PROSEGUIRE – La vita è e resta comunque un dono

15 dicembre 2007 at 6:10 14 commenti

“…lo si fa sempre per gli altri, con amore, per festeggiare quel giorno”.

Questo commento al mio post Olio minerale mi ha molto colpito; anche se ignoro fino a che punto l’autore si sia reso conto della portata rivoluzionaria delle sue parole.

Rivoluzionarie, e in controtendenza; almeno, così parrebbe. “Lo si fa sempre per gli altri”. Inaudito. Gli odierni maestri del pensiero, i disincantati hobbesiani del 2000 (privi, naturalmente, della forza morale del filosofo secentesco), i tronfi machiavellini d’orgoglio e spregiudizio, è da parecchio che impartiscono ben diverse lezioni. L’uomo – essi catechizzano – è egotista; non bada che a sé, e al suo benessere – esclusivamente e prepotentemente materiale -. Solo in quest’ultimo, anzi, egli troverebbe una peraltro momentanea soddisfazione alla sua ferina bramosia. Una qualsiasi relazione interpersonale è quindi, secondo tale visione, inconcepibile. E quand’anche dovesse nascere, bisognerebbe diffidarne. Sarebbe sempre frutto d’un calcolo, d’un’attesa, di una pariglia. Egotismo essa stessa. Nulla si fa mai per nulla.

Di qui un’enfasi sul corpo, inteso come congegno bruto di appetiti e molecole; che però finiscono, bizzarramente, per dissolvere e annientare il corpo autentico. Poiché, in verità, non è quest’ultimo su cui si pone l’attenzione, ma sugli oggetti che concupisce; e gli oggetti sono membra morte, sagome inerti. Un’antropologia delle società consumistiche, dunque, non può esistere. Il consumismo è la negazione in nuce d’ogni più elementare umanità. Il consumismo è, piuttosto, antropofago.

Il consumismo ha decretato il trionfo del mercato; ne è figlio e al tempo stesso padre. Al punto di esser divenuto, da mera parola, incontestabile Verbo; se è vero che l’economista Stefano Zamagni, pochi mesi or sono, aveva addirittura proposto di inserire nella Costituzione (il nuovo Vangelo) queste formule rituali: mercato, appunto, e impresa.

Come ogni religione, anche la nuova trinità Consumo-Mercato-Impresa ha i suoi martiri. Li ha ormai da molti secoli. I quali però, a differenza di quelli più antichi, non s’immolano volontariamente. Rassomigliano di più alle vittime (umane, certo) dei riti pagani, ai quali si strappava il cuore ancora pulsante per placare l’ira di spietati dèi.

La nuova trinità minore è molto spietata. Ma volatile.

L’uomo non è previsto. L’uomo come unità, non come assemblaggio, merce o rifiuto, è addirittura un peso. Lo si usa, lo si distrugge. Non mi ha stupita l’impassibilità dei dirigenti (anzi, dei padroni) della ThyssenKrupp, il fatto che non abbiano nemmeno sentito il bisogno di mandare un telegramma di cordoglio alle famiglie degli operai uccisi, la nota di demerito affibbiata a una segretaria uscita per recarsi all’ospedale dai colleghi, la tardiva – e rifiutata – partecipazione ai funerali (celebrati nel Duomo di Torino, cfr. la sottostante foto). Era nella loro logica. Non lo si fa per gli altri. Ma, in fondo, nemmeno per sé. Lo si fa come cose. E le cose non provano nulla.

La destrutturazione dell’uomo, e la sua successiva reificazione, segue dunque tre stadi: dall’affermazione del suo legame indistrutto con l’angusta materia, attraverso la parcellizzazione dei bisogni, per giungere all’esaltazione del bisogno puro e semplice. Senza più il suo soggetto.

“Ricordatevi che siamo uomini”. Questa una delle frasi più ricorrenti udite dalla voce severa, e pur senza odio, degli operai superstiti della ThyssenKrupp. Negli stessi giorni, Muhammad Yunus scriveva: “Attualmente la parola ‘impresa’ indica un’istituzione che si propone di fare soldi massimizzando i profitti. Ma una definizione simile è un insulto per l’uomo, che viene trattato come un robot, una macchina che fabbrica denaro”. E aggiungeva: “L’uomo è molto di più, e la sua vita è fatta anche di attività come accudire gli altri, sacrificarsi, preoccuparsi e tentare di costruire un mondo diverso”. Insomma: “fare per gli altri”.

Se l’uomo è il fine e non il mezzo, la sua felicità autentica non può ridursi nella temporanea soddisfazione individuale, in attesa del definitivo annientamento con la materia. E’ piuttosto il contrario: è nell’arte dell’incontro, nella sperdutezza aurorale, nel rilascio d’amore, che l’uomo si ritrova e si rinforza, e acquista sapienza di sé. L’antropofagosofia consumistico-imprenditoriale è dunque più d’un inganno: è un furto di cuori. Strappati ancor pulsanti, lacerati nelle intimità più misteriche.

Contro questa trinità blasfema nessuna istituzione religiosa, con ossequente seguito di politici devoti, scatenerà un Family Day. E ciò malgrado l’impressionante numero di famiglie distrutte, o mai nate, a causa delle cosiddette morti bianche. Non importa nemmeno che un Pontefice sembri denunciarlo, quando i primi, veri attentatori della pace nel mondo sarebbero, per lui, le famiglie di fatto ed eventuali legislazioni che le proteggano. E che, per timore di contrastare la potente Cina, rifiuta – come qualsiasi, laicissimo e pavido governante capitalista – di incontrare il Dalai Lama . Benedetto XVI ha fama di Papa irremovibile nella difesa dei valori “non negoziabili”: evidentemente è falso. O forse, a parer suo, certi princìpi non sono poi così importanti.

Inutile, pertanto, aspettarsi da loro un aiuto. L’agire per gli altri dipende piuttosto dalla capacità di ognuno di pronunciare il suo “sì”.

Daniela Tuscano

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TORNIAMO A VICENZA. Nella sordità più totale delle istituzioni, il popolo del “No Dal Molin”  (fra cui gli umanisti) si ritroverà oggi pomeriggio nella cittadina veneta, per proseguire una lotta pacifica, ma decisa e mai interrotta, che continua a dare i suoi frutti.

NATALE PER GLI ALTRI. Il 16 dicembre p.v. Bresso organizza la Giornata dell’Impegno Civile in memoria di Paolo Foglia . In vista del Natale, poi, la Residenza Sanitaria Disabili di via don Vercesi cerca volontari per l’accompagnamento dei degenti alla Messa delle ore 10.00, alla parrocchia della Misericordia. Per info, cliccare qui .

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OLIO MINERALE QUINTO, NON UCCIDERE

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  • 1. No Dal Molin  |  15 dicembre 2007 alle 10:30

    COMUNICATO STAMPA

    BASE USA VICENZA

    NAPOLITANO FIRST LADY DI BUSH

    Invece di volare negli Stati Uniti per fare la first lady di Bush – per quanto la base di Vicenza «la decisione è stata presa» – Napolitano farebbe bene a fare il Presidente della Repubblica italiana, recandosi a Vicenza e parlando con quei cittadini di cui dovrebbe essere il massimo rappresentante.

    La vicenda Dal Molin non è affatto chiusa – come vorrebbe lasciare intendere D’Alema – tanto che sabato 15 dicembre un nuovo grande corteo attraverserà le strade di Vicenza. Ha inizio domani, infatti, la tre giorni di mobilitazione europea che vedrà Vicenza come luogo di incontro e confronto del movimenti per la pace e per la difesa dei beni comuni.

    Il corteo di sabato partirà alle ore 14.00 dalla stazione dei treni, e dimostrerà che la popolazione vicentina non si è affatto arresa alle imposizioni calate dall’alto. D’Alema sa bene che la comunità locale impedirà in modo pacifico ma determinato l’inizio dei lavori di costruzione della nuova base Usa. A lui l’onere di spiegare cosa intende quando parla di “questione risolta”: ha forse ha forse deciso di passare sopra ai vicentini con le ruspe?

    Sabato migliaia di donne e uomini sfileranno per le strade di Vicenza. Sarà un corteo colorato, aperto da uno striscione che unisce le tante sensibilità che si battono contro la militarizzazione di Vicenza: uno striscione semplice quanto chiaro: No Dal Molin. A reggerlo tante maschere bianche, a evidenziare l’invisibilità delle donne e degli uomini di Vicenza, trattati come “presenza collaterale” del sistema militare statunitense.

    Presidio Permanente, Vicenza, 13 dicembre 2007

    per informazioni: 3477632037

    Presidio Permanente contro la costruzione della nuova base Usa a Vicenza
    Via Ponte Marchese
    c.p. 303 36100 Vicenza

    comunicazione@nodalmolin.it

    http://www.nodalmolin.it

    Rispondi
  • 2. Daniele  |  16 dicembre 2007 alle 11:13

    …AMORE!

    Sento gioia dentro di me! Ma non quella comune perchè tutto sta andando per il verso giusto, c’è la salute, il lavoro e la vita agiata. No, non è quella. E’ diversa e non conosco le parole per descriverla.
    Il mio stato d’animo è tutt’altro che gioioso, ma nell’anima e nel cuore mi sento ricco, sereno e felice.
    Non so spiegarmelo, è qualcosa di nuovo, di diverso, ma piacevole.
    Mi fa felice il sorriso di un bimbo per strada, l’abbraccio di un amico che non sentivo da tempo, e le parole che leggo nel mio blog, nei commenti. Sono pochi ma incisivi.
    Adesso ho capito che non devo aver paura di testimoniare la parola di Cristo. La mia esperienza in Terra Santa è stata un segno che devo piano piano imparare a conoscere, ad interpretare, e a divulgare.
    Come gli apostoli e i discepoli, anch’io in qualche modo mi sento di dover fare qualcosa, di dire qualcosa e non tenerlo solo per me.
    Ma fino a pochi giorni fa temevo di farlo perchè pensavo di non venir capito. O meglio ancora, frainteso. Passare da fanatico religioso o cose simili. Non lo sono. Non sono un fanatico, sono soltanto un uomo che ha ricominciato a vivere nella luce di Gesù.
    Ho appena comiunciato questo cammino; se mi volto indietro vedo ancora il nastro di partenza, ma so che sarà una strada lunga, basta non prendere strade secondarie.
    Il mio peccato lo vedo quando mi guardo le mani, mi raccontano storie sporche e disoneste.
    Certo non posso condurre una vita come quella di Gesù. Dopo duemila anni le cose sono cambiate ma posso provare ad essere un uomo migliore. Cercare di dominare l’arroganza, la presunzione, il credere di essere meglio o superiore di altri. Imparare a rispettare di più il mio prossimo anche quando mi fa un torto. Essere meno egoista, e dare, dare di più. Non con i beni materiali, ma con lo spirito. Non cercare il lusso in questo mondo, vivere con umiltà.
    Ma spesso è difficile fare questo. Anche solo alcune di queste cose diventano impossibili da concretizzarsi. Anche regalare solo un abbraccio, oggi diventa fonte d’imbarazzo per chi lo riceve e di seguito impedisce a te di nutrirti di questa gioia.
    La follia umana sta prendendo il sopravvento. Niente si fa più con amore. C’è chi gode nel far soffrire gli altri ma non c’è nessun godimento nella sofferenza. Ed è proprio questo il punto, chi soffre ci appare indifferente. Non riusciamo a capire che il suo comportamento, magari strano, è dovuto proprio ad una sofferenza che non sa esprimere, o interpretare. Sta a noi comprenderlo ma è lì che arrivano le tentazioni e il male del diavolo prende il sopravvento.
    I mali peggiori sono il denaro e la sete di potere. Le cose più impensabili e crudeli si fanno in nome del denaro non accorgendoci di quanto ci acceca. E’ chiaro che nella nostra vita non si possa farne a meno, ma si può gestirlo in maniera più sobria. Facendo a meno di arricchire multinazionali e griffe superfirmate. Ti puoi vestire allo stesso modo anche spendendo meno.
    Anche io facevo parte di questo giro e ancora oggi mi trovo in difficoltà per resistere e ogni tanto ci ricasco. Capisco che la tentazione è forte, ma la parola del Signore è più forte.
    Non fraintendetemi, non sono puro, non sono santo e non sono neanche in cerca di santità. Non sono innocente e nemmeno perfetto. Sono un peccatore come tutti, ma sto cercando il modo di esserlo di meno.
    Il Signore ha scelto quelli che tra di noi sono portati per vestire una tonaca e sposarsi con lui. Ha scelto quelli che sono portati per creare la famiglia e quindi procreare. Ha scelto quelli che sono portati a diffondere il suo amore in modi diversi, con il volontariato, con le missioni, con l’aiuto verso il prossimo.
    S.Francesco era felice perchè con se aveva la Parola di Dio e tutto quello che aveva creato. Non è stato esente dagli insulti e dalle umiliazioni. Dalle privazioni e dalla sofferenza, ma sempre con la grazia e la gioia di portare con se e agli altri l’amore di Gesù.
    Ecco cosa devo ancora imparare: passare attraverso le umiliazioni; il non venir compreso; le ingiustizie; gli insulti; le calunnie; la sofferenza, portando sempre con me, raccontando agli altri la mia testimonianza senza timore. Raccontare senza paure la mia esperienza in Terra Santa, con semplicità e con umiltà, perchè è stata ricca, e più ricca di così, non poteva essere.
    Adesso so che è la cosa giusta da fare, perchè il Signore si manifesta in modi diversi e ame si è manifestato in questo modo ma devo stare attento a non perderlo di nuovo.
    Mi ha dato un segno, e questo segno devo portarlo in mezzo agli uomini perchè l’amore non è cosa da tenere stretta dentro se, ma è da dividere e condividere e moltiplicare. Perchè è gioia, è serenità, è pace, è…AMORE!

    ” Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perchè grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi”.

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  • 3. AlbertOne  |  16 dicembre 2007 alle 11:34

    Cara Daniela, caro Daniele, vedevo prima con Dario il film Al di là delle nuvole, del compianto Antonioni e di Wenders.
    Ammiravo la struggente bellezza dell’ultimo dei tre episodi, con
    Fanny Ardant, J. Reno, Irene Jacob e un altro attore giovane di cui non ricordo il nome.
    Beh… una stupendezza!
    Penso che piacerebbe davvero tanto a Daniele, che ha intrapreso questo cammino nuovo e che dimostra, con le sue parole, come egli abbia cominciato ad apprezzare la bellezza della ricerca.

    Colgo l’occasione per formulare a tutti e tutte un Buon Natale sentito, di pace, di gioia, di speranza! E un felice anno nuovo.

    Ieri abbiamo parlato di Maria e visto quadri relativi alla Madonna
    (l’annunciazione) : una lezione bellissima di Umberto.

    L’augurio che vi faccio e che mi faccio è che un po’, almeno, della profonda saggezza femminile di Maria ci faccia visita, nel nostro cuore, e ci ispiri al dono, magari anche di un solo sorriso… o di più…

    Ciao cari: vi abbraccio tutti/e ad uno ad uno, ad una ad una,
    concentrandomi su ciascuno/ciascuna di voi, per cogliere la bellezza e il profumo della vostro essere persona unica e perciò meravigliosa.

    Con gioia e commozione profonda, di nuovo tutti assieme davanti alla grotta
    AlbertOne.

    Rispondi
  • 4. raffaele  |  16 dicembre 2007 alle 12:06

    Che bella testimonianza Dany!
    E’un percorso sempre piu’ tortuoso la vita,e riuscire a staccarsi dai beni materiali di questi tempi poi…Talvolta ci sembra che il denaro sia l’unico nostro sollievo,il nostro rifugio.Sarebbe bello imparare a coccolarci solo con la parola di Gesu’.

    Sai,mi e’ capitato molto spesso di essere ad un passo dalla vera spiritualita’,ma poi mi sono perso come sempre.Il fatto e’ che a volte non vorrei rinunciare a delle cose a cui tengo molto,che mi danno gioia,che spesso la Chiesa condanna.
    Penso che tu abbia capito…In fondo Gesu’ dice di amarsi,uomini o donne non fa differenza,l’importante e’ non cadere nell’impudicizia…
    Quando un sentimento e’ puro non va condannato,Dio non lo condanna.Tutte le volte che sono stato al santuario del Divino Amore,Maria mi ha sempre consolato,parlato con dolcezza materna.E’ sempre stata mia amica…Spero che Lei mi aiuti sempre ad affrontare la vita e le tentazioni.
    Un grosso bacio,Raf.

    Rispondi
  • 5. ale  |  16 dicembre 2007 alle 20:11

    LEGGE NATURALE E MAGISTERO ECCLESIATICO

    di Elio Rindone

    Quando nei suoi innumerevoli interventi, soprattutto a proposito di questioni attinenti alla sessualità – dai metodi contraccettivi alla fecondazione assistita, dalle unioni di fatto all’omosessualità – afferma di difendere valori fondati sulla natura, il Vaticano dà l’impressione non di esprimere solo una sua convinzione ma di parlare anche a nome del popolo dei credenti. Ma è davvero così? Per nulla.

    Anzi una cosa è certa: buona parte di coloro che si dicono cattolici ignora regolarmente, senza sentirsi perciò in colpa, i presunti precetti della morale naturale ed esprime con i fatti un clamoroso dissenso nei confronti delle gerarchie ecclesiastiche. Ma, cosa ancor più significativa, questa disobbedienza di massa è stata avallata dagli studiosi cattolici che, in numero crescente dopo il concilio Vaticano II, hanno contestato la stessa nozione di legge naturale e quindi le norme morali che la gerarchia vorrebbe imporre.

    Eppure Benedetto XVI, come il suo predecessore, considera il tema così importante da porlo al centro della riflessione teologica: infatti nel corso dell’Udienza concessa il 5 ottobre 2007 ai membri della Commissione teologica internazionale, prestigioso organismo che collabora con la Congregazione per la dottrina della fede e che come quella è presieduto dal card. Levada, il papa ha ricordato che “si sono tenuti o si stanno organizzando, da parte di diversi centri universitari e associazioni, simposi o giornate di studio al fine di individuare linee e convergenze utili per un approfondimento costruttivo ed efficace della dottrina sulla legge morale naturale” e che quindi sulla questione è lecito attendersi presto un significativo contributo della Commissione stessa.

    Se ci si chiede il motivo della centralità attribuita alla legge naturale e alla problematica morale, credo che la risposta plausibile sia una sola: l’obiettivo perseguito è la riconquista di un’egemonia culturale da tempo perduta. Infatti, se vuole non solo parlare ai cattolici ma anche presentarsi come interlocutore nel dibattito sui temi che toccano tutta la società, il magistero non ha altra scelta: non potendo pretendere che tutti accettino i suoi dogmi di fede, che tra l’altro coinvolgono sempre meno gli stessi fedeli, deve insistere sui principi morali, considerati espressione di una legge naturale fondata sulla ragione, e perciò valida per tutti, credenti e non credenti.

    Dissenso vietato

    Se si vuole riaffermare il valore della legge naturale, la prima cosa da fare è evidentemente soffocare il dissenso interno. E infatti gli ultimi due pontefici non hanno avuto esitazioni nel ribadire il ruolo del magistero e nel punire, nei modi oggi praticabili (non è più tempo di roghi!), i dissenzienti. E, se non si possono costringere le masse all’obbedienza, almeno si costringono al silenzio i teologi. Per quanto riguarda l’ambito della morale, l’intervento più significativo ai fini della normalizzazione è sicuramente l’enciclica Veritatis splendor , del 1993, nella quale Giovanni Paolo II, deciso avversario del rinnovamento della teologia morale post-conciliare, dichiara che è “necessario riflettere sull’insieme dell’insegnamento morale della Chiesa, con lo scopo preciso di richiamare alcune verità fondamentali della dottrina cattolica che nell’attuale contesto rischiano di essere deformate o negate. Si è determinata, infatti, una nuova situazione entro la stessa comunità cristiana, che ha conosciuto il diffondersi di molteplici dubbi ed obiezioni, di ordine umano e psicologico, sociale e culturale, religioso ed anche propriamente teologico, in merito agli insegnamenti morali della Chiesa” (n 4).

    Il papa, infatti, sa che anche nel mondo cattolico “si respinge la dottrina tradizionale sulla legge naturale, sull’universalità e sulla permanente validità dei suoi precetti; si considerano semplicemente inaccettabili alcuni insegnamenti morali della Chiesa; si ritiene che lo stesso Magistero possa intervenire in materia morale solo per «esortare le coscienze» e per «proporre i valori», ai quali ciascuno ispirerà poi autonomamente le decisioni e le scelte della vita” (ivi). Per questo ritiene necessario intervenire sulla questione come mai era accaduto in passato: “È la prima volta, infatti, che il Magistero della Chiesa espone con una certa ampiezza gli elementi fondamentali” (n 115) della dottrina morale cristiana.

    L’insegnamento dei principi etici era affidato, per lunga consuetudine, ai teologi moralisti, ma ora sono proprio loro che mettono in discussione la dottrina tradizionale e perciò il papa intende richiamare i vescovi al dovere della vigilanza, perché “fa parte del nostro ministero pastorale vegliare sulla trasmissione fedele di questo insegnamento morale e ricorrere alle misure opportune perché i fedeli siano custoditi da ogni dottrina e teoria ad esso contraria. In questo compito siamo tutti aiutati dai teologi; tuttavia, le opinioni teologiche non costituiscono né la regola né la norma del nostro insegnamento. La sua autorità deriva, con l’assistenza dello Spirito Santo e nella comunione cum Petro et sub Petro, dalla nostra fedeltà alla fede cattolica ricevuta dagli Apostoli” (n 116).

    Il bersaglio dell’enciclica sono esattamente i moralisti cattolici, a cui il papa nega il diritto alla libera ricerca teologica. Il loro eventuale dissenso, esclusa a priori l’ipotesi che possa essere ben motivato, è sempre un’inaccettabile disobbedienza: “Il dissenso, fatto di calcolate contestazioni e di polemiche attraverso i mezzi della comunicazione sociale, è contrario alla comunione ecclesiale e alla retta comprensione della costituzione gerarchica del Popolo di Dio. Nell’opposizione all’insegnamento dei Pastori non si può riconoscere una legittima espressione né della libertà cristiana né delle diversità dei doni dello Spirito” (n 113).

    Verità per decreto

    Bandito quindi il pluralismo teologico, dagli studiosi cattolici si esige l’assoluta fedeltà ai principi contenuti nell’enciclica, il cui valore dogmatico è ribadito più volte: “Ciascuno di noi conosce l’importanza della dottrina che rappresenta il nucleo dell’insegnamento di questa Enciclica e che oggi viene richiamata con l’autorità del successore di Pietro” (n 115). Chi si aspettasse una confutazione degli errori dei teologi fondata su solidi argomenti razionali resterebbe però deluso.

    Per la condanna di buona parte della teologia morale contemporanea l’enciclica si basa sostanzialmente sul principio di autorità. Il punto di partenza è sempre la Scrittura, ma letta senza tener minimamente conto delle acquisizioni dell’esegesi biblica contemporanea, e l’argomento principale, se non l’unico, è che le nuove idee sono in contrasto con la fede, così come è stata interpretata dalla tradizione e proposta dal magistero. La tesi, ad esempio, per cui “la concezione tradizionale della legge naturale […] presenterebbe come leggi morali quelle che in se stesse sarebbero solo leggi biologiche” (n 47) è inaccettabile perché “Questa teoria morale non è conforme alla verità sull’uomo e sulla sua libertà. Essa contraddice agli insegnamenti della Chiesa” (n 48).

    La persona umana è unità di corpo e anima, e perciò “Una dottrina che dissoci l’atto morale dalle dimensioni corporee del suo esercizio è contraria agli insegnamenti della Sacra Scrittura e della Tradizione” (n 49). E ancora, a proposito del rapporto tra libertà e legge: “le tendenze culturali sopra ricordate, che contrappongono e separano tra loro la libertà e la legge ed esaltano in modo idolatrico la libertà, conducono ad un’interpretazione «creativa» della coscienza morale, che si allontana dalla posizione della tradizione della Chiesa e del suo Magistero” (n 54).

    E poiché insegnanti e medici cattolici spesso si allontanano dalle posizioni della tradizione ecclesiastica e del magistero romano, bisogna, a norma di diritto canonico, intervenire d’autorità per richiamarli all’ordine: “Una particolare responsabilità si impone ai Vescovi per quanto riguarda le istituzioni cattoliche. […] Spetta a loro, in comunione con la Santa Sede, il compito di riconoscere, o di ritirare in casi di grave incoerenza, l’appellativo di «cattolico» a scuole, università, cliniche e servizi socio-sanitari, che si richiamano alla Chiesa” (n 116). È esattamente ciò che è avvenuto nel corso degli ultimi anni.

    Se si prova a ragionare

    Peccato, perché i moralisti cattolici avevano messo in discussione la nozione di legge naturale sulla base di argomenti razionali che forse meritavano una maggiore attenzione. Essi hanno fatto notare che la nozione di legge naturale è stata elaborata – soprattutto ad opera di Tommaso d’Aquino che ha ripreso i più significativi contributi del pensiero greco – in un contesto come quello medievale in cui i costumi erano relativamente omogenei e il ritmo della storia talmente lento che i cambiamenti passavano inosservati, la società era strutturata in quadri decisamente statici e fortemente gerarchici e la vita umana era soggetta ai processi della natura, le cui leggi fisiche o biologiche apparivano assolutamente immodificabili. In tale contesto, è ovvio che apparissero come fondati sulla natura fatti quali la sottomissione della donna all’uomo, la schiavitù o il legame necessario tra sessualità e procreazione.

    Ma è altrettanto ovvio che quei dati non appaiono più ‘naturali’ nell’odierno contesto culturale. Gli studi di etnologia e di antropologia culturale hanno infatti mostrato una tale varietà e una tale mutevolezza nei comportamenti umani da escludere l’assolutizzazione di costumi che tutt’al più sono diffusi e stabili solo in ben determinate regioni ed epoche. La mentalità odierna poi, valorizzando libertà e uguaglianza, abitua alla mobilità sociale e non accetta più passivamente le stratificazioni esistenti. La rivoluzione scientifico- tecnologica, inoltre, ha reso possibile un dominio dei processi fisici e biologici tale da far tramontare definitivamente l’idea di una natura immodificabile.

    La scienza, infatti, ha mutato non solo l’idea che l’uomo aveva del mondo della natura ma anche quella che aveva di sé; l’essere umano si scopre oggi capace di trasformare se stesso, la società in cui vive e il mondo che lo circonda: «la natura immutabile dell’uomo – osservava A. Bausola già diversi anni fa – appare allora un mito, proprio di società che non riuscivano a mutare l’uomo; oggi si vede che l’immutabile può mutare, che esso è solo il presente (e il passato, prima creduto sempre tornante in cicli che sembravano eterni) gratuitamente assolutizzato» (Filosofia e mondanizzazione, in A. Bausola, Natura e progetto dell’uomo. Riflessioni sul dibattito contemporaneo, Milano 1977, p. 5).

    Pur facendo parte del mondo della natura, l’uomo se ne distingue proprio per la sua creatività e niente è più naturale che l’esercizio di questa libertà creativa, che può manifestarsi «nel dirigere in nuove direzioni le tendenze, di fatto plastiche nell’uomo, nel potenziare lo sviluppo di certi impulsi piuttosto che di altri, e, al limite, nel modificare la stessa natura dell’uomo (modificando il soma, e con ciò anche, forse, il sistema degli impulsi)» (Natura e cultura, in Bausola, Natura e progetto, pp. 64-65).

    In un mondo che è stato trasformato dalla rivoluzione scientifica e tecnologica, e che ancor più lo sarà in futuro, l’uomo è perciò ormai consapevole che il suo compito non è quello di attuare un disegno già stabilito ma, come scriveva negli anni settanta un noto moralista cattolico, quello di individuare il modello di umanità che merita di essere perseguito in ciascuna epoca: «con l’avvento della scienza e della tecnica l’uomo sperimenta, in effetti, il suo potere creatore. Secondo una nota espressione, egli ‘umanizza’ la natura e si umanizza lui stesso trasformandola; la natura trasformata lo trasforma a sua volta e modifica profondamente la coscienza e la conoscenza che egli ha di se stesso e della sua storia» (R. Simon, Fonder la morale. Dialectique de la foi et de la raison pratique, Paris 1974, p. 149).

    Con la teoria dell’evoluzione, infine, la scienza ha modificato ancora più radicalmente l’autocomprensione dell’uomo, perché, come osserva Giannino Piana, professore ordinario di Etica cristiana nell’università di Urbino, “la natura non risulta più espressione di un processo razionale guidato nel suo divenire da un’intelligenza, ma appare piuttosto come una realtà in costante mutamento, in cui affiorano deficienze e disfunzioni, spiegabili soltanto come effetto di aggiustamenti operati dalla selezione naturale. Il che rende evidentemente poco plausibile il ricorso a essa quale paradigma per l’agire morale” (G. Piana, Si può ancora parlare di ‘natura’? Considerazioni antropologico- etiche, in “Aggiornamenti sociali”, settembre-ottobre 2006, p 680).

    E il Piana ricorda in una nota della medesima pagina – ma io credo che il fatto meriterebbe ben maggiore rilievo – che “lo stesso card. Ratzinger (oggi papa Benedetto XVI) in un confronto con il filosofo tedesco Juergen Habermas ha ammesso che ‘con la vittoria della teoria dell’evoluzione […] che oggi in larga misura sembra incontro-vertibile’ il richiamo tradizionale al diritto naturale ‘purtroppo risulta spuntato’, perchè è ormai evidente che ‘la natura come tale […] non è razionale’ (Habermas J. – Ratzinger J., Etica, religione e Stato liberale, in “Humanitas”, 2 [2004] 256 s.)”.

    Una morale a misura d’uomo

    La scoperta della straordinaria varietà, nello spazio e nel tempo, delle convinzioni morali, la creazione di un quadro economico-sociale più libero e dinamico, la diffusione della teoria evoluzionistica e l’esperienza della capacità umana di dominare i processi naturali hanno prodotto dunque la consapevolezza ormai irreversibile che i confini tra natura e cultura sono molto meno netti di quanto non si credesse un tempo. Infatti non ci si trova mai di fronte alla natura nella sua immediatezza ma sempre di fronte ad una natura già interpretata – e interpretazioni e relative valutazioni sono mutevoli – dall’uomo: viene, cioè, di volta in volta dichiarato ‘naturale’ ciò che in una determinata cultura appare tale. La linea di confine tra natura e cultura si rivela perciò come un prodotto della cultura stessa.

    Se si riconoscono la storicità della natura dell’uomo, la plasticità delle sue inclinazioni fondamentali e la reinterpretazione culturale di esse, le conseguenze in campo morale sono inevitabili. Rinunciando alla pretesa di fornire precetti morali immutabili, si assegnerà alla ragione il compito di trovare di volta in volta soluzioni efficaci per i problemi posti dall’esperienza, tenendo conto dei valori di cui si ha consapevolezza in un determinato momento storico, e che proprio scelte inizialmente scandalose ed esperienze inedite possono far emergere.

    L’istanza morale può esprimersi allora in maniera necessaria e immutabile non con precetti che stabiliscono in modo definitivo la liceità o meno di determinati comportamenti ma solo con formule che sottolineano il dovere di agire da uomini, individuando ciò che va fatto qui e ora. Tesi, questa, oggi comune tra gli studiosi cristiani ma già presente sei decenni fa nell’opera di un grande moralista cattolico che, pur tra tanti condizionamenti, scriveva anticipando i tempi: “non è obbligatorio per la natura umana, e dunque per ogni uomo, che quell’atto non compiendo il quale egli decade necessariamente dalla sua dignità umana” (J. Leclercq, Les grandes lignes de la philosophie morale , Louvain-Paris 1946, p 407).

    I moralisti che aprono simili prospettive, quindi, non ritengono affatto che tutto sia lecito: al contrario, sono certi che sia assolutamente necessario individuare criteri che consentano di discernere ciò che è eticamente legittimo da ciò che non lo è. Ma tale criterio ha come fondamento non la natura – delle cui leggi fisiche e biologiche bisogna certo tener conto – ma appunto la dignità dell’uomo: il nocciolo duro dell’etica è il riconoscimento del valore di ciò che la tradizione cristiana indica col termine ‘persona’, un soggetto cioè capace di pensare e di agire liberamente, entrando in relazione con altre persone. Morale è allora tutto ciò che ha effetti umanizzanti per sé e per gli altri, immorale ciò che attenta alla dignità propria come degli altri esseri umani. Posizione, questa, che forse è non solo la più ragionevole ma anche la più coerente con lo spirito evangelico.

    Vangelo o potere

    È lecito, allora, concludere che l’idea di legge naturale non appartiene alla chiesa cattolica intesa come popolo di credenti ma solo a una gerarchia ecclesiastica che, anche se gode, almeno in Italia, di grande visibilità mediatica, è ben poco ascoltata dai fedeli. Una gerarchia che, per mostrare la granitica compattezza necessaria per intervenire da protagonista sulla scena pubblica, non esita a zittire i suoi teologi e a separarsi dal popolo che pure vorrebbe guidare.

    La situazione, in effetti, è davvero paradossale: mentre il messaggio evangelico appare sempre più estraneo alla maggior parte dei cittadini italiani, il Vaticano esercita una crescente influenza sulle istituzioni col suo tentativo di condizionare, in nome di arcaici principi morali spacciati per precetti naturali, l’attività parlamentare, al punto da mettere in pericolo la stessa laicità dello stato.

    Non pare quindi peregrina l’ipotesi che la riaffermazione vaticana dell’etica tradizionale, sino allo scontro col sentire morale di un’umanità che attribuisce ormai alla coscienza la responsabilità delle proprie scelte, serva, al di là delle intenzioni soggettive, più che a testimoniare il vangelo a mantenere il prestigio di un’autorità che chiaramente non potrebbe più pretendere assoluta obbedienza se, mutando i suoi insegnamenti, riconoscesse la propria fallibilità.

    Non è facile, infatti, sostenere che il cuore del messaggio evangelico sia costituito dalla preoccupazione per la famiglia e dalla conseguente regolamentazione della sessualità. Pare, piuttosto, che il vangelo insista su un amore universale che ha come oggetto anche gli estranei e addirittura i nemici: “amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori […]. Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete?” (Matteo 5, 44.46). E ciò che soprattutto ostacola quest’amore non pare che sia il piacere sessuale ma l’attaccamento alla ricchezza (mammona, in ebraico): “nessun servo può servire a due padroni: o odierà l’uno e amerà l’altro oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire a Dio e a mammona” (Luca 16,13).

    Eppure, in un mondo in cui classi dirigenti che si dicono cristiane professano in realtà la religione del denaro, e per accumulare ricchezza provocano ogni anno milioni di morti per fame, distruggono l’ambiente, rilegittimano la guerra, fanno ricorso alla pena di morte e praticano ormai senza pudore la tortura, non è dato ascoltare dal Vaticano una chiara parola di condanna: “guai a voi, ricchi, perché avete già la vostra consolazione” (Luca 6,24). Mentre la nozione sempre meno credibile di legge naturale viene utilizzata come una clava, soprattutto in campo sessuale, per riprovare quelle che vengono considerate colpe private, le critiche rivolte ai responsabili della cosa pubblica sono in molti casi piuttosto timide e non impediscono un’alleanza di fatto con chi ha il potere.

    Due pesi e due misure

    Nel giugno del 2004, per esempio, nel corso della campagna per l’elezione del presidente degli Stati Uniti, l’attuale pontefice, allora prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, in un memorandum riservato in lingua inglese indirizzato alla conferenza episcopale americana scriveva: “Non tutte le questioni morali hanno lo stesso peso morale dell’aborto e dell’eutanasia. Per esempio, se un cattolico fosse in disaccordo col Santo Padre sull’applicazione della pena capitale o sulla decisione di fare una guerra, egli non sarebbe da considerarsi per questa ragione indegno di presentarsi a ricevere la santa comunione. […] Ci può essere una legittima diversità di opinione anche tra i cattolici sul fare la guerra e sull’applicare la pena di morte, non però in alcun modo riguardo all’aborto e all’eutanasia”.

    E infatti Benedetto XVI mantiene ottimi rapporti con l’amministrazione Bush, favorevole alla guerra e alla pena di morte ma contraria all’aborto e all’eutanasia, tanto che, ricevendo il 12 novembre 2005 il nuovo ambasciatore degli Stati Uniti presso la Santa Sede, gli ha rivolto parole di apprezzamento per la politica americana: ”Confido che il vostro Paese continui a dimostrare una leadership basata su un deciso impegno in favore dei valori di libertà, integrità, autodeterminazione, mentre cooperate con varie istanze internazionali che lavorano per costruire un consenso autentico e sviluppano un’azione unitaria nei confronti delle situazioni critiche per il futuro dell’intera famiglia umana”. Per la verità la leadership morale americana appare oggi a milioni di uomini in tutto il mondo sempre più compromessa proprio dalle scelte dell’attuale presidente!

    Parimenti, in Italia il Vaticano intrattiene relazioni cordiali con influenti personaggi che, pur dichiarandosi non credenti, possono orientare l’opinione pubblica e le scelte politiche nella direzione gradita ai difensori dell’etica tradizionale: saranno magari assolutamente estranei allo spirito evangelico, ma hanno il merito di elogiare quello vaticano come alto magistero morale. Con tali atei devoti le gerarchie ecclesiastiche dialogano sempre amabilmente mentre mostrano scarsa disponibilità nei confronti dei credenti, come quelli che si riconoscono nel movimento ‘Noi siamo chiesa’, che esprimono delle riserve sul loro operato.

    Ciò che importa è che il parlamento non legalizzi i comportamenti che il Vaticano giudica contrastanti con la legge naturale. E nell’Esortazione Apostolica Postsinodale Sacramentum caritatis, del febbraio 2007, Benedetto XVI indica come valori non negoziabili “il rispetto e la difesa della vita umana, dal concepimento fino alla morte naturale, la famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna, la libertà di educazione dei figli e la promozione del bene comune in tutte le sue forme” (n 83). Mentre la richiesta di promuovere il bene comune è abbastanza generica, e quindi lascia ampi margini di manovra, si dichiara esplicitamente che non sono possibili compromessi su questioni come l’eutanasia o l’omosessualità .

    I cittadini che, a giudizio del Vaticano, hanno comportamenti devianti non debbono aspettarsi dallo stato il riconoscimento del loro diritto a vivere seguendo la propria coscienza e, se cattolici, debbono subire sanzioni ecclesiastiche come, per esempio, l’esclusione dai sacramenti: “Il Sinodo dei Vescovi – ricorda il papa nello stesso documento – ha confermato la prassi della Chiesa, fondata sulla Sacra Scrittura (cfr Mc 10,2-12), di non ammettere ai Sacramenti i divorziati risposati” (n 29). Però, se non si può annullare il matrimonio e la nuova convivenza appare irreversibile, “la Chiesa incoraggia questi fedeli a impegnarsi a vivere la loro relazione secondo le esigenze della legge di Dio, come amici, come fratello e sorella; così potranno riaccostarsi alla mensa eucaristica, con le attenzioni previste dalla provata prassi ecclesiale” (ivi) .

    È possibile proporre a due persone innamorate di amarsi come fratello e sorella? La gerarchia ecclesiastica, con sovrano sprezzo del ridicolo, risponde affermativamente: perchè il nuovo matrimonio si trasformi in una relazione lecita in fondo si chiede ‘soltanto’ che i due rinuncino ai rapporti sessuali! Un atteggiamento flessibile nei confronti dei poteri pubblici e inflessibile nel campo della sfera privata, da regolamentare per legge secondo i principi della morale naturale proposta dal magistero: finché persevererà su questa via, il Vaticano manterrà certo il gradimento dei rappresentanti delle istituzioni, desiderosi a loro volta della benedizione pontificia, ma apparirà sempre più lontano dal sentire comune degli stessi credenti, nonostante l’offensiva che Benedetto XVI intende scatenare sul tema della legge naturale grazie ai tanto attesi contributi della Commissione teologica internazionale.

    (19-10-2007)

    Rispondi
  • 6. marisa  |  17 dicembre 2007 alle 9:48

    Già, il male è alla radice, i palliativi servono a poco. comunque un altro operaio della ThyssenKrupp è morto, ieri.

    Rispondi
  • 7. giovanni  |  17 dicembre 2007 alle 19:55

    O Sapienza,
    che esci dalla bocca dell’Altissimo,
    ti estendi ai confini del mondo,
    e tutto disponi con soavità e con forza:
    vieni, insegnaci la via della saggezza.

    Rispondi
  • 8. Daniele  |  18 dicembre 2007 alle 15:58

    Prendo spunto da un commento di Raffaele per parlare di una cosa molto importante.
    C’ho sempre girato intorno senza mai andare davvero al cuore della questione.
    Gesù ci ama tutti incondizionatamente!
    Questa non è una teoria o un idea o semplicemente un pensiero egoista perchè mi riguarda.
    No, non è così.
    E io ne ho avuto la prova e posso testimoniarlo.
    Sono quì!
    Chiedete e io vi risponderò.
    Gesù mi ha dato un segno, si è rivelato a me nel modo che ormai tutti sapete. Io ancora sto cercando quella Luce che mi porterà a capire che uomo sarò. Quel segno è da interpretare con la giusta calma, con il tempo che ci vorrà, e con le prove che ogni giorno si presenteranno nella mia vita fino a capire cosa e come sarò.
    La cosa davvero importante è che si è rivelato a me che sono omosessuale, come lo avrà fatto con tanti altri e quindi è vero, e continuerò a ripeterlo, che Lui ci ama tutti senza distinzioni.
    Quindi questa cosa va a discapito di ciò che la chiesa ha detto fino ad oggi. Sono gli uomini di chiesa che ci odiano e fumentano le menti delle assemblee inculcando verità che non sono tali.
    Non esiste proprio e se fosse stato così, allora perchè è venuto da me?
    Se il Signore sa tutto, sa benissimo della mia tendenza. Allora non avrebbe fatto niente. Se davvero odiasse i gay, non darebbe dei segni per cercarLo o per ritrovarLo o per riavvicinare coloro che si sentono emarginati e traditi da tutto quel clamore che la chiesa fa. Non avrebbe fatto niente, sarei dovuto restare indifferente. Non avrei dovuto cogliere nessun segno, non sarebbe dovuto capitare niente, magari affascinato dai luoghi, ma niente di più, come davvero ero convinto prima di partire.
    L’importante è l’amore, è amare tutto e tutti. Con la pace nel cuore e con quella gioia che Gesù ci ha insegnato e detto di portare nel mondo.
    Adesso sono ancora più convinto di doverlo fare perchè sono la prova vivente.
    Quel giorno, davanti a quella grotta Lui si è rivelato a me; mi ha scelto, mi ha dato la possibilità di ritrovarLo, di riavvicinarmi a Lui, di ascoltare di nuovo la Sua Parola e di diffonderla, ma credo ancor di più, di diffondere una testimonianza ancora più grande, grande come l’amore che Lui ha per noi: Gesù non odia i gay.
    E io, come omosessuale, posso raccontare la mia storia con verità e con entusiasmo. Quella storia, quella verità, che quel giorno, davanti a quella grotta, un gay ha ricevuto un segno da Gesù.
    Un segno d’amore e di speranza.

    Rispondi
  • 9. Raffaele  |  18 dicembre 2007 alle 22:52

    Ciao Daniele,ciao Dany.
    Quello che scrivete mi fa sentire piu’ leggero,gioioso.
    Penso come voi che Gesu’ si manifesta in mille modi,in mille forme,per vie traverse…La maggior parte delle volte neanche ce ne accorgiamo.
    Lui e’ presente nella nostra sofferenza,nei nostri sbagli,nelle nostre paure,nei nostri cuori di bambini eternamente sbeffeggiati…
    Perche’ diversi.Se ci fosse un disegno,se questa nostra”anomalia”rappresentasse la strada verso la purificazione,lo strumento di cui Lui si serve per compiere i miracoli…
    Il nostro cuore ne ha sopportate tante,abbiamo imparato a portare le nostre croci e a comprenderle.
    Chiediamo sempre aiuto a Dio,ma ci siamo chiesti quanto possiamo fare noi per Lui?
    L’amore puo’ fare di noi dei piccoli angeli…Baci Raf.

    Rispondi
  • 10. marisa  |  19 dicembre 2007 alle 10:59

    …e ancora… maledetti

    MILANO (Reuters) – E’ morto stamani a Genova il sesto operaio rimasto gravemente ustionato nel rogo scoppiato nell’acciaieria ThyssenKrupp di Torino qualche settimana fa.

    (Pubblicità)
    Lo ha riferito la direzione sanitaria dell’ospedale “Villa Scassi” di Genova dove Rosario Rodinò, 26 anni, era ricoverato.

    “Rodinò è morto stamani alle 8,45”, ha detto a Reuters un funzionario della direzione sanitaria del nosocomio.

    Domenica scorsa è morto anche Rocco Marzo, il quinto operaio vittima dell’incendio, mentre la scorsa settimana a Torino si sono svolti i funerali degli altri quattro deceduti.

    Resta ancora in gravi condizioni il settimo e ultimo operai rimasto ustionato nell’incendio.

    La procura torinese ha aperto un’inchiesta sull’incidente in cui si configurano i reati di omicidio colposo, disastro colposo e lesioni colpose, e in cui al momento risultano indagati tre dirigenti dell’azienda, secondo quanto riferito da fonti giudiziarie.

    La procura inoltre ha messo sotto sequestro la linea 5 dell’azienda dove è avvenuto l’incidente.

    Rispondi
  • 11. Operazione Cachoeira de Pedras  |  20 dicembre 2007 alle 11:09

    Operazione Cachoeira de Pedras presenta

    22-23-24 dicembre 2007 – ore 9/19
    Piazza della Repubblica – Cernusco sul Naviglio

    …E GESÙ ARRIVÒ IN BICICLETTA!
    banchetto (e non solo) a sostegno dei movimenti brasiliani e della decrescita felice

    * autoproduzioni in feltro
    * libri a 1 euro
    * cd, dvd e vhs
    * magliette

    e tanto altro…

    sabato 22 e domenica 23 – ore 16.00
    “L’AMICO DEL LEOPARDO”
    spettacolo di burattini eco-logico per bimbi e per adulti del brasiliano Pedro Diaz

    domenica 23 dicembre – ore 17.00
    SCAMBIO DI REGALI AUTOPRODOTTI
    porta il tuo regalo fatto in casa e scambialo con qualcun altro

    lunedì 24 dicembre – ore 17.00
    PANETTONE EQUO SOLIDALE E VINO PAESANO
    per festeggiare un altro Natale in movimento!

    info: bisullo@yahoo.it – pedras.freewordpress.it – 334.1992529

    Rispondi
  • 12. CBM Italia  |  20 dicembre 2007 alle 11:35

    Cari amici,
    siamo appena tornati da una missione in Uganda e Tanzania, dove abbiamo incontrato i cooperanti italiani Antonio, Augusto, Fulvio e Maria Regina. Uomini e donne impegnati in prima linea contro la disabilità per riscattare vite segnate dalla sofferenza e dalla miseria. Dalle 7 del mattino fino a quando la luce lo permette, i nostri colleghi medici e fisioterapisti lavorano infaticabilmente per operare e aiutare quanti più pazienti possibile. Nel 2008, insieme a voi e a loro che sono sul campo potremo fare molto di più per restituire il dono della vista e il dono della mobilità a migliaia di bambini e di persone che, oggi, non vedono il mondo che li circonda o lo guardano immobili su una sedia a rotelle. A Natale non dimenticatevi dei bimbi dell’Uganda e della Tanzania. Il vostro Babbo Natale potrebbe cambiare radicalmente la loro vita! Aiutiamoli, ora!

    Rispondi
  • 13. Tina  |  20 dicembre 2007 alle 18:03

    Il natale l’ho sentito ieri pomeriggio. Al centro Jus Vitae in via Decollati, quartiere “difficile” di Palermo. Ad accoglierci sono Cesare ed Enza, due giovani volontari. E lì con loro ci sono bambini, settanta almeno, tra i più poveri della zona, che giocano nell’oratorio della parrocchia. Li chiamano bambini a rischio e non è difficile immaginare perché.
    Cesare prende un microfono e chiede loro di mettersi seduti. E’ un meraviglioso colpo d’occhio. Sono tutti lì ad ascoltare ma i loro sguardi indugiano sui sacchi che abbiamo in mano. Cesare ed Enza raccolgono i pacchetti che sono dentro, li dividono su grandi ceste, una per i bambini e l’altra per le bambine. Poi cominciano a raccontare che due donne hanno parlato al telefono con Padre Garau chiedendogli se era possibile fare un regalo ai bambini e che Padre Garau, naturalmente, ha risposto “si, certo, qualunque cosa fatta a fin di bene è possibile”
    I bimbi si dispongono in due file. Cesare spiega loro che devono stare buoni e dimostrare d’essere educati. Come piccoli soldati si fanno avanti, uno per volta, e davanti alla cesta scelgono il pacchetto che più colpisce i loro sensi, magari il più vistoso, prendono anche caramelle e cioccolatini, ci vengono incontro ringraziandoci con un bacio e di corsa si allontanano per aprire il proprio regalo da soli, lontani da occhi indiscreti.
    Enza e Cesare aprono un pandoro, bottiglie di succo di frutta. Intanto ci raccontano del centro, dell’attività svolta da padre Garau, dell’aiuto che viene offerto ai bambini anche per svolgere i compiti scolastici, del giorno dedicato al calcetto, dei giochi che si organizzano all’aperto e di come questa straordinaria macchina della felicità riempia ogni giorno i loro cuori.
    Infine ci salutiamo, abbiamo molta strada da fare per tornare a casa. In auto io e la mia mamma ci scambiamo l’emozione e non facciamo altro che ripetere “è stato bellissimo… hai visto com’erano felici, hai visto quel bimbo biondo com’era contento” e ridiamo…”hai sentito quell’altro che si è confuso e anziché dire grazie ha detto arrivederci… “ e ridiamo… mentre timide lacrime si affacciano dando forma alla nostra gioia..

    Rispondi
  • 14. danielatuscano  |  21 dicembre 2007 alle 8:48

    Grazie Tina di questa splendida testimonianza. Quello che descrivi è un Natale “pasquale”, cioè di rinascita, di riconquista del senso. Il resto non conta.

    Rispondi

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