IL GIARDINO DELLA CONOSCENZA

4 dicembre 2007 at 7:19 11 commenti

Le grandi distese di platani ombrosi sorgevano alte e slanciate, con una certa rassegnata indolenza, fra l’erba punteggiata di fiori, lieti come pulci rosse, bianche e blu. La bambina sorrideva felice, fondendosi nel cuore bruno della terra, mentre gli uccelli, danzando a vela dolce, ricamavano le ialine sfere dell’aria. Avrebbe trascorso ore intere a contemplarli.

Poi, d’improvviso, lo sguardo divenne prigioniero. Un portone, un cancello, un vallo interrompeva il dipanarsi teneramente monotono dell’alba terrestre. Un capolavoro di trina battuta, suasivamente inutile. Oltre l’assurdo confine, ancora un verde prato. Ma perché cintarne una parte, quando se ne aveva così tanto a disposizione?

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Scorse allora una targa sul muricciolo: “Il Giardino della Conoscenza”. Cosa doveva conoscere, che non sapesse già? L’erba era erba, il sole era il sole, i fiori erano fiori. Ciascun elemento trovava spiegazione nella sua semplice esistenza. Rifuggiva ogni ardita tautologia.

Il portone si socchiuse, insinuando un muto invito. La bambina mosse un passo incerto. Fu percorsa da uno strano brivido di possesso, una febbre d’esclusione.

Poi il gioco di due rondoni la distrasse. Agili come dardi al sole, le rapirono gli occhi abbacinati. Sorrise, come ritemprata di nuova freschezza, compiuta nella sua piena soddisfazione. Fu luminosa, come un fanciullo antico. Divenne pietra e acqua, ramo e pulviscolo, atmosfera e vento. Poi chiuse le palpebre.

Davanti a lei, nient’altro che un rigo d’orizzonte nel carminio dei colli muschiosi. Si sentì più libera e trionfante. Procedette sicura e senza fretta. Il Giardino della Conoscenza era sparito.

(2006-2007: un anno… sempre Roberto)

Daniela Tuscano

*****

UNA SCUOLA DEDICATA A ENZO BALDONI. Il Centro di Formazione Professionale di via Decio Azzolino, nel XVIII Municipio, è ora intitolato al giornalista ucciso a Najaf nel 2004. Una targa riporta la scritta “Giornalista e uomo di pace”. Presenti alla cerimonia il sindaco Veltroni, alcuni assessori, la moglie e la sorella di Baldoni (www.romaone.it).

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11 commenti Add your own

  • 1. alidipioggia  |  4 dicembre 2007 alle 11:17

    ….per me è la porta che troppe volte non ho attraversato,per vigliaccheria,forse….o perchè ci vuole più coragggio a rimanere che a fuggire…….

    Rispondi
  • 2. ernesto  |  4 dicembre 2007 alle 12:00

    Dany… l’immagine non si vede…….. 😦

    Rispondi
  • 3. Daniele Verzetti, Rockpoeta  |  4 dicembre 2007 alle 12:56

    Daniela, che dire. La sensazione è che quelle rondini l’abbiano allontanata dalla conoscenza.

    La conoscenza fa paura, può togliere il sorriso ma non “conoscerla” è più pericoloso: significa avere emozioni e sorrisi non reali.

    ————-

    Un prato ed un orizzonte sterminati
    davanti a te.

    Un cancello
    Chiude solo un pirccolo varco

    Tu ridi
    L’osservi diveritita
    E ti chiedi quale utliità abbia

    Un cancello aperto
    Che ti invita

    Innocuo all’apparenza
    Ma intanto
    Hai paura ad entrarci

    Senti freddo anche solo
    All’idea di avvicinartici

    Perchè sai
    Che conoscere può fare male.

    Che sapere
    può condurre al delirio

    E che vivere davvero
    può fare piangere.

    Daniele Verzetti, Rockipoeta.

    Rispondi
  • 4. Donatella  |  4 dicembre 2007 alle 14:33

    ma quanto possimo pensare non riusciamo a compensare le lacune interne e cerebrali che ogni essere ha…

    la conoscenza è uno studio di preparazione alla vita. Questa immagine e perfetta perche con la porta di legno chiusa ( quindi devi riuscire ad aprire ) con attorno la libertà( campo fiorito aria luce come l immagine) di poter avere tutto ma devi entrare solo attraverso quella porta e questo il dilemma??

    L’umano ha sempre la chiave? il desiderio di entrare con sacrificio dedizione da quella porticina? un abbraccio a te Daniela amica mia

    Rispondi
  • 5. cristiano  |  4 dicembre 2007 alle 15:57

    Più guardo questa porta e più mi richiama irresistibilmente il tempo felice della mia infanzia.
    Mi immagino già, coi miei piccoli amici di allora, a fantasticare sul suo misterioso potere.
    Ci avviciniamo un po’ sorpresi, studiamo tutte le sue meravigliose caratteristiche…

    Innanzi tutto la sua collocazione così precisa.E’ senza dubbio un varco verso un altrove!
    Che non ci confonda il fatto di vedere le stesse cose di qua e di là: così appare a noi, come se ci fosse uno specchio ma è solo per ingannarci. Al di là di essa le cose cambiano. Prova ne sia il muretto che corre basso ma ostinato a destra e sinistra, come a racchiudere e delimitare due luoghi ben precisi, nello spazio e nel tempo.Come fosse un orizzonte, come fosse la linea di contatto tra un corpo e la sua ombra.
    Poi la sua forma ad arco. Perfetta ed antica come il sapere di sagge ed antiche civiltà. In essa è racchiusa la sfida dell’uomo di costruire ponti sulla terra e nel cielo.Di rincorrere la perfezione della linea curva con un procedimento finito, fatto di spezzate e di mattoni che girano,si appoggiano, spingono e si sostengono a vicenda.E restano lì, sospesi, come per incanto.
    E ancora i colori delle pietre di cui è fatto.Uno dei segreti del suo potere sta proprio questo: sono tante pietre diverse, tanti colori diversi.Non un unico materiale, non un’unica luce, ma tanti, vari, come in un arcobaleno.Come siamo noi, io ed i miei amici, piccoli contemplatori del suo mistero.
    Sotto l’arco è collocata una porta di legno, sottile e consumata.Comunque scura e salda nella sua funzione.Anche chiusa ti permette di vedere tra le sue sbarre qualcosa di ciò che troverai oltre. Delle leggere inferriate in metallo ribattuto, leggiadre e e forti come ragnatele, sbarrano minacciose gli unici spazi rimasti vuoti tra la porta e l’arco.Cade la tentazione di passare attraverso quel pertugio tra la pietra ed il legno.Devi per forza passare attraverso porta.

    Per accedere alla porta devi scendere. Ci sono almeno quattro gradini, delle stesse pietre del muro, che conducono ad essa.E mentre scendi la sensazione che avverti è quella di un’immersione. E’ un rito questo e prevede delle regole ben precise.
    Non si può entrare da soli, bisogna essere almeno in due
    Prima di entrare si deve toccare ciascuno una pietra di colore diverso, quella che più ci assomiglia.
    Ci si dispone un po’ a destra ed un po’ a sinistra della porta, per rispettare la simmetria ed entrare nella fase dell’equilibrio.Si rimane immobili per almeno un minuto per permettere ai nostri corpi di abbandonare tutte le impurezze (risucchiate dalle pietre che come spugne le assorbono) ed assorbire in cambio l’energia di cui abbiamo bisogno.Ciascuno deve rimanere in contatto fisico almeno con uno dei suoi compagni, in modo da creare un’unica rete di corpi che succhiano fermi.
    Quando il primo della compagnia emette un profondo e sonoro respiro è il segnale che il momento è concluso.Ci si può separare e ci si dispone in fila davanti alla porta. Il più piccolo davanti poi via via gli altri, in ordine d’età. Quando il primo impugna la maniglia deve fissare con lo sguardo ad uno ad uno gli occhi dei suoi compagni che a turno si girano , rimanendo tutti di schiena rispetto alla porta. Poi il più piccolo ruota la maniglia con lo sguardo fisso sui suoi piedi e apre al porta. Si gira a sua volta, fa qualche passo indietro e, appena varcata la soglia, si accoccola e cade sulla schiena facendo una capriola all’indietro.Poi a seguire ne fa un’altra ed un’altra ancora.Fa rotolare il corpo sulla terra finchè tutto gli gira intorno così forte che è costretto a fermarsi. Uno ad uno gli altri eseguono gli stessi gesti.L’ultimo , prima di rovesciarsi all’indietro chiude la porta davanti a sé.Non si può permettere infatti che i due mondi rimangano a contatto per lungo tempo. Ne verrebbero annullati.
    Ciascuno poi si rialza con calma e si avvicina agli altri giovani amici.Non si parla. Non si ha più bisogno delle parole. In questo luogo bastano gli occhi per dirsi le cose.Ci si ascolta. Col cuore. Basta questo a farci sentire nuovi e liberi. Basta questo a farci capire che siamo veramente in un altro mondo…

    Rispondi
  • 6. raffaele  |  4 dicembre 2007 alle 22:45

    L’immagine qui sopra mi fa pensare alla bonta’,all’allegria e alla chiarezza dello spirito.Non a caso i colori sono molto accesi…Che ci sia ancora gente che riesce ad aprire tutte le porte che vuole con la sola forza dell’animo per fortuna non e’ piu’ solo un’utopia.
    In fondo sembrano esserci due mondi bellissimi,sia davanti che dietro la porta….Niente paura insomma.
    Tanti baci e a presto,Raf.

    Rispondi
  • 7. giuseppe  |  5 dicembre 2007 alle 18:46

    è molto suggestiva,mi ha subito rappresentato e fatto pensare al cancello che separa la vita dall’eternità,io la trovo emozionante,poco più di un anno fa io subbii il dolore di una perditaimprovvisa,ero al lavoro quando il dolore tornava ad avvolgermi ed io per sfogarlo senza piangere disegnai su un foglio bianco una ipotetica via,l’anima che era andata via ci camminava sopra e ad un certo punto questa via finisce davanti ad un cancello,senza il muro e questo cancello rappresenta,l’ipotetico paradiso ed io più lo disegnavo e più piangevo,l’intento di non farmi prendere dall’emozione fallì a stento riuscii a nasconderlo ai miei colleghi cercando di non dare a loro nessuna giustificazione ma continuando a disegnare su questo foglio che ancora conservo come una fotografia che fece la mia mente tra la vita e il paradiso eterno.

    La tua immagine mi ha subito collegato a questa emozione.
    Ciao cara a presto.

    Rispondi
  • 8. bangiu  |  5 dicembre 2007 alle 19:56

    Cara Daniela,
    forse perchè l’ho visto da poco, mi ha subito fatto pensare al film Big Fish.

    Ma, subito dopo, al mio momento personale: il sentire che sono arrivata a questa porta, che tra poco si aprirà e mi mostrerà nuovi orizzonti. E, ancora una volta come in ogni gradino della vita e della maturazione di una persona, dovrò scegliere verso quale orizzonte incamminarmi, quale sentiero prendere: i fili verdi del prato, ora apparentemente tutti uguali, celano percorsi diversi, spesso opposti, da intraprendere. Lo vedo già ora, in parte: la casa rosa e rossa, simbolo di famiglia, a sinistra; una torre dell’elettricità, simbolo di lavoro ma anche di compromessi, a destra.
    Chiarisco: non che io debba scegliere tra la famiglia e il lavoro, ma tra la priorità da assegnare nella mia scala dei valori a queste importanti realtà.

    Oltre quella porta ci sarà un vento forte, mi arrufferà i capelli e cercherà di arruffarmi anche le idee… già lo sento ora.

    Ma dovrò cogliere le sfumature di ogni filo d’erba, ascoltare il cuore, seguire i suoi sussurri e attraversare con speranza e contagiosa energia quella radura.

    E sarò donna.

    Ti abbraccio.
    A presto,
    Giulia

    Rispondi
  • 9. Sylvia  |  7 dicembre 2007 alle 17:53

    A me la foto ricorda un sogno che ho già fatto un paio di volte, ambientato nel piccolo giardino interno di una chiesa nella mia cara Sabbioneta; il sogno, come la foto, mi ha lasciato entrambe le volte un senso di incompiutezza, come di un atto non realizzato o di uno scopo non ancora raggiunto; una sorta di inquietudine e di attesa, ma non di angoscia, probabilmente grazie ai colori vividi e vivaci che contraddistiguono sia la foto che il mio sogno.

    Baci
    *SYL*

    Rispondi
  • 10. apogea2  |  7 dicembre 2007 alle 22:47

    Che meraviglia. Grazie. Lu

    Rispondi
  • 11. targa58  |  10 dicembre 2007 alle 7:37

    Sono estasiata dal tuo modo di raccontare… e ringrazio Rita per avermi indirizzato sul tuo blog! Kisses Pat

    Rispondi

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