ARIDAJE… – Sventata la controriforma editoriale

27 ottobre 2007 at 11:35 11 commenti

Cerchiamo di capirci. Il preclare Ricardo Franco Levi, che solo recentissimamente ho scoperto essere “il braccio destro di Prodi” – e in cotanta ignoranza mi trovo in ottima compagnia, avendolo Beppe Grillo definito “un signor Nessuno eletto da nessuno” – pochi giorni or sono s’era fatto balenare un’idea. Se lo scopo era passare dall’anonimato più totale alla notorietà conclamata, c’è riuscito alla grande, e non importa come; oggi, si sa, la regola valida è una e quella soltanto: far parlare di sé il più possibile. Soltanto in quel modo c’illudiamo d’esser presenti a noi stessi.

Possibile, pertanto, che il parto intellettuale dell’esimio giurista fosse nato da un freudiano complesso d’inferiorità; e i complessi d’inferiorità, com’è noto, esplodono anche e soprattutto con prepotenze, capricci, ripicche da parte di chi ne soffre.

Ordunque. Cos’aveva escogitato Levi, per passare alla storia? Questo: una riforma dell’editoria . Mica una qualunque, però. Una riforma che conteneva un articolo, il n° 7, secondo cui chi svolgeva attività editoriale su Internet, bloggers compresi, doveva iscriversi al Roc (Registro degli Operatori della Comunicazione) con la presentazione di certificati e il pagamento d’un bollo.

Levi ha fatto immediatamente il botto: non è passato un iota che il popolo della rete si è letteralmente sollevato. Ma il prode di Prodi, asciugandosi il sudore dietro il colletto della camicia di seta, non demordeva: “L’articolo non contempla i blog privati, ma solo quelli che si configurano come organi d’informazione”. Tradotto: tranquilli, nessuno v’impedisce di continuare a parlare di Malgioglio, di Paris Hilton e della Gregoraci. Nessuno si opporrà se elencate con dovizia di particolari quante volte trombate al giorno (anche virtualmente). Anzi, vogliamo continuiate a farlo. Anzi, dovete farlo.

Una cosa non dovete fare: pensare. Non è tanto, via. Parafrasando Gaber: con tutte le libertà che avete, volete anche pigliarvi questa? Che egoisti, diamine. Pure un’informazione alternativa, adesso? Ma non pensate ai poveri lavoratori della nostra stampa, delle nostre tv? E poi vi lagnate della disoccupazione… L’informazione è nostra. L’informazione siamo noi. Punto e basta.

Se Ricardo Franco Levi s’imbattesse in un blog come il mio, non avrebbe dubbi. Non parlo delle mie fregnacce. Esprimo ciò che penso. Ergo, testata giornalistica. Ergo, tassa.

Poi è finita come è finita. Contrordine, (ex) compagni. La sollevazione è diventata un uragano, con Beppe Grillo pronto per un nuovo V-Day sull’informazione (vedi sotto). E l’illustre Levi si rimangia tutto. Coi ministri che si rimpallano le responsabilità. Già, è vero, in effetti il testo è ambiguo. Ma non eravate presenti alla sua stesura? Sì, no, forse. C’ero, ma se c’ero dormivo.

A questo punto, la teoria del complesso d’inferiorità non regge più.

Locandina per il V-Day dello scorso 8 settembre. Quello sull’informazione è previsto per il 25 aprile p.v. (www.beppegrillo.meetup.com)

Verrebbe da parlare di schizofrenia. Ma poiché la schizofrenia non è un morbo contagioso, e men che mai endemico e circoscritto a una sola categoria – quella dei politici, nella fattispecie – sorge un sospetto. Che, in barba alla malattia, questi siano sani come pesci e, semplicemente, ci abbiano provato.

Hanno provato a imbavagliarci, ligi a quella logica inquisitoriale e censoria che, da sempre, è l’assillo di ogni potente, specie quando comincia a veder vacillare la sua potenza. Allora è il momento più delicato e terribile. E’ il momento della verità. Quando il re è nudo, e il Leviatano si mostra nella sua essenza: un bruto irragionevole, spietato, sanguinario.

Li abbiamo fermati. Stavolta. Occhi aperti, comunque. Torneranno. Noi siamo qui. E vi abbiamo avvertiti: non ci avrete.

Daniela Tuscano

POST SCRIPTUM. Visto che lor signori si dimostrano tanto zelanti sulle regole, ci vorrebbero spiegare perché mai ritengono dannosi quattro blogger, mentre si sono dimostrati del tutto imbelli al momento d’elaborare uno straccio di legge sul conflitto d’interessi?… 😡

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Entry filed under: il punto caldo, Italia, Europa, mondo, Politica-Mente, semi di speranza, Uguali&Diversi, voci dal sottosuolo.

LADRI DI STAGIONI POLVERE, SALE

11 commenti Add your own

  • 1. Lucia Sechi  |  27 ottobre 2007 alle 12:58

    Ciao,
    una mail interessante sul tentativo di controllare (ancora di + l’informazione. ..)
    Lucia

    La legge Levi-Prodi e la fine della Rete

    Ricardo Franco Levi, braccio destro di Prodi , sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, ha scritto un testo per tappare la bocca a Internet. Il disegno di legge è stato approvato in Consiglio dei ministri il 12 ottobre. Nessun ministro si è dissociato. Sul bavaglio all’informazione sotto sotto questi sono tutti d’accordo.

    La legge Levi-Prodi prevede che chiunque abbia un blog o un sito debba registrarlo al ROC, un registro dell’Autorità delle Comunicazioni, produrre dei certificati, pagare un bollo, anche se fa informazione senza fini di lucro. I blog nascono ogni secondo, chiunque può aprirne uno senza problemi e scrivere i suoi pensieri, pubblicare foto e video. L’iter proposto da Levi limita, di fatto, l’accesso alla Rete.Quale ragazzo si sottoporrebbe a questo iter per creare un blog?

    La legge Levi-Prodi obbliga chiunque abbia un sito o un blog a dotarsi di una società editrice e ad avere un giornalista iscritto all’albo come direttore responsabile . Il 99% chiuderebbe. Il fortunato 1% della Rete rimasto in vita, per la legge Levi-Prodi, risponderebbe in caso di reato di omesso controllo su contenuti diffamatori ai sensi degli articoli 57 e 57 bis del codice penale . In pratica galera quasi sicura.

    Il disegno di legge Levi-Prodi deve essere approvato dal Parlamento. Levi interrogato su che fine farà il blog di Beppe Grillo risponde da perfetto paraculo prodiano: “Non spetta al governo stabilirlo. Sarà l’Autorità per le Comunicazioni a indicare, con un suo regolamento, quali soggetti e quali imprese siano tenute alla registrazione. E il regolamento arriverà solo dopo che la legge sarà discussa e approvata dalle Camere”.

    Prodi e Levi si riparano dietro a Parlamento e Autorità per le Comunicazioni, ma sono loro, e i ministri presenti al Consiglio dei ministri, i responsabili. Se passa la legge sarà la fine della Rete in Italia. Il mio blog non chiuderà, se sarò costretto mi trasferirò armi, bagagli e server in uno Stato democratico.

    Ps: Chi volesse esprimere la sua opinione a Ricardo Franco Levi può inviargli una mail a : levi_r@camera.it

    http://www.beppegrillo.it/2007/10/la_legge_levipr.html

    Rispondi
  • 2. Carlo  |  27 ottobre 2007 alle 20:56

    Ciao, al link indicato c’è un breve video con un paio di “domandine” che Andrea Maggi (in veste di grillino) ha fatto al ministro Gentiloni.

    Carlo
    ———— —–

    http://www.youtube.com/watch?v=-5HRABg9cFM

    Rispondi
  • 3. tiz  |  27 ottobre 2007 alle 22:13

    Mi viene da piangere, mi viene..
    andate a firmare la petizione online all’indirizzo

    http://www.petitiononline.com/nolegglp/petition.html

    Buona giornata, Tiz

    Rispondi
  • 4. Davide  |  27 ottobre 2007 alle 23:40

    La notizia è arrivata persino a Praga, potete immaginarvi i
    commenti…pare che inoltre persino Rifondazione avesse votato questa legge!

    Rispondi
  • 5. Carlo  |  28 ottobre 2007 alle 12:10

    Ok Daniela.
    Sono d’accordo con te sul fatto che non è stato per niente uno sbaglio e che ci hanno provato.

    Carlo

    Rispondi
  • 6. roberto  |  29 ottobre 2007 alle 21:03

    che bastardi…non ho parole… e questo sarebbe un governo di sinistra…maledetti

    Rispondi
  • 7. Davide Cervi  |  29 ottobre 2007 alle 22:05

    Sappiamo che la carta stampata non è libera ma una testimonianza diretta e così circostanziata fa sempre un certo effetto.
    Ciao Davide.

    http://www.zmag.org/Italy/znews.htm

    La Repubblica delle marchette, Chi e come della
    pubblicità occulta
    2007-10-24T21: 47:13-07: 00

    (n.d.) Italia – Paolo Bianchi e Sabrina Giannini hanno
    scritto un interessante libro, eccone alcuni stralci:

    Silvana, caposervizio di un mensile femminile, è
    nell’esiguo gruppo di coloro che non accettano la
    cosa. La vivono con disagio. Sostiene di sentirsi una
    mosca bianca.

    «Durante le riunioni di redazione è stato detto di non
    scrivere o di scrivere un redazionale?» Non si fanno
    molte riunioni. Le comunicazioni sono personali, tra
    il redattore e il caporedattore e chi si deve occupare
    delle interviste. Si sa che a un certo numero di
    pagine di pubblicità deve corrispondere un adeguato
    numero di redazionali.

    «Puoi spiegarci meglio questo meccanismo?» I servizi
    di moda devono essere preparati tenendo conto del
    numero di pagine di pubblicità acquistate dallo
    stilista. Ci sono degli elenchi, che provengono dal
    marketing, nei quali si specifica quali sono gli
    impegni presi con gli inserzionisti. Questo non vale
    solo per la moda ma anche per la cosmesi, cioè il
    settore bellezza.

    «Vuoi dire che a un certo numero di pagine di
    pubblicità deve corrispondere un prefissato numero di
    pagine di redazionali?» Sì, alle pagine di pubblicità
    deve corrispondere un numero di pagine che parlino di
    quei prodotti.

    «E non di altri?» Certo, non di altri. Così, comunque,
    ti resta poco spazio per scrivere di altri. Una
    collega che lavorava al settore moda mi diceva che la
    libertà di scelta era intorno al dieci per cento. Era
    l’unica che me ne parlava, in genere le colleghe della
    moda sono molto riservate. Queste cose non si
    dovrebbero sapere in giro. Chi ne parla rischia.

    «È per la stessa ragione che non vuoi che si dica il
    tuo nome?» Certo, perché si rischia il licenziamento
    per giusta causa. In fondo si va contro gli interessi
    del datore di lavoro. Anni fa avevo scritto un
    articolo su un foglio di controinformazione che girava
    per la mia casa editrice. Non è mai uscito perché
    qualcuno avrebbe dovuto firmare come direttore
    responsabile e nessuno se la sentiva di rischiare.
    Quello che so è che l’ufficio marketing/pubblicità
    controlla molto attentamente quello che viene
    pubblicato e so per certo che il settore bellezza
    riceve delle proteste quando lo spazio per i prodotti
    degli inserzionisti non è come dovrebbe essere oppure
    se non è stato dato abbastanza rilievo a un certo
    prodotto.

    «L’ufficio marketing entra anche nel merito degli
    articoli?» Chiamiamoli articoli… Basta guardare i
    settori della cosmesi e uno si rende conto da solo.

    «Questa riunione di cui parlavi in quale periodo si
    colloca?» Fine anni ottanta… All’inizio degli anni
    ottanta c’è stata un’esplosione di queste cose.
    Diverse case editrici si vendevano per queste cose,
    era noto. Nessuno voleva perdere gli inserzionisti.
    Negli anni’80 l’usanza della marchetta è dilagata. Lo
    facevano tutti e veniva detto che bisognava
    omologarsi.

    «A te è stato chiesto di fare una marchetta?» Sì, ma
    non in modo chiaro. Al punto che non lo avevo capito.
    Il direttore mi aveva chiesto di scrivere dello
    zucchero. Era il periodo in cui si faceva pubblicità
    affermando che “il cervello ha bisogno di zucchero”.
    Io avevo intervistato degli specialisti. Sulla base
    delle loro affermazioni scrissi che il nostro cervello
    ha bisogno di zucchero, è vero, ma questo non vuole
    dire che devi mangiare zucchero (saccarosio) perché il
    corpo lo ricava già dagli alimenti. Il direttore mi
    disse che il mio pezzo non era abbastanza a favore
    dello zucchero. Io le replicai: “Cosa intendi?” “Che
    lo hanno chiesto loro!“ Le risposi che certe cose mi
    rifiutavo di farle e di non chiedermelo più. Dopo
    quella volta mi è arrivato un elenco dall’ufficio
    pubblicità: prodotti “ su cui era urgente fare
    interventi di tipo redazionale“. Era un elenco lungo.
    Io andai dal direttore e le dissi: “Io le marchette
    non le farò mai“. E cestinai l’elenco. Lei non
    obbiettò e non mi chiese più di fare marchette. I
    direttori che la seguirono non mi chiesero mai di fare
    marchette perché io lo dicevo subito e poi si sapeva
    in giro. A un certo punto ho assunto una linea molto
    rigida: non accettavo più regali, li rimandavo
    indietro. Non facevo più viaggi regalati,
    sponsorizzati o pagati da qualcuno. Tenete conto che
    un giornale di moda come quello per il quale lavoravo
    non aveva molto bisogno del mio settore perché
    vivevano soprattutto su moda e bellezza.

    «Altre tue colleghe si comportano così rigidamente,
    rifiutando regali e viaggi?» Guardando nella casa
    editrice…penso che ce ne siano alcune che scrivono
    argomenti del mio settore e cercano di barcamenarsi.
    Parlo di quelle oneste, poi ci sono quelle meno
    oneste…Ci sono direttori che sulle richieste più
    oscene dell’ufficio pubblicità puntano i piedi.
    Qualcuna c’è…

    «Adesso che ci sono questi integratori dietetici, ti è
    mai stato chiesto di parlarne?» Ho proposto di
    scriverne con senso critico. E passava. Purchè non
    uscissero le marche. Con le marche non passerebbe.
    Quando scrissi l’inchiesta sul lavoro minorile citai
    alcune marche e mi fu chiesto di toglierle. Io dissi
    che allora avrei tolto la firma e il compromesso lo
    trovammo facendo citare le aziende da una persona
    intervistata. Puntai i piedi, e passò. Poi ci fu un
    casino per il pezzo sulle merende. Il caporedattore mi
    disse che avremmo avuto dei problemi. Si parlava dei
    grassi saturi non evidenziati in etichetta. Era un
    pezzo interessante che metteva a confronto le
    merendine in commercio con quelle casalinghe, e si
    parlava della qualità diversa dei grassi. Un’azienda
    di cui si parlava ne usciva male…con le sue patatine
    piene di olio di palma. Veniva detta la verità e
    basta. Il direttore disse che in fondo non erano
    quelli i nostri inserzionisti. L’azienda invece chiamò
    il direttore pubblicità, che diede una lavata di capo
    al mio direttore. Quando tornai in redazione mi
    dissero che era succeso un casino con il mio pezzo e
    che l’ufficio pubblicità aveva detto di smetterla di
    fare certi articoli perché “noi non siamo
    Altroconsumo” . Ecco, questo era il ritornello “noi non
    siamo Altroconsumo” .

    «Che vuol dire “Non siamo dalla parte dei
    consumatori?”» Proprio così. Poi il direttore mi parlò
    della contrarietà dell’azienda produttrice di patatine
    citata. Disse: “Non faremo più pezzi sul consumo”. Da
    allora in poi tutte le proposte che feci nel settore
    consumo vennero cassate.

    «Quello non era un prodotto che veniva pubblicizzato
    dal vostro periodico, allora perché…» Appunto. Ma un
    grande gruppo che non è inserzionista potrebbe sempre
    diventarlo, oppure fa pubblicità in altri periodici
    della casa editrice. Per esempio: qualche anno fa
    scrissi un servizio sulla questione degli
    antiretrovirali che servono a trattare i
    siero-positivi. Dopo due mesi il direttore mi disse:
    ”Non scriveremo mai più articoli sui farmaci, anche se
    non abbiamo come inserzionisti le aziende
    farmaceutiche. Sono comunque inserzionisti del gruppo,
    o lo potrebbero essere, e molto spesso i farmaceutici
    hanno anche la parte della cosmesi…” in altre parole,
    non possiamo attaccare le grandi aziende. Ovviamente
    anche in quell’occasione dissi che non ero d’accordo.
    La cosa interessante è che l’ufficio pubblicità tende
    a dare la linea al giornale. Nel senso che tende a
    dire quale deve essere la filosofia del periodico. I
    femminili, per esempio, non devono essere inquietanti.
    Devono rassicurare. I direttori tendono a fare
    intendere che sia una loro linea, ma quando vedi che
    cambiano i direttori e le filosofie restano, capisci
    che l’intenzione viene dall’alto. Un solo direttore
    diceva chiaramente: “Mi hanno detto che…”. È scontato
    che l’ufficio pubblicità sovrasti i direttori.

    «Hai un episodio da raccontarmi nel quale si evidenzia
    questa influenza dei grandi investitori?» Feci un
    servizio sulle acque minerali in cui dissi alla mia
    collaboratrice di fare un piccolo box sulle acque del
    rubinetto imbottigliate che vengono commercializzate e
    possono essere confuse con le acque di sorgente. Il
    caporedattore si oppose, nonostante non ci fossero
    marche. Ma si trovò d’accordo con la mia
    controproposta di parlarne nell’articolo. E così fu:
    se ne parlò nel servizio dicendo che esistono acque di
    rubinetto (microfiltrate, eccetera) che vengono
    vendute al prezzo delle minerali. Citai anche le
    marche tra parentesi. Il caporedattore mi disse subito
    di togliere le marche. Così fu. Uscito l’articolo il
    caporedattore mi disse che un’azienda che produce
    acqua microfiltrata di rubinetto avevano chiamato il
    direttore dell’ufficio pubblicità e gli avevano “fatto
    il culo” a causa di quel servizio e aggiunse: “avremmo
    dovuto stare più attenti”. Le dissi di parlare per sé.
    Quello era un problema suo. Poi la nota azienda che
    produce acqua microfiltrata di rubinetto non era stata
    neppure nominata. Dissero che non gli piaceva il tono
    con il quale si parlava dell’acqua microfiltrata.
    Avremmo dovuto parlarne in termini non negativi.
    Incredibile. “Sai, qui il prodotto è stato poco
    valorizzato”, disse.

    «Sembrerebbe un meccanismo ricattatorio da parte di
    alcune aziende». Un meccanismo arrogante, direi.
    Dipende dagli uffici pubblicità delle aziende. Questa
    arroganza viene poi riversata sui direttori. In un
    altro servizio parlammo degli integratori per
    dimagrire. Feci intervistare quattro esperti del
    settore nutrizione e dietetica. Erano i migliori e
    attacarono violentemente gli integratori,
    ridimensionando molto la loro tanto pubblicizzata
    efficacia e dicendo che servivano solo a ch li
    produceva. Consegnai il servizio al caporedattore e
    partii per le vacanze. Di ritorno dalle vacanze lessi
    l’articolo, quando il numero era già stato chiuso in
    tipografia. Era stato stravolto il senso: degli
    integratori per dimagrire non si parlava né bene né
    male, era un pastrocchio inutile, e i quattro esperti
    finirono tutti in fondo al servizio in una generica
    definizione comune di “consulenti“. Vennero tolte le
    loro dichiarazioni virgolettate e quindi, leggendo il
    servizio, si poteva pensare che l’articolo fosse stato
    ispirato dagli esperti.

    «In base a ciò che dici pare che tu sia una delle
    poche che dichiara apertamente il suo dissenso…» Sì,
    così apertamente siamo in pochi. Pochissimi.

    «Tu, pur rispettando l’etica professionale, non vieni
    licenziata. Perché i tuoi colleghi non dovrebbero fare
    quello che fai tu, visto che di rischi non ce ne
    sono?» Non è un comportamento diffuso perché ormai è
    passata l’idea che questa sia la norma. È una
    situazione curiosa: di certe cose non si parla
    all’interno delle aziende, tanto meno fuori. È come se
    ci fosse la consapevolezza che qualcosa di storto ci
    sia, in questo comportamento, ma, al tempo stesso,
    tutti lo mantengono inalterato. E quello che fanno
    tutti diventa la norma. Per esempio, parlando con una
    collega che si occupa di cosmesi, lei dice chiaro e
    tondo che, anche se non ci fossero le marchette per i
    prodotti, lei dovrebbe comunque parlarne. E che gli
    inserzionisti del suo periodico sono anche i migliori
    produttori del mercato, quindi… Eppure vi posso dire
    che per un giornale femminile ci sono argomenti tabù:
    per esempio un’inchiesta sulle malefatte di aziende
    note nell’ambito del settore tessile (per esempio
    sullo sfruttamento del lavoro minorile). Oppure è
    quasi impossibile trovare un articolo che parli della
    vivisezione usata per testare le sostanze contenute
    nei cosmetici. Ancora meno probabile è che compaia un
    servizio sulla reale efficacia dei prodotti
    anticellulite, che è noto essere praticamente nulla.
    Anche solo nominare questi argomenti è come
    bestemmiare.

    «Perché nei giornalisti non è scattato fin da subito
    qualcosa che tutelasse la loro dignità professionale?»
    Perché il sindacato si è limitato a giudicare alcuni
    casi ma non ha mai denunciato la diffusione della
    marchetta come una malattia del sistema.

    «Allora la contropartita per un giornalista qual è?»
    C’è un andazzo generale per cui comunque ti viene
    regalato il viaggio, il cosiddetto viaggio “merenda”.
    Si passa da un giorno a Parigi e visita della città by
    night alla settimana alle Maldive; il primo giorno
    viene fatta la presentazione del prodotto, il resto è
    vacanza. Questa è la prassi. E poi c’è il regalo di
    Natale. Sono io la strana, lì dentro, che li rimando
    indietro. Si guardano l’un l’altro per vedere i regali
    ricevuti. C’è una consuetudine in questo senso. È una
    cosa gradita, accettata e poi dicono: “tanto non sono
    mica obbligata a fare qualcosa in cambio“. In effetti
    succede che magari di quel prodotto non parlino.
    Comunque i regali grossi arrivano a casa. Il boom dei
    regali fu negli anni ottanta. Grandi regali ai
    direttori…Soprattutt o quelli dei periodici della moda.
    Oggi si vedono ancora arrivare in redazione abiti
    firmati. Regali anche da centinaia di euro. Comunque
    dipende dai direttori. Ricordo un direttore che non ci
    teneva affatto, un altro invece faceva chiamare dalla
    segretaria…

    «Per chiedere che cosa?» Telefonate del tipo: “il
    direttore vorrebbe sapere quanto costa quel bellissimo
    servizio di porcellana”. Non era un modo di chiederlo
    in regalo, però… arrivava a casa quasi sicuramente.
    Non è detto che poi se ne parlasse sul giornale, sia
    chiaro. O che l’azienda che lo aveva donato lo
    pretendesse. Ma era un modo per mantenere buoni
    rapporti con i redattori dei settori strategici.

    «È possibile che si facciano servizi per alimentare il
    bisogno di certi prodotti che vengono pubblicizzati
    nel periodico?» Sì. Vengono fatti anche gli speciali,
    o i supplementi, spesso per ragioni pubblicitarie.

    «Quindi il redattore sa fin da subito che deve parlare
    bene di quel prodotto, ovvero senza particolare
    spirito critico?» Certo. I primi tempi lo dicevo ai
    colleghi: “Sentite, noi possiamo anche rifiutarci. E
    poi ci sono vari sistemi di “ribellione”: si può
    togliere la firma, si può migrare in un altro
    periodico…”. Non raccolsi molti consensi. Ormai tutti
    i giornalisti sanno che la maggior parte delle entrate
    viene dalla pubblicità e che se un periodico non ha
    molta pubblicità non è sano. “Due Più” venne chiuso,
    nonostante fosse in attivo e vendesse ancora 170mila
    copie. Ma non aveva molta pubblicità. E leggendo i
    suoi contenuti si può capire perché. I miei colleghi
    sanno che almeno il settanta per cento delle entrate
    viene dalla pubblicità e che un periodico nasce
    facendo le indagini di mercato sugli inserzionisti e
    non sui lettori. Sanno anche che se ci sono tanti
    inserzionisti il giornale non muore. E che hanno più
    premi di produzione. E quindi c’è soltanto interesse
    nei confronti della pubblicità. Questo non succede nei
    periodici popolari, quelli che vivono sulle vendite.

    «Non pensi che ci sia una sorta di rimozione
    collettiva, o di mortificazione repressa?» Sì, c’è
    rassegnazione. Ci sono buoni giornalisti che ne sono
    consapevoli, e magari scrivono in settori meno
    condizionati dalla pubblicità.

    «Ma non viene mai rilevato il fatto che le vendite
    invece calano, che i lettori si stanno
    disaffezionando?» In una delle poche riunioni che
    facevamo, sottolineai il fatto che c’era un netto
    contrasto tra gli interessi dei lettori e quelli degli
    inserzionisti e che, comunque, venivano fatti
    prevalere gli interessi degli inserzionisti. Questa
    cosa, dissi, prima o poi sarebbe esplosa. I lettori se
    ne sarebbero accorti. A questo tipo di discorsi
    alzavano tutti le spalle come a dire: “Cosa possiamo
    farci?” A volte mi dicevano che io andavo contro i
    mulini a vento.

    «E dove? In un quotidiano?» Mah, a dire il vero credo
    che anche nei quotidiani il peso della pubblicità si
    faccia sentire. Un paio di anni fa uscì la notizia che
    anche nei quotidiani la maggior parte delle entrate
    proveniva dalla pubblicità. L’articolo aveva un tono
    di euforia, anzi di entusiasmo nell’enunciare il
    sorpasso delle entrate per pubblicità sulle entrate
    per le vendite. Dalla mia esperienza credo che non ci
    fosse una buona ragione per esserne tanto felici.

    Davide 347 0540 209.
    Ci trovi anche presso il centro umanista “Centro delle Culture” in via delle Vigne 8r, in Genova.
    Se credi nel cambiamento e pensi che ogni trasformazione sociale parta dalla singola persona chiamaci, insieme è possibile.
    I pensieri attraggono azioni.
    http://www.umanisti.it.

    Rispondi
  • 8. Fabio  |  30 ottobre 2007 alle 10:09

    In questi giorni per fortuna è finito l’incubo sulla riforma dell’editoria. oramai la maggior parte dei giovani ha un blog personale e lo usa come se fosse un diario. Molte volte noi scriviamo le sensazioni che proviamo, magari qualcosa che non riusciamo a dire a voce.
    Attraverso i blog possiamo conoscere gente nuova che magari la pensa come noi su determinati argomenti, però se ci tolgono questa possibilità come facciamo a confrontarci con altra gente?

    Rispondi
  • 9. alessandro  |  31 ottobre 2007 alle 19:45

    Hanno insabbiato pure l’inchiesta sul G8… di male in peggio

    http://it.notizie.yahoo.com/asca/20071030/tpl-g8-ferrero-gravissima-decisione-came-1204c2b_1.html

    Rispondi
  • 10. danielatuscano  |  1 novembre 2007 alle 9:47

    Già, ma hai letto? Ferrero s’è incazzato, brrr che paura… VFFNCL (codice fiscale)

    Rispondi
  • 11. Mario Pisciotta  |  7 dicembre 2007 alle 19:41

    Visto che hai gia’ letto come la penso su questo disegno di legge su scrivi.com, e sembra che siamo abbastanza in sintonia, ti rispondo all’ultima parola di questo scritto:il conflitto d’interessi. Io da un po’ ho l’impressione che invece di risolvere tale conflitto d’interessi lo st4sso sia stato barattato con un altro conflitto d’interssi: quello della gestione del TFR dei lavoratori da parte dei sindacati.In quale altro paese del mondo chi difende i lavoratori ne gestisce i soldi? In quale altro paese puo’ esistere un meccanismo tanto perverso come quello del silenzio-assenso, per cui chi e’ stato zitto (anche magari per ignoranza del problema) ha visto confluire il suo TFR, in modo IRREVOCABILE, nei fondi di categoria?Secondo fonti attendibili il 40 per cento dei lavoratori del settore privato ha fatto confluire il suo TFR in questi fondi, una cifra enorme:secondo i miei calcoli non meno di 8 miliardi di euro l’anno. Se vuoi approfondire ho postato tempo fa un lungo e dettagliato articolo su scrivi.com in Aricoli Informazione. Saluti.

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