Archive for luglio, 2007

PER SEMPRE – La musica salverà il nostro futuro?

Saranno anche solo canzonette, ma senza di esse non si potrebbe vivere. Letteralmente.

Sarà stato un grande business, ma al diavolo i calcoli, il cinismo, il disincantamento. Noi vogliamo il contrario. Vogliamo cantare. Le note sono salite fino al cielo, hanno fatto sognare, sperare, gridare e far l’amore. Si accusano spesso i giovani (e, sempre più, i “vecchi” giovani) di seguire maestri sbagliati, che le vere guide, semmai ce ne fosse bisogno, sono altre: governanti, capi religiosi.

Come possa “guidarci” Bush, penso sia noto a tutti, ormai. A lui interessa solo la guerra (santa). Nel caso specifico del Live Earth la sua posizione, dopo i ripetuti rifiuti degli accordi di Kyoto,  è inequivocabile: riduzione di metà dei gas serra entro il 2050. Si potrebbe definire una pena di morte camuffata da eufemismo; più brutalmente, trattasi di presa per il didietro.

Quanto al Papa stia a cuore la salute del pianeta è altrettanto noto.

Leggo: anche le star devono cambiare abitudini. Ovvietà. Assurdità. Fastidio. Alle “star” non si chiede alcuna coerenza fuori della loro arte. E l’arte è tutto. Il mondo sarebbe stato più povero, più incivile, persino meno buono senza Sergeant Pepper’s, senza Volare, senza Wish you were here. Senza Dylan e De André. E sono solo piccoli esempi.

Perciò, grazie Live Earth. Se sarai servito, non dico a loro, loro non cambiano, ma a noi, a renderci più teneri e solleciti verso questa nostra madre Terra svergognata e depauperata, se hai contribuito a renderci nuovamente radice, a ricordarci che il suono del mondo prosegue anche dopo il nostro contingente e opaco atomo d’universo, avrai regalato, ancora, all’infinito universo una stilla di rugiada. La poesia.

Daniela Tuscano

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Fiaccolata per padre Giancarlo Bossi . Martedì 10 luglio, ore 21, ad Abbiategrasso (Milano). Ritrovo in centro.

ULTIM’ORA. Padre Bossi, liberato dopo un mese di prigionia, vedrà presto il Papa e intende tornare nelle Filippine. Ha dichiarato ai telegiornali: “Il mio rapimento non è imputabile all’Islam. Siamo tutti diversi e tutti uguali, e Dio ci ama allo stesso modo, perché vede in ognuno la propria umanità”. Invece nelle nostre sazie contrade, incapaci di tenerezza, l’odio e il sospetto per il “diverso” sono il pane quotidiano. E l’altro non è visto come un uomo, ma semplicemente come un nemico. Da abbattere.

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8 luglio 2007 at 8:09 13 commenti

LA DISINFORMAZIONE DELL’INFORMAZIONE

Respinte. Le donne dell’Acmid  (Associazione della Comunità Marocchina delle Donne in Italia) non potranno costituirsi parte civile nel processo agli assassini di Hina Saleem (sotto). Così ha decretato il giudice. Ci saranno, in compenso, i parenti (maschi) della ragazza, mentre gli imputati, il padre e i fratelli, hanno chiesto il rito abbreviato, nella speranza, molto concreta, di scapolare l’ergastolo. Un’autorevole esponente dell’Acmid, Dounia Ettaib , è stata aggredita in pieno giorno da un paio di integralisti e si è salvata solo per la sua prontezza di spirito: nonostante si trovasse in un viale affollato, nessun milanese è intervenuto in suo soccorso.

Potrei fermarmi qui, come avrebbe potuto la nostra grande stampa. Ma ha voluto strafare, come del resto sempre accade davanti a omicidi efferati, specie se a sfondo sessuale e con vittime femminili. In questo periodo, invero, ne càpitano parecchi. Assistiamo a una recrudescenza di barbarie verso le donne.

Gli zelanti mass-media ci delucidano, con minuziosa dovizia di particolari (anche inutili, ma via, vogliamo trascurare i poveri lettori sadici? Ché altrimenti ti allestiscono un Sadic Pride per rivendicare i loro sacrosanti diritti…). La loro solerzia si distingue particolarmente nel caso di stupratori extracomunitari, di padri-padroni islamici, di prosseneti romeni. Tutto vero, sia chiaro. Ma che le donne presso certi popoli vengano trattate come pezze da piedi lo sanno anche i poppanti.

Ci si aspetterebbe che, nella “moderna” Italia, le donne godano di diritti, libertà e soprattutto rispetto. Se si osserva la realtà con meno disattenzione, però, si scopre che non va esattamente così. Innanzi tutto, pare esistano anche, e in numero consistente, violentatori nostrani, poco dissimili, per crudeltà ed efferatezza, dai loro corrispettivi stranieri; su di loro, giornali, tv e web si dimostrano già più lacunosi. Ma non basta. Ormai anche a uno psicologo della Scuola Radio Elettra risulta lampante che l’aumento esponenziale di un fenomeno non è imputabile alla psicosi di singoli individui, ma riflette una tendenza, una cultura, una sensibilità radicate nel tessuto sociale.

E dunque. Punto primo: ci rallegra che almeno su “Repubblica” sia comparsa l’intervista ad Abdullah Redouane del Centro islamico culturale d’Italia, il quale, manifestando la sua solidarietà a Dounia, ha rilasciato due dichiarazioni fondamentali: a) il Corano non va interpretato letteralmente ma contestualizzato (cosa che, invero, non fa la maggior parte dei musulmani); b) tragedie come quelle di Hina non sono causate dalla religione, ma dall’ignoranza.

Si trattava, però, di un articolo di spalla. Non corredato da fotografie. Privo di qualsiasi approfondimento. Che, in ultima analisi, poteva anche passare inosservato, mentre a tutta pagina campeggiava la cronaca con l’immagine di un immenso striscione: “Hina vittima dell’Islam”.

Il messaggio è quindi giunto: roba da barbari, da noi non accadrebbe mai, rispediteli al loro paese e non ci si pensi più. (Va da sé che, “nel loro paese”, le donne possono tranquillamente essere martoriate, ognuno è sovrano soprattutto quando a rimetterci sono gli altri – “le” altre -, a noi checcenefrega.)

Punto secondo: anche violenze di italiani su italiane, abbiamo detto. Di norma molto meno strombazzate, abbiamo aggiunto. Diritti, libertà e rispetto, abbiamo invocato. E ora domandiamoci: il nostro sostrato culturale favorisce questi ultimi?

Irak

Corsi interreligiosi per donne all’Università sciita di Najaf, Iraq.

1) A scuola, la maggioranza del corpo docente è di sesso femminile. Anni fa mi capitò di leggere le querimonie di alcuni prof maschi, che si sentivano discriminati. A noi non pensa mai nessuno, piagnucolavano. E poi, significativamente: “Ci fosse la possibilità di far carriera… di guadagnare un po’ di più…”. Naturalmente l'”inchiesta” taceva il fatto che la femminilizzazione dell’insegnamento riguardava solo la scuola dell’obbligo; intendendo, con tale termine, anche i corsi superiori, visto che ormai alle medie non si ferma più nessuno. All’Università, però, la musica cambia: altro che femminilizzazione, lì i docenti sono quasi tutti uomini, per non parlare dei rettori: se non ricordo male, di donne che ricoprono quel prestigioso ruolo ce ne sono soltanto un paio.

Guarda il caso, si tratta degli unici docenti “ricchi”, quelli che “fanno carriera”, che godono della stima della popolazione. Solo la “manovalanza” è femmina; e si capisce perché: da sempre gli uomini hanno snobbato questo tipo di lavoro, perché non considerato abbastanza prestigioso, perché non vellicava il loro smisurato ego, perché lontano anni luce dalla logica aziendalistica e piramidale che permette ai più dritti, o ai più arrivisti, di primeggiare su tutti, a scapito di tutti; perché ritenuto un impiego part-time (per quell’identificazione quantità-qualità); perché gli insegnanti, nell’immaginario comune, sono screditati (molte volte mi son sentita dire che noi “non facciamo niente” ); perché stare con bambini e ragazzi è roba da femmine, anche quando si tratti di femmine con una sensibilità materna non superiore a quella d’una gatta. Insomma, uno sfacelo. Per scegliere una professione tanto ignominiosa. un uomo doveva trovarsi proprio con l’acqua alla gola, a meno che non si trattasse di uno smidollatino, o peggio. Ai veri maschi spetta(va)no compiti ben altrimenti nobili.

E osano pure frignare, proprio come femminucce irresolute! Vogliono più spazio, poverini. E una scuola “manageriale”. Il loro congenere travestito da donna, l’ex ministro Moratti, in tale senso gli aveva dato una grossa mano.

Pubblicità progresso in Francia: “Come spiegarle che sarà meno pagata, perché è una ragazza?”.

2) Ma è poi così vero che nelle scuole, Università escluse, gli uomini sono in minoranza? Proprio no. Numericamente, può darsi; ma il primato maschile – androcentrico – resta ben saldo nei programmi scolastici, nella lingua italiana, nei rapporti fra insegnanti e alunni. La scuola insegna a rispettare, stimare, valorizzare i talenti e la dignità femminili? La risposta è no.

3) L’Acmid non può costituirsi parte civile per decisione di un giudice italiano. In questi anni la Cassazione (composta da barbogi maschi) ha mandato in libertà, o condannato – il verbo muove al riso – a pene lievissime dei brutalizzatori anche di minorenni, anche incestuosi, come nel caso del patrigno della ragazzina sedicenne che s’è visto ridurre la pena in quanto aveva sì abusato della figlia, ma quest’ultima non era più vergine, poiché avviata dalla madre alla prostituzione; com’è avvenuto per l’ormai leggendaria sentenza sui jeans; come temiamo accada per il marito-killer di Barbara Cicioni (in un primo momento, la giustizia popolare aveva già decretato che i colpevoli fossero romeni), il quale malmenava la moglie un giorno sì e l’altro pure, aveva ripetutamente cercato di farla abortire (tanto poi il prete scomunicava lei), ma forse, misero, qualche ragione ce l’aveva, forse la bimba che la “fedifraga” aspettava non era sua… sotto quindi con l’esame del Dna, magari ci scappa l’attenuante dell’onore.

4) Pubblicità e mezzi d’informazione veicolano un’immagine della donna che si credeva sepolta da secoli. Non sarà per moralismo che le nazioni realmente più evolute, dove le donne effettivamente godono di concreti diritti e riescono a occupare importanti cariche a livello lavorativo e di governo, sbeffeggiano quasi quotidianamente la tv italiana per l’esibizione ripetuta di tette, sederi e altre parti intime (femminili) persino nei programmi in cui si spiega come si prepara un babà al rum.

Alessia e Mascia 

Alessia & Mascia, veline in versione lesbo-chic (?) nel fortunato calendario di qualche tempo fa.

Non sarà fortuito se oggi il sogno delle ragazze è diventare veline o cubiste, se gli idoli si chiamano Corona o Moric, se un palazzinaro della tv scosciata si pavoneggia di “metter sotto” le avversarie politiche. Ah, ecco, la politica: l’Italia è il Paese con minor numero di parlamentari donne, a eccezione della Grecia. Ce ne sono di più in India, dove, peraltro, alcune di loro sono riuscite senza tema a diventare capi di Stato. Da noi sarebbe impensabile.

Non ho nominato il Papa, ma a che serve? L’Italia non è un paese cattolico da molto tempo. Cristiano, poi, men che meno. Siamo solo in pieno revival clericale, che, notoriamente, con la religione non c’entra una cicca. Proprio per amor di completezza, vabbè, lo nomino, la gerarchia vaticana è super-misogina ecc. ecc. Ma, davvero, mi sento così démodée a pormi questo problema visto che, per il Pontefice, le donne nemmeno esistono.

4) Dal quadro pur sommariamente tracciato, siamo allora così sicuri che Hina sia solo, o principalmente, vittima dell’Islam? Possibile che non ci venga offerta altra alternativa fra lo sgozzamento o Lele Mora?

Non sarebbe forse più corretto scrivere: “Hina vittima dei maschi”? Ma pretenderlo da un’informazione “maschia” è alquanto velleitario.

Daniela Tuscano  

PER SOSTENERE L’ACMID NEL PROCESSO HINA SALEEM: http://www.acmid-donna.it/perHINA.htm

2 luglio 2007 at 9:04 12 commenti

SESTA GIORNATA DEL DIALOGO CRISTIANO-ISLAMICO – Costruire speranza e convivialità

Dall’associazione Il Dialogo ricevo e pubblico volentieri, anche perché la grande informazione, tanto per cambiare, fa orecchie di mercante. Dedico questo post a Dounia Ettaib  e a padre Giancarlo Bossi .

«Costruire speranza e convivialità»

5 ottobre 2007 ultimo venerdì di Ramadan

Care Amiche, Cari Amici, In vista della sesta giornata ecumenica del dialogo cristiano islamico che quest’anno cade il 5 ottobre prossimo, è opportuno cominciare a riflettere su che cosa è possibile realizzare per fare in modo che quella giornata possa aiutarci a “costruire speranza e convivialità” in un mondo senza più guerre e dove tutti, maschi e femmine, credenti e non credenti, popoli di tutte le etnie e continenti, prendano coscienza del fatto di appartenere alla stessa umanità.

Assisi 1986: lo storico incontro di Giovanni Paolo II coi rappresentanti delle grandi religioni mondiali.

Sentiamo molto pressante la necessità di rilanciare in Italia i temi del dialogo interreligioso, in particolare quello con l’Islam, che vediamo sempre più minacciato e ricacciato indietro, come dimostrano, fra l’altro, anche le vicende giudiziarie che hanno visto coinvolti studiosi e amici del dialogo come i prof. Stefano Allievi,  Renzo Guolo e Paolo Branca. In questi anni si sono moltiplicate le giornate istituzionali di “dialogo”: in realtà i mezzi di comunicazione di massa non cessano di suonare la marcia funebre della guerra e dell’odio fra le nazioni, i popoli, le religioni, le culture diffondendo razzismo  e violenza.La differenza, come sempre, la può fare l’iniziativa dal basso, quella che rompe gli schemi delle persone intruppate nelle rispettive appartenenze, quella che mette a contatto donne e uomini delle varie religioni o senza religione che si incontrano per dire che non ne possono più di odio e di religioni al servizio dei potenti di turno, che spingono i propri aderenti a combattere contro altre donne e uomini di fede diversa.Invitiamo perciò tutte le comunità cristiane e quelle islamiche,  a voler rimettere insieme dal basso tutte quelle forze che negli scorsi anni si sono date da fare per realizzare la giornata del dialogo cristiano islamico. Vi invitiamo a formulare appelli locali costruiti insieme fra cristiani e musulmani, per sollecitare quanti si sono sbandati sotto i colpi dei nemici della pace e stanno pian piano perdendo la speranza. Occorre muoversi prima che sia troppo tardi perché, come tutte le piante, anche quella del dialogo ha bisogno di cure, di concime, di dissodamento del terreno, di potatura dei rami secchi per ridare nuova vita a tutto il tronco. C’è bisogno anche di validi contadini che sappiano fare tutto questo se si vuole raccogliere frutti buoni.Abbiamo bisogno gli uni degli altri per poter lasciare il mondo migliore di come ognuno di noi lo ha trovato.Sollecitiamo le organizzazioni cristiane e musulmane che in questi anni si sono mobilitate per il dialogo a tenere incontri congiunti, magari utilizzando il periodo estivo durante il quale ogni organizzazione da vita a momenti di riposo e riflessione. Che ognuno si sforzi di pensare a cosa poter fare e su quali temi, partendo dalla propria realtà locale, per rimettere in moto il popolo del dialogo. Ci auguriamo che nella prossima Terza Assemblea Ecumenica di Sibiu del 4-9 settembre possa essere avanzata l’idea di una giornata ecumenica di dialogo cristiano islamico a livello europeo.Ci auguriamo che anche quest’anno si possa fare tutt’insieme uno sforzo sulla via del dialogo e della pace.Con un sincero augurio di Shalom, salaam, pace

PER FIRMARE LA PETIZIONE: www.ildialogo.org (sulla destra)

1 luglio 2007 at 21:52 6 commenti


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