TOGLIERE L’INFAMIA – A 40 anni di distanza, don Milani continua a turbarci

9 giugno 2007 at 6:47 7 commenti

Forse è il tempo per una Lettera “di” una professoressa (a don Milani). Quanto ci manca la sua parola sferzante, puntuta, spartana, scagliata. Freccia di marmo.

Ma, per il momento, almeno questa gliela dobbiamo. Tutti noi, certo. In particolare, però, i suoi confratelli. Quella macchia infamante. Infamante non certo per lui – anche la morte di Cristo è stata, in tal senso, infamante -, ma per chi gliel’ha comminata. Ci riferiamo alla condanna di Esperienze pastorali da parte dell’ex-Sant’Uffizio.

Quel suo libro dal titolo così innocuo aveva mandato su tutte le furie il perbenismo clericale del tempo. E non solo. Talmente abituati a confondere il cristianesimo con un’orrida morale dell’ordine (P. P. Pasolini), i superiori di don Lorenzo avevano accusato il testo di “demoralizzare e sovvertire gli animi”. I poveri non sarebbero mai usciti da una condizione di minorità. Colmare le differenze era impossibile. Meglio, molto meglio dispensar loro briciole di “cristiana rassegnazione”. Inoltre l’Italia, ormai uscita dalla guerra e ripresasi dagli stenti, si avviava alla prosperità. Perché scoraggiarla ancora con chi tira la cinghia, con i nostri numi straccioni e disperati? La gente aveva voglia di sorridere, divertirsi e consumare. Per ragioni simili, Giulio Andreotti, allora ministro dello Spettacolo, condannava il neorealismo.

Don milani con gli allievi durante una lezione all'aperto

Don Lorenzo Milani a Barbiana, tra i suoi ragazzi. Da notare lo sguardo di Franco Gesualdi, alla sua sinistra. La bambina è Graziella Burberi.

Infamante quella condanna, dunque, non per don Lorenzo, ma per la Chiesa ch’egli amava. E per noi. Già nel 1992 Franco Marini, a nome della Cisl, esortò la Congregazione per la Dottrina della Fede a lavare quella macchia. Gli fu risposto – così come si risponde ora – che era ormai inutile, non esistendo più il Sant’Uffizio.

E invece è utilissimo, anzi, indispensabile. Conosciamo bene la valenza simbolica e la portata di un simile gesto. Non è una questione di forma. Un conto è restare “sottintesi”, un conto è parlare a fronte levata. La ragione per cui quella condanna resta, sia pure e solo letterale, e decaduta, non viene ufficialmente e apertamente rimossa, è che don Milani continua a tormentarci, che il suo cristianesimo ferisce e piega, e piaga; perché vero; perché dinamico; perché ti mette con le spalle al muro. Con lui non si bara; non bara il cardinale sessuofobo, non bara il borghese pasciuto, non bara il teocon, ma non bara nemmeno il rivoluzionario da salotto, l’intellettuale spinellato, il pacifista di professione.

Da più parti si invoca il diritto della Chiesa a proclamare “forte e chiara” una parola cristiana definitiva e integrale. Eccone un’occasione. Noi non disperiamo mai, ma che papa Ratzinger colga quest’occasione, ci sembra poco probabile.

Ma non è detto.

Daniela Tuscano (vedi anche: http://www.donlorenzomilani.it/)

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40° ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI DON MILANI

Sabato 9 giugno, ore 16.30 – 19.00
in Corso Matteotti, 14 presso la Corsia dei Servi – Auditorium

Convegno

su don LORENZO MILANI, testimone e maestro del nostro tempo,

Relatori: Alessandro Lanzani e Mariano Mariotto.
Rappresentazione scenica di Lettera a una Professoressa con la regia di Maurizio Maravigna.

****

RAHMATULLAH LIBERO http://www.repubblica.it/speciale/2007/appelli/rahmatullah/index.html

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7 commenti Add your own

  • 1. Gianfranco  |  9 giugno 2007 alle 8:01

    Cara Daniela , sono d’accordo, figurati che io, studente di seminario, ho acquistato Esperienze pastorali appena pubblicato, tramite una libreria cattolicissima di Chieri, gestita direttamente da una congregazione religiosa. La prefazione era quanto mai rassicurante, firmata da un vescovo (Mons. D’Avac), e puoi immaginare la nostra sorpresa quando si seppe che l’opera era stata ritirata dal commercio per ordine del Santo Ufficio. In realtà le copie disponibili andarono a ruba, come capita di solito in questi casi. Questo intervento censorio fu comunque un seme di pensiero critico per noi giovani, e sostanzialmete fece più bene che male.
    Per quanto riguarda il “togliere l’infamia” sono meno ottimista: come hanno chiesto scusa a Galileo possono benissimo farlo con Milani, e probabilmente avvieranno anche una causa di beatificazione, come del resto hanno divinizzato Gesù di Nazaret per imbalsamare il suo messaggio. Farebbero un’operazione di marketing religioso a tutto loro vantaggio, basta vedere come hanno trattato il Concilio e Giovanni XXIII. Nel nome della continuità, continuano a devastare il gregge coprendosi con le pelli delle pecore. Non spenderei energie per fare loro questa cortesia. Dedichiamoci, piuttosto, ad approfondire e vivere nel nostro quotidiano il messaggio di don Milani e quello di Gesù di Nazaret, praticando la più rigorosa obiezione di coscienza alle pratiche idolatriche.
    Ciao, e grazie.

    Rispondi
  • 2. samuelesiani  |  9 giugno 2007 alle 12:10

    La verità spaventava quarant’anni fa come oggi. La parola sincera, quella non nascosta dietro troppi codicilli, ferisce nella sua LUCE, così come PPP feriva (ma la vivevano come un’offesa) la coscienza borghese.
    Grazie per questo ricordo di don Milani.
    Un giorno mi deciderò a leggere la sua/loro “Lettera ad una professoressa”.
    Passa un buon weekend. A prestissimo.

    Rispondi
  • 3. Carmine Miccoli  |  9 giugno 2007 alle 17:45

    …continuo il mio “grazie”, e ti faccio eco sul mio povero diario. A presto!

    C.

    Rispondi
  • 4. DARIANNA  |  10 giugno 2007 alle 10:19

    Domenica 10 Giugno 2007

    X SETTIMANA DEL T.O. – ANNO C – II SETT. DEL SALTERIO

    Lc 9, 11b-17

    Il quel tempo, Gesù prese a parlare alle folle del regno di Dio e a guarire quanti avevan bisogno di cure. Il giorno cominciava a declinare e i Dodici gli si avvicinarono dicendo: «Congeda la folla, perché vada nei villaggi e nelle campagne dintorno per alloggiare e trovar cibo, poiché qui siamo in una zona deserta». Gesù disse loro: «Dategli voi stessi da mangiare». Ma essi risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente». C’erano infatti circa cinquemila uomini. Egli disse ai discepoli: «Fateli sedere per gruppi di cinquanta». Così fecero e li invitarono a sedersi tutti quanti.
    Allora egli prese i cinque pani e i due pesci e, levati gli occhi al
    cielo, li benedisse, li spezzò e li diede ai discepoli perché li
    distribuissero alla folla.
    Tutti mangiarono e si saziarono e delle parti loro avanzate furono portate via dodici ceste.

    ____________ ________

    L’immagine che ci viene prodotta è chiaramente una immagine ricca di richiami ad un simbolo che non è così immediatamente visibile per la nostra cultura e la nostra mentalità, per quanto tutto quanto ci riconduce alla predicazione del Regno di dio, dove la predicazione del Regno è parabola dell’opera di dio, quell’opera che viene richiamata attraverso elementi come i numeri che si rincorrono e che chiamano alla completezza, alla totalità, così come alla sovrabbondanza completa di quella grazia che è fattiva, che sazia nel vero senso della parola. La dimensione della folla che viene raggruppata con il tipico inquadramento militare … insomma, pare che la predicazione del Regno non sia altro che la preparazione ad una lotta che si sviluppa su piani diversi, dove non c’è soppruso, ma la consapevolezza che tutto si regge sulla condivisione, sulla distribuzione di una ricchezza che è data per grazia, che sazia e che richiede solo e sempre la disponibilità ad un servizio che, per quanto assurdo, chiede solo di essere servizio esecutivo della grazia di dio. Non sono di discepoli che comprano il pane, ma sono loro che devono essere disposti a distribuire ciò che la grazia di dio moltiplica in una pienezza di sovrabbondanza alla sua gloria. Amen!

    Rispondi
  • 5. Tony  |  10 giugno 2007 alle 11:10

    Ben detto!

    Rispondi
  • 6. Federica  |  11 giugno 2007 alle 17:13

    Mi unisco, e sempre nell’ interrogativo: ma è possibile che quando si tratta di cose spirituali la Chiesa dimentica di consultare il Vangelo dove c’è scritto che
    Mt 10,27 “Quello che vi dico nelle tenebre ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’ orecchio predicatelo dai tetti”
    Mc 4, 22 ” Non c’ è nulla infatti di nascosto che non debba essere manifestato e nulla di segreto che non debba essere messo in luce”. Ripreso in Lc 12,3
    Gv 3, 20- 21 “Chiunque infatti fa il male, odia la luce e non viene alla luce perché non siano svelate le sue opere. Ma chi opera la verità viene alla luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio.” ??????????

    Ma Lui già lo sapeva che ….Gv “La luce splende nelle tenebre ma le tenebre non l’ hanno accolta”… E le tenebre si infiltrano ovunque…
    Sembra che il Vangelo sia stato redatto solo per gli esercizi spirituali e le diatribe teologiche, ma che poco abbia a che fare con il vissuto e l’applicato. …

    Coraggio fino alla Parusia, che poi tutto passa e finalmente ci sarà solo luce.

    Nel frattempo dobbiamo militare nell’ esercito degli elettricisti spirituali e solo per vocazione non retribuita.. ……… …
    Saluti Federica

    Rispondi
  • 7. danielatuscano  |  14 giugno 2007 alle 11:52

    Certo Gianfranco, un’aureola in più non serve a nulla, se lo scopo è quello di vanificare un uomo sull’altare.

    Tuttavia il gesto avrebbe una forte valenza simbolica: e non credo abbiano il coraggio nemmeno di quello.

    Rispondi

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