OLIO MINERALE

8 dicembre 2007 at 8:44 11 commenti

In fondo, la mobilità non turbava Antonio più di tanto. Alle chiacchiere degli amici non badava. “Starsene a casa a trentasei anni, come un vecchio, e poi cosa fai?”. Ma lui mica viveva per lavorare. Quanta vita lo attendeva, al fischio della sirena. Tre figli. La più piccola lo rimproverava sempre di rientrare tardi, la sera, e quando varcava l’uscio di casa la trovava già addormentata. Non gli restava che contemplarla in un’inespressa preghiera. Rivolgeva allora alla moglie un riso di tenera sensualità mormorandole brevi, antiche parole: “Somiglia a te”. Sì, a casa avrebbe fatto tutto. Magari avrebbe portato la bimba un po’ più spesso al parco del Valentino, dove le insegnava cos’erano le nuvole. Per poi riscoprire muto, con un sospiro furtivo, l’anfratto in cui anni prima, con la giovane compagna, aveva scherzato e poi, sempre per gioco, l’aveva presa. Con l’ansia gioiosa e ingenua della belva selvaggia, stampandola sull’erba, quasi a nutrirsi della sua concretezza elementare.

E furono nozze di terra. La sua terra. L’umore lussureggiante d’un parco aveva incorniciato i loro baldanti sogni giovanili, lui che sapeva di pendici solatie e di olio.

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Da piccolo, quando la madre gli friggeva le zeppole, nella dispensa semibuia, in grotta di tufo, sentiva che fondeva la vita. Una vita color d’oro. Tutto era divinamente semplice.

Magari, avesse potuto starsene a casa. C’era finito, in quell’acciaieria, come scaricato da un tunnel greve. Quando aveva saputo di essere diverso. Meridionale. Strano, fino a quel momento non si era sentito altro che un uomo. L’avevano poi insaccato in una tuta blu e diligentemente, con impegno e turgore, aveva assolto il suo compito con la docile resistenza d’un equino millenario. Racconto ancestrale e poesia di generazioni. Racchiuso in una sfera d’amianto.

Colata lavica. Ecco cosa gli ricordava l’olio minerale sul quale così spesso scivolava. Perché quell’aggettivo, minerale, lui non l’aveva mai capito. “E’ l’olio delle macchine, Antonio” gli aveva spiegato paziente il caporeparto. Pistoni, carburante. Quella era la loro vita stridente e furiosa. Delle macchine. Divampava, anche. Ma quel caldo non dava vita, non confortava le vene, come l’olio della dispensa materna, che – lo raccontava ai suoi bambini – accarezzava la gola. Deflagrava in bollore combusto, lasciando freddo il cuore terrorizzato.

Ma lui non aveva paura. E quel giorno si era trovato a misurare con lo sguardo ogni angolo, ogni cieco pertugio di quella foresta di ghisa. Foresta pietrificata, strana archeologia metallica. Era l’ultima volta. Presto l’avrebbero lasciato a casa. Ed ecco, sì, ne pativa. Ma solo perché per l’Immacolata non avrebbe neppure potuto racimolare il denaro necessario per comprare alla bambina quella glassa d’argento che tanto desiderava.

Ma sei giovane, ce la farai. Lui non aveva risposto, tenue e tenace come l’equino millenario. Ogni giorno ha la sua pena. Termino qui come fosse l’ultimo e il primo, abbraccio la bambina, abbasso gli occhi. Poi si vedrà.

Ma quel che gli risuonò negli occhi, all’intrasatta, fu un’immensa vampa di sole malato. Un’onda densa e anomala di bollore minerale. Rabbiosa, ferina della sua, malgrado tutto, socratica lontananza. Della sua anima densa e carnale, delle sue vene gagliarde. Lo ghermì per rubargliela, per soddisfare la sua stridula brama di alito eterno. Svanì con lei, rapito, circonfuso, spaziante.

E la gemma dell’Immacolata divenne, per Antonio, il giovedì delle ceneri.

 

 

Daniela Tuscano (www.scrivi.com)

(ad Antonio Schiavone  e ai suoi compagni d’ogni latitudine)

N.B.: Sull’accaduto, Torce flessibili, la denuncia degli umanisti; ivi, comm. n° 5.

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Entry filed under: frammenti, strade umaniste, Uguali&Diversi.

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11 commenti Add your own

  • 1. Daniele  |  8 dicembre 2007 alle 10:54

    Bellissimo, dolce e amaro….arriva al cuore con un pò di commozione

    Rispondi
  • 2. jansteen  |  8 dicembre 2007 alle 11:41

    Da lavoratore dell’industria ti ringrazio per questo accorato e
    generoso tributo.
    Da lavoratore dell’industria e scrittore dilettante ti esprimo tutta la ammirazione per come hai descritto l’indifferenza della macchina quando sta per ucciderti ..” ferina nella sua socratica lontananza”. So che significa: una volta a me un pistone ha carezzato la carne, lasciandomi inspiegabilmente illeso. Ad Antonio Schiavone è andata molto peggio.
    Né la tua prosa Né i miei commenti gli daranno alcun sollievo.

    Rispondi
  • 3. lidia  |  8 dicembre 2007 alle 12:17

    bella pagina…….buon fine settimana….

    Rispondi
  • 4. marisa  |  8 dicembre 2007 alle 17:48

    …atroce… e la fabbrica doveva essere dismessa il prossimo mese… anche i colleghi di Antonio sono morti, il più giovane aveva 26 anni, il più “vecchio” 43.

    lavoravano in condizioni disumane anch 12 ore al giorno, per un pezzo di pane… e i padroni se ne fregavano… quando ho letto cos’hanno detto a Montezemolo avrei voluto spaccare il televisore…un assassinio, nient’altro che un assassinio, ecco cos’è stato.

    …ma ugualmente assassinio è morire a 16 anni in ospedale per una TONSILLITE… e siamo nel 2000 in un paese che si dice civile. Maledetti. MALEDETTI

    Rispondi
  • 5. Carlo Olivieri  |  8 dicembre 2007 alle 18:00

    TORCE FLESSIBILI

    Che cosa credete che volessimo intendere quando diciamo che il neoliberismo rappresenta un sistema che schiaccia l’essere umano? I fatti dimostrano ciò che vogliamo dire: finora sono morti quattro esseri umani, e altri tre sono in fin di vita, mentre lavoravano alla ThyssenKrupp di Torino. E non è stato un “incidente”.

    Perché crediamo che la cosiddetta “flessibilità” va bene solo al grande capitale ed è invece una sciagura per i lavoratori? Perché siamo contro il progresso? Questo sarebbe il progresso? Costringere giovani operai – quali erano Antonio di 36 anni, Roberto di 32, Angelo di 43 e Bruno di 26 – a lavorare 12 ore e più al giorno, altrimenti rischiano il licenziamento? Questo non è progresso, è il medioevo.

    Che cosa credete che volessimo intendere quando diciamo che la sicurezza è ben altro, non la “caccia ai romeni”? Sicurezza significa anche trovare gli estintori pieni e non vuoti, come li hanno trovati i compagni di lavoro di Antonio che hanno cercato di spegnere le fiamme che lo avvolgevano come una torcia. Sicurezza significa poter subito telefonare per chiedere aiuto e non alzare la cornetta e scoprire che non c’è linea, come è successo ai compagni di lavoro di Roberto.

    Dove sono ora i teorici della precarietà e della flessibilità? Dove sono i predicatori del liberismo e della fine dello stato sociale? Dove sono tutti gli opinion maker che ogni giorno ci inondano di parole inneggianti le grandezze di un sistema politico-economico – quale è il neoliberismo – che invece è solo selvaggiamente capitalista, che rappresenta in fondo l’ambito migliore dove possono tranquillamente sguazzare i peggiori criminali, sempre pronti ad estirpare qualsiasi diritto, sul lavoro come nella vita.

    Porteremo sempre con noi questi nomi: Antonio, Roberto, Angelo, Bruno. Ed ogni volta che sentiremo un capo del governo, un opinionista, un capitalista o un sindacalista, parlare di flessibilità, non gli diremo niente: gli ricorderemo solo questi nomi.

    Roma, 8 dicembre 2007

    Carlo Olivieri

    medico umanista

    http://posizioni-umaniste.blogspot.com/

    Rispondi
  • 6. danielatuscano  |  8 dicembre 2007 alle 19:12

    Ringrazio in particolare Jansteen e Marisa (certo, anche la malasanità è un assassinio legalizzato, esattamente come quello perpetrato ai danni di Antonio e dei suoi amici) per il loro contributo. Di là dall’ovvia solidarietà, ma dovrei dire compassione (nel senso di empatia, non di pietismo), la spaventosa vicenda mi ha colpita per altre ragioni. Anche mio padre è stato lavoratore dell’industria, anche mio padre lavorava in magazzino, a stretto contatto con materiale infiammabile. Anche mio padre ha visto morire un operaio nello stesso modo di Antonio. A distanza di tanti anni, ancora ricorda con orrore la sensazione procuratagli da quella misera carne che trasportava all’ospedale nel disperato tentativo di rimediare l’irrimediabile: la mano le affondava nella schiena, tanto quella carne era ormai cedevole e molle. Cotta.

    Io non lavoro nell’industria. Sono insegnante. Corso di studi regolare, regolare abilitazione. Fra l’altro, regolarmente pubblicista. Troppo regolare. Vent’anni di precariato. A Milano.

    A scuola ho appena spiegato la prima rivoluzione industriale. 1750 circa. A quei tempi i padroni spadroneggiavano come gli pareva, i sindacati erano di là da venire, non li si poteva denunciare pena il licenziamento in tronco, le condizioni igieniche erano inesistenti e di sicurezza manco parlarne. Si sudava 12-14 ore al giorno. Strano: erano le stesse condizioni in cui versava Antonio. Nel 2007.

    Quando sento Montezemolo discettare di flessibilità, mi si annebbia il cervello.

    Rispondi
  • 7. DIVA  |  9 dicembre 2007 alle 0:45

    grande!!!! Veramente emozionante!!!
    Ti aspetto sempre sul mio sito: http://www.divinafollia.altervista.org

    Rispondi
  • 8. Carlo  |  9 dicembre 2007 alle 1:52

    Grazie Daniela.

    un abbraccio
    Carlo

    Rispondi
  • 9. Raffaele  |  9 dicembre 2007 alle 12:24

    Ciao Dany.E’ molto toccante la storia di Antonio,cosi’ intrisa di quelle piccole speranze e di quei desideri di cui si nutre l’animo umano,cosi’ vera,cosi ‘contemporanea…
    Mi ricorda molto la vita di alcuni miei cari.
    Tanto lavoro e sacrificio per un pezzo di pane in piu’…In fondo lo si fa sempre per gli altri,con amore,per festeggiare quel giorno.
    Nello spirito e’ la vera festa,e Antonio prima di chiunque altro avra’ modo di sedersi beato al banchetto…Perche’ e’ ricco il suo amore,il suo impegno,e immensa la sua spiritualita’ paterna.
    E Lei,la Madre,che lo guarda e lo ammira,non lo liberera’ mai del Suo abbraccio..

    Rispondi
  • 10. apogea2  |  10 dicembre 2007 alle 1:48

    Bellissima….un pensiero per coloro che hanno perso la vita, per viverla con dignita’….Lu

    p.S.
    l’hai visto il film: i racconti del cuscino di Peter Greenaway? Visto che sei una grafomane convinta…baci

    Rispondi
  • 11. davide  |  10 dicembre 2007 alle 12:12

    carissima abbiamo impaginato anche questo tuo pezzo su tdf gennaio 2008
    perchè ci è piaciuto molto. spero che ti vada bene!! ciao
    e buona giornata!! davide

    Rispondi

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