Archive for dicembre, 2007

PIZLAND – L’OroscoPizza Perpetuo!

Diciamolo francamente: li leggiamo tutti, sempre, ma non c’azzeccano mai. Mi riferisco ai vaticini, letture astrologiche, previsioni cosmiche, aruspici, insomma agli oroscopi dell’anno nuovo. In questo periodo impazzano i vari Starman-Maga Maghella-ZipZap con le loro stralunate capacità divinatorie (chessò, fine di tutte le guerre, Bush in esilio su Marte, scudetto all’Audax Bresso). Laughing In fondo, finché si attengono alle panzane in senso stretto, sono anche divertenti (eppure ricordo che anni fa una rivista “specializzata” annunciava a tutta pagina: “1992, sconfitto l’Aids”. Da sedia elettrica). Mad Io comunque vado sul sicuro e vi offro un OroscoPizza che almeno ha il pregio di poter essere riciclato ogni anno senza tema. Oh, lo so, mancano dei gusti fondamentali (pizza alla napoletana, secondo me sublime, alla siciliana, capricciosa…) mentre hanno strizzato fin troppo l’occhio a quella che in passato veniva definita “nouvelle cuisine” – ‘na ciofeca, la pizza al philadelphia se la mangino loro! puke_l – ma questo ho trovato, e questo vi regalo. Domattina parto per la montagna, torno all’Epifania, o con la Befana (no, non sono io, cattivelli…). pottytrain1 Quindi vi saluto tutti adesso. Ciauz – forse con un nuovo blog? – e non strafogatevi…

D. T.

Ariete: Segno di Terra e d’azione, governato da Marte, il focoso Ariete sprizza entusiasmo ed energia da tutti i pori. Combattente innato, per l’audacia a volte avventata che manifesta merita una caldissima Pizza con salame piccante, magari con aggiunta di polvere di peperoncino. 

Toro: Attenti, riflessivi, oculati, per il nostro tranquillo e un po’ pigrotto Toro ci vuole una bella Pizza con panna e prosciutto crudo, un connubio di gusti sani e semplici, come questo segno di Terra, sinonimo di stabilità. 

Gemelli: Il loro elemento è l’aria, hanno una grande capacità di adattamento e sono di agile intelligenza. Niente è più indicato di una Quattro stagioni variegata e fantasiosa, che ben si concilia con la loro creatività e comunicativa. 

Cancro: Per il sensibile Cancro ci vuole una pizza ricca di ingredienti teneri e burrosi. Consigliamo una Pizza stracchino e philadelphia, un’accoppiata di sapori profondi e delicati, ideali per la grande immaginazione dei nostri trasognanti Cancerini. Leone: Il segno è governato dal Sole. I Leoni hanno grande capacità di dominare e padroneggiare, supremazia, ottimismo e senso di ammirazione non gli mancano. Vogliono tutto e allora Pizza mari e monti. Più di così… 

Vergine: Segno di Terra famoso per la precisione e l’ordine. I Verginelli possiedono una mente logica e organizzativa, pochi semplici concetti ma ben chiari e saldi, come la Pizza alla romana: pochi semplici ingredienti ma intensi e saporiti.

Bilancia: Equilibrio, armonia, gentilezza sono i segni distintivi della Bilancia, un segno d’aria cui calzano a pennello le caratteristiche della pizza più famosa: la Margherita, una pizza gentile e armoniosa nella sua equilibrata semplicità. [E’ la mejo… è la mia!!!Wink Razz love1 ]
 

Scorpione: Il suo elemento è l’acqua, governato da Plutone, simbolo di distruzione e rigenerazione, istintivo e impetuoso, decisamente estremista. Consigliamo una Pizza salsiccia e cipolla, ricca di calcarea sulphurica, il sale omeopatico dei nostri Scorpioncini. 

Sagittario: L’elemento fuoco domina il segno. La loro curiosità, il loro spumeggiante ottimismo, i loro inarrivabili slanci sono degni di una croccante Pizza alla marinara guarnita con insalata di mare, calamaretti, cozze e vongole. 

Capricorno: Il Capricorno è segno della tenace e lucida volontà, dell’ambizione concentrata in un unico scopo. Logica, raziocinio e sangue freddo contraddistinguono i nativi del segno. Per loro Pizza fumée, un gusto intenso che soddisfa il loro tenace senso del dovere. 

Acquario: Eccentrici e indipendenti, vogliono libertà d’azione. Si sa, i nostri cari Acquari sono grandi idealisti, anche se un tantino indisciplinati. Per loro la pizza giusta è la 4 formaggi, che offre un connubio di sapori adatto alla loro personalità eclettica e originale. 

Pesci: E’ il segno della sensibilità emotiva, dell’intensa ricettività psichica, della ricerca dell’assoluto con un pizzico d’irrazionalità. Tutto ciò ben si concilia con una croccante Pizza con funghi e panna, un connubio di sapori delicati, intensi e indimenticabili come i nostri cari Pesciolini.

FELICE 2008!!!


__._,_.___

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31 dicembre 2007 at 0:06 14 commenti

SAREMO PARITA’

Le letture immediatamente successive al Natale sono quanto di più lontano dall’aura appiccicosa e dolciastra con cui si suole circonfondere questa festa. Dopo la liturgia della Natività gli Atti degli Apostoli ci raccontano un martirio, vale a dire una testimonianza: testimonianza finita, come forse qualcuno ricorderà, nel sangue. Stefano è un giovane, e la sua giovane vita viene stroncata a sassate. Lo accusano di bestemmia. E’ un “irregolare”, un empio. Vicino a lui si trova un altro giovane, davanti al quale i carnefici depongono il mantello della vittima: un certo Saul, “Saulo” come traduce (male) la Concordata, un ragazzo dagli ideali, o forse dall’ideologia, granitica: non ha dubbi né mezze misure, Saul(o). Lo immaginiamo impettito, spavaldo, vanitoso, sicuro di sé e della sua giustizia, inflessibile come un fuso, dalla barba appuntita e curata, lo sguardo tagliente e fisso, con l’espressione trasognata e latebra del fanatico. Il tipico fondamentalista, del quale l’autore degli Atti non manca di sottolineare: “Saul(o) era uno di quelli che approvavano la lapidazione di Stefano”.

Il salmo 30, che ci presenta il grido del povero afflitto, contiene un’espressione potentissima: “Si è spento nel dolore il mio occhio”. Il 28 dicembre, poi, si raggiunge il climax di angoscia col celebre episodio della strage degli innocenti (Mt 2, 13-18).

Enfant Jésus allongé sur la croix

E. Stelzmüller, Il Bambino Gesù steso sulla croce, © MCEM, pittura su vetro.

“Anche a te una spada trafiggerà l’anima”: la profezia di Simeone a Maria, nel Vangelo odierno, è la chiave per comprendere la scelta di queste letture. Ogni nascita è una freccia lanciata nel cielo del mondo. Il nostro. E’ un “atto contro natura” (Ungaretti) e una sfida alla convenzione, una novità di Dio prima ancora che umana. Ogni nascita comporta una morte: la morte del vecchio, delle certezze consolidate, dell’abitudine quotidiana, ma anche la sofferenza e la domanda. L’antica e sempre attuale domanda: amore, e giustizia. Non si dà l’uno senza l’altra. Ecco perché i morti innocenti, di cui i bambini sono un palpabile simbolo, scandalizzano, scuotono e colpiscono: sono il povero dall’occhio spento dal dolore, un dolore provocato dal peccato, dalla perdita di umanità, e quindi di pace, e quindi di Dio – e viceversa.

Perciò i presepi delle nostre chiese pongono là, nell’ultimo orizzonte, appena sfiorato da un balenìo di luce, oltre la città, sopra le dune, tre croci. Perché il tenero bambino finirà lì. Perché lì è il senso ultimo di quella nascita. Perché la risurrezione comporta lo sperdimento d’un corpo conquistato, per una riappropriazione definitiva. Il Risorto porterà impressi su di sé, per sempre, i segni della Passione. Mai verrà cancellato il suo passaggio terreno, l’orma del dolore innocente e, assieme, l’impronta della giustizia per cui questo suolo geme.

L’ultimo, disperato appello lasciato da Iole Tassitani alla migliore amica esprimeva lo stesso dolore e la stessa forza disperante: “Sono stata parità. Intendeva dire “rapita”, ma il vocabolario automatico del cellulare ha tradotto la prima parola memorizzata. Un errore? Non crediamo. “Parità” è la parola più diffusa, ben più di “rapita”. Siamo parità, o meglio, dovremmo esserlo. Iole era stata parità, fin quando l’avevano considerata un essere umano. Poi l’hanno degradata a oggetto, un oggetto di cui disfarsi non appena conquistati altri oggetti, a cui lo sciagurato maschio aguzzino non ha neppure avuto l’incosciente coraggio di sacrificare sé stesso: il denaro. Iole è stata parità fin quando i suoi simili l’hanno vista come la pupilla degli occhi, dell’identico genere umano. Ma, squartata sull’ara di un miserando vitello di stagno, non “serviva” ormai più. Del resto, la prima lettera di Giovanni non potrebbe essere più chiara: chi non ama i fratelli (e le sorelle) non ama Dio. Né – conseguentemente – sé stesso.

Non sono più parità le vittime dello tsunami di cui ricordiamo l’anniversario. Non sono parità i bambini (e gli adolescenti) venduti alle guerre, ai pedofili, al consumismo – e questo significa il fanciullo nella mangiatoia, non il pacioso vecchio rubizzo che nell’immaginario metropolitano l’ha ormai spodestato. Non sono stati parità gli operai della ThyssenKrupp, deceduti l’uno dopo l’altro sempre in nome della reificazione (cfr. ivi, commento n° 6). Non sono parità quei cristiani palestinesi per i quali il Natale non coincide con abbuffanti pandori ma una ricorrenza che può costare la vita. Non è più parità nemmeno Benazir Bhutto. E’ stata una leader controversa; ma ha rischiato per il suo paese e per la democrazia, ben sapendo che i fondamentalisti l’avrebbero potuta uccidere, non tanto perché, secondo loro, serva degli americani ma perché – lo sappiamo bene – “non era parità”: cioè, era donna. Tornerò a parlare di lei. Qui mi preme sottolineare che i fondamentalisti – di qualsiasi religione, e anche di nessuna – odiano le donne. Loro che sterminano i gay sono, per usare un efficace neologismo di Luce Irigaray, i primi uomosessuali. Delle donne non sanno proprio che farsene, sono solo un problema, poiché l’umanità si coniuga con un unico sesso: il loro, naturalmente.

Saremo parità soltanto quando nasceremo, anzi, ri-nasceremo a noi stessi. Le letture, spietate, ci esortano anche alla speranza: se è vero che persino il lapidatore Saul(o) si è convertito, se è vero che dobbiamo anche sopportare questo insopportabile scandalo di misericordia… nel quale annegare la nostra piccola e gretta giustizia. Per una Giustizia che ci assimila ed espande, per cambiare nome. Trasumanare è l’unico modo per renderci ancor degni di abitare questa Terra.

Daniela Tuscano

Dedico a tutte le vite nate/spezzate un brano che mi è piaciuto:

ANNA MAGNANI

Da tegole e calcinacci
verso la vita mi affaccio
indosso il cappotto di mio zio
soldato scampato alla guerra
Passando tra sfollati
e ragazzini in festa
cerco la mia vecchia casa,
i nespoli abbandonati
una acacia modesta
con un bacio apro la porta

E ho in mente
la faccia dell’Italia coi denti stretti
e il sangue che cola
ma il cuore di pietra

Là dove prima vibrava un pianoforte
soltanto polvere e terra
e mi sembra di udire
la voce arsa di Anna Magnani
che infonde speranza

Foglie d’ ulivo argentate
raccontano una Pasqua lontana
il tetto che quasi frana,
una rondine giace senza vita
fra una scarpa e un secchio

E ho in mente la faccia dell’Italia
la statua grigia e vetra di Mazzini
coi suoi lisi taccuini

Là dove prima vibrava un pianoforte
soltanto polvere e terra
e mi sembra di udire
la voce arsa di Anna Magnani
che infonde speranza

E mi sembra di udire
la voce calda di Anna Magnani
che intona una dolce melodia

Adriano Celentano (Testo: Vincenzo Cerami – Musica: Carmen Consoli)

29 dicembre 2007 at 9:54 14 commenti

SE NON VI FIDATE DI BABBO NATALE…

Mancherò da Milano (e dal blog) per diversi giorni. Anticipo quindi gli auguri di Natale a tutti i miei lettori, regalando loro i pensieri che alcuni bambini hanno indirizzato al Coetaneo più illustre. 🙂  E ringrazio l’amica Elisa per l’insostituibile contributo.

Buon Natale  Merry Christmas  Joyeux Noël Froehliche Weihnachten  Feliz Navidad  Feliz Natal חג המולד שמח לכל אחד  عيد الميلاد المرح إلى كل ش خ  Счастливого рождества Neşeli Noel Cestitamo Bozic Gajan Kristnaskon …e molte altre…

D. T.

****

Caro Gesù Bambino, i miei compagni di scuola scrivono tutti a Babbo Natale, ma io non mi fido di quello. Preferisco te.
Sara

Caro Gesù, sei davvero invisibile o è solo un trucco?
Giovanni

Caro Gesù, Don Mario è un tuo amico oppure lo conosci solo per lavoro?
Antonio
Caro Gesù, mi piace tanto il padrenostro. Ti è venuta subito o l’hai dovuta fare tante volte? Io quello che scrivo lo devo rifare un sacco di volte.
Andrea
Caro Gesù, come mai non hai inventato nessun nuovo animale negli ultimi tempi? Abbiamo sempre i soliti.
Laura
Caro Gesù, per favore metti un altro po’ di vacanza fra Natale e Pasqua. In mezzo adesso non c’è niente.
Marco
Caro Gesù Bambino, per piacere mandami un cucciolo. Non ho mai chiesto niente prima, puoi controllare.
Bruno
Caro Gesù, forse Caino e Abele non si ammazzavano tanto se avessero avuto una stanza per uno. Con mio fratello funziona.
Lorenzo
Caro Gesù, a carnevale mi travestirò da diavolo, ciai niente in contrario?
Michela
Caro Gesù, tu che vedi tutto mi dici chi mi ha nascosto l’astuccio?
Marco

Caro Gesù, mi chiamo Andrea e il mio fisico è basso, magrino, ma non debole. Mio fratello dice che ho una faccia orrenda, ma sono contento perché così non avrò quelle mogli che stanno sempre tra i piedi a fare pettegolezzi.
Andrea
Caro Gesù, abbiamo studiato che Tommaso Edison ha inventato la luce. Ma al catechismo dicono che sei stato tu. Per me lui ti ha rubato l’idea.
Daria
Caro Gesù Bambino, grazie per il fratellino. Ma io veramente avevo pregato per un cane.
Gianluca
Caro Gesù, non credo che ci possa essere un Dio meglio di te. Bè, volevo solo fartelo sapere ma non è che te lo dico perché sei Dio.
Valerio
(Foto di Mario Radaelli)
Caro Gesù, i cattivi ridevano di Noè, stupidino, ti sei fatto un’arca sulla terra asciutta. Ma lui è stato furbo a mettersi con tuo padre, anche io farei così.
Edoardo
Caro Gesù, lo sai che mi piace proprio come hai fatto la mia fidanzata Simonetta?
Matteo

Caro Gesù, invece di far morire le persone e di farne di nuove, perché non tieni quelle che hai già?
Marcello
Caro Gesù, la storia che mi piace di più è quella dove cammini sulle acque. Te ne sei inventate di belle. La mia seconda preferita è quella dei pani e dei pesci.
Antonella
Caro Gesù, se te non facevi estinguere i dinosauri noi non ci avevamo il posto, hai fatto proprio bene.
Maurizio
Caro Gesù Bambino, non comprare i regali nel negozio sotto casa, la mamma dice che sono dei ladri. Molto meglio l’iper. Lucia
santa

ULTIM’ORA: MONS. BREGANTINI RISPONDE AI NOSTRI AUGURI. E’ nel cuore di Maria che è germogliato il “sì” all’Amore, fatto VITA per noi. Con Giuseppe e Maria anch’io chiedo, con fiducia tenace, di ripetere sempre più, il mio sì alla volontà di Dio, anche sorretto dalla vostra amabile preghiera.

AUGURI NATALIZI  a tutti voi.
27 dicembre 2007
+ p. GianCarlo M. Bregantini
Vescovo

22 dicembre 2007 at 0:02 25 commenti

PASSIONE

Piace ricordarli così. Nel cono d’ombra della chiesa sconsacrata, mentre lontano, nell’orizzonte spumeggiante, sagome di ragazzi sciamano indolenti come libellule azzurre. Basta un fazzoletto d’erba, una panchina senza tempo, per delimitare il miracolo di due mondi. Il garrulare rallenta e si perde, e persino la luce diventa oro antico, fresca seta. I due amanti emergono dalla sontuosa cornice.

Lui forse la sorregge, e guarda oltre il giardino. Ma la mano gli scompare dentro lo scialle rosa, e il volto è solcato da una beatitudine confortante. Splende una lacrima. Lei si appaga soltanto, e pienamente, di quel contatto. E’ in lui. Dentro di lui. S’inerpica, con una spericolatezza di bimba, fino alle sue labbra. Le sfiora. Le bacia. Risuona, quel gesto, di lucore adamantino. Casto e inebriato nella sua franchezza. Lo desidera, e sarà sua.

Il suo corpo è come un libro di meraviglie, uno scrigno di rubini. Ogni ruga una pagina. Ogni filo d’argento, una chioma di saggezza. Schiuma d’avventurosi mari. Un ticchettio avito nel variopinto, domestico universo di silenzi.

Sono rimasti soli. Saluteranno i figli dopo la visita serale. La mamma udrà i loro passi inghiottiti dall’asfalto. E allora le basterà un sospiro d’occhi, per volgersi al suo Gino. 

Daniela Tuscano

Fermina Daza Giovanna Mezzogiorno amore ai tempi del colera Giovanna Mezzogiorno in L’amore ai tempi del colera (tratto dal romanzo di G. G. Marquez), primo film che mostra una scena d’amore tra due persone anziane.

20 dicembre 2007 at 20:30 10 commenti

QUINTO, NON UCCIDERE

Approvata la moratoria alla pena di morte

“Quinto, non uccidere”

Senza se e senza ma.

D. T.

19 dicembre 2007 at 8:16 5 commenti

PROSEGUIRE – La vita è e resta comunque un dono

“…lo si fa sempre per gli altri, con amore, per festeggiare quel giorno”.

Questo commento al mio post Olio minerale mi ha molto colpito; anche se ignoro fino a che punto l’autore si sia reso conto della portata rivoluzionaria delle sue parole.

Rivoluzionarie, e in controtendenza; almeno, così parrebbe. “Lo si fa sempre per gli altri”. Inaudito. Gli odierni maestri del pensiero, i disincantati hobbesiani del 2000 (privi, naturalmente, della forza morale del filosofo secentesco), i tronfi machiavellini d’orgoglio e spregiudizio, è da parecchio che impartiscono ben diverse lezioni. L’uomo – essi catechizzano – è egotista; non bada che a sé, e al suo benessere – esclusivamente e prepotentemente materiale -. Solo in quest’ultimo, anzi, egli troverebbe una peraltro momentanea soddisfazione alla sua ferina bramosia. Una qualsiasi relazione interpersonale è quindi, secondo tale visione, inconcepibile. E quand’anche dovesse nascere, bisognerebbe diffidarne. Sarebbe sempre frutto d’un calcolo, d’un’attesa, di una pariglia. Egotismo essa stessa. Nulla si fa mai per nulla.

Di qui un’enfasi sul corpo, inteso come congegno bruto di appetiti e molecole; che però finiscono, bizzarramente, per dissolvere e annientare il corpo autentico. Poiché, in verità, non è quest’ultimo su cui si pone l’attenzione, ma sugli oggetti che concupisce; e gli oggetti sono membra morte, sagome inerti. Un’antropologia delle società consumistiche, dunque, non può esistere. Il consumismo è la negazione in nuce d’ogni più elementare umanità. Il consumismo è, piuttosto, antropofago.

Il consumismo ha decretato il trionfo del mercato; ne è figlio e al tempo stesso padre. Al punto di esser divenuto, da mera parola, incontestabile Verbo; se è vero che l’economista Stefano Zamagni, pochi mesi or sono, aveva addirittura proposto di inserire nella Costituzione (il nuovo Vangelo) queste formule rituali: mercato, appunto, e impresa.

Come ogni religione, anche la nuova trinità Consumo-Mercato-Impresa ha i suoi martiri. Li ha ormai da molti secoli. I quali però, a differenza di quelli più antichi, non s’immolano volontariamente. Rassomigliano di più alle vittime (umane, certo) dei riti pagani, ai quali si strappava il cuore ancora pulsante per placare l’ira di spietati dèi.

La nuova trinità minore è molto spietata. Ma volatile.

L’uomo non è previsto. L’uomo come unità, non come assemblaggio, merce o rifiuto, è addirittura un peso. Lo si usa, lo si distrugge. Non mi ha stupita l’impassibilità dei dirigenti (anzi, dei padroni) della ThyssenKrupp, il fatto che non abbiano nemmeno sentito il bisogno di mandare un telegramma di cordoglio alle famiglie degli operai uccisi, la nota di demerito affibbiata a una segretaria uscita per recarsi all’ospedale dai colleghi, la tardiva – e rifiutata – partecipazione ai funerali (celebrati nel Duomo di Torino, cfr. la sottostante foto). Era nella loro logica. Non lo si fa per gli altri. Ma, in fondo, nemmeno per sé. Lo si fa come cose. E le cose non provano nulla.

La destrutturazione dell’uomo, e la sua successiva reificazione, segue dunque tre stadi: dall’affermazione del suo legame indistrutto con l’angusta materia, attraverso la parcellizzazione dei bisogni, per giungere all’esaltazione del bisogno puro e semplice. Senza più il suo soggetto.

“Ricordatevi che siamo uomini”. Questa una delle frasi più ricorrenti udite dalla voce severa, e pur senza odio, degli operai superstiti della ThyssenKrupp. Negli stessi giorni, Muhammad Yunus scriveva: “Attualmente la parola ‘impresa’ indica un’istituzione che si propone di fare soldi massimizzando i profitti. Ma una definizione simile è un insulto per l’uomo, che viene trattato come un robot, una macchina che fabbrica denaro”. E aggiungeva: “L’uomo è molto di più, e la sua vita è fatta anche di attività come accudire gli altri, sacrificarsi, preoccuparsi e tentare di costruire un mondo diverso”. Insomma: “fare per gli altri”.

Se l’uomo è il fine e non il mezzo, la sua felicità autentica non può ridursi nella temporanea soddisfazione individuale, in attesa del definitivo annientamento con la materia. E’ piuttosto il contrario: è nell’arte dell’incontro, nella sperdutezza aurorale, nel rilascio d’amore, che l’uomo si ritrova e si rinforza, e acquista sapienza di sé. L’antropofagosofia consumistico-imprenditoriale è dunque più d’un inganno: è un furto di cuori. Strappati ancor pulsanti, lacerati nelle intimità più misteriche.

Contro questa trinità blasfema nessuna istituzione religiosa, con ossequente seguito di politici devoti, scatenerà un Family Day. E ciò malgrado l’impressionante numero di famiglie distrutte, o mai nate, a causa delle cosiddette morti bianche. Non importa nemmeno che un Pontefice sembri denunciarlo, quando i primi, veri attentatori della pace nel mondo sarebbero, per lui, le famiglie di fatto ed eventuali legislazioni che le proteggano. E che, per timore di contrastare la potente Cina, rifiuta – come qualsiasi, laicissimo e pavido governante capitalista – di incontrare il Dalai Lama . Benedetto XVI ha fama di Papa irremovibile nella difesa dei valori “non negoziabili”: evidentemente è falso. O forse, a parer suo, certi princìpi non sono poi così importanti.

Inutile, pertanto, aspettarsi da loro un aiuto. L’agire per gli altri dipende piuttosto dalla capacità di ognuno di pronunciare il suo “sì”.

Daniela Tuscano

****

TORNIAMO A VICENZA. Nella sordità più totale delle istituzioni, il popolo del “No Dal Molin”  (fra cui gli umanisti) si ritroverà oggi pomeriggio nella cittadina veneta, per proseguire una lotta pacifica, ma decisa e mai interrotta, che continua a dare i suoi frutti.

NATALE PER GLI ALTRI. Il 16 dicembre p.v. Bresso organizza la Giornata dell’Impegno Civile in memoria di Paolo Foglia . In vista del Natale, poi, la Residenza Sanitaria Disabili di via don Vercesi cerca volontari per l’accompagnamento dei degenti alla Messa delle ore 10.00, alla parrocchia della Misericordia. Per info, cliccare qui .

15 dicembre 2007 at 6:10 14 commenti

OLIO MINERALE

In fondo, la mobilità non turbava Antonio più di tanto. Alle chiacchiere degli amici non badava. “Starsene a casa a trentasei anni, come un vecchio, e poi cosa fai?”. Ma lui mica viveva per lavorare. Quanta vita lo attendeva, al fischio della sirena. Tre figli. La più piccola lo rimproverava sempre di rientrare tardi, la sera, e quando varcava l’uscio di casa la trovava già addormentata. Non gli restava che contemplarla in un’inespressa preghiera. Rivolgeva allora alla moglie un riso di tenera sensualità mormorandole brevi, antiche parole: “Somiglia a te”. Sì, a casa avrebbe fatto tutto. Magari avrebbe portato la bimba un po’ più spesso al parco del Valentino, dove le insegnava cos’erano le nuvole. Per poi riscoprire muto, con un sospiro furtivo, l’anfratto in cui anni prima, con la giovane compagna, aveva scherzato e poi, sempre per gioco, l’aveva presa. Con l’ansia gioiosa e ingenua della belva selvaggia, stampandola sull’erba, quasi a nutrirsi della sua concretezza elementare.

E furono nozze di terra. La sua terra. L’umore lussureggiante d’un parco aveva incorniciato i loro baldanti sogni giovanili, lui che sapeva di pendici solatie e di olio.

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Da piccolo, quando la madre gli friggeva le zeppole, nella dispensa semibuia, in grotta di tufo, sentiva che fondeva la vita. Una vita color d’oro. Tutto era divinamente semplice.

Magari, avesse potuto starsene a casa. C’era finito, in quell’acciaieria, come scaricato da un tunnel greve. Quando aveva saputo di essere diverso. Meridionale. Strano, fino a quel momento non si era sentito altro che un uomo. L’avevano poi insaccato in una tuta blu e diligentemente, con impegno e turgore, aveva assolto il suo compito con la docile resistenza d’un equino millenario. Racconto ancestrale e poesia di generazioni. Racchiuso in una sfera d’amianto.

Colata lavica. Ecco cosa gli ricordava l’olio minerale sul quale così spesso scivolava. Perché quell’aggettivo, minerale, lui non l’aveva mai capito. “E’ l’olio delle macchine, Antonio” gli aveva spiegato paziente il caporeparto. Pistoni, carburante. Quella era la loro vita stridente e furiosa. Delle macchine. Divampava, anche. Ma quel caldo non dava vita, non confortava le vene, come l’olio della dispensa materna, che – lo raccontava ai suoi bambini – accarezzava la gola. Deflagrava in bollore combusto, lasciando freddo il cuore terrorizzato.

Ma lui non aveva paura. E quel giorno si era trovato a misurare con lo sguardo ogni angolo, ogni cieco pertugio di quella foresta di ghisa. Foresta pietrificata, strana archeologia metallica. Era l’ultima volta. Presto l’avrebbero lasciato a casa. Ed ecco, sì, ne pativa. Ma solo perché per l’Immacolata non avrebbe neppure potuto racimolare il denaro necessario per comprare alla bambina quella glassa d’argento che tanto desiderava.

Ma sei giovane, ce la farai. Lui non aveva risposto, tenue e tenace come l’equino millenario. Ogni giorno ha la sua pena. Termino qui come fosse l’ultimo e il primo, abbraccio la bambina, abbasso gli occhi. Poi si vedrà.

Ma quel che gli risuonò negli occhi, all’intrasatta, fu un’immensa vampa di sole malato. Un’onda densa e anomala di bollore minerale. Rabbiosa, ferina della sua, malgrado tutto, socratica lontananza. Della sua anima densa e carnale, delle sue vene gagliarde. Lo ghermì per rubargliela, per soddisfare la sua stridula brama di alito eterno. Svanì con lei, rapito, circonfuso, spaziante.

E la gemma dell’Immacolata divenne, per Antonio, il giovedì delle ceneri.

 

 

Daniela Tuscano (www.scrivi.com)

(ad Antonio Schiavone  e ai suoi compagni d’ogni latitudine)

N.B.: Sull’accaduto, Torce flessibili, la denuncia degli umanisti; ivi, comm. n° 5.

8 dicembre 2007 at 8:44 11 commenti

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