LA VITA E’ PER TUTTI. Maria Luisa: perché dico “no” all’eutanasia

6 maggio 2007 at 15:04 3 commenti

L’Italia, si sa, è il paese delle parole. E delle ideologie. Non è propriamente un complimento, si capisce. Siamo specializzati nell’accapigliarci sui massimi sistemi, quasi sempre senza nessun contatto con la realtà e, di conseguenza, alcuna comprensione per i drammi concreti di chi affronta in prima persona situazioni “difficili”. Orribile eufemismo, quest’ultimo, soprattutto se si tien conto del fatto che, con certe difficoltà, la maggior parte di noi viene a contatto molto spesso: pensiamo, per esempio, a questioni come famiglia, educazione, maternità, che rimangono nell’àmbito dei dotti proclami, mentre nulla è mai stato fatto, in questo paese dalla tradizione “natalista” e cattolica, per venire davvero incontro alle difficoltà di tante coppie e donne, giovani e no. Quando, poi, il discorso tocca il significato stesso dell’esistenza, i confini tra la vita e la morte, quando più che mai le vuote parole, o forse gli schiamazzi, dovrebbero lasciare il posto a un rispettoso silenzio (silenzio che non significa disinteresse, ma piuttosto ascolto umile e premuroso), certi atteggiamenti diventano più che insopportabili: sconfinano nel criminale. Due anni fa, sull’onda emotiva della vicenda di Terri Schiavo, e lo scorso anno, causa la martellante campagna astensionista dei crociati di Ruini, si è riaperto il “dibattito” sulla liceità o meno dell’eutanasia. Le virgolette sono d’obbligo, perché all’epoca abbiamo letto ben poche riflessioni ponderate e razionali. E per questo, ovviamente, la vicenda ha ormai perso d’interesse, scavalcata da altre questioni ritenute più attuali, fino al prossimo “caso”, dove animosità e veleni riesploderanno come una vescica. Nel nostro piccolo, noi vorremmo evitare queste derive. Nulla di meglio, pertanto, di andare direttamente alla fonte del problema, di lasciar parlare i diretti interessati, chi con certe realtà fa i conti tutti i giorni, e che di norma non trova spazio sui grandi media, sia perché non “fa notizia”, sia perché il loro esempio smentisce forse alcune tesi cui i mezzi di comunicazione più potenti paiono molto affezionati. Lasciamo dunque la parola a Maria Luisa, leccese, sorella di una ragazza in “stato vegetativo permanente” (lo stesso in cui versava Terri Schiavo) da tredici anni. “Mia sorella Emanuela è in una situazione di cosiddetto ‘stato vegetativo persistente’ da 13 anni, in seguito a uno spaventoso incidente stradale avvenuto la notte tra il 31 dicembre e il 1 gennaio 1993. Quella sera non guidava lei  e la macchina era una vecchia Panda 30; lei dormiva sul sedile anteriore dell’auto senza cintura di sicurezza quando l’auto, per motivi ancora sconosciuti, si è schiantata prima su di un palo dell’impianto semaforico  e poi su uno dell’illuminazione pubblica. Emanuela ha subìto il primo colpo al palo del semaforo e il contraccolpo (che forse è stata la vera causa della sua lesione cerebrale) a quello dell’illuminazione pubblica”.

– Perché dici “cosiddetto” stato vegetativo permanente”?

“Perché, leggendo il libro di un medico rianimatore francese, ho scoperto che i medici non conoscono proprio niente del cervello umano e della sua capacità di rigenerarsi, né tantomeno sanno definire lo stato  in cui è venuta a trovarsi Emanuela dopo l’incidente.

Lo stesso di Terri Schiavo, si diceva?

“C’è da premettere che ogni caso è unico. L’entità del danno e della risposta ‘fisica’ ad esso dipende dalle zone colpite. Nel caso di Emanuela è avvenuta la lesione del fascio reticolare, zona in cui si intrecciano, si incrociano e comunicano le informazioni tra il cervello e le zone periferiche. Uno scienziato potrà redigere una diagnosi precisissima dei problemi che si presenteranno in futuro, ma si mette le mani nei capelli quando si parla di prognosi. È questa la vera questione”.

J.-M. Macé d’Ereac, La force de la vie

E qui s’insinua la domanda: eutanasia sì, eutanasia no.  Fino a quando si può parlare di rispetto della vita e/o di accanimento terapeutico?

“Mi ritengo una persona di idee molto aperte, ma reputo la vita al di sopra di noi. La mia esperienza mi ha profondamente cambiata. Ne ho tratto il meglio possibile e ho lentamente cominciato a capire cosa vuol dire veramente ‘amare’ qualcuno. Da questa esperienza è nata – insieme ad altri amici medici – una unità di risveglio qui a Lecce, di cui parleremo prossimamente in un libro. Ora sono anche in contatto col fratello di Pietro Crisafulli, il ragazzo ‘risvegliato’ dallo stato vegetativo dopo due anni. Suo  fratello aveva minacciato di staccare la spina se non li avessero aiutati: bisogna sapere che, in casi come questi, la famiglia viene abbandonata a sé stessa e gettata nella disperazione. La mia casa è diventata un vero ospedale da 13 anni a questa parte: abbiamo lettini da statica, un letto d’ospedale, una doccia per il bagno, un verticalizzatore per cercare di mettere Emanuela in posizione eretta in piedi e un sollevatore che serve per imbragarla, sollevarla dal letto e consentirle di  sedere in poltrona, anche se quest’ultima non viene utilizzata perché la prendo in braccio io, finché posso. Emanuela – a mio avviso – segue tutto. Grazie a Dio mangia autonomamente (le abbiamo insegnato noi a farlo): prima, invece, si nutriva con lo stesso tubicino usato per l’alimentazione di Terri Schiavo. In quest’ultima operazione, per la verità, siamo stati un po’ incoscienti, visto che il cibo poteva deviare nei polmoni provocandole una polmonite ‘AB INGESTIS’:  ma abbiamo avuto la forza di lottare per liberarla da qualsiasi sonda o catetere…”

Molti sostengono che i riflessi delle persone come Emanuela, come in passato di Terri Schiavo, siano  solo reazioni nervose involontarie…

“I medici dissero, scoprendo la lesione ‘rimarrà così per tutta la vita’ e  ‘vivrà ancora per due anni’. Ma Emanuela vive. E ride, finalizzando la sua risata. Ride quando vede Renato Zero che è da sempre il suo cantante preferito. Ride quando le faccio vedere il nuovo, inedito spettacolo di Beppe Grillo. Ride quando ascolta qualcosa di buffo e solo se non stimolata e lasciata a sé stessa si smarrisce un po’. Si è parlato di eutanasia solo quando l’argomento è assurto alla ribalta della cronaca, ma nessuno di noi la condivide: meno di tutti Emanuela, che un giorno si arrabbiò sentendo parlare in tv alcuni sostenitori dell’eutanasia. Già, Emanuela riesce anche ad arrabbiarsi, gridando come una pazza. Emanuela era lei stessa piena di gioia di vivere. E lo dimostra tuttora”.

– Nell’enciclica Evangelium vitae il papa Giovanni Paolo II condannava l’eutanasia come una falsa forma di pietà. Egli scrive: “Siamo qui di fronte a uno dei sintomi più allarmanti della ‘cultura di morte’, che avanza soprattutto nelle società del benessere, caratterizzate da una società efficientistica che fa apparire troppo oneroso e insopportabile il numero crescente delle persone anziane o debilitate”. D’altra parte egli non manca di denunciare la solitudine in cui sono lasciate le famiglie alle prese con questo dramma e non condanna certo la disperazione del singolo. Non ti sembra, tuttavia, una posizione troppo esigente?

“No. Papa Wojtyla parlava con cognizione di causa. La disperazione è naturale nell’uomo: ma bisogna trovare il modo per alleviarla con l’amore (terapia del sorriso, musicoterapia, pet therapy, terapia dei colori….). L’atmosfera culturale in cui viviamo, invece, è disattenta e ha paura della sofferenza. Ecco spiegato il successo di movimenti che si occupano di predicare la ‘cultura della morte’ (a Terri Schiavo è stata somministrata la morfina prima di spirare poiché, malgrado le affermazioni in senso contrario, nessuno era sicuro che non avvertisse quello che le stava accadendo).

Chi si dice favorevole all’eutanasia vi accusa di volere l’accanimento terapeutico e di infliggere al malato inutili sofferenze.

“L’accanimento terapeutico è un’altra cosa. Si tiene in vita una persone solo con le medicine e ne vengono somministrate a dismisura tanto da provocare danni secondari, non relativi a una data patologia. Un conto è lenire il dolore, un conto è ostinarsi a mantenere in vita un organismo ormai deteriorato. E poi non è vero che si vuole la sofferenza del malato. Nessuno, al contrario, si oppone all’uso di ogni mezzo lecito per evitare il dolore, anche se quest’ultimo dovesse abbreviare la vita. Inoltre, la cura palliativa permette di rendere più sopportabile la sofferenza e assicura al malato un trattamento rispettoso della sua umanità (a Milano una struttura pubblica che la applica, con successo, è l’ospedale Sacco, n.d.A. Per contatti anche con altre équipe in Lombardia, http://81.114.64.98/hospice_italia/lombardia.htm)”.

Già, ma la cura palliativa richiede tempo, soldi, strutture. L’eutanasia, invece, è più “sbrigativa”.

(Sorriso ironico e sprezzante) “L’eutanasia è un mezzo utilitaristico perché toglie di mezzo ‘pesi’ per la società (io stessa ho dedicato la mia vita per la causa di mia sorella). E certo, ragionando in termini strettamente efficientistici, questi malati lo sono, un ‘peso’. E i costi per mantenerli, poi? A questo punto, perché non  eliminare anche i disabili o gli omosessuali, come facevano i nazisti, che non a caso avevano un programma (il famigerato T4, n.d.A.) per l’eutanasia di Stato? Ma ci rendiamo conto di dove porta questa cultura?“La vita è un mistero e nessuno può sapere se  e come evolveranno le cose (si è scoperto, ad esempio, che il cervello cura sé stesso tramite le cellule staminali, smentendo il tabù di una medicina secondo cui i neuroni,una volta distrutti, non si recuperano più)”. 

Un messaggio che ti senti di lanciare per chi si trova nella tua situazione, e per tutti noi?

“La più grande lezione di vita che sto ancora imparando è l’amore e – in secondo luogo – che questi malati non hanno bisogno di ‘unità di risveglio’ ma del loro ambiente, devono stare tra le loro cose e gli assistenti dovrebbero traferirsi dall’ospedale in casa del malato; l’ospedale a domicilio, insomma. Mia sorella, quando viene ricoverata, regredisce vistosamente, non dorme, si rifiuta di mangiare e si irrigidisce. Come reagiremmo noi stando in ospedale: non rendi per quel che vali. La lezione è l’amore. Padre Pio ammoniva: ‘Nelle medicine, mettete una goccia d’amore’… È semplicemente l’amore che mi fa dedicare a Emanuela  tutta la vita…..vorrei concludere con le parole di Renato Zero:‘Non puoi toccare le nuvole se non conosci le lacrime, se solo sai la tristezza cos’è sarà lei ad aver paura di te’. Per Emanuela, per la vita”.

Per contattare Maria Luisa si può scrivere al seguente indirizzo: isalia@aliceposta.it.

Daniela Tuscano (vedi anche: https://danielatuscano.wordpress.com/2006/09/24/piergiorgio-in-nome-dellumanita/, https://danielatuscano.wordpress.com/2006/12/22/lo-schiaffo-del-soldato-negati-a-welby-i-funerali-religiosi-ma-che-ne-e-della-carita/) 407143670_df1ac6232b_m.jpg

DAL 6 AL 14 MAGGIO, SETTIMANA PER IL TRAPIANTO DI ORGANI. Vedi http://www.trapianto-giornatanazionale.it/

****

RAHMATULLAH LIBERO http://www.repubblica.it/speciale/2007/appelli/rahmatullah/index.html

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RENATO ZERO. DOVE VA L’ALCHIMISTA DELL’AMORE? MASCHILITA’: SE FOSSE…

3 commenti Add your own

  • 1. don luca  |  6 maggio 2007 alle 20:50

    è un tema cosi’ difficile ma cosi’ attuale ……mi metto in silenzio e guardo le vostre risposte anche perche’ non mi sento adatto a dare dei giudizi totalizzanti.

    Rispondi
  • 2. danielatuscano  |  8 maggio 2007 alle 7:25

    Nessuno sa darle e proprio per questo cerco di scegliere le testimonianza migliori… sicura che non scioglieranno mai le nostre angosce, ma forse ci aiuteranno a comprenderle e a dominarle meglio.

    Di Fogar (menzionato di seguito) consiglio l’autobiografia Controvento, uscita lo scorso anno.

    Da “La Repubblica” 26 settembre 2006

    “Anche Fogar desiderò di morire poi disse: la speranza non si uccide”

    MILANO – Le imprese straordinarie, le polemiche. L´epopea popolare dell´eroe temerario e del suo cane Armaduk. L´ultima sfida è nel deserto africano, ma la sua Range Rover si ribalta su un masso, le vertebre si spezzano sotto il collo. La seconda vita di Ambrogio Fogar inizia qui, dall´incidente che lo ha condannato all´immobilità. Dal suo lettino, con uno stimolatore frenico nel petto che gli consente di respirare e anche, espirando, di parlare, per 13 anni – fino alla morte, nell´agosto 2005 – Fogar combatte un´altra, difficile battaglia: dare coraggio, forza e fiducia a chi non ha più ragione di vita. Libri, rubriche sul giornale, conferenze, dibattiti. Un´attività intensa che gli ha consentito di non pesare economicamente sulla sua famiglia. Ma anche Fogar il donchisciotte, il coraggioso, aveva deciso di morire, di chiudere con un suicidio assistito la propria esistenza.
    La sorella Mariagrazia ricorda: «Lo ricoverammo al San Raffaele di Milano, dove a quell´epoca c´era un protocollo ferreo: non fornire al paziente il quadro veritiero delle sue condizioni. Dopo un mese lo portammo in Svizzera, a Nottwill, in un centro specializzato. Lì la pensavano all´opposto: la verità deve essere conosciuta, perché solo così il paziente può trovare in sé la forza necessaria a reagire. Noi, ci spiegò il dottore, gli costruiamo attorno spiragli di luce, ma il primo sforzo dev´essere suo. Ambrogio sulle prime finse di non capire, poi si rinchiuse nel suo dolore infinito. Un giorno mandò a chiamare l´altra nostra sorella, Rita. Lei lesse il labiale: “Voglio morire. Aiutami. Portami in Olanda, dove l´eutanasia si può fare”. Rita gli rispose secca: “Non posso. Tutti i valori in cui credo me lo impediscono”. Lui non ne parlò mai più».
    Dalla Svizzera, Fogar viene ricoverato a Berck, in Francia, dove gli impiantano lo stimolatore che gli dà la possibilità di parlare, sia pure con sforzo e lunghi intervalli. «La voglia di vivere gli è tornata allora – racconta Mariagrazia – Poteva comunicare. Finché una volta ha ascoltato una barzelletta e improvvisamente gli è venuto da ridere. Sai, Pupa – mi chiamava così – credo proprio che ce la posso fare». Aiutato dalla fede: in Dio e nella scienza. Ha scritto Fogar in un libro uscito tre anni dopo, nel ‘97, che si intitola Solo: «Basta una bolla d´aria rubata da una grotta ideale, sommersa dal mare, per dare la forza di continuare quella lotta basata su un solo nome: speranza». L´eutanasia per lui è «una crudeltà mascherata da pietà».
    In collegamento con Porta a porta, discute con Indro Montanelli, pochi mesi prima della scomparsa del grande giornalista. Montanelli rivendica il diritto a scegliere il momento della propria “degna morte”, Fogar lo capisce ma dissente: «Si può essere un rottame, ma avere ancora una speranza». E quando dall´America giungono gli echi delle polemiche per l´interruzione delle cure a Terri Schiavo, prende una posizione netta: «Il gesto di staccare la spina è una crudeltà che non si può chiamare con altro nome. Nel caso di Terri, si è trattato di una violenza contro chi non poteva neanche più dire la sua. Ogni piccolo problema, oggi, sta diventando un fastidio da eliminare. Noi paralizzati siamo ingombranti. Chiediamo: non dimenticateci, non lasciateci soli».
    Due sorelle che si alternano al suo capezzale, gli amici che una volta la settimana, il mercoledì, per 13 anni gli fanno visita. Un altro amico, Giampiero Gandolfo, che lo ospita a casa sua, dove lo assistono due infermieri. Il suo lavoro di pubblicista che può continuare e lo fa sentire utile e creativo. La buona sorte nella somma sfortuna non capita a tutti. Per questo, la sorella Mariagrazia non se la sente di giudicare chi, come Piergiorgio Welby, chiede che venga posta fine alle proprie sofferenze: «La vita è un dono faticoso. La fiducia nei progressi della scienza e l´amore di chi ci sta vicino possono far superare ogni disperazione».

    Enrico Bonerardi

    Rispondi
  • 3. Peppe  |  27 maggio 2007 alle 15:29

    da http://www.mpvitruvio.blogspot.com/
    Sabato 21 aprile, “maxi-lezione” di sicurezza stradale per gli alunni del Vitruvio di Castellammare di Stabia (Na).
    In realtà, presso il “Supercinema” della città delle acque, si è tenuto il convegno conclusivo del progetto “Strade Amare, strade da amare- campagna sulla sicurezza stradale”.
    Il percorso formativo, ideato dal prof. Antonio Sicignano e coordinato dal dirigente scolastico, dott. Sebastiano Piccolo, consisteva in una serie di conferenze tenute da personale esperto e qualificato a vario titolo.
    In particolare sono intervenuti nei vari incontri previsti: il dott. Diego Marmo, Procuratore Generale presso il tribunale di Torre Annunziata, la dott.ssa Stefania Trotta, Sostituto Procuratore presso il Tribunale di Torre Annunziata, il dott. Luigi Riello, magistrato già componente del C.S.M., il dott. Giovanni De Angelis, dirigente del tribunale di Gragnano, il dott. Luigi Petrillo, dirigente del commissariato P.S. di Castellammare, la dott.ssa Valeria Moffa, vicequestore della polizia stradale di Napoli, il cap. Giuseppe Mazzullo, comandante dei Carabinieri di Castellammare, il sen. Luigi Bobbio, relatore della legge sulla confisca dei ciclomotori, l’on. avv. Sergio Cola, relatore della legge sulla patente a punti, con i suoi giovani collaboratori l’avv. Andrea Imperato ed il p. avv. Gaspare Jucan Sicignano. Tuttavia il fiore all’occhiello del progetto era proprio il convegno conclusivo, in cui i ragazzi hanno potuto ascoltare le tragiche testimonianze del Maggiore dei Carabinieri Giuseppe Mari, padre di Catello noto calciatore deceduto lo scorso anno a causa di un incidente stradale, e di Alessio Tavecchio da Monza, ragazzo disabile per una caduta dalla moto e presidente dell’omonima fondazione, oltre che autore del libro “Cronaca di una gurigione in-possibile”.
    In una gremita sala del “Supercinema”, davvero toccante si è rivelato l’intervento del Maggiore Giuseppe Mari, che ha esordito con espressioni, molto commoventi: «quando ti muore un figlio, ti muore l’anima e preferiresti che i fiori al cimitero fossero gli altri a portarli a te», ed ancora: «ai genitori consiglio di non aver paura di essere petulanti, insistete con i ragazzi in frasi del tipo “metti il casco”, “metti la cintura” e “vai piano”, io questa mattina sono in veste di genitore, un genitore sfortunato». Sempre all’insegna delle raccomandazioni si è espresso Alessio Tavecchio aggiungendo un particolare agghiacciante alla sua tragica storia: «io sono caduto con la moto su una buca non sufficientemente segnalata, ad una velocità di 50 Km all’ora. I comuni, le provincie e le regioni dovrebbero avere maggiore attenzione alla struttura del manto stradale ed tutti quei pericoli ad esso connessi, perché dopo è sempre troppo tardi».
    Infine, dopo un breve saluto di tutti i relatori del progetto, il preside del Vitruvio ha ringraziato gli stessi, omaggiandoli con un quadretto ricordo dell’evento, e ricordando che «al Vitruvio chi si presenta senza casco a scuola non entra».

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