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SAREMO PARITA’

Le letture immediatamente successive al Natale sono quanto di più lontano dall’aura appiccicosa e dolciastra con cui si suole circonfondere questa festa. Dopo la liturgia della Natività gli Atti degli Apostoli ci raccontano un martirio, vale a dire una testimonianza: testimonianza finita, come forse qualcuno ricorderà, nel sangue. Stefano è un giovane, e la sua giovane vita viene stroncata a sassate. Lo accusano di bestemmia. E’ un “irregolare”, un empio. Vicino a lui si trova un altro giovane, davanti al quale i carnefici depongono il mantello della vittima: un certo Saul, “Saulo” come traduce (male) la Concordata, un ragazzo dagli ideali, o forse dall’ideologia, granitica: non ha dubbi né mezze misure, Saul(o). Lo immaginiamo impettito, spavaldo, vanitoso, sicuro di sé e della sua giustizia, inflessibile come un fuso, dalla barba appuntita e curata, lo sguardo tagliente e fisso, con l’espressione trasognata e latebra del fanatico. Il tipico fondamentalista, del quale l’autore degli Atti non manca di sottolineare: “Saul(o) era uno di quelli che approvavano la lapidazione di Stefano”.

Il salmo 30, che ci presenta il grido del povero afflitto, contiene un’espressione potentissima: “Si è spento nel dolore il mio occhio”. Il 28 dicembre, poi, si raggiunge il climax di angoscia col celebre episodio della strage degli innocenti (Mt 2, 13-18).

Enfant Jésus allongé sur la croix

E. Stelzmüller, Il Bambino Gesù steso sulla croce, © MCEM, pittura su vetro.

“Anche a te una spada trafiggerà l’anima”: la profezia di Simeone a Maria, nel Vangelo odierno, è la chiave per comprendere la scelta di queste letture. Ogni nascita è una freccia lanciata nel cielo del mondo. Il nostro. E’ un “atto contro natura” (Ungaretti) e una sfida alla convenzione, una novità di Dio prima ancora che umana. Ogni nascita comporta una morte: la morte del vecchio, delle certezze consolidate, dell’abitudine quotidiana, ma anche la sofferenza e la domanda. L’antica e sempre attuale domanda: amore, e giustizia. Non si dà l’uno senza l’altra. Ecco perché i morti innocenti, di cui i bambini sono un palpabile simbolo, scandalizzano, scuotono e colpiscono: sono il povero dall’occhio spento dal dolore, un dolore provocato dal peccato, dalla perdita di umanità, e quindi di pace, e quindi di Dio – e viceversa.

Perciò i presepi delle nostre chiese pongono là, nell’ultimo orizzonte, appena sfiorato da un balenìo di luce, oltre la città, sopra le dune, tre croci. Perché il tenero bambino finirà lì. Perché lì è il senso ultimo di quella nascita. Perché la risurrezione comporta lo sperdimento d’un corpo conquistato, per una riappropriazione definitiva. Il Risorto porterà impressi su di sé, per sempre, i segni della Passione. Mai verrà cancellato il suo passaggio terreno, l’orma del dolore innocente e, assieme, l’impronta della giustizia per cui questo suolo geme.

L’ultimo, disperato appello lasciato da Iole Tassitani alla migliore amica esprimeva lo stesso dolore e la stessa forza disperante: “Sono stata parità. Intendeva dire “rapita”, ma il vocabolario automatico del cellulare ha tradotto la prima parola memorizzata. Un errore? Non crediamo. “Parità” è la parola più diffusa, ben più di “rapita”. Siamo parità, o meglio, dovremmo esserlo. Iole era stata parità, fin quando l’avevano considerata un essere umano. Poi l’hanno degradata a oggetto, un oggetto di cui disfarsi non appena conquistati altri oggetti, a cui lo sciagurato maschio aguzzino non ha neppure avuto l’incosciente coraggio di sacrificare sé stesso: il denaro. Iole è stata parità fin quando i suoi simili l’hanno vista come la pupilla degli occhi, dell’identico genere umano. Ma, squartata sull’ara di un miserando vitello di stagno, non “serviva” ormai più. Del resto, la prima lettera di Giovanni non potrebbe essere più chiara: chi non ama i fratelli (e le sorelle) non ama Dio. Né – conseguentemente – sé stesso.

Non sono più parità le vittime dello tsunami di cui ricordiamo l’anniversario. Non sono parità i bambini (e gli adolescenti) venduti alle guerre, ai pedofili, al consumismo – e questo significa il fanciullo nella mangiatoia, non il pacioso vecchio rubizzo che nell’immaginario metropolitano l’ha ormai spodestato. Non sono stati parità gli operai della ThyssenKrupp, deceduti l’uno dopo l’altro sempre in nome della reificazione (cfr. ivi, commento n° 6). Non sono parità quei cristiani palestinesi per i quali il Natale non coincide con abbuffanti pandori ma una ricorrenza che può costare la vita. Non è più parità nemmeno Benazir Bhutto. E’ stata una leader controversa; ma ha rischiato per il suo paese e per la democrazia, ben sapendo che i fondamentalisti l’avrebbero potuta uccidere, non tanto perché, secondo loro, serva degli americani ma perché – lo sappiamo bene – “non era parità”: cioè, era donna. Tornerò a parlare di lei. Qui mi preme sottolineare che i fondamentalisti – di qualsiasi religione, e anche di nessuna – odiano le donne. Loro che sterminano i gay sono, per usare un efficace neologismo di Luce Irigaray, i primi uomosessuali. Delle donne non sanno proprio che farsene, sono solo un problema, poiché l’umanità si coniuga con un unico sesso: il loro, naturalmente.

Saremo parità soltanto quando nasceremo, anzi, ri-nasceremo a noi stessi. Le letture, spietate, ci esortano anche alla speranza: se è vero che persino il lapidatore Saul(o) si è convertito, se è vero che dobbiamo anche sopportare questo insopportabile scandalo di misericordia… nel quale annegare la nostra piccola e gretta giustizia. Per una Giustizia che ci assimila ed espande, per cambiare nome. Trasumanare è l’unico modo per renderci ancor degni di abitare questa Terra.

Daniela Tuscano

Dedico a tutte le vite nate/spezzate un brano che mi è piaciuto:

ANNA MAGNANI

Da tegole e calcinacci
verso la vita mi affaccio
indosso il cappotto di mio zio
soldato scampato alla guerra
Passando tra sfollati
e ragazzini in festa
cerco la mia vecchia casa,
i nespoli abbandonati
una acacia modesta
con un bacio apro la porta

E ho in mente
la faccia dell’Italia coi denti stretti
e il sangue che cola
ma il cuore di pietra

Là dove prima vibrava un pianoforte
soltanto polvere e terra
e mi sembra di udire
la voce arsa di Anna Magnani
che infonde speranza

Foglie d’ ulivo argentate
raccontano una Pasqua lontana
il tetto che quasi frana,
una rondine giace senza vita
fra una scarpa e un secchio

E ho in mente la faccia dell’Italia
la statua grigia e vetra di Mazzini
coi suoi lisi taccuini

Là dove prima vibrava un pianoforte
soltanto polvere e terra
e mi sembra di udire
la voce arsa di Anna Magnani
che infonde speranza

E mi sembra di udire
la voce calda di Anna Magnani
che intona una dolce melodia

Adriano Celentano (Testo: Vincenzo Cerami – Musica: Carmen Consoli)

29 dicembre 2007 at 9:54 14 commenti

(R)ESISTIAMO ANCORA!

Giornata di sensibilizzazione contro la violenza sulle donne

STOP

Dedicata a:

Hina Saleem

Barbara Cicioni

Maria Antonietta Multari

Chiara Poggi

Giovanna Reggiani

la rom Emilia

Meredith Kercher

la quindicenne brasiliana stuprata in carcere da 20 uomini

la donna saudita punita con 200 frustate per aver subito violenza

…e a milioni di donne e bambine sconosciute che in passato, e in questo preciso istante, vengono umiliate dall’impotenza maschile, belligerante, religiosa, mercimediatica. E di cui non sapremo mai nulla.

Di fronte a questo scempio urliamo BASTA. Agli allegri telefilosofi della morte del femminismo, gridiamo SIAMO VIVE. E non dimentichiamo.

Daniela Tuscano (vedi anche: http://www.mentecritica.net/per-mariaantonietta-maschi-vergogna/cronache-italiane/daniela-tuscano/1145/)

25 novembre 2007 at 0:02 5 commenti

POLVERE, SALE

In memoria di Giovanna Reggiani , catechista valdese martirizzata a Roma, e per non dimenticare il gesto di Emilia , giovane rom, che ha denunciato il suo assassino.

Santi, defunti:

la terra abbraccia il cielo,

tasselli in un mosaico

il diaspro e il carbone.

Non sono loro il fine,

non siamo noi la fine.

I monaci birmani hanno ripreso a lottare per la pace e la democrazia.

Immemori di morte,

e incapaci di assaporare la vita,

fluttuiamo senza timone,

come un folle coriandolo

in un pulvureo

immenso nulla.

Abbiamo attraversato queste contrade,

forse nessuno ci ha presi per mano,

ma raccolto accanto a noi

stava un uovo silente,

una virtù misconosciuta,

un silenzio d’attesa,

una mite pazienza.

Qualcosa di orizzontale,

un diapason continuo

un rullo di cosmo

nella speranza

d’un corrisposto abbraccio.

Daniela Tuscano

2 novembre 2007 at 10:05 14 commenti

PER MARIA ANTONIETTA: MASCHI VERGOGNA!!!

Non una parola di più.

(Vedi anche: http://newscontrol.repubblica.it/item/350289/delitto-sanremo-maria-uccisa-da-quaranta-coltellate )

14 agosto 2007 at 11:45 9 commenti

LA DISINFORMAZIONE DELL’INFORMAZIONE

Respinte. Le donne dell’Acmid  (Associazione della Comunità Marocchina delle Donne in Italia) non potranno costituirsi parte civile nel processo agli assassini di Hina Saleem (sotto). Così ha decretato il giudice. Ci saranno, in compenso, i parenti (maschi) della ragazza, mentre gli imputati, il padre e i fratelli, hanno chiesto il rito abbreviato, nella speranza, molto concreta, di scapolare l’ergastolo. Un’autorevole esponente dell’Acmid, Dounia Ettaib , è stata aggredita in pieno giorno da un paio di integralisti e si è salvata solo per la sua prontezza di spirito: nonostante si trovasse in un viale affollato, nessun milanese è intervenuto in suo soccorso.

Potrei fermarmi qui, come avrebbe potuto la nostra grande stampa. Ma ha voluto strafare, come del resto sempre accade davanti a omicidi efferati, specie se a sfondo sessuale e con vittime femminili. In questo periodo, invero, ne càpitano parecchi. Assistiamo a una recrudescenza di barbarie verso le donne.

Gli zelanti mass-media ci delucidano, con minuziosa dovizia di particolari (anche inutili, ma via, vogliamo trascurare i poveri lettori sadici? Ché altrimenti ti allestiscono un Sadic Pride per rivendicare i loro sacrosanti diritti…). La loro solerzia si distingue particolarmente nel caso di stupratori extracomunitari, di padri-padroni islamici, di prosseneti romeni. Tutto vero, sia chiaro. Ma che le donne presso certi popoli vengano trattate come pezze da piedi lo sanno anche i poppanti.

Ci si aspetterebbe che, nella “moderna” Italia, le donne godano di diritti, libertà e soprattutto rispetto. Se si osserva la realtà con meno disattenzione, però, si scopre che non va esattamente così. Innanzi tutto, pare esistano anche, e in numero consistente, violentatori nostrani, poco dissimili, per crudeltà ed efferatezza, dai loro corrispettivi stranieri; su di loro, giornali, tv e web si dimostrano già più lacunosi. Ma non basta. Ormai anche a uno psicologo della Scuola Radio Elettra risulta lampante che l’aumento esponenziale di un fenomeno non è imputabile alla psicosi di singoli individui, ma riflette una tendenza, una cultura, una sensibilità radicate nel tessuto sociale.

E dunque. Punto primo: ci rallegra che almeno su “Repubblica” sia comparsa l’intervista ad Abdullah Redouane del Centro islamico culturale d’Italia, il quale, manifestando la sua solidarietà a Dounia, ha rilasciato due dichiarazioni fondamentali: a) il Corano non va interpretato letteralmente ma contestualizzato (cosa che, invero, non fa la maggior parte dei musulmani); b) tragedie come quelle di Hina non sono causate dalla religione, ma dall’ignoranza.

Si trattava, però, di un articolo di spalla. Non corredato da fotografie. Privo di qualsiasi approfondimento. Che, in ultima analisi, poteva anche passare inosservato, mentre a tutta pagina campeggiava la cronaca con l’immagine di un immenso striscione: “Hina vittima dell’Islam”.

Il messaggio è quindi giunto: roba da barbari, da noi non accadrebbe mai, rispediteli al loro paese e non ci si pensi più. (Va da sé che, “nel loro paese”, le donne possono tranquillamente essere martoriate, ognuno è sovrano soprattutto quando a rimetterci sono gli altri – “le” altre -, a noi checcenefrega.)

Punto secondo: anche violenze di italiani su italiane, abbiamo detto. Di norma molto meno strombazzate, abbiamo aggiunto. Diritti, libertà e rispetto, abbiamo invocato. E ora domandiamoci: il nostro sostrato culturale favorisce questi ultimi?

Irak

Corsi interreligiosi per donne all’Università sciita di Najaf, Iraq.

1) A scuola, la maggioranza del corpo docente è di sesso femminile. Anni fa mi capitò di leggere le querimonie di alcuni prof maschi, che si sentivano discriminati. A noi non pensa mai nessuno, piagnucolavano. E poi, significativamente: “Ci fosse la possibilità di far carriera… di guadagnare un po’ di più…”. Naturalmente l'”inchiesta” taceva il fatto che la femminilizzazione dell’insegnamento riguardava solo la scuola dell’obbligo; intendendo, con tale termine, anche i corsi superiori, visto che ormai alle medie non si ferma più nessuno. All’Università, però, la musica cambia: altro che femminilizzazione, lì i docenti sono quasi tutti uomini, per non parlare dei rettori: se non ricordo male, di donne che ricoprono quel prestigioso ruolo ce ne sono soltanto un paio.

Guarda il caso, si tratta degli unici docenti “ricchi”, quelli che “fanno carriera”, che godono della stima della popolazione. Solo la “manovalanza” è femmina; e si capisce perché: da sempre gli uomini hanno snobbato questo tipo di lavoro, perché non considerato abbastanza prestigioso, perché non vellicava il loro smisurato ego, perché lontano anni luce dalla logica aziendalistica e piramidale che permette ai più dritti, o ai più arrivisti, di primeggiare su tutti, a scapito di tutti; perché ritenuto un impiego part-time (per quell’identificazione quantità-qualità); perché gli insegnanti, nell’immaginario comune, sono screditati (molte volte mi son sentita dire che noi “non facciamo niente” ); perché stare con bambini e ragazzi è roba da femmine, anche quando si tratti di femmine con una sensibilità materna non superiore a quella d’una gatta. Insomma, uno sfacelo. Per scegliere una professione tanto ignominiosa. un uomo doveva trovarsi proprio con l’acqua alla gola, a meno che non si trattasse di uno smidollatino, o peggio. Ai veri maschi spetta(va)no compiti ben altrimenti nobili.

E osano pure frignare, proprio come femminucce irresolute! Vogliono più spazio, poverini. E una scuola “manageriale”. Il loro congenere travestito da donna, l’ex ministro Moratti, in tale senso gli aveva dato una grossa mano.

Pubblicità progresso in Francia: “Come spiegarle che sarà meno pagata, perché è una ragazza?”.

2) Ma è poi così vero che nelle scuole, Università escluse, gli uomini sono in minoranza? Proprio no. Numericamente, può darsi; ma il primato maschile – androcentrico – resta ben saldo nei programmi scolastici, nella lingua italiana, nei rapporti fra insegnanti e alunni. La scuola insegna a rispettare, stimare, valorizzare i talenti e la dignità femminili? La risposta è no.

3) L’Acmid non può costituirsi parte civile per decisione di un giudice italiano. In questi anni la Cassazione (composta da barbogi maschi) ha mandato in libertà, o condannato – il verbo muove al riso – a pene lievissime dei brutalizzatori anche di minorenni, anche incestuosi, come nel caso del patrigno della ragazzina sedicenne che s’è visto ridurre la pena in quanto aveva sì abusato della figlia, ma quest’ultima non era più vergine, poiché avviata dalla madre alla prostituzione; com’è avvenuto per l’ormai leggendaria sentenza sui jeans; come temiamo accada per il marito-killer di Barbara Cicioni (in un primo momento, la giustizia popolare aveva già decretato che i colpevoli fossero romeni), il quale malmenava la moglie un giorno sì e l’altro pure, aveva ripetutamente cercato di farla abortire (tanto poi il prete scomunicava lei), ma forse, misero, qualche ragione ce l’aveva, forse la bimba che la “fedifraga” aspettava non era sua… sotto quindi con l’esame del Dna, magari ci scappa l’attenuante dell’onore.

4) Pubblicità e mezzi d’informazione veicolano un’immagine della donna che si credeva sepolta da secoli. Non sarà per moralismo che le nazioni realmente più evolute, dove le donne effettivamente godono di concreti diritti e riescono a occupare importanti cariche a livello lavorativo e di governo, sbeffeggiano quasi quotidianamente la tv italiana per l’esibizione ripetuta di tette, sederi e altre parti intime (femminili) persino nei programmi in cui si spiega come si prepara un babà al rum.

Alessia e Mascia 

Alessia & Mascia, veline in versione lesbo-chic (?) nel fortunato calendario di qualche tempo fa.

Non sarà fortuito se oggi il sogno delle ragazze è diventare veline o cubiste, se gli idoli si chiamano Corona o Moric, se un palazzinaro della tv scosciata si pavoneggia di “metter sotto” le avversarie politiche. Ah, ecco, la politica: l’Italia è il Paese con minor numero di parlamentari donne, a eccezione della Grecia. Ce ne sono di più in India, dove, peraltro, alcune di loro sono riuscite senza tema a diventare capi di Stato. Da noi sarebbe impensabile.

Non ho nominato il Papa, ma a che serve? L’Italia non è un paese cattolico da molto tempo. Cristiano, poi, men che meno. Siamo solo in pieno revival clericale, che, notoriamente, con la religione non c’entra una cicca. Proprio per amor di completezza, vabbè, lo nomino, la gerarchia vaticana è super-misogina ecc. ecc. Ma, davvero, mi sento così démodée a pormi questo problema visto che, per il Pontefice, le donne nemmeno esistono.

4) Dal quadro pur sommariamente tracciato, siamo allora così sicuri che Hina sia solo, o principalmente, vittima dell’Islam? Possibile che non ci venga offerta altra alternativa fra lo sgozzamento o Lele Mora?

Non sarebbe forse più corretto scrivere: “Hina vittima dei maschi”? Ma pretenderlo da un’informazione “maschia” è alquanto velleitario.

Daniela Tuscano  

PER SOSTENERE L’ACMID NEL PROCESSO HINA SALEEM: http://www.acmid-donna.it/perHINA.htm

2 luglio 2007 at 9:04 12 commenti

DIRITTO ALLA MATERNITÀ COSCIENTE – Incontro col CAV Mangiagalli e col Naga (Milano)

Maternità (e paternità) responsabili, contraccezione, aborto: temi vitali e perciò al centro di dibattiti anche roventi, se teniamo conto che la donna sperimenta queste realtà sulla propria pelle. I primi quattro articoli della legge 22 maggio 1978 n° 194, che stabilisce le norme per la tutela sociale della maternità e per l’interruzione volontaria della gravidanza, sottolineano che è compito dello Stato garantire il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, tutelando la vita umana dal suo inizio.

I servizi socio-sanitari devono aiutare la donna a rimuovere le cause che la spingerebbero all’aborto; quest’ultimo, tuttavia, resta possibile nei primi 90 giorni di gravidanza, per seri problemi concernenti la salute fisica o psichica della madre, le sue condizioni sociali, economiche o familiari, nonché le circostanze in cui è avvenuto il concepimento e la previsione di malformazioni per il concepito (articoli 4 e 5), mentre l’interruzione della gravidanza dopo il novantesimo giorno (articolo 6) è consentita soltanto se esistono gravi rischi per la salute fisica o psichica della donna. Comunque, ferma restando la sua libera decisione, essa ha diritto all’assistenza medica, anche per evitare pratiche abortive illegali.

Come si vede, i problemi sollevati sono enormi e delicatissimi. Ma qual è il comportamento delle extracomunitarie? Esistono realmente strutture che le accompagnino nel loro impervio cammino, rispettando le diverse sensibilità e culture? O ci sono valori e regole universali? In definitiva, si lavora per realizzare una società più a misura “di donna” (e di bambino)? Per rispondere a questi quesiti, ci prova un’inchiesta presso due importanti associazioni di volontariato, il Centro di Aiuto alla Vita Mangiagalli (a Milano, via della Commenda 12, tel. 02/5461477 – 02/55181923) e il Naga (sempre a Milano, via Zamenhof 7 (tel: 0258102599 – Fax: 028392927). Ecco, qui di seguito, i risultati dell’indagine.

La vita non ha “razza” 

Il Cav (Centro di Aiuto alla Vita) Mangiagalli è attivo da ventiquattro anni. Associazione umanitaria, scientifica e culturale, si propone di realizzare il primo articolo della 194, laddove cioè si riconosce il valore sociale della maternità, contribuendo a far superare i motivi che indurrebbero la donna ad abortire. Per questo motivo gli operatori organizzano anche incontri di studio.

“Nessuna cultura o religione ammette l’aborto come soluzione – avverte Paola Marozzi Bonzi, consulente familiare dell’Associazione – Quel che è certo è che per la donna resta una tragedia. La gravidanza, di fatto, scatena un insieme di emozioni difficilmente gestibile: da subito l’embrione è in grado di stimolare modificazioni corporee nella donna e fa risalire sensazioni del suo vissuto profondo. Tutto ciò destruttura momentaneamente la psicologia della madre, così da provocarle paura e angoscia: e avviene anche nei casi in cui il bambino è voluto e desiderato. Quindi non è lecita alcuna leggerezza”.

– Quali servizi offrite?

“I nostri servizi, gratuiti, riguardano in primo luogo l’accoglienza. Offriamo a qualunque donna una qualificata opera di counseling mediante i dettami della scuola rogersiana, per mettere a fuoco personalità e difficoltà interiori. Ad ogni modo, non ci sostituiamo mai alla donna: in ultima analisi, tocca sempre a lei decidere. Se decide per la maternità, l’assistiamo in tutte le tappe. Generalmente, i bisogni prevalenti sono quelli dell’alloggio e del lavoro, perciò il Cav gestisce ora due comunità (“Santa Elena” e “Donna e Madre”), e alcuni appartamenti unifamiliari, le prime destinate all’ospitalità temporanea di donne incinte e/o con figli piccoli, i secondi per alloggiare nuclei familiari, senza tetto, in attesa di un bimbo. A questo proposito il 3 luglio ’96 abbiamo inaugurato il Residence dei Fiori, di cui hanno fruito in prevalenza le extracomunitarie e i loro mariti”.

– Di cosa si tratta?

“Il residence è composto da 12 miniappartamenti ospitanti altrettante famiglie con mamme in attesa. Le coppie provenivano da Costa d’Avorio, Sri Lanka, Somalia, Perù, Tagikistan, Repubblica ceca, Ecuador, Etiopia, Bolivia. Abbiamo anche appartamenti con coppie egiziane e marocchine”.

– Ha parlato di problemi lavorativi…

“Noi non diamo mai soldi, ma offriamo alle utenti la possibilità di imparare un lavoro che permetta loro di non separarsi mai dal bambino, evitando anche a quest’ultimo l’asilo nido.

La Cooperativa Aquilone, in via De Amicis 48, nasce appunto con questo scopo. Sovvenzioniamo ‘borse di studio’ per le mamme in gravidanza, affinché possano svolgere lavori di artigianato (maglia, ricamo, cucito, pittura su stoffa e carta) che la cooperativa commercializza. Capita anche che le utenti vi giungano dopo aver perduto un impiego”.

– Come mai?

“Perché quasi tutte le extracomunitarie trovano un’occupazione come colf ma, una volta incinte, vengono licenziate, rimanendo quindi completamente sole e indifese”.

– Il Cav è d’ispirazione religiosa?

“No. I centri sono stati fondati nel ’75 su iniziativa di un cristiano, un marxista e un ebreo. Vi può collaborare chiunque ne condivida le finalità”.

– Perché siete poco conosciuti?

“Non possiamo permetterci una grande pubblicità e, purtroppo, in Italia è ancora scarsa la sensibilizzazione sul volontariato. Quanto realizziamo è reso possibile grazie alle quote annuali, dai contributi dei soci, da offerte e donazioni di privati, da iniziative quali la Giornata per la Vita, serate culturali benefiche ecc. Le donne ci avvicinano grazie a una fitta rete di amicizie. Da sempre, inoltre, collaboriamo con altre realtà, ad esempio col Naga che ci manda spesso molte persone”.

 

Per le donne, con le donne 

In via Zamenhof 7 (tel: 0258102599 – Fax: 028392927) ha sede il Naga, l’associazione laica e apartitica che si occupa dell’assistenza socio-sanitaria a stranieri e nomadi. Costituitosi nel 1987, il Naga – come recita il suo statuto – utilizza questo servizio “per dare voce e dignità politica ai bisogni di chi ancora risulta trasparente per lo Stato e le istituzioni”.

“È impossibile stimare il numero di extracomunitarie che vengono qui – affermano una ginecologa e una volontaria – Gli anni scorsi, il 60 per cento dell’utenza era effettivamente costituita da donne, ma ora il divario con gli uomini si è notevolmente ristretto. Innanzi tutto perché il nostro ambulatorio fornisce informazioni e aiuti su qualsiasi tipo di malattia; esiste anche uno sportello legale. Un altro elemento che spiega il calo della presenza femminile è l’esistenza di un decreto del ministero della Sanità, datato 3 gennaio 1996 e successivamente reiterato, in virtù del quale alle straniere temporaneamente presenti in Italia sono garantite, nei presìdi pubblici, le cure ambulatoriali e ospedaliere essenziali, ancorché continuative, per malattie e infortuni. Sono poi estesi i programmi di medicina preventiva ed è garantita la tutela sociale della maternità responsabile e della gravidanza, con le stesse norme valide per le italiane. Quindi altri enti assicurano adesso le prime cure, o dovrebbero farlo”.

Un terzo motivo è costituito dal cambiamento delle migrazioni. “Fino a qualche anno fa avevamo molte filippine, cingalesi, nigeriane, mentre ora aumentano le slave, soprattutto albanesi, e le peruviane, mentre calano le magrebine e le africane”.

– Cosa trova al Naga un’extracomunitaria?

“Per prima cosa un servizio d’accoglienza, dove ascoltiamo i problemi di ognuna riuscendo a ottenere una comunicazione diretta. Abbiamo a disposizione tre ginecologi, tra cui un obiettore che si occupa di quei casi (infezioni, ecc.) per cui non è prevista l’assistenza gratuita. Del resto le donne preferiscono rivolgersi ad altre donne. Il nostro vero problema è la contraccezione”.

– Perché?

“In genere le donne conoscono l’interruzione di gravidanza, ma poche sanno cos’è un anticoncezionale. Così forniamo loro spiegazioni con volantini semplici ma chiari, redatto in diverse lingue (dal filippino, all’arabo, al turco).

– Quale il metodo scientifico che consigliate maggiormente, ammesso che ne esista uno?

“Non si dimentichi che la scelta è della donna. Ma si presentano situazioni diverse. Molte, ad esempio, rifiutano il profilattico non solo per motivi culturali, ma perché il compagno non vuol saperne”.

– Una gravidanza è comunque un evento cruciale per una donna, specie in determinate condizioni.

“Certo, il problema è mantenere un contatto con le utenti. Si presentano al momento dell’urgenza, poi non tornano più. Invece vorremmo costituire un gruppo d’accoglienza stabile. D’altro canto, quelle incinte vengono già seguite dai nostri ginecologi, dai consultori familiari a noi associati o dai Centri di Aiuto alla Vita. Poi cerchiamo di rendere meno traumatico il ricordo all’aborto”.

– In che modo?

“Qui pratichiamo il test di gravidanza. Ogni donna che si trovi nelle prime settimane ha diritto a un’assistenza psicologica. Dopodiché, se opta per l’interruzione, prende appuntamento coi nostri consultori. Da parte nostra forniamo i prospetti degli ospedali che operano gratuitamente, poiché altri, per le donne non iscritte alle Asl (e le extracomunitarie non lo sono), pretendono un pagamento fino a un milione e trecentomila lire”.

– Ancora un paio di domande: le donne che si rivolgono al Naga vengono sole o accompagnate?

“Si presentano anche coi mariti, ma spesso sono sole o affiancate da un’amica o da una parente per un conforto o per via della lingua e, a volte, della giovane età (15-16 anni)”.

– In molti Paesi asiatici e africani (ma non solo), numerose donne vengono sottoposte a infibulazione o escissione. Lo dichiarano o esistono reticenze in proposito?

“Benché il Comitato interafricano per la Salute abbia condannato tali pratiche, esse rimangono molto diffuse e le donne non ne parlano. La verita viene a galla quando queste ultime accusano infezioni urinarie o lesioni alla vita sessuale e riproduttiva. Il problema riguarda le nuove generazioni: molti genitori, a meno che non trovino medici consenzienti, tornano nel Paese d’origine per infibulare la ragazza”.

 

Daniela Tuscano

 

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RAHMATULLAH LIBERO http://www.repubblica.it/speciale/2007/appelli/rahmatullah/index.html

26 maggio 2007 at 0:01 7 commenti

HINA SIAMO NOI

Le donne musulmane si costituiranno parte civile nel processo contro i carnefici di Hina Saleem (sotto), la ragazza di origine pachistana trucidata a coltellate e gettata in un sacco della spazzatura dal padre e dai fratelli perché “rea” di amare un italiano e – come scrivono i giornali – di “voler vivere all’occidentale”.

Un’espressione che contestiamo. Hina non voleva vivere “all’occidentale”. Hina voleva semplicemente essere sé stessa. Occidentale od orientale, poco conta: si è sempre donne di qualcuno. E le donne sono un po’ delle apolidi: da qualsiasi parte si trovino, avranno sempre alle calcagna qualche maschio padrone pronto a negar loro i più elementari diritti. Si tratti del prete scomunicante, dell’imam lapidatore, dell’impotente che le sevizia, del “compagno” incapace di tollerare che la partner non è “roba” sua, e gliela fa pagar cara, magari strappandole i genitali (è accaduto la scorsa settimana); si tratti del parlamentare che non cede la sua cadrega a una femmina e legifera in nome suo, e sentenzia, e tuona contro la piaga dell’aborto, perché, tanto, non è lui a subirlo; si tratti del conduttore di show in cui le donne compaiono solo come svestiti soprammobili, esposti alla bramosia televisiva di citrulli altrimenti incapaci di soddisfare qualsivoglia desiderio concreto; si tratti del programma scolastico in cui si è costretti a mandare a memoria il Tumulto dei Ciompi ma alle conquiste del movimento femminista, l’unica rivoluzione riuscita del Novecento – e, forse, dell’intera umanità – non è dedicata nemmeno una riga.

E tutto quanto infischiandosene del fatto che la maggioranza degli studenti sono di sesso femminile, di norma anche più capaci e preparate.

Anche la penosa diatriba su unioni di fatto, Family Day con annessi & connessi è legata in fondo a questo tema. Il terrore alla base di certe isterie, soprattutto da parte di clericali e conservatori, non sono infatti gli omosessuali (maschi, ovviamente: delle lesbiche non suppongono neppur l’esistenza…), ma lo stravolgimento dell’idea di famiglia legato all’emancipazione delle donne; la loro capacità di auto-determinarsi e trovare nuove forme di relazione. Non dimentichiamo che, all’alba della Costituzione, l’ala intransigente del cattolicesimo esigeva si stilasse un articolo in cui si ribadiva il valore della famiglia gerarchica con l’uomo come capo. La stessa figura di “capofamiglia” è scomparsa giuridicamente (ma non nella mentalità comune) solo nel 1975. Al 1992 (1992!) risale la definizione di stupro come reato contro la persona. Fino a quell’anno era catalogato fra le offese alla morale, quasi alla stessa stregua di chi diffonde materiale pornografico.

Viviamo in un mondo di donne, dove le donne sono maggioranza anche numerica; ma con una testa, anzi con viscere, maschili.

Viscere talmente viscerali, che persino molte donne ne sono intrise (si pensi a Condoleezza Rice: semplicemente un uomo in gonnella). Detestabili, le cosiddette “donne con le palle”

Daniele Mastrogiacomo, nel memoriale redatto all’indomani della sua liberazione, l’aveva scritto a chiare lettere: “Non è nemmeno che i Taliban odino le donne. Ma le considerano un problema. Qualcosa che sfugge al loro orizzonte mentale”. Un’umanità altra finisce presto per diventare un’altra umanità. Cioè, aliena. Mentre non accadrà mai, a meno di un deliberato antagonismo politico/culturale, che le donne concepiscano sé stesse come un unicum incontestabile, per gli uomini questa è prassi normalissima. Gli uomini si sentono auto-sufficienti, non obbligati a mettersi in dialogo con chi gli sta di fronte. Figurarsi se su un piano di parità.

A chi è pregno di una cultura dell’esclusione, gli individui fusionali non possono che incutere sospetto e paura. Di conseguenza le donne sono sempre state considerate delle potenziali sovvertitrici: “un problema”, appunto. Devono essere tenute soggette, altrimenti… non si sa cosa potrebbero combinare (e ciò, peraltro, costituisce la più clamorosa smentita alla teoria per cui esse non hanno cervello). Come scriveva un pio autore medievale: “La donna va tenuta sottomessa e occupata: quando è sola, pensa a cose cattive”.

La cosa cattiva di Hina era il voler vivere con pienezza. In qualsiasi modo. Non, dunque, all’occidentale. Avesse scelto il velo sarebbe cambiata la forma, non la sostanza. La tragedia di Hina non è quella di una donna musulmana, ma di una donna e basta. Rallegra che le sue correligionarie abbiano preso atto dell’universalità di un’appartenenza. Compito delle occidentali è affiancarle in questo cammino di consapevolezza. Perché ognuna di noi, almeno una volta, si è sentita Hina. 

Daniela Tuscano (vedi anche: https://danielatuscano.wordpress.com/2005/05/02/19/, https://danielatuscano.wordpress.com/2006/08/27/semi-di-speranza-dimenticati/)

 

 

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RAHMATULLAH LIBERO http://www.repubblica.it/speciale/2007/appelli/rahmatullah/index.html

  

16 maggio 2007 at 8:23 24 commenti

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