HINA SIAMO NOI

16 maggio 2007 at 8:23 24 commenti

Le donne musulmane si costituiranno parte civile nel processo contro i carnefici di Hina Saleem (sotto), la ragazza di origine pachistana trucidata a coltellate e gettata in un sacco della spazzatura dal padre e dai fratelli perché “rea” di amare un italiano e – come scrivono i giornali – di “voler vivere all’occidentale”.

Un’espressione che contestiamo. Hina non voleva vivere “all’occidentale”. Hina voleva semplicemente essere sé stessa. Occidentale od orientale, poco conta: si è sempre donne di qualcuno. E le donne sono un po’ delle apolidi: da qualsiasi parte si trovino, avranno sempre alle calcagna qualche maschio padrone pronto a negar loro i più elementari diritti. Si tratti del prete scomunicante, dell’imam lapidatore, dell’impotente che le sevizia, del “compagno” incapace di tollerare che la partner non è “roba” sua, e gliela fa pagar cara, magari strappandole i genitali (è accaduto la scorsa settimana); si tratti del parlamentare che non cede la sua cadrega a una femmina e legifera in nome suo, e sentenzia, e tuona contro la piaga dell’aborto, perché, tanto, non è lui a subirlo; si tratti del conduttore di show in cui le donne compaiono solo come svestiti soprammobili, esposti alla bramosia televisiva di citrulli altrimenti incapaci di soddisfare qualsivoglia desiderio concreto; si tratti del programma scolastico in cui si è costretti a mandare a memoria il Tumulto dei Ciompi ma alle conquiste del movimento femminista, l’unica rivoluzione riuscita del Novecento – e, forse, dell’intera umanità – non è dedicata nemmeno una riga.

E tutto quanto infischiandosene del fatto che la maggioranza degli studenti sono di sesso femminile, di norma anche più capaci e preparate.

Anche la penosa diatriba su unioni di fatto, Family Day con annessi & connessi è legata in fondo a questo tema. Il terrore alla base di certe isterie, soprattutto da parte di clericali e conservatori, non sono infatti gli omosessuali (maschi, ovviamente: delle lesbiche non suppongono neppur l’esistenza…), ma lo stravolgimento dell’idea di famiglia legato all’emancipazione delle donne; la loro capacità di auto-determinarsi e trovare nuove forme di relazione. Non dimentichiamo che, all’alba della Costituzione, l’ala intransigente del cattolicesimo esigeva si stilasse un articolo in cui si ribadiva il valore della famiglia gerarchica con l’uomo come capo. La stessa figura di “capofamiglia” è scomparsa giuridicamente (ma non nella mentalità comune) solo nel 1975. Al 1992 (1992!) risale la definizione di stupro come reato contro la persona. Fino a quell’anno era catalogato fra le offese alla morale, quasi alla stessa stregua di chi diffonde materiale pornografico.

Viviamo in un mondo di donne, dove le donne sono maggioranza anche numerica; ma con una testa, anzi con viscere, maschili.

Viscere talmente viscerali, che persino molte donne ne sono intrise (si pensi a Condoleezza Rice: semplicemente un uomo in gonnella). Detestabili, le cosiddette “donne con le palle”

Daniele Mastrogiacomo, nel memoriale redatto all’indomani della sua liberazione, l’aveva scritto a chiare lettere: “Non è nemmeno che i Taliban odino le donne. Ma le considerano un problema. Qualcosa che sfugge al loro orizzonte mentale”. Un’umanità altra finisce presto per diventare un’altra umanità. Cioè, aliena. Mentre non accadrà mai, a meno di un deliberato antagonismo politico/culturale, che le donne concepiscano sé stesse come un unicum incontestabile, per gli uomini questa è prassi normalissima. Gli uomini si sentono auto-sufficienti, non obbligati a mettersi in dialogo con chi gli sta di fronte. Figurarsi se su un piano di parità.

A chi è pregno di una cultura dell’esclusione, gli individui fusionali non possono che incutere sospetto e paura. Di conseguenza le donne sono sempre state considerate delle potenziali sovvertitrici: “un problema”, appunto. Devono essere tenute soggette, altrimenti… non si sa cosa potrebbero combinare (e ciò, peraltro, costituisce la più clamorosa smentita alla teoria per cui esse non hanno cervello). Come scriveva un pio autore medievale: “La donna va tenuta sottomessa e occupata: quando è sola, pensa a cose cattive”.

La cosa cattiva di Hina era il voler vivere con pienezza. In qualsiasi modo. Non, dunque, all’occidentale. Avesse scelto il velo sarebbe cambiata la forma, non la sostanza. La tragedia di Hina non è quella di una donna musulmana, ma di una donna e basta. Rallegra che le sue correligionarie abbiano preso atto dell’universalità di un’appartenenza. Compito delle occidentali è affiancarle in questo cammino di consapevolezza. Perché ognuna di noi, almeno una volta, si è sentita Hina. 

Daniela Tuscano (vedi anche: https://danielatuscano.wordpress.com/2005/05/02/19/, https://danielatuscano.wordpress.com/2006/08/27/semi-di-speranza-dimenticati/)

 

 

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RAHMATULLAH LIBERO http://www.repubblica.it/speciale/2007/appelli/rahmatullah/index.html

  

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FAMILY DAY (bis) 59 A 41, LE PERCENTUALI DELLA VERGOGNA

24 commenti

  • 1. Catti Cifatte  |  16 maggio 2007 alle 9:33

    Pur essendo le maggiori destinatarie della violenza in tutti i tempi, in tutte le guerre, ed in tanti contesti, è possibile per noi donne costruire un messaggio ed un mondo di pacificazione nonviolenta?
    D’istinto sono portata a dire di no perché mi sembra impossibile vincere l’attuale situazione in cui si trovano le donne. Mentre nella nostra società occidentale le donne lottano contro il potere maschile che ancora impedisce una piena parità e che in modo profondo incide sulle coscienze e sui comportamenti sia degli uomini sia delle stesse donne, nel mondo dei paesi più poveri le condizioni delle donne sono terribili: persistono per i due terzi delle donne nel mondo la lapidazione, le violenze quotidiane ad opera dei padri, dei fratelli e dei mariti, le mutilazioni genitali, la denutrizione, la schiavitù, l’analfabetismo, le malattie, le peggiori condizioni di sottomissione e di povertà.
     … avete letto che un ragazzo turco, istigato dal padre e da uno zio, ha ucciso sua madre perché aveva “disonorato la famiglia” presentandosi alla televisione a denunciare i soprusi del marito e per di più col capo scoperto?
     ….avete letto che in Palestina un gruppo di fondamentalisti ha ucciso una studentessa poco più che ventenne perché aveva osato andare a chiacchierare sulla spiaggia in compagnia di un suo amico e di una sua amica?
     ….avete letto che secondo un rapporto di Amnesty International in Spagna, nel 2006, sono state assassinate dal proprio partner o ex partner ben 72 donne e altre 7 hanno avuto diritto ad un’ordinanza di protezione?
     …… avete letto che a Lecco una donna di 79 anni è stata violentata da un giovane di ventisette anni dal quale aveva accettato un passaggio in macchina?
     … avete letto che in Messico continuano gli omicidi di donne a Ciudad Juarez, città alla frontiera con il Texas, crocevia del traffico di stupefacenti e di esseri umani, dove dal 1993 ad oggi sono state rapite, torturate e uccise oltre 500 giovani donne, secondo stime di Amnesty international.
     …ed avete sentito la sentenza clamorosa dell’Aia su Szebrenica…i Serbi dopo aver usato la pulizia etnica, dopo migliaia di stupri ed il massacro di migliaia civili e militari bosniaci non hanno colpa!
     …ed avete presente quante uccisioni di donne italiane sono avvenute in questi ultimi due anni? E ad opera principalmente di mariti, amanti o figli……cosa ve ne sembra?
     …..il marito marocchino uccide la moglie italiana con diverse coltellate al corpo, getta il cadavere in un fiume, e dopo poco ne denuncia la scomparsa e partecipa lui stesso, indifferente, alle ricerche…tutti gli indizi sono contro di lui.
    Siamo talmente assuefatte a tali notizie quotidiane (ogni giorno ne possiamo leggere diverse) che la nostra rabbia non è solo giustificabile; la lotta violenta appare la più immediata delle risposte. Inoltre, se la violenza nella nostra società è così radicata da diventare consuetudine, anche le donne non ne sono esenti, anche loro ne possiedono nel loro intimo una bella dose, accumulata da millenni di soprusi, e dunque possono tirarla fuori, se non altro, per legittima difesa!
    Ma il più delle volte le donne si sentono impotenti, si ritrovano umiliate anche nella loro impossibilità fisica di difendersi, molte volte usano l’unica arma difensiva della parola, parola violenta, lingua tagliente e contro-offensiva.
     …15 agosto 2004: Ateqeh Sahaleh , anni 16, viene impiccata sulla Simetry Street , nel centro di Neka, cittadina del nord dell’Iran. La sentenza è stata emessa dal capo del dipartimento di giustizia, successivamente approvata dalla suprema corte dei mullah e dal giudice capo Mahmoud Shahroudi. Durante il processo, la ragazza non ha un avvocato, e gli sforzi della sua famiglia per ingaggiarne uno sono inutili. Ateqeh si è difesa da sola. Ha detto al giudice religioso, Haji Rezai, che avrebbe dovuto punire i principali diffusori della corruzione morale, e non le vittime. Questo giudice ha personalmente insistito perché fosse pronunciata la sentenza di morte, contro ogni procedura, e dopo la sua morte Rezai ha dichiarato che l’impiccagione non è stata tanto la punizione per i reati commessi da Ateqeh [quali che fossero], ma che lui ne ha voluto la morte perché «aveva la lingua troppo lunga» [dalle fonti di lingua inglese che riportano la notizia, tra le quali l’Hindustan Times, «lingua affilata» sarebbe la traduzione letterale più calzante]. Ateqeh non è l’unica vittima della violenza repressiva di carattere integralista che si sta abbattendo in Iran: l’agosto appena alle spalle sarà ricordato come uno dei mesi più tristi per i diritti civili delle donne in Iran, paese dal quale si stanno inutilmente levando voci forti contro il fondamentalismo ormai imperante, basti ricordare la Premio Nobel Shrin Ebadi o la disegnatrice satirica Satrapi.( da CARTA – rubrica a cura di Monica Lanfranco)

    Talvolta invece le donne non hanno via d’uscita se non nella liberazione suicida….che è violenza contro se stesse.
     … avete letto che in Afganistan “molte donne ricorrono al cosiddetto “incidente domestico” per metter fine agli abusi che continuano a subire in famiglia. La maggioranza di loro, infatti, non ha accesso ai diritti fondamentali della vita. Sono considerate cose, oggetti, merce di scambio; “in una società di un patriarcalismo arcaico, feroce, misogino, gli uomini – racconta Elettra Deiana – per metter fine ad una lite, usano far pace scambiandosi reciprocamente la propria sorella o la propria figlia”. Nonostante la Costituzione lo vieti, le donne continuano ad essere condannate alla lapidazione e lapidate”.
     … e così succede in India dove molto spesso giovani spose si “suicidano” a causa della mancanza di dote: il matrimonio, dapprima considerato la condizione migliore per le giovani donne, diventa ben presto la condizione peggiore. La cupidigia della famiglia dello sposo e le percosse di quest’ultimo, per denaro, per una televisione, per un pugno di rupie, sono la prima causa della morte della sposa che spesso è costretta al rifiuto, scatenando gesti di crudeltà inaudita. Migliaia sono le morti di giovani donne che vengono mascherate come “incidenti domestici”: aspersione di carburante e messa a fuoco da parte del marito e dei suoi parenti complici, oppure suicidio forzato davanti ai fornelli.

    In questo contesto che sommariamente ho tracciato sono anche convinta che per molte donne non usare la violenza e agire d’astuzia, sia una scelta derivata dalla impossibilità fisica e psichica di sopraffare il maschio, piuttosto che una convinzione nonviolenta. Anzi penso che il concetto di nonviolenza, intesa come scelta consapevole per la risoluzione del conflitto di genere, sia una cosiddetta “terza via” che quasi mai viene scelta, ma sia spessissimo a sua volta “imposta” dalle circostanze: in fondo coincide con una atteggiamento di legittima difesa!

    Ma cosa è questa terza via? Ci aiutano nella ri-scoperta della nonviolenza Monica Lanfranco e Maria G. Di Rienzo in Donne disarmanti ( Ed. Intra Moenia 2003): una analisi vasta e partecipata dalle curatrici, con storie e vissuti di donne e sullo stretto legame tra nonviolenza e femminismo, dove risulta evidente che molte donne, pur colpite violentemente, hanno scelto la strada della nonviolenza, quella che oggi molte femministe definiscono come una strada non solo praticabile, non solo possibile, ma l’unica strada che può garantire sia a breve che a lunga scadenza un cambiamento radicale della realtà.
    Un percorso di scoperta della nonviolenza non può non considerare le tante storie e testimonianze di donne di tutti i tempi; nel libro citato leggiamo a riguardo qualche testimonianza storica:
     …dice Lisistrata ai suoi concittadini militari ateniesi: “Se aveste cervello trattereste i conflitti come si fa con la lana. Come quando la matassa è ingarbugliata, la prendiamo e la dipaniamo sui fusi, tendendola da una parte e dall’altra, così se ci lasciate fare sbroglieremo al guerra, lavorando da una parte e dall’altra, con le ambascerie.”
     …dice Audre Lorde poetessa femminista nordamericana: “ Non possiamo smantellare la casa del padrone con gli attrezzi del padrone”.
     …dice Christa Wolf scrittrice tedesca: “tra uccidere e morire c’è una terza via: vivere”.
     …scrive Berta von Suttner dopo una gigantesca manifestazione di operaie viennesi per il voto alle donne nel 1911: “ Politica femminile? No : politica per l’umanità. E il contributo iniziale della metà finora diseredata del genere umano è soltanto uno dei sintomi del fatto che si avvicina il tempo in cui il bene e i diritti dell’umanità saranno considerati come massimo criterio per la politica”.
     …dice Rosa Luxemburg rivolgendosi ad un amico: “ Procura allora di rimanere un essere umano. Rimanere un essere umano è la cosa principale. E questo vuol dire rimanere saldi e chiari e sereni, sì, sereni malgrado tutto, perché lagnarsi è segno di debolezza”.

    Sicuramente individuare la terza via della nonviolenza con consapevolezza significa ritrovare la propria ed altrui dignità di persona, rivendicare in modo appropriato i propri diritti e spostare su di un piano “altro”, oggettivamente più elevato, la considerazione di sé e dell’altro/a. Fare la scelta di non ferire il/la nemico/a con le stesse armi improprie e violente, significa far valere le proprie ragioni su di un piano di ragionevolezza e di sana conflittualità morale ed intellettuale. Ma è anche riconoscere il proprio limite ed essere disponibile all’accettazione della differenza e all’ascolto della parte avversaria.
    Nella scelta nonviolenta entrano in gioco nuovi fattori, modalità, sentimenti, espressioni umane positive che la violenza aveva sopito ed allontanato. La violenza genera violenza…fare il salto del fosso e imparare la non violenza può significare, anzi già per molti e molte ha significato, generare un atteggiamento sempre più diffuso di nonviolenza. Moltiplicare il caso che a lungo andare può significare la vera a e profonda inversione di tendenza. E di questa inversione di tendenza verso un altro mondo possibile ne abbiamo impellente ed assoluto bisogno! Ed allora perché non provare?
     …dice Monica Lanfranco: “Oggi il pensiero critico femminista si salda con quello della nonviolenza anche su un altro importante fronte, quello dell’opposizione radicale e assoluta alla guerra e al militarismo in ogni sua forma”
     …dice Maria Di Rienzo,: “La nonviolenza desidera creare un mondo che sia: – affermativo della vita, un mondo che valorizzi tutto ciò che è vivo; – amabile ed empatico: un mondo che si curi della gente che al mondo vive; – egualitario: un mondo che dia valore ad ogni singolo individuo; – cooperativo: un mondo che incoraggia la condivisione fra tutte e tutti; democratico: un mondo che risponde equamente ai bisogni ed ai desideri di ciascuno, in cui ciascuno assume per sé responsabilità; – gioioso: un mondo in cui ci sia spazio per ridere e amarsi e giocare.”
    Sì ma, tutto ciò è possibile anche nei conflitti tra i sessi? Quale nodo è ancora da sciogliere?
     …dice Sauad Al Sabah scrittrice di origine araba scrive: “ La democrazia non è quando un uomo parla di politica senza che nessuno lo minacci. E’ quando una donna parla di chi ama senza che nessuno la uccida.”

    A cura di Catti Cifatte, 11 marzo 2007, Genova

  • 2. pibua  |  16 maggio 2007 alle 10:13

    Ottime osservazioni…come spesso accade mi trovi d’accordo.
    Penso che sia giusto linkare da me questo articolo…
    A presto
    Stefy

  • 3. samuelesiani  |  16 maggio 2007 alle 17:03

    Avevo dedicato anch’io un post ad Hina. S’intitolava Marylin del mondo (poi diventato una categoria dedicata alle violenze sulle donne).
    PS grazie per la segnalazione…

  • 4. thehours  |  16 maggio 2007 alle 17:34

    non conoscevo la storia di hina. triste destino il suo. come quello di tante altre donne musulmune costrette dalle norme culturali a vivere in una ristretta sfera domestica/privata perché la sfera pubblica è considerata maschile. conosco tante tristi storie di donne musulmane costrette a vivere una vita nell’ombra del proprio marito ma per fortuna ne conosco anche altre che con la loro tenacia sono riuscite ad emergere…

  • 5. Sermau  |  16 maggio 2007 alle 18:18

    quoto in pieno il tuo post.

  • 6. danielatuscano  |  17 maggio 2007 alle 8:35

    Come ho detto, TheHours, il problema non è tanto, o non solo, delle donne musulmane (esse rappresentano, se vuoi, un paradigma). In realtà, riguarda qualsiasi donna.

  • 7. La Fée Verte  |  17 maggio 2007 alle 11:31

    Ottimo post, come non essere d’accordo!
    E ottimo blog, complimenti!!

  • 8. danielatuscano  |  18 maggio 2007 alle 6:34

    Grazie mille! 😉

  • 9. Angelo Fracchia  |  19 maggio 2007 alle 7:56

    Occidentale od orientale, poco conta: si è sempre donne di qualcuno. E le donne sono un po’ delle apolidi: da qualsiasi parte si trovino, avranno sempre alle calcagna qualche maschio padrone pronto a negar loro i più elementari diritti.

    Sempre sempre? Da una parte tu suggerisci che non è che nell’Occidente “libero” le donne siano poi pienamente libere (io onestamente avrei inserito, nell’elenco dei maschi padroni che negano i più elementari diritti delle donne, anche i dettami della moda, che mi paiono non meno schiavizzanti e, a mio parere, ormai ben più condizionanti, in occidente, delle scomuniche dei preti). Però si può davvero pareggiare tutto in questo modo? Credo comunque che se io fossi donna (in realtà, anche uomo), qualunque fosse la mia religione, preferirei vivere a New York che a Kandahar… Una musulmana è più libera nel Bronx o a Manhattan che in Afghanistan, a mio parere. D’altronde, negarlo significherebbe negare “le conquiste del movimento femminista, l’unica rivoluzione riuscita del Novecento”. Se è riuscita, qualche frutto l’avrà portato…

    Si tratti del prete scomunicante, dell’imam lapidatore,
    dell’impotente che le sevizia, del “compagno” incapace di tollerare che la partner non è “roba” sua, e gliela fa pagar cara, magari strappandole i genitali (è accaduto la scorsa settimana); si tratti del parlamentare che non cede la sua cadrega a una femmina e legifera in nome suo, e sentenzia, e tuona contro la/ piaga dell’aborto/, perché, tanto, non è lui a subirlo;

    Qui, di nuovo, ti confesso di avere qualche remora a seguirti in pieno.
    Mi spiego. So bene che la possibilità di abortire è anche un diritto di autodeterminazione della vita e tutela della salute della donna. Non ti nego però che fatico a mettere sullo stesso piano battaglie per il pieno riconoscimento dei diritti degli omosessuali (leggi DICO o qualcosa di meglio…), per la piena realizzazione femminile anche in campo lavorativo e politico, per la difesa del divorzio, con quella dell’aborto. Il problema di fondo è che in quest’ultimo caso comunque entra in gioco anche una vita che comunque subisce le scelte altrui, proprio come la donna rischia di subire le scelte dell’uomo.Non dico che vada abolita la possibilità legale di abortire. Non ho ricette. Ti confesso soltanto un imbarazzo che non ho ad unirmi a tutte le altre lotte. Solo perché sono uomo? Può darsi. Anche se temo che c’entri un poco il fatto di essere cristiano, ma forse mi sbaglio.Penso proprio che potrò essermi spiegato male, su questo.
    Può anche darsi che ce l’avessi solo con tanti (parlamentari e non) che ipocritamente se la prendono con ciò che non tocca loro, senza sforzarsi di approfondire e capire le ragioni di tutti. In questo caso scusami, sono perfettamente con te.

    Gli uomini si sentono auto-sufficienti, non obbligati a mettersi in dialogo con chi gli sta di fronte. Figurarsi se su un piano di parità.

    Forse ho solo la coda di paglia e/o la tua è solo necessaria vis polemica. Eppure siamo proprio sicuri che tutti-tutti gli uomini si sentano autosufficienti e non obbligati a mettersi in dialogo su un piano di parità? Io avrei onestamente i miei dubbi. Ma forse è solo perché sono uomo?

    La tragedia di Hina non è quella di una donna musulmana, ma di una donna e basta. Rallegra che le sue correligionarie abbiano preso atto dell’universalità di un’appartenenza. Compito delle occidentali è affiancarle in questo cammino di consapevolezza. Perché ognuna di noi, almeno una volta, si è sentita Hina.

    Sì. Ma ti assicuro che si è sentita Hina almeno una volta qualunque persona non sia stata accolta come persona. Con ciò non voglio negare che lo status delle donne sia nella maggioranza dei casi non paritario con quello degli uomini. Ma voglio suggerire solo che sono anche gli occidentali, e non solo le occidentali, a dover affiancare (alla pari) le donne musulmane nel cammino di consapevolezza.
    Non credo che sia indispensabile essere nella stessa situazione di chi subisce una violenza per comprenderla/o e affiancarsi a lei/lui nell’esigere giustizia. Non sono omosessuale ma sono dispostissimo a lottare con loro perché abbiano i diritti che loro spettano, perché ho imparato a capire quale sofferenza e ingiustizia ci possa essere nella loro situazione, ascoltandoli. Non ho sperimentato mai quella esclusione, ma la posso capire, e posso lottare con loro. Non sarebbe un buon modello anche per i rapporti uomo-donna?

    Mi è anche giunto un testo che potrebbe interessarti da divulgare.
    Riprende il tema del rapporto uomo-donna e lo considero assolutamente carino. Certo, se al posto della donna ci fosse un qualunque essere umano, resterebbe carino. Infatti.

    COSA VOGLIONO VERAMENTE LE DONNE

    Un giorno, il giovane re Artù fu catturato e imprigionato dal sovrano di un regno vicino. Mosso a compassione dalla gioia di vivere del giovane, piuttosto che ucciderlo il sovrano gli offrì la libertà, a patto che rispondesse a un quesito molto difficile: “Cosa vogliono veramente le donne?” Artù avrebbe avuto a disposizione un anno, trascorso il quale, nel caso in cui non avesse trovato una risposta, sarebbe stato ucciso.

    Un quesito simile avrebbe sicuramente lasciato perplesso anche il più saggio fra gli uomini e al giovane Artù sembrò una sfida impossibile; tuttavia, avendo come unica alternativa la morte, Artù accettò la proposta, e fece ritorno al suo regno. Ivi giunto, iniziò a interrogare chiunque: la principessa, le prostitute, i sacerdoti, i saggi, le damigelle di corte e via dicendo, ma nessuno seppe dargli una risposta soddisfacente.

    Ciò che la maggior parte della gente gli suggeriva era di consultare una vecchia strega, poiché solo lei avrebbe potuto fornire la risposta, ma a caro prezzo, dato che la strega era famosa in tutto il regno per gli esorbitanti compensi che chiedeva per i suoi consulti. Il tempo passò… e giunse l’ultimo giorno dell’anno prestabilito, così Artù non ebbe altra scelta che andare a parlare con la vecchia strega, che accettò
    di rispondere alla domanda, solo a patto di ottenere la mano di Gawain, il più nobile dei Cavalieri della Tavola Rotonda, nonché migliore amico di Artù!

    Il giovane Artù provò orrore a quella prospettiva.

    .. la strega aveva una gobba ad uncino, era orrenda, aveva un solo dente, puzzava di acqua di fogna e spesso faceva anche dei rumori osceni! Non aveva mai incontrato una creatura tanto ripugnante. Perciò si rifiutò di accettare di pagare quel prezzo e condannare l’amico a sobbarcarsi un fardello simile! Gawain, venuto a conoscenza della
    proposta, volle parlare ad Artù per dirgli che nessun sacrificio era troppo grande per salvare la vita del suo re e la tavola rotonda, e che quindi avrebbe accettato di buon grado di sposare la strega. Fu pertanto proclamato il loro matrimonio, e la strega finalmente rispose alla domanda: ciò che una donna vuole veramente è essere padrona della propria vita.

    Tutti concordarono sul fatto che dalla bocca della strega era uscita senz’altro una grande verità e che sicuramente la vita di Artù sarebbe stata risparmiata. Infatti il sovrano del regno vicino risparmiò la vita ad Artù, e gli garantì piena libertà .

    Ma che matrimonio avrebbero avuto Gawain e la strega? Artù si sentiva lacerato fra sollievo ed angoscia, mentre Gawain si comportava come sempre, gentile e cortese. La strega al contrario esibì le peggiori maniere… mangiava con le mani, ruttava e petava, mettendo tutti a disagio.

    La prima notte di nozze era vicina, e Gawain si preparava a trascorrere una nottata orribile, ma alla fine prese il coraggio a due mani ed entrò nella camera da letto e… che razza di vista lo attendeva! Dinnanzi a lui, sdraiata sul talamo nuziale, giaceva semplicemente la più bella donna che avesse mai visto! Gawain rimase allibito, e non appena ritrovò l’uso della parola (il che accadde dopo diversi minuti), chiese alla strega cosa le fosse accaduto.

    La strega rispose che era stato talmente galante con lei quando si trovava nella sua forma repellente che aveva deciso di mostrarglisi nel suo altro aspetto, e che per la metà del tempo sarebbe rimasta così, mentre per l’altra metà sarebbe tornata la vecchiaccia orribile di prima.

    A questo punto la strega chiese a Gawain quale dei due aspetti avrebbe voluto che ella assumesse di giorno, e quale di notte.

    Che scelta crudele! Gawain iniziò a pensare all’alternativa che gli si prospettava: una donna meravigliosa al suo fianco durante il giorno, quando era con i suoi amici, e una stregaccia orripilante la notte? O forse la compagnia della stregaccia di giorno e una fanciulla incantevole di notte con cui dividere i momenti di intimità? Voi cosa avreste fatto? La scelta di Gawain è distante solo un paio di righe…

    ma non leggete, finché non avrete fatto la vostra!

  • 10. samuelesiani  |  21 maggio 2007 alle 18:08

    OT mancato avvistamento amica in leopardato sabato sera.

  • 11. pibua  |  22 maggio 2007 alle 7:51

    OT Com’è andata ieri? Stai preparando un articolo, vero?

    Un bacione 😉

  • 12. danielatuscano  |  23 maggio 2007 alle 7:54

    Per Angelo:

    Sempre sempre? Da una parte tu suggerisci che non è che nell’Occidente “libero” le donne siano poi pienamente libere (io onestamente avrei inserito, nell’elenco dei maschi padroni che negano i più elementari diritti delle donne, anche i dettami della moda, che mi paiono non meno schiavizzanti e, a mio parere, ormai ben più condizionanti, in occidente, delle scomuniche dei preti).

    Mi sembra d’averlo fatto, con l’allusione al “conduttore di show”. Pensavo fosse sufficientemente chiaro che, in lui, identificavo la società dei consumi che vede nella donna un oggetto ecc.

    Però si può davvero pareggiare tutto in questo modo? Credo comunque che se io fossi donna (in realtà, anche uomo), qualunque fosse la mia religione, preferirei vivere a New York che a Kandahar… Una musulmana è più libera nel Bronx o a Manhattan che in Afghanistan, a mio parere.

    Delle volte non è così, Angelo: anzi, il contrario. Si è già letto di musulmane del tutto (o quasi) occidentalizzate nella propria patria e che, una volta giunte qui, sono costrette dai mariti a portare il velo. Per reazione, per mancanza di perdere l’identità, e via discorrendo. Ad ogni modo, non è questo il problema.

    D’altronde, negarlo significherebbe negare “le conquiste del movimento femminista, l’unica rivoluzione riuscita del Novecento”. Se è riuscita, qualche frutto l’avrà portato…

    Non ho scritto da nessuna parte che le donne occidentali stanno peggio o nello stesso modo delle loro sorelle africane e asiatiche. Né ho mai negato i loro maggiori progressi in quest’angolo di mondo. Anzi, sono stata proprio io a ricordarli! Ma perché vuoi farmi dire delle banalità? Il mio non era un excursus ponderato e cattedratico sulle condizioni della donna (al singolare) nel mondo; e non intendevo nemmeno denunciare quanto fossero cattivi i musulmani (tutti quanti, senza distinzione alcuna) con le loro donne. No, io denunciavo un ATTEGGIAMENTO, un’attitudine mentale o, se vuoi, un paesaggio di formazione, presente a vari livelli in TUTTE le società e in TUTTE le culture nei confronti del sesso femminile. A prescindere dal caso specifico, infatti, non esiste NESSUNA civiltà dove le donne siano davvero e totalmente alla pari con gli uomini.

    Poi è lapalissiano che a Roma si sta meglio che a Islamabad (curioso, però, che Pakistan e India abbiano avuto dei capi di governo donne, e l’Italia no), va da sé che esistono uomini buoni, comprensivi, sensibili ecc. ecc., ma a me non interessava rilevare questo. Non nella presente occasione. E’ l’assunto di fondo che non cambia, e rappresenta il vero motivo della mia denuncia – o invettiva, chiamala pure così – . Giusto osservare che siamo prima di tutto persone; ancor più giusto far presente che le persone hanno una loro identità anche di genere, da valorizzare ed esaltare, invece di negarla e combatterla. Finché gli uomini – e, ahimé, molte donne: la cultura in cui siamo immersi è identica – continueranno a essere fondamentalmente convinti che l’unica, vera, totale persona è un individuo di sesso maschile (magari a partire dal dizionario; ricordi quella definizione che fece epoca? “Donna = la femmina dell’uomo. Per il resto, vedi homo), importa poi molto la provenienza geografica?

    Capisco che certi toni possano urtare, persino sembrare ingiusti, ma il grido dell’oppresso è anche così, violento. Una violenza che, però, nasconde un disperato bisogno d’amore. Non la violenza prevaricatrice del potente. Facile schierarsi dalla parte dei poveri – uso il termine nella sua accezione più ampia – solo quando questi ultimi si dimostrano mansueti, ragionevoli, comprensivi, sempre pronti a porgere l’altra guancia con un soave sorriso. Ma non appena si permettono un piccolo sfogo, dettato dall’esasperazione, allora no, allora la loro diventa furia cieca, ingiustificata e ingiustificabile e, nel caso delle donne, ma cosa pretendono, c’hanno pure una festa tutta loro… E vorrei vedere: da questo lato, gli uomini festeggiano alle nostre spalle 364 giorni all’anno.

    A mo’ di paradigma, ti cito due ultimi casi. Ieri si è avuta notizia dell’ennesima minorenne stuprata da coetanei; e una donna è stata aggredita a calci e pugni da italiani perché portava il velo islamico. Piuttosto che niente, si è beccata della terrorista. L’ho detto, è una questione di forma mentis. Gli uomini continuano a considerare le donne diverse e inferiori: e il loro sogno recondito sarebbe quello di spadroneggiare su un branco di oche compiacenti.

    Qui, di nuovo, ti confesso di avere qualche remora a seguirti in pieno.
    Mi spiego. So bene che la possibilità di abortire è anche un diritto di autodeterminazione della vita e tutela della salute della donna. Non ti nego però che fatico a mettere sullo stesso piano battaglie per il pieno riconoscimento dei diritti degli omosessuali (leggi DICO o qualcosa di meglio…), per la piena realizzazione femminile anche in campo lavorativo e politico, per la difesa del divorzio, con quella dell’aborto. Il problema di fondo è che in quest’ultimo caso comunque entra in gioco anche una vita che comunque subisce le scelte altrui, proprio come la donna rischia di subire le scelte dell’uomo.

    E ti blocco… 🙂

    Vedi? Tu dài per scontato che io consideri l’aborto una conquista, e invece non è così. Personalmente, mai abortirei, come del resto la maggior parte delle donne che difendono la 194 (la quale, si badi bene, non è “la legge che permette l’aborto” ma si premura innanzi tutto di proteggere la maternità, come recita l’art. 1; tanto è vero che nello statuto dei Centri di Aiuto alla Vita ci si propone di realizzare proprio detto articolo). Contrariamente a quanto pensano i vertici ecclesiastici e gli antiabortisti – guarda il caso, quasi tutti uomini e, nel caso della Chiesa, la totalità, gerarchica e celibataria -, le donne non si divertono ad abortire. E’ una tragedia per tutte, tragedia che mai supereranno definitivamente, insieme al senso di colpa – pertanto la scomunica latae sententiae a una donna che interrompe la gravidanza, e non al mafioso, è un’ulteriore, odiosa ingiustizia -.

    Ovvio che, di per sé, l’aborto è mostruoso, “abominevole delitto” come sentenziano i vertici vaticani, ma non è tollerabile paragonare chi abortisce a un assassino incallito. Su questo concorderai con me. Pertanto non accetto lezioni da parte di chi, nel corso della storia, non ha mai operato per estirpare questa piaga, considerandoci alla stregua di un volgare contenitore (un antico catechismo raccomandava, in caso di pericolo di vita, di sventrare la donna affinché si potesse almeno battezzare il feto), lasciandoci sole col nostro peccato (si abortiva anche prima, in silenzio, ma, se le poche fortunate potevano contare sul medico compiacente, alle altre restavano le mammane), negandoci l’autodeterminazione e mantenendoci in uno stato di perenne minorità fisica e spirituale. Si sono accorti della sacralità della vita solo quando le donne hanno cominciato a uscire allo scoperto! E adesso si atteggiano a virtuosi perché, ripeto, a loro non tocca.

    Sai cosa recitava uno slogan femminista degli anni ’70? “Se lo facessero gli uomini, l’aborto sarebbe già un sacramento”. Immagino bene che l’espressione ti risulti blasfema; ma è da inserire nel contesto appena sommariamente illustrato. I capi religiosi e i pii difensori dell’astratta Vita si battano per promuovere la dignità delle donne in tutti i campi della società, si adoperino per eliminare il maschilismo delle religioni organizzate, a partire dalla loro, dimostrino concretamente di amare e stimare le donne, e allora anche le loro perorazioni sull’embrione troveranno un uditorio più disponibile (senza pretenderne il totale assenso, si capisce). In caso contrario, stanno ragionando sul nulla.

    Non dico che vada abolita la possibilità legale di abortire. Non ho ricette. Ti confesso soltanto un imbarazzo che non ho ad unirmi a tutte le altre lotte. Solo perché sono uomo? Può darsi. Anche se temo che c’entri un poco il fatto di essere cristiano, ma forse mi sbaglio.Penso proprio che potrò essermi spiegato male, su questo.
    Può anche darsi che ce l’avessi solo con tanti (parlamentari e non) che ipocritamente se la prendono con ciò che non tocca loro, senza sforzarsi di approfondire e capire le ragioni di tutti. In questo caso scusami, sono perfettamente con te.

    E infatti sono convinta che stiamo dicendo (quasi) le stesse cose, solo con linguaggi diversi. Ho cercato di spiegare le ragioni della mia scelta… stilistico-lessicale. 😉

    Forse ho solo la coda di paglia e/o la tua è solo necessaria vis polemica. Eppure siamo proprio sicuri che tutti-tutti gli uomini si sentano autosufficienti e non obbligati a mettersi in dialogo su un piano di parità? Io avrei onestamente i miei dubbi. Ma forse è solo perché sono uomo?

    Ho già risposto a queste domande…

    Sì. Ma ti assicuro che si è sentita Hina almeno una volta qualunque persona non sia stata accolta come persona. Con ciò non voglio negare che lo status delle donne sia nella maggioranza dei casi non paritario con quello degli uomini. Ma voglio suggerire solo che sono anche gli occidentali, e non solo le occidentali, a dover affiancare (alla pari) le donne musulmane nel cammino di consapevolezza.
    Non credo che sia indispensabile essere nella stessa situazione di chi subisce una violenza per comprenderla/o e affiancarsi a lei/lui nell’esigere giustizia. Non sono omosessuale ma sono dispostissimo a lottare con loro perché abbiano i diritti che loro spettano, perché ho imparato a capire quale sofferenza e ingiustizia ci possa essere nella loro situazione, ascoltandoli. Non ho sperimentato mai quella esclusione, ma la posso capire, e posso lottare con loro. Non sarebbe un buon modello anche per i rapporti uomo-donna?

    Certo, d’accordissimo. D’altro canto l’empatia è una caratteristica tipicamente umana e, ancor prima, femminile (ci risiamo…). Non per nulla la prima a occuparsene in modo sistematico è stata Edith Stein (Il problema dell’empatia). La compassione è una virtù somma, da riscoprire ed esaltare nel suo pieno significato, che è condivisione, non pietismo. E’ questo, e non tanto l’intelligenza pura, che ci differenzia dalle bestie.

    Il testo è molto carino e lo approvo.

    Un abbraccio e a presto!

  • 13. ASSU  |  26 maggio 2007 alle 17:24

    Perché gli uomini odiano le donne?

    È proprio da questa domanda che parte la mia riflessione. Io credo che non si tratti di odio ma di una forma malata di amore che, senza tregua, conduce al possesso. Gli uomini non odiano le donne. Gli uomini amano le donne, ma non sanno accettarne un rifiuto. Non sanno accettare di non essere corrisposti in affetto o – più spesso – in passione e attrazione. I fatti di cronaca denotano sempre l’uso della forza, variamente esplicata, che scaturisce in varie tipologie di violenza. Lo stupro è la più plateale dimostrazione di possesso. Sono più forte, ti possiedo. Né lo stupratore si domanda quale inferno potrà scatenare nella donna stuprata giacché questo pensiero non fa parte del pensiero maschile. Perché mai una donna dovrebbe starci male? Cosa sarà mai una scopata? Per il maschio è pur sempre una scopata. Non è una questione di consensi è solo una questione di desiderio e godimento. E una scopata va portata a buon fine: l’orgasmo di lui. Poco importa, nello stupro come in un normalissimo rapporto fra consenzienti, l’orgasmo di lei. Tanto, le donne fingono!
    Non posso pensare che si tratti – oggi – di retaggio culturale, perché di parità si parla da prima ancora che io nascessi, una parità che, biologica come la diversità, si è fisiologicamente espressa ed imposta. Né ritengo che gli uomini non riconoscano alle donne pari diritti e doveri. Ciò che manca è la pari dignità. E la cosa terrificante è che molte donne, abbagliate dalla ricerca di una parità/uguaglianza, dimenticano la pari dignità. La dimenticano al punto di accettare le svilenti ed offensive quote rosa. Cosa c’è di più squallido di esserci per una doverosa percentuale di appartenenza? E si sono talmente chinate a questo squallore che ne hanno ricevuto in cambio l’unica risposta nota al mondo maschile: sono state trombate! Trovo tutto ciò decisamente più offensivo di una velina senza veli perché attraverso il sistema politico si definiscono i ruoli reali della donna, mentre poco m’importa di ciò che fanno le veline. La mia dignità sta nelle mie mutande e non nelle loro. La mia vita di donna, di madre, di professionista… di persona, invece, sta nelle mani della legalissima pornografia politica.

  • 14. gianna  |  30 maggio 2007 alle 9:05

    Family Week

    di Stefania Miretti

    da La Stampa 29/5/2007

    Family Week. Barbara 1 (Parma), strangolata con la cintura dell’accappatoio dal marito Giovanni che le chiedeva i soldi per la droga. Nella e Roberta (L’Aquila e Rieti): uccise entrambe a fucilate da Luigi, convivente della prima e patrigno della seconda, che poi s’è suicidato. Silvana (Roma): accoltellata a morte dalla figlia malata di mente con la quale viveva in faticosa solitudine. Soraya Marcela (Gorgonzola): uccisa a botte dal fidanzato Alvaro, che aveva preso male un tradimento. Signora senza nome, ieri a Belluno, fatta fuori con un’unica coltellata alla gola dal marito Antonio: il solito litigio tra coniugi, purtroppo degenerato. E naturalmente Barbara 2 e Viola, la sua bambina che sarebbe dovuta nascere tra venti giorni (Marsciano): colpo di scena, l’indagato è il marito-padre.

    Colpo di scena? Ferma restando la presunzione d’innocenza del signor Spaccino, in Italia succede un giorno sì e un giorno no: ne uccide più la famiglia che il cancro. Ma questo lo sappiamo. Ciò che colpisce, invece, sono i due riflessi condizionati che ogni volta, in mancanza d’un reo confesso o di un quadro indiziario subito schiacciante, ci spingono a: 1) Descrivere in termini idilliaci la famiglia visitata dalla morte violenta. 2) Rilanciare l’allarme criminalità, logica conseguenza dell’immigrazione selvaggia (una sola volta gli extracomunitari furono chiamati in causa in seconda battuta, perché lì per lì si diede per scontato che ad uccidere fosse stato il marito e padre: ma era il povero Azouz).

    Senza arrivare all’eccesso di organizzare ronde condominiali per vigilare, c’è da pensarci. E c’è da chiedersi: quale delle due reazioni pavloviane è la spia delle nostre angosce più profonde? Di cosa, esattamente, abbiamo sempre più paura? Degli stranieri, dicono i sondaggi. Mah.

  • 15. crisbase  |  2 giugno 2007 alle 7:03

    Il caso del “femminicidio” di Marsciano (Perugia), dove una giovane madre incinta di otto mesi, Barbara Cicioni, è stata ammazzata di botte. Per il suo assassinio è stato arrestato il marito, Roberto Spaccino, incriminato per omicidio e maltrattamenti, che avrebbe accusato la moglie di aspettare un figlio non suo, e siccome il movente sarebbe la gelosia il magistrato ha disposto l’esame del DNA sul feto.

    Esame del DNA per far cosa? s’interroga Gennaro Carotenuto nel sito http://www.gennarocarotenuto.it.

    Per accertare se i timori dell’assassino di avere “le corna” erano sono fondati? E se fosse?

    Sarebbe un’attenuante ai fini processuali? E se fosse un’attenuante allora dovremmo dedurre che la magistratura umbra ha ristabilito il delitto d’onore, abolito con estremo ritardo su tutto il mondo civile appena il 5 agosto 1981, sembra un secolo? Che Spaccino abbia “ragione” o no, la paternità del feto è del tutto irrilevante a fini processuali e quell’esame è l’ultimo insulto a Barbara Cicioni e alla privatezza di lei e perfino della bambina. Questo paese mostra sempre più segni di involuzione. A quando la reintroduzione dell’Art. 559 del Codice Rocco che puniva l’adulterio della moglie, ma non del marito, o quello del “matrimonio riparatore” che nel Codice Zanardelli estingueva la violenza carnale? Quell’esame del DNA, irrilevante processualmente e indegno culturalmente, va fermato. A volte avvengono episodi apparentemente marginali, nei quali una società intera deve rivoltarsi e deve dire basta. Poi potrebbe essere troppo tardi.

  • 16. annasara  |  4 giugno 2007 alle 11:41

    In germania gli uomini mussulmani colpevoli di omicidio o di lesioni gravi nei confronti delle mogli, vengono assolti in quanto secondo la legge mussulmana una donna è consapevole di quanto è permesso dal corano:
    nei giornali di oggi , finalmente si parla di una patologia e non solo di violenza famigliare, ma la patologia viene attribuita alla donna……. …..capisci? ??? solita conclusione. ……… ……è la donna la folle che rimane per i soliti motivi: paura, debolezza, vigliaccheria ecc……..
    buffo vero? annasara

  • 17. Magdy  |  20 luglio 2007 alle 13:53

    Carissime,
    penso che, attualmente, le donne-occidentali non se la passino molto bene….
    Ad esempio, ultima ricerca dell’ EUROSTAT dice esattamente questo: le DONNE A PARITA’ DI MERITO (e studi) in EUROPA guadagnano il 14% in meno (rispetto ai maschi) per ogni mansione lavorativa.

    Sempre secondo l’ EUROSTAT: le donne dedicano in media 16 ore settimanali in più nelle mansioni domestiche (anche quelle che lavorano) mentre i maschi (tutt’ora!!!) sono pressocché assenti in famiglia!
    Per di più: la loro rappresentanza è ridotta (quando va bene) al 25% in tutte le istituzioni.

    Penso anche che, oggi, il nostro peggior nemico sia la NEUTRALITA’…
    Cioè quell’ atteggiamento maschile improntato ad enfatizzare il CONCETTO NEUTRO DI CITTADINANZA e che, in realtà, non tine minimamente conto del CONTESTO “socio-culturale-linguistico” in cui un individuo è costretto a vivere.
    Tutte le democrazie-liberali (improntate sulla NEUTRALITA’) hanno fallito nella missione i creare e produrre EGUAGLIANZA proprio per questo!

    La NEUTRALITA’ cerca di OCCULTARE i conflitti, cerca anche di APPIATTIRE le differenze (sia sociali che biologiche) con il fine di …renderle ancora più insuperabili.

    DONNE ATTENTE a chi parla di NEUTRALITA’ e di INDIVIDUALITA’ (atomistiche! aggiungo io!)

  • 18. PzSniper  |  29 gennaio 2008 alle 4:14

    Basta parlare di Hina come un “simbolo di chissachè battaglia”, VOI non la conoscevate, non sapete nulla di lei e della sua vita privata, non ci avete mai parlato, non l’avete mai sentita ridere e scherzare, oppure visto in suo compagnia un film horror, Nightmare….lasciatela riposare in pace come ora merita, ora libera dall’oppressione dell’islam e arcaiche tradizioni omicide.

    PzSniper – Brescia

  • 19. danielatuscano  |  29 gennaio 2008 alle 7:05

    Vedo che Hina ai maschi dava fastidio da viva e continua a darlo anche da morta. Caro PzSniper, “noi” (noi chi, a proposito?) la consideriamo semmai “persona” e ci battiamo per lei e per qualsiasi altra persona cui si nega l’umanità. Pertanto non c’entra assolutamente nulla la si conoscesse o no, i suoi gusti, le sue passioni ecc. E io infatti non ne ho parlato. Una cosa però è sicura: si trattava di un ESSERE UMANO che voleva vivere in modo liberto e completo, secondo le SUE idee (qualsiasi esse fossero) e le è stato negato. Punto.
    Né c’entra l'”oppressione dell’Islam”, perché in tutte le tradizioni, religiose o anche atee, dove la donna non è considerata tale ma un individuo inferiore, si ricorre a pretesti di vario tipo per sottometterla, violentarla o – nei casi peggiori – eliminarla, com’è accaduto qui. L’ha detto anche l’accusa nel processo che si sta svolgendo contro il padre della sventurata ragazza: “Hina era considerata un oggetto”.
    Capisco che a voi maschi dia fastidio questo nome, vorreste ci si mettesse una bella pietra sopra o magari la si relegasse a un semplice episodio di “barbarie islamica” (e son trascorsi due giorni dalla Gionata della Memoria, vergogna!) così avete la coscienza a posto, vero? E invece no, questo è un delitto CONTRO L’UMANITA’ che coinvolge TUTTA L’UMANITA’ e soprattutto costringe i maschi a interrogarsi sulle loro responsabilità, sul modo in cui veramente e profondamente approcciano le donne. Un bell’esame di coscienza e un po’ più d’umiltà non vi farebbe male, credetemi. Ma siete talmente orgogliosi, e abituati a spadroneggiare, che ve ne guardate bene; umiltà, esame di coscienza, roba da femmine, figurarsi! Testimonianza illuminanti, quelle che mi sono giunte dalla maggior parte di voi; insomma Hina almeno non è morta invano. Uccidendola, un maschio ha voluto ridurla al silenzio; adesso, voi suoi congeneri vorreste mettere a tacere ogni notizia su di lei, affinché se ne perda anche il ricordo e voi continuiate a dettar legge sul corpo altrui, segnatamente femminili. V’illudete. Noi non dimenticheremo Hina. Non la dimenticheremo mai.

  • 20. Neyla  |  30 gennaio 2008 alle 18:32

    Dato che IO conosco PzSniper credo proprio che il tuo commento,Daniela, sia del tutto fuoriluogo(e soprattutto le seguenti frasi: “Vedo che Hina ai maschi dava fastidio da viva e continua a darlo anche da morta” e “Uccidendola, un maschio ha voluto ridurla al silenzio; adesso, voi suoi congeneri vorreste mettere a tacere ogni notizia su di lei, affinché se ne perda anche il ricordo e voi continuiate a dettar legge sul corpo altrui, segnatamente femminili. V’illudete. Noi non dimenticheremo Hina. Non la dimenticheremo mai”) Io , proprio come voi, non la conoscevo , ma capisco come si può sentire chi ha condiviso con lei tante cose, dalle piu’ semplici, come vedere un film, alle piu’ serie . Scrivete che non la dimenticherete mai e io ci credo poco, chi non la dimenticherà mai è chi con lei ha condiviso gioie e dolori non chi ha letto la notizia su un giornale; fa male , fa commuovere(sono io la prima che a leggere gli articoli o a vedere il suo sorriso piango) ma non dite che non la dimenticherete mai e soprattutto non giudicate un commento del tutto veritiero.

  • 21. danielatuscano  |  30 gennaio 2008 alle 18:56

    Innanzi tutto, questo è il mio blog pertanto vorrei sentirmi libera, almeno qui, di manifestare pienamente il mio pensiero. E allora, se permetti (ma anche se non permetti), decido io cosa dire e non dire.

    In secondo luogo, visto che conosci così bene PzSniper, potresti invitarlo a spiegare meglio il suo pensiero, senza bisogno di intermediari. Tertius non datur : cosa significa “commento veritiero”? Un commento non è né veritiero né menzognero; si tratta d’un parere, e come tale opinabile; chi lo condivide, chi no. Ma scrivere “veritiero” (persino col rafforzativo “del tutto”) è un non-senso.

    Libera tu di credere che dimenticheremo Hina. Sai, può succedere, contrariamente a quanto sostieni tu c’è chi dimentica persino gli amici e i parenti più cari (prova ne sono gli ospizi, dove giacciono tantissimi vecchi “dimenticati” dai loro indaffarati figli).

    Io, invece, sono proprio convinta che non la dimenticheremo. Tant’è che non lo stiamo facendo, e ne parliamo ancor oggi, e io stessa, qui e altrove (questo blog ormai è un po’ passato in cavalleria) continuo a tener vivo il suo ricordo. Chiedi un po’ all’Acmid se ha dimenticato Hina. E sai perché? Perché la sua vicenda non è assimilabile a una semplice disgrazia. Hina non è stata una povera ragazza investita da un’auto, o annegata, o anche morta di una crudele malattia. Hina è stata eliminata proprio da quelli che hanno condiviso (o meglio, che avrebbero dovuto condividere) “tante cose, dalle più semplici alle più serie” . E’ stata trucidata perché voleva vivere la sua vita in modo libero e autonomo. E questa è una realtà, non un’ipotesi.

    Naturalmente non si può provare lo stesso dolore di chi le ha voluto davvero bene (penso al fidanzato). Ma questo è un altro discorso. Non stiamo qui a quantificare la sofferenza. Sappiamo che l’unico, vero modo di onorare e ricordare Hina, soprattutto per evitare ce ne siano altre, non è semplicemente commuoversi davanti alla sua fotografia e poi voltare pagina. E’ ricordare, ricordare, ricordare. E lo faremo, vi piaccia o no. Perché, sai, è questo che mi sfugge: perché vi alterate tanto se si parla di lei? Se si vuol tener vivo il suo ricordo, e la sua lezione? Preferireste tacessimo?

  • 22. Neyla  |  30 gennaio 2008 alle 19:15

    Guarda io sinceramente ho letto il tuo blog perchè ho cercato notizie, lui non mi aveva detto nulla. E’ stato un puro caso e mi è dispiaciuta la tua risposta per questo ho risposto! Per quanto riguarda il tacere : assolutamente no.. ma tu stessa ammetterai che tante volte , tante storie che inizialmente hanno toccato il cuore di ognuno di noi, poi sono state dimenticate. Spero che questo non succeda e tu lo confermi. Non sono stata aggressiva con te ho solo voluto esprimere un mio pensiero come fai tu,dato che il blog è tuo! Buona serata

  • 23. PzSniper  |  30 gennaio 2008 alle 19:30

    @Neyla
    Grazie del tuo intervento, ma forse mi sono spiegato male io.

    @Daniela
    Bene, interessante la frase “Naturalmente non si può provare lo stesso dolore di chi le ha voluto davvero bene (penso al fidanzato). Ma questo è un altro discorso. Non stiamo qui a quantificare la sofferenza. Sappiamo che l’unico, vero modo di onorare e ricordare Hina, soprattutto per evitare ce ne siano altre, non è semplicemente commuoversi davanti alla sua fotografia e poi voltare pagina. E’ ricordare, ricordare, ricordare. E lo faremo, vi piaccia o no. Perché, sai, è questo che mi sfugge: perché vi alterate tanto se si parla di lei? Se si vuol tener vivo il suo ricordo, e la sua lezione? Preferireste tacessimo?” beh, visto che non hai letto tra le righe, e pensi a me dia fastidio perchè è musulmana o per maschilismo ti sbagli, bene sai perchè mi dafastidio sentirne parlare inc erti modi? Beh, ti svelo una cosa (come ripeto che nn hai colto) io Hina la conoscevo di persona, e “molto” bene, visto ci siamo frequentati per un bel po’ quindi forse non mi da fastidio che se ne parli, ma che se ne parli come se tutti la conoscessero,e come se ora dovesse essere, a causa della morte, eorina e martire di chissa quale causa… ma che la smettessero anche i media di strumentalizzare e tornassero a parlare di cose serie senza cercare lo scoop o l’audience a tutti i costi, detto questo, ti saluto, non mi intrometterò più sul “tuo” blog.

    Bye

  • 24. danielatuscano  |  30 gennaio 2008 alle 19:59

    @ Neyla: bene, ci siamo chiarite entrambe, e non può che farmi piacere. Ad ogni modo, se vuoi leggere altro su Hina, vai a questo link: https://danielatuscano.wordpress.com/2007/07/02/la-disinformazione-dellinformazione/

    @ PzSniper: che tempismo, tu e Neyla viaggiate proprio all’unisono, voi che vi conoscete a vicenda, tu che conoscevi Hina… che fortuna ho avuto…

    Magnifico, allora, se avessi letto anche tu con maggior attenzione le mie parole, non ho scritto da nessuna parte che fosse un’eroina o una martire o chissà cosa. Ho semplicemente scritto che voleva vivere come le pareva, giusto o sbagliato che fosse, e le è stato negato. Stop.

    Se permetti, mi piace poco la tua insinuazione, quel tuo conoscerla “molto” bene, ma francamente non m’interessa approfondire per i motivi di cui sopra, non faccio del gossip che in questo caso non sarebbe solo di pessimo gusto, ma pure macabro. Consiglio anche a te, caro “amico intimo” di Hina, l’altro articolo segnalato a Neyla, intitolato proprio “La disinformazione dell’informazione”. Che ti confermerà, una volta di più, che la sottoscritta non “strumentalizza” proprio niente.

    Da ultimo, l’invito che rivolgi ai media di “parlare di cose serie ” lascia alquanto sgomenti, da parte di un “amico intimo”. Forse sì, meglio chiudere il discorso.


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