africa ho deciso di fare una follia. All’epoca vivevo a Bruxelles, ho visto che Rena sarebbe passato da Passariano, vicino a Udine, e non ci ho pensato due volte. Ho prenotato l’aereo e sono partita! E ancora una volta mi sono ritrovata in prima fila, con le canzoni che mi sgorgavano dal cuore…

    Dopo mezz’ora di concerto s’è scatenato il finimondo! Un acquazzone pazzesco. Pioveva a dirotto e ho temuto che interrompessero il concerto per motivi di sicurezza. Invece Renato è salito sul palco, ha fatto spegnere tutte le luci che non erano al coperto e ha continuato a dare il meglio di sé per più di due ore.

    Un Renato magnifico, in piena forma, brillante, coraggioso, ironico, simpatico.
    E sai che è successo verso la fine del concerto? I nostri sguardi si sono incrociati! Mi ha guardata dritta negli occhi, mentre ringraziava e salutava la folla, era commosso, i suoi occhi erano lucidi!
    Uno sguardo non è molto, rispetto a un incontro vero e proprio. Ma a me è bastato. Quello sguardo lo porto con me.

    Rispondi
  • 3. roberto  |  4 novembre 2006 alle 3:40

    ecco il nuovo pezzo, canzone d’amore a due, non l’ha nemmeno scritto lui… mah, mah, mah… http://www.yousendit.com/transfer.php?acti…2BDAE2356DE4861

    Rispondi
  • 4. danielatuscano  |  4 novembre 2006 alle 8:03

    Robe’, io inoltro il link a voialtri e tu lo riporti qui? Bel tipo sei…

    Scherzo… ma andiamo con calma.

    Che il brano non sia suo non mi scandalizza affatto, non è la prima volta che accade, ti ricordo Un uomo da bruciare (testo di Mogol), Il carrozzone, Un altro pianeta, I migliori anni della nostra vita, Al buio
    Vabbè, obietterai tu, ma quelli erano dei pezzi memorabili, e hai ragione: quello di Mogol è un capolavoro, Il carrozzone era destinata a Gabriella Ferri, su Un altro pianeta non c’è nemmeno bisogno di soffermarsi e quanto a I migliori anni… Brano di Morra-Fabrizio anche questo, certo, scritto inizialmente per Giorgia, preparato a tavolino, però che musica, che esecuzione! E come il Nostro ha saputo rivestirlo di sé, della sua anima e persino del suo corpo! Al buio, invece, è l’apoteosi del virtuosismo: l’acuto in crescendo sulla “i” rimane scolpito nel cuore come il marmo, sarà banale dirlo, ma è così.
    Sono tutte, in ogni caso, canzoni “di Renato”, anch’esse lo rappresentano a buon diritto, sono lui.
    Passiamo quindi a Sono Innocente (nulla a che vedere con la quasi omonima Innocente de La curva: altri tempi – sia pure non lontani… – e, soprattutto, altre canzoni).
    L’ho ascoltato non benissimo, un po’ di fretta e devo dire che non mi dispiace. In qualche passaggio mi ha anche commosso.
    Renato sa usare la voce con maestria, è un professionista.
    Senza dubbio, a un ascolto più ponderato, potrò dare un giudizio migliore. Comunque.
    Il testo è simile a tanti altri di altri cantanti, “l’amore a due” come dice Roberto, ma privo di quei tratti inconfondibili in cui riconoscevi Renato. Potrebbe benissimo cantarla un Ramazzotti, una Pausini o cantanti di questo tipo.
    Come si può evincere dall’articolo sopra riportato, benché nutrissi dei timori quando lo redassi ero ancora (volevo essere) fiduciosa nelle future produzioni del Nostro. Poi, com’è noto, provai un autentico sconforto all’ascolto del Dono, e non perché fosse – come era, non c’entrano le vendite ma la qualità – poco riuscito: un errore di percorso può capitare a tutti, non è il caso di farne un dramma. Solo che, a differenza di altre occasioni, qui mi parve chiaro che l’intenzione di Renato era ormai quella di rivolgersi a un altro tipo di pubblico, sicuramente molto più numeroso, le ragazzine adoranti, le famiglie borghesi, quelle da pranzo di Natale ecc. Basta ’sti sorcini, ’sto manipolo di disadattati, basta.
    A questa svolta, appunto, “ramazzottiana” di Renato si poteva controbattere nell’unico modo efficace per dei consumatori di musica: non comprare il disco.
    Non è accaduto, e non si capisce perché Renato dovrebbe mutar strada. Squadra che vince non si cambia, è la regola della domanda e dell’offerta. Non lo farei nemmeno io, al posto suo e con la sua logica attuale (ma potrei sbagliarmi, anzi lo desidererei tanto…). Ora ho capito perché mi sono riaffiorate in mente quelle sue parole di sfogo del 1984, in Versilia, in un incontro che non ho mai voluto raccontare per intero (né intendo farlo ora): “Io potevo pure salì sul palco a fare r***i e sc*** e ve annava bene lo stesso”. Lo sapeva, l’ha sempre saputo. Renato è scaltro. A quei tempi, però, pur nelle paturnie di un periodo difficile, l’Artista sarebbe tornato fra noi e, dopo la riflessione della seconda metà degli ‘80, ci avrebbe regalato ancora splendide emozioni, durate per tutto il decennio e fino al suo ultimo, vero capolavoro: Cattura.
    Sembrava proprio che quel disco fosse sincero, oltre che bellissimo. A quanto pare si trattava di un abbaglio, ma se non altro avevamo la consolazione di un prodotto di assoluta qualità. Ancora adesso, quando lo ascolto, provo un brivido nelle ossa.
    Di lì in poi Renato, o chi per lui, ha cambiato obiettivo e strategia. E ha vinto. Si è proposto di conquistare il pubblico “rispettabile” che sempre gli era un po’ sfuggito: alla fine, ci è riuscito.
    Grazie a noi “disadattati”, che lo abbiamo seguito sempre e comunque. E grazie al nostro fanatismo, che personalmente (e comprensibilmente) gli dava fastidio, ma che economicamente era, ed è, molto redditizio. E poi, che bisogno c’era di fare prodotti di qualità se, tanto, a una parte del pubblico – quella sempre in prima fila, quella più chiassona – interessava non tanto l’artista, ma quello che lui faceva, come si vestiva, se aveva una fidanzata o un fidanzato, se piangeva al concerto?…
    Per me, il problema non si pone più. Sapete quanto lo amo. Troppo. E quanto mi abbia addolorato, in passato, scrivere quello che adesso ho ribadito. Ma in trent’anni, anzi in 28 (mi fermo al periodo di Cattura), da Renato ho avuto tantissimo, e questo, sia che lui credesse in quel che diceva sia che recitasse, mi ha infuso una forza incredibile e un’enorme ricchezza interiore.
    L’ultima volta che ho potuto avvicinare il Renato “artista” è stato sempre nel 2004. Sì, c’è stato anche il Tornasole, ma purtroppo non era tutto a nostra disposizione. Restiamo quindi al Renato pre-Sogno. Mi sono trovata di fronte un autentico uomo di spettacolo, creativo, sensibile, simpaticissimo. Un uomo veramente straordinario (nel senso letterale: fuori dell’ordinario). E questa sua “diversità” traspariva da piccole cose, persino, direi, dall’aria che ci circondava. Così, ancora, felice quando poteva parlare della sua musica – ché è quella la sua vera intimità – e così dolentemente imbarazzato davanti alla stupida, morbosa curiosità sul suo privato. Davanti a quell’uomo, tutte le furberie del personaggio, le discutibili mosse promozionali ecc., venivano meno come d’incanto.
    Renato è “quello”, lo capisci, lo tocchi persino. Ma poi… c’è tutto il resto. Quando volti le spalle… resti con un disco. E quel disco è diventato Il Dono. Il resto è storia d’oggi.
    E oggi, pur sempre col batticuore per ogni sua nuova produzione, e sempre aspettando nel segreto qualche guizzo imprevedibile dei suoi, ho compreso che la via del Dono non cambierà più. E il pubblico perbene, plaudente, “natalizio” sarà sempre più numeroso. Ebbene, con questo spirito, che non è demoralizzato come potrebbe sembrare, ma realistico, ascolto con attenzione e senza preconcetti i suoi nuovi lavori, se sono gradevoli lo dirò, senza aspettarmi però più la confidenza in musica, l’amico che mi apriva il suo diario come nel folgorante La curva dell’angelo. E’ un abilissimo cantante, che sa fare tanto e bene, e che ora ha scelto una strada diversa.
    Considero pertanto piacevole Sono Innocente, aspetto gli altri due singoli e chissà mai che torni quel guizzo segreto, quello spunto di pura gioia. Ma se non c’è, a questo punto, pazienza.

    Rispondi
  • 5. roberto  |  2 dicembre 2006 alle 18:20

    la pensi ancora così Danie? E di Fammi sognare almeno tu cosa pensi?

    Rispondi
  • 6. danielatuscano  |  18 dicembre 2006 alle 21:31

    …non so cosa penso… “Fammi sognare” è musicalmente superiore a “Sono innocente”, e mi sembra sincera. In fondo rispecchia quanto dice Renato dell’amore nell’intervista che riporto qui di seguito (non so perché ma non me l’accetta tra i commenti dell’ultimo articolo che ho postato 😡 ). Però in questi giorni di dura prova un solo artista mi ha confortato con le sue note, e quell’artista era Renato. Soprattutto mi sovveniva quella frase: “Nelle corsie occupate dal dolore”. E la trovavo molto vera.

    Da “Sorrisi” del 20/XII

    RENATO ZERO

    C’è l’anima anticonformista, che gioca a scandalizzare i benpensanti. C’è quella che prima di ogni cosa vuole divertire e divertirsi. Ma c’è anche quella sofferente sotto chili di make-up, quella che ha rischiato di rimanere imbrigliata nei pizzi e nei merletti. C’è pure l’anima malinconica, capace di dare voce ai disagi altrui. E quella vagamente predicatoria. E infine quella disincantata, la più difficile da gestire perché va tenuta d’occhio ogni momento nell’esercizio quotidiano della disillusione. Le anime che in 40 anni di carriera hanno costruito pezzo su pezzo l’artista Renato Zero ci sono tutte in questo “Renatissimo!”, triplo cd che è anche la sua prima compilation. Metterle d’accordo e magari farne tacere qualcuna non dev’essere stato facile. Ma, alla lunga, gli sforzi vengono premiati e quello che ci troviamo davanti oggi è un signore di 56 anni dall’aria pacificata. Padre adottivo di un ragazzo ormai uomo, nonno emozionato della piccola Virginia, single per scelta e perciò immune da ogni solitudine. Fuma e sorride ironico.

    Perché questa raccolta?

    In effetti non ne ho mai fatte, a parte qualche “live”. Ultimamente però ho rimesso in ordine il mio catalogo e mi è venuta l’idea di far conoscere queste canzoni alle nuove generazioni. Mi ha molto stupito la straordinaria attualità che c’è tra questi solchi. Non lo nego, è stato un momento di grande tenerezza rivedere il mio percorso così anomalo all’interno della musica italiana. Niente Cantagiri, e pochi Festival. Non ho usufruito di quelle vicinanze, di quel contagio che è toccato a Morandi, a Baglioni e a tanti altri. Colpa del mio aspetto, della mia persona e degli elementi che inquietavano. Un fuoripista, di sicuro.

    Ha avuto difficoltà nella scelta delle canzoni?

    Ho tenuto conto dell’importanza di un certo periodo piuttosto che della preziosità delle opere. Mi sarebbe piaciuto inserire un brano come “Una sedia a ruote” a cui sono molto legato per vicende personali. Si parla della condizione di un essere umano ridotto su una carrozzella. Pur non avendoli vissuti in prima persona, mi sono sentito tante volte ancorato a certi temi. L’emarginazione dei giovani è un fatto di una violenza inaudita.

    La nostalgia ha fatto capolino?

    Forse, per un periodo molto lontano, quello della cantina. Di quei posti, cioè, maleodoranti, senza aerazione, dove ho potuto esibirmi da solo, con la chitarra e basta. Il Ciak di via Torino, il Folkrosso di Trastevere, il Clubino del Piper: spazi per esercitare il sano diritto alla sperimentazione che oggi manca del tutto.

    Tra i pezzi scelti c’è anche “Mi vendo”. Un manifesto del primo Zero.

    E dire che oggi si vendono tutti! E si vendono in maniera scellerata a persone, a tessere di partito, a certi artifici, come la cocaina, ma anche al computer e al pallone.

    E lei hanno mai provato a comprarla?

    Sì, in molti. Effettivamente ero un tipo affascinante. Dietro avevo una fila di uomini e donne che sbavavano. Molte di queste offerte mi arrivavano da posizioni altolocate, da gente con il portafogli all’ingrasso, da signori nobili.

    Come ha fatto a sfilarsi da certe situazioni? A capire con chi aveva a che fare?

    Io l’antipasto l’ho consumato con molta più oculatezza di tutto il resto. Dall’antipasto capisco che cosa mi vuoi dar da mangiare. E’ una forma quasi cattolica di preservarsi. D’altra parte ero figlio di un poliziotto e assiduo frequentatore di altari e sacrestie. Avevo servito Messa presso la canonica di mio zio, don Pietro. Difficilmente ho preso cantonate. Anche se ci sono stato momenti in cui me la sono vista brutta, in case dove circolavano sostanze e si facevano cose… Per fortuna sono sempre riuscitio a tornare a casa sano e salvo. Della serie “Lassù qualcuno mi ama”.

    Nella raccolta non poteva mancare “Triangolo” che fece grande scandalo…

    Vede, tra i miei amici della generazione del Piper, di Ostia, di una certa periferia romana, si creavano queste unioni. Allora non c’era l’Aids, non c’erano forme penalizzanti verso l’amore e il sesso. Questi triangoli fanno parte di una ricerca, dell’adolescenza, di una maturazione. Se poi si vuol parlar male di tutto, se si vuole scadere nel pessimismo, allora anche in due è troppo. In tre, però, c’è la possibilità di verificare se due possono effettivamente arrivare lontano. Un tradimento è un medicamento prezioso per mantenere un’unione in salute.

    Le è pesato il successo?

    Oggi il successo non mi condiziona più, ma per 15 anni della mia vita sono uscito da casa nascosto in un furgone della lavanderia: il successo può essere tossico. Mi organizzavo come potevo, cambiavo itinerari e orari, ma insomma non ero più padrone della mia vita. E nemmeno chi mi stava vicino. Avevo al fianco una donna, Lucy, e ho dovuto fare i conti anche per lei. Un rapporto finisce quando il tempo di essere te stesso diventa irrisorio.

    All’amore ha dedicato tante canzoni. Ultimamente ne parla come di qualcosa di grande che è impossibile vivere. E’ così anche per lei?

    Mentre l’amicizia è un sentimento che può andare in giro in topless o anche nudo, l’amore più si scopre più si allontana. L’amore per me è doloroso. Non è un viaggio rose e fiori. C’è disperazione e se non c’è ti devi preoccupare. Per mantenergli l’incarnato giusto, la pelle vellutata e il sorriso della serenità devi fare tanta fatica. Molti, per uscirne vivi, stringono alleanze con l’abitudine. Si parla di contratti, ma non so se ne valga la pena. A me, e lo dico con molta onestà, mi ha sempre spaventato molto l’amore. Perciò forse ho preferito quello più disinteressato verso un tipo di umanità. Un amore che non ha bisogno di fisicità, di scambi, di effusioni. L’amore vero l’ho aspettato e continuo ad attenderlo. Ma gli lascio la porta aperta per farlo andare via. Non ho il talento di chiuderlo nella mia casa e di buttare la chiave. Forse sarà una debolezza. Vigliacco no, ma un po’ debole lo sono sempre stato. C’è questo disincanto che ti frega. Quando hai già visto il film, è doloroso. Sai già come va a finire.

    Ed essere single com’è?

    E’ un lavoro anche quello. Di rinuncia, di non vivere, di non sporcarsi, di non prendere quelle sane fregature. Ma se trovate un amore, anche uno straccio di amore, beneditelo.

    Guardandosi indietro, quali sono stati gli errori?

    Forse ho cantato troppo e ho trascurato un pochino l’aspetto più privato. Ma ho avuto la fortuna di avere una famiglia che mi ha sempre fatto sentire figlio, fratello, cugino e nipote. Mi ripaga di non avcer visitato il mondo come forse avrei potuto. Ma poi mi rendo conto che il mio mondo sta dietro quel sipario.

    ***

    Renato? Una dolce contraddizione. Ci vorrebbe una vita a commentarlo e ora non posso. Quindi preferisco soffermarmi su Una sedia a ruote, che sono contentissima abbia menzionato, è uno dei preferiti – da sempre – anche della sottoscritta. Un vero peccato l’abbia sacrificata, anche perché, sono sicura, la maggior parte del pubblico, e pure dei non fans che hanno comprato Renatissimo, non la conosce. E l’autentico Renato è lì.

    E nell’accenno all’amicizia, “un sentimento che può andare in topless o anche nudo”: che stupenda definizione, mi sa che l’adotto anch’io!!! Mai come in queste parole ritrovo lui, quell’artista che mi ha fatto innamorare proprio per questo suo amore non escludente – e l’amicizia non lo è di natura -, l’unico che abbia saputo valorizzare questa forma di relazione. In Occidente è andata perduta in favore di rapporti più privatistici e spersonalizzanti. Renato è pubblico – in tutti i sensi -, capisco che un contesto di coppia classicamente inteso è per lui quasi inconcepibile. Peraltro la mia visione dell’amore è meno dolorosa e lirica della sua – la pesca vellutata ecc. è magnifica, ma appunto troppo sofferente: non la condivido del tutto -. Sarebbe il massimo, visto che lui ha saputo parlarne così bene nelle sue canzoni, riuscire ad essere amici, autenticamente amici della persona amata. E viceversa. Sarà pure impossibile ma è giusto che si aspiri sempre al massimo (sapendo nel contempo gioire delle piccole cose).

    Per chiudere, com’è Renato in questa intervista?… In topless. 😉 C’è chi trova il topless molto sensuale, e anche se il mio animo non è voyeuristico, lui mi piace così. 🙂

    Rispondi
  • 7. roberto  |  19 dicembre 2006 alle 13:01

    ciao Daniela, come al solito mi piace molto quello che scrivi e come lo scrivi, chissà se un giorno potremo anche conoscerci di persona,però già da ora sei invitata! 🙂 Anche a me è piaciuta l’intervista e come sai ho approvato la tua battaglia contro quel direttore di Sorrisi. ci ha dato una pessima immagine di Renato, che non corrispondeva alla realtà che invece qui viene fuori anche se in topless come scrivi tu! a me una sola cosa dispiace, e NON FRAINTENDERMI, mi dispiace proprio che Renato sia così esitante alle volte, così timido verso la sua omosessualità che possono capire penso solo i suoi amici o accordare noi fans. per me viene fuori anche da queste sue parole, capisco molto quel rimpianto e quella voglia di purificarsi e quasi di riscattarsi anche con amori etero, faccio fatica a spiegarmi ma ti giuro che non voglio fargli il terzo grado…mi piacerebbe fosse sereno e tranquillo perchè è un grande, lo sarà sempre e la sua arte è così perchè lui è tale, quelle sue frasi sull’amore io invece le condivido in pieno e per questo dico, SIAMO AMATI…anche perchè quando leggo queste cose di Renato, quando lo ascolto, mi viene una grande voglia di AMARE e di SPERARE… lui da forza a noi… ma anche lui ne ha bisogno… e… NOI GLI SIAMO VICINI…Renà sei fantastico e le tue fragilità ti rendono solo più umano, coraggio…

    Rispondi
  • 8. Erica  |  22 dicembre 2006 alle 17:05

    19 dicembre. Su Roma è scesa l’oscurità e gli addobbi natalizi brillano più che mai. Fa freddo e mi affretto a tornare in albergo per coprirmi un pò meglio. Devo fare presto…ho appena avuto un’idea zerofolle!
    Mi preparo, scendo nuovamente in strada:attraverso Via della Croce in direzione di Piazza di Spagna, supero via Delle Carrozze e via Dei Condotti e imbocco via Borgognona. Mifermo davanti ad un elegante portone difronte al quale ci sono delle transenne:prorpio quello che cercavo!
    Stappo un pennarello indelebile blu, mi inginocchio e comincio a scrivere:mi è venuta in mente una frase semplice ma profonda, che possa comunicare tutto il mio amore per lui, per il mio angelo, per il mio sogno…per il mio RENATO..
    mi sento un pò osservata:alle mie spalle c’è un cameriere con in mano un vassoio…cerca un cognome sul citofono acccanto al portone elegante…
    non ci faccio molto caso e continuo a scrive ma, all’improvviso…
    “A Nì, che cercavi me??”…una voce ed una risata che credo di conoscere abbastanza bene…

    mi volto e vedo LUI circondato dalla penombra della strada…cammina a braccetto di Mariano e a me sembra una visione…non ci posso credere!!!
    pantaloni neri, scarpe nere lucide, uan camicia rossa (si intravedevano i polsini che sbucavano da cappotto nero con cappuccio), occhiali rettangolarimcon la montatura nera e capelli ben sistemati…un sogno…un sogno che si sta avverando….!!
    mi rialzo rapidamente, mi do una sistemata e mi accorgo che dagli occhi spalancati per lo stupore cominciano a scendere delle lacrime…
    “e certo cHE non trovi nessuno io so’ qui”..sta parlando con il cameriere ma intanto si gira mi guarda e sorride…come è bello!!ha anche l’anello di bulgari e l’orecchino…
    è circondato da un pò di gente (forse una decina di persone)..ho paura di muovermi, di parlare…forse la mia presenza lo infastidisce???e invece no….devo parlargli e così si sente la mia voce..
    “Signor Fiacchini mi scusi…posso stringerle la mano?”
    si volta ancor auna volta verso di me e ride…mi tende subito il braccio…mi avvicino e gli stringo la mano tar le mie
    “Piacere”..mi dice
    “ciao Renà..mi chiamo Erica”
    “che fai piccolì piangi??no…non fare così…non è successo niente dai!!”
    “è che sono emozionata…è un sogno che si avvera”…e intanto piango…non riesco proprio a fermarmi!!
    “e che è??un bacio no??”
    accade all’improvviso…mi tira verso di sè e il mio mento urta conteo al sua spalla…non riesco neppure a chiedergli scusa…mi dà due baci…io ricordo la morbidezza delle guance, l’orecchino che brilla al suo orecchio sinistro, la montatura degli occhiali…. ma mi sfuggono altri particolare:i capelli, la stoffa del cappotto…è come se ci fossero dei buchi nella mia mente…e non sono in grado di colmarli…
    gli lascio la mano e lui mi guarda…poi è un attimo…mi accarezza la guancia con tenerezza e mi dice “sei davvero una bella ragazza”…mamma mia…volevo abbracciarlo, stringerlo a me ..ma non l’ho fatto…voelvo che fosse lui a condurre questo incontro…e poi quella mia voglia di sentirlo vicino traspariva dallo sguardo di bambina…ne sono sicura!!!
    ha aperto il portone e ha fatto entrare tutti..ma prima di richiudere mi ha fatto un cenno di saluto con la mano e ha aggiunto “scusa, ho ospiti a cena… se no restavamo un pò a parlare…ma tanto ci rivediamo, non ti preoccupare”..

    vedo sparire i suoi capelli corvini, il suo viso…e le sue mani…e cerco di asciugarmi le guance….
    torno alla transenna e finisco di scrivere

    “GRAZIE RENATO PER AVERMI FATTO DA PAPA’ IN QUESTI 3 ANNI. CON AMORE ERICA (EOLOZERO) 19.12.06 ORE 20:00”

    Rispondi
    • 9. Anna  |  3 ottobre 2009 alle 17:04

      Sembra un sogno Erica…ti ammiro…davvero…io ho la sfortuna di non essere maggiorenne e di non avere dei genitori che condividono questa mia passione…Vorrei tanto essere libera di andare, e di avere anche solo un brandello delle emozioni che hai vissuto tu…ma non credo che tutto ciò possa accadere, almeno non prima di tre anni. Ho il cuore pieno di tristezza e allo stesso tempo colmo di gioia, per te.
      Sto piangendo adesso..e non riesco a distiunguere la malinconia dalla felicità..Vorrei tanto vivere a Roma, non ho altro sogno..se non quello di avere un ricordo come il tuo..RENATO.
      Grazie di ciò che mi hai regalato, Erica.
      Anna

      Rispondi
  • 10. danielatuscano  |  22 dicembre 2006 alle 18:23

    Beh, io credo che la risposta a Roberto l’abbia data proprio Erica, con questo racconto dolcissimo… E’ riuscita a cogliere Renato come un soffio, e ne ha attinto, in un certo modo, l’anima. Tutto il resto, cosa conta?

    Sono sicura poi che il Nostro avrà apprezzato moltissimo quella dedica. A parte che Renato ama sentirsi padre, ma la migliore smentita a tutte le cattiverie sparse su questo artista nell’ultimo periodo, così come gli eventuali suoi limiti personali, sta proprio in quella tenerezza che Erica è riuscita a trasmetterci. La sincerità. Sarà che a Natale ci piace sdilinquirci (ma io non sono il tipo e i toni zuccherosi mi hanno sempre stomacato), però questo è l’uomo e l’artista che abbiamo sempre sognato.

    E già che ci siamo, trascrivo un’intervista del 1993. Per chi volesse fare i confronti… ma mi sembra non sia poi cambiato molto. 😉

    RENATO ZERO: LA MIA AVE MARIA (di Giampaolo Mattei – da Anima mia, Piemme)

    In molte canzoni ha parlato della sua religiosità, da Potrebbe essere Dio a Il cielo. Come vive la fede?

    Come una continua riscoperta, una novità. Qualche anno fa da Dio cercavo solo di essere perdonato e tante cose non le capivo. Adesso ho imparato a “perdonare” Dio, a comprenderlo, ad accettare anche certe sue decisioni drastiche che per anni avevo rifiutato. Perché, mi chiedevo, continua a portarmi via amici e persone care, ferendomi a morte?

    Ecco il senso vero della vita è una riscoperta e farla mi ha aiutato anche a vivere meglio, spero, la fede in Dio. Credo che sia la morte il “grande passo”, la grande soddisfazione di molti e il grande dramma di coloro che invece hanno speso male la loro esistenza. Inferno e Paradiso sono in quei trenta secondi prima di andarsene che decretano se tu effettivamente ti porterai dentro l’inferno per l’eternità, con i rimorsi per le colpe commesse, oppure vedrai la luce di Dio per sempre.

    Dio per me oggi è anche questa riappacificazione con la morte. Non ho più paura di morire e di veder morire le persone care. Considero l morte quasi come una forma di complicità, come l’attimo che precede il riappropriarmi della vita, la vita vera.
    Non credo si possa apprezzare la vita se non si comprende il valore, il senso della morte.

    Anni fa lei cantò Il carrozzone, una metafora che sotto una finta allegria celava proprio il dramma della morte. Quella canzone esprime un sentimento di paura?

    Sì. Il momento in cui ho avuto più paura è stato quando è morto mio padre. Per una sua richiesta fattami poco prima di lasciarmi, ho cantato Il carrozzone quando lui era steso sul marmo, come diciamo a Roma. Lì mi sono sentito addosso il terrore, forse la disperazione. Sono sicuro però che mio padre ha ascoltato quella canzone.

    Lei ha ricevuto un’educazione religiosa?

    Pure troppo! Alla fine ero talmente circondato da preti e da suore che non ne potevo quasi più… L’educazione che avevo ricevuto mi aveva portato a credere quasi che anche respirare fosse peccato! Sto esagerando, però con tre zii sacerdoti in casa… Voglio dire che sono cresciuto dalle suore di Trinità dei Monti, a Roma, che mi avevano consegnato Dio “impacchettato” e già “confezionato”. Dovevo solo abbassare la testa e dire “sì” a ogni loro indicazione. Non era nel mio carattere, così mi sono messo alla ricerca di Dio.

    Chi è Dio per lei?

    Vivo bene il mio rapporto con Dio. So che mi ama, ma non voglio approfittarne chiedendo favori dalla mattina alla sera. Ho sempre cercato di umanizzare questo rapporto. Se noi siamo creati a sua immagine e somiglianza, Dio è in ogni uomo, anche nel più “cattivo”. Dio dev’essere presente anche nei luoghi meno gratificanti, negli angoli bui della vita.

    Ha cantato Ave Maria e Il triangolo, due canzoni che hanno solo ispirazioni diverse…

    Credo che ognuno di noi cambi di continuo. Sono convinto che se la mia Ave Maria fosse stata scritta vent’anni fa non avrebbe avuto la stessa risonanza. Ora ci si chiede se è giusto dimenticarsi di Dio e abbandonarsi ad un materialismo che non giustifica e non riempie quei vuoti di solitudine in cui spesso ci troviamo. La solitudine è una caratteristica dell’uomo. Sta a noi darci da fare per riempire gli spazi vuoti con gli affetti, con gli abbracci, con i figli e anche con i dolori, secondo le strade che scegliamo.

    Che cosa ha voluto esprimere con Ave Maria?

    Oggi non si parla quasi per niente della dimensione mistica, spirituale della nostra vita. C’è la necessità di recuperarla. Non ho scoperto niente di nuovo, ho solo proposto alla gente di riprendere il dialogo con Dio attraverso sua Madre. Credo di averlo fatto nell’interesse di tutti.

    Lei ha dichiarato che i suoi travestimenti nascevano dalla solitudine.

    Si, io non ero ben accetto dai miei coetanei. Avevo amici solo al “Piper”, un locale di Roma, e quando lo chiusero non sapevo più cosa fare. Molti ragazzi partirono per l’India, come si usava in quegli anni, e lì vennero risucchiati. Ero solo. I “pariolini” – ai non romani spiego che questa paola indica i ragazzi dei quartieri ricchi – ho avuto il piacere di conoscerli da poco. Non mi ritenevano degno di meritare la loro attenzione e neppure il loro rispetto. Sono stato sempre più propenso verso la profonda periferia, dove trovi ancora oggi di tutto.

    Lei collabora con la Comunità Incontro di Don Pierino Gelmini e con la Comunità Exodus di Don Antonio Mazzi, due realtà che si occupano del recupero dei tossicodipendenti.

    Ho sempre vissuto in prima persona la solidarietà. Quante volte, da ragazzo, mi portavo a casa la persona in difficoltà, anche il drogato e me la tenevo anche un mese… La solidarietà non la scopro oggi. E’ nelle mie corde, di natura mi prendo a cuore le realtà dei più deboli.
    Da ragazzi volevamo cambiare il mondo, in silenzio, senza violenze. Anticipo la sua domanda e le dico perché non ci siamo riusciti. Vede, le guerre diventano un’abitudine. A forza di fare la guerra le persone si stancano, sia quelle che sparano, sia quelle che si nascondono per non essere colpite.

    Quali sono i suoi obiettivi?

    Dare ottimismo. Non sempre riempire uno stadio è un vanto per un artista. Mi sono reso conto che quelle 45 mila persone stanno lì solamente per sentirsi 45 mila, al di là che ti chiami Renato Zero. Questa società non è facile, ci sono problemi e mancano valori, innanzitutto la famiglia.

    La famiglia?

    Esatto. Io vivo con mia madre, la classica donna romana che prima di uscire mi dice sempre “Renatino l’hai bevuta la spremuta? Ti sei messo la maglia di lana?” E’ una persona fantastica. La famiglia è fondamentale. Forse non tutti i genitori oggi sentono le loro enormi responsabilità e così le famiglie vanno a rotoli. Secondo me le donne hanno un compito decisivo, che costa sacrificio. Non voglio fare la parte dell’antifemminista, figuriamoci. Credo che una donna sposata si debba realizzare nella sua famiglia, nell’essere madre: questo grande dono, questo grande mistero. E’ lì che la donna si realizza e se non si capisce questo non ci si stupisca se la società è a pezzi.

    Anche l’uomo dev’essere responsabile, è chiaro. E’ importante che i due sappiano formare una vera famiglia, sappiano vivere il loro amore senza stancarsi, superando insieme i momenti difficili. Se per realizzarti esci dalla dimensione della tua casa, della tua famiglia, la “ricerca” ti si ritorce contro e finisci per essere disperato.

    Rispondi
  • 11. Erica  |  23 dicembre 2006 alle 13:52

    ti ringrazio, Daniela, per le belle parole che hai speso per il mio resoconto…voglio confermare quello che supponi:l’incontro casuale mi ha permesso di stringere la mano non tanto all’artista Zero quanto all’uomo Fiacchini colto in un momento della sua quotidianità…e forse questo è stato il regalo più bello…

    per quanto riguarda l’intervista mi ha colpito molto il concetto di perdonare Dio e l’accusa mossa contro di Lui dal nostro…”perchè è successo a me?”. è una domanda che anche io mi ponevo continuamente e in certi momenti (come ora ad esempio)continuo a farlo…
    leggendo e rileggendo la priam risposta di Renato ho assaporato la sua grande umanità e la sua sincerità:l’incertezza di un uomo che ha ricevuto un’importante formazione religiosa è consolante perchè mi fa capire quanto sia naturale aver dei dubbi, dei momenti di sconforto…ringrazio ancora uan volta Renato per essere un uomo eccezionale, e te Daniela per avermi fatto conoscere questa intervista…..

    Rispondi
  • 12. danielatuscano  |  24 gennaio 2007 alle 21:24

    Non sono d’accordo con tutti i passaggi di questa intervista, come del resto è logico, però il mio intento è proprio questo: fornire sia a noi stessi, sia ai visitatori che non conoscono bene l’artista, un quadro il più possibile “essenziale” – che manifesti cioè l'”essenza” – dello stesso. Non volevo certo raccogliere tutti gli articoli e/o notizie letti in trent’anni, sia perché occorrerebbe un blog apposta, sia perché non servono allo scopo.

    Su Renato è stato scritto molto, non di rado a sporposito e in modo banale, così che ne è rimasta sminuita la dimensione artistica e anche umana. Al di là della passione tengo quindi a ristabilire un po’ di… equità.

    Rispondi
  • 13. Anna  |  22 gennaio 2010 alle 21:36

    Ciao a tutti quelli ke leggeranno questo mio commento.Io ho passato kn lui a parlare le 2 ore + belle della mia vita.E vi assicuro ke é spontaneo al cento x cento! E libero kome l’aria..come un torrente ke corre veloce..ma anke molto timido .Quando ci siamo inkontrati e mi ha vista se blokkato x i primi 5 minuti nn mi ha detto una parola! ke tesoro era terrorizzato,aveva paura di dire qualkosa ke mi avrebbe potuto dar fastìdio! Io vivo su una carrozzella da 47 anni e lui sapeva ke quella sera lo avrei inkontrato e ke sn disabile.X aìutarlo a sciogliersi un po gli kiesi se aveva fatto il bagno al mare ma rispose ke nn sapeva nuotare e ke erano andati x negozi.(aveva 15 persone kon lui) beh…nn ci crederete ma dopo nn lo fermava + nessuno! parlava.rideva.cantava.Teneva in braccio ìl mio nipotino di 7 mesi ke ero andata kon mio fratello..Impazziva di stupore quando gli facevo vedere ke la carrozzella elettrica girava su se stessa: Se premi sto bottone nì ke succede?e questo? favoloso! scrivetemi.mi sento sola

    Rispondi

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Subscribe to the comments via RSS Feed


Calendario

maggio: 2007
L M M G V S D
« Apr   Giu »
 123456
78910111213
14151617181920
21222324252627
28293031  

Most Recent Posts


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: