Posts filed under ‘frammenti’

TRASLOCO…

Detto, fatto: come avevo anticipato nel post precedente, anche per me è arrivato il momento di cambiare sede. Non abbandonerò del tutto questo blog, che mi ha dato tanto e a cui sono molto affezionata; continuerò a visitarlo periodicamente e chi vorrà potrà lasciarmi ancora commenti, sia ai vecchi articoli, sia soprattutto qui . Ma ancor più spero vogliate seguirmi nella mia nuova “casa”, che trovate a questo indirizzo: Di me, l’altra metà . [E poiché nel nuovo ho qualche difficoltà coi banner, segnalo da qui che POTETE VOTARMI come MIGLIOR BLOGGER   MigliorBlog.it ] .

Non mancate, mi raccomando! Un grande saluto dalla vostra inossidabile

Daniela Tuscano                     

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9 gennaio 2008 at 9:14 6 commenti

SE NON VI FIDATE DI BABBO NATALE…

Mancherò da Milano (e dal blog) per diversi giorni. Anticipo quindi gli auguri di Natale a tutti i miei lettori, regalando loro i pensieri che alcuni bambini hanno indirizzato al Coetaneo più illustre. 🙂  E ringrazio l’amica Elisa per l’insostituibile contributo.

Buon Natale  Merry Christmas  Joyeux Noël Froehliche Weihnachten  Feliz Navidad  Feliz Natal חג המולד שמח לכל אחד  عيد الميلاد المرح إلى كل ش خ  Счастливого рождества Neşeli Noel Cestitamo Bozic Gajan Kristnaskon …e molte altre…

D. T.

****

Caro Gesù Bambino, i miei compagni di scuola scrivono tutti a Babbo Natale, ma io non mi fido di quello. Preferisco te.
Sara

Caro Gesù, sei davvero invisibile o è solo un trucco?
Giovanni

Caro Gesù, Don Mario è un tuo amico oppure lo conosci solo per lavoro?
Antonio
Caro Gesù, mi piace tanto il padrenostro. Ti è venuta subito o l’hai dovuta fare tante volte? Io quello che scrivo lo devo rifare un sacco di volte.
Andrea
Caro Gesù, come mai non hai inventato nessun nuovo animale negli ultimi tempi? Abbiamo sempre i soliti.
Laura
Caro Gesù, per favore metti un altro po’ di vacanza fra Natale e Pasqua. In mezzo adesso non c’è niente.
Marco
Caro Gesù Bambino, per piacere mandami un cucciolo. Non ho mai chiesto niente prima, puoi controllare.
Bruno
Caro Gesù, forse Caino e Abele non si ammazzavano tanto se avessero avuto una stanza per uno. Con mio fratello funziona.
Lorenzo
Caro Gesù, a carnevale mi travestirò da diavolo, ciai niente in contrario?
Michela
Caro Gesù, tu che vedi tutto mi dici chi mi ha nascosto l’astuccio?
Marco

Caro Gesù, mi chiamo Andrea e il mio fisico è basso, magrino, ma non debole. Mio fratello dice che ho una faccia orrenda, ma sono contento perché così non avrò quelle mogli che stanno sempre tra i piedi a fare pettegolezzi.
Andrea
Caro Gesù, abbiamo studiato che Tommaso Edison ha inventato la luce. Ma al catechismo dicono che sei stato tu. Per me lui ti ha rubato l’idea.
Daria
Caro Gesù Bambino, grazie per il fratellino. Ma io veramente avevo pregato per un cane.
Gianluca
Caro Gesù, non credo che ci possa essere un Dio meglio di te. Bè, volevo solo fartelo sapere ma non è che te lo dico perché sei Dio.
Valerio
(Foto di Mario Radaelli)
Caro Gesù, i cattivi ridevano di Noè, stupidino, ti sei fatto un’arca sulla terra asciutta. Ma lui è stato furbo a mettersi con tuo padre, anche io farei così.
Edoardo
Caro Gesù, lo sai che mi piace proprio come hai fatto la mia fidanzata Simonetta?
Matteo

Caro Gesù, invece di far morire le persone e di farne di nuove, perché non tieni quelle che hai già?
Marcello
Caro Gesù, la storia che mi piace di più è quella dove cammini sulle acque. Te ne sei inventate di belle. La mia seconda preferita è quella dei pani e dei pesci.
Antonella
Caro Gesù, se te non facevi estinguere i dinosauri noi non ci avevamo il posto, hai fatto proprio bene.
Maurizio
Caro Gesù Bambino, non comprare i regali nel negozio sotto casa, la mamma dice che sono dei ladri. Molto meglio l’iper. Lucia
santa

ULTIM’ORA: MONS. BREGANTINI RISPONDE AI NOSTRI AUGURI. E’ nel cuore di Maria che è germogliato il “sì” all’Amore, fatto VITA per noi. Con Giuseppe e Maria anch’io chiedo, con fiducia tenace, di ripetere sempre più, il mio sì alla volontà di Dio, anche sorretto dalla vostra amabile preghiera.

AUGURI NATALIZI  a tutti voi.
27 dicembre 2007
+ p. GianCarlo M. Bregantini
Vescovo

22 dicembre 2007 at 0:02 25 commenti

PASSIONE

Piace ricordarli così. Nel cono d’ombra della chiesa sconsacrata, mentre lontano, nell’orizzonte spumeggiante, sagome di ragazzi sciamano indolenti come libellule azzurre. Basta un fazzoletto d’erba, una panchina senza tempo, per delimitare il miracolo di due mondi. Il garrulare rallenta e si perde, e persino la luce diventa oro antico, fresca seta. I due amanti emergono dalla sontuosa cornice.

Lui forse la sorregge, e guarda oltre il giardino. Ma la mano gli scompare dentro lo scialle rosa, e il volto è solcato da una beatitudine confortante. Splende una lacrima. Lei si appaga soltanto, e pienamente, di quel contatto. E’ in lui. Dentro di lui. S’inerpica, con una spericolatezza di bimba, fino alle sue labbra. Le sfiora. Le bacia. Risuona, quel gesto, di lucore adamantino. Casto e inebriato nella sua franchezza. Lo desidera, e sarà sua.

Il suo corpo è come un libro di meraviglie, uno scrigno di rubini. Ogni ruga una pagina. Ogni filo d’argento, una chioma di saggezza. Schiuma d’avventurosi mari. Un ticchettio avito nel variopinto, domestico universo di silenzi.

Sono rimasti soli. Saluteranno i figli dopo la visita serale. La mamma udrà i loro passi inghiottiti dall’asfalto. E allora le basterà un sospiro d’occhi, per volgersi al suo Gino. 

Daniela Tuscano

Fermina Daza Giovanna Mezzogiorno amore ai tempi del colera Giovanna Mezzogiorno in L’amore ai tempi del colera (tratto dal romanzo di G. G. Marquez), primo film che mostra una scena d’amore tra due persone anziane.

20 dicembre 2007 at 20:30 10 commenti

OLIO MINERALE

In fondo, la mobilità non turbava Antonio più di tanto. Alle chiacchiere degli amici non badava. “Starsene a casa a trentasei anni, come un vecchio, e poi cosa fai?”. Ma lui mica viveva per lavorare. Quanta vita lo attendeva, al fischio della sirena. Tre figli. La più piccola lo rimproverava sempre di rientrare tardi, la sera, e quando varcava l’uscio di casa la trovava già addormentata. Non gli restava che contemplarla in un’inespressa preghiera. Rivolgeva allora alla moglie un riso di tenera sensualità mormorandole brevi, antiche parole: “Somiglia a te”. Sì, a casa avrebbe fatto tutto. Magari avrebbe portato la bimba un po’ più spesso al parco del Valentino, dove le insegnava cos’erano le nuvole. Per poi riscoprire muto, con un sospiro furtivo, l’anfratto in cui anni prima, con la giovane compagna, aveva scherzato e poi, sempre per gioco, l’aveva presa. Con l’ansia gioiosa e ingenua della belva selvaggia, stampandola sull’erba, quasi a nutrirsi della sua concretezza elementare.

E furono nozze di terra. La sua terra. L’umore lussureggiante d’un parco aveva incorniciato i loro baldanti sogni giovanili, lui che sapeva di pendici solatie e di olio.

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Da piccolo, quando la madre gli friggeva le zeppole, nella dispensa semibuia, in grotta di tufo, sentiva che fondeva la vita. Una vita color d’oro. Tutto era divinamente semplice.

Magari, avesse potuto starsene a casa. C’era finito, in quell’acciaieria, come scaricato da un tunnel greve. Quando aveva saputo di essere diverso. Meridionale. Strano, fino a quel momento non si era sentito altro che un uomo. L’avevano poi insaccato in una tuta blu e diligentemente, con impegno e turgore, aveva assolto il suo compito con la docile resistenza d’un equino millenario. Racconto ancestrale e poesia di generazioni. Racchiuso in una sfera d’amianto.

Colata lavica. Ecco cosa gli ricordava l’olio minerale sul quale così spesso scivolava. Perché quell’aggettivo, minerale, lui non l’aveva mai capito. “E’ l’olio delle macchine, Antonio” gli aveva spiegato paziente il caporeparto. Pistoni, carburante. Quella era la loro vita stridente e furiosa. Delle macchine. Divampava, anche. Ma quel caldo non dava vita, non confortava le vene, come l’olio della dispensa materna, che – lo raccontava ai suoi bambini – accarezzava la gola. Deflagrava in bollore combusto, lasciando freddo il cuore terrorizzato.

Ma lui non aveva paura. E quel giorno si era trovato a misurare con lo sguardo ogni angolo, ogni cieco pertugio di quella foresta di ghisa. Foresta pietrificata, strana archeologia metallica. Era l’ultima volta. Presto l’avrebbero lasciato a casa. Ed ecco, sì, ne pativa. Ma solo perché per l’Immacolata non avrebbe neppure potuto racimolare il denaro necessario per comprare alla bambina quella glassa d’argento che tanto desiderava.

Ma sei giovane, ce la farai. Lui non aveva risposto, tenue e tenace come l’equino millenario. Ogni giorno ha la sua pena. Termino qui come fosse l’ultimo e il primo, abbraccio la bambina, abbasso gli occhi. Poi si vedrà.

Ma quel che gli risuonò negli occhi, all’intrasatta, fu un’immensa vampa di sole malato. Un’onda densa e anomala di bollore minerale. Rabbiosa, ferina della sua, malgrado tutto, socratica lontananza. Della sua anima densa e carnale, delle sue vene gagliarde. Lo ghermì per rubargliela, per soddisfare la sua stridula brama di alito eterno. Svanì con lei, rapito, circonfuso, spaziante.

E la gemma dell’Immacolata divenne, per Antonio, il giovedì delle ceneri.

 

 

Daniela Tuscano (www.scrivi.com)

(ad Antonio Schiavone  e ai suoi compagni d’ogni latitudine)

N.B.: Sull’accaduto, Torce flessibili, la denuncia degli umanisti; ivi, comm. n° 5.

8 dicembre 2007 at 8:44 11 commenti

IL GIARDINO DELLA CONOSCENZA

Le grandi distese di platani ombrosi sorgevano alte e slanciate, con una certa rassegnata indolenza, fra l’erba punteggiata di fiori, lieti come pulci rosse, bianche e blu. La bambina sorrideva felice, fondendosi nel cuore bruno della terra, mentre gli uccelli, danzando a vela dolce, ricamavano le ialine sfere dell’aria. Avrebbe trascorso ore intere a contemplarli.

Poi, d’improvviso, lo sguardo divenne prigioniero. Un portone, un cancello, un vallo interrompeva il dipanarsi teneramente monotono dell’alba terrestre. Un capolavoro di trina battuta, suasivamente inutile. Oltre l’assurdo confine, ancora un verde prato. Ma perché cintarne una parte, quando se ne aveva così tanto a disposizione?

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Scorse allora una targa sul muricciolo: “Il Giardino della Conoscenza”. Cosa doveva conoscere, che non sapesse già? L’erba era erba, il sole era il sole, i fiori erano fiori. Ciascun elemento trovava spiegazione nella sua semplice esistenza. Rifuggiva ogni ardita tautologia.

Il portone si socchiuse, insinuando un muto invito. La bambina mosse un passo incerto. Fu percorsa da uno strano brivido di possesso, una febbre d’esclusione.

Poi il gioco di due rondoni la distrasse. Agili come dardi al sole, le rapirono gli occhi abbacinati. Sorrise, come ritemprata di nuova freschezza, compiuta nella sua piena soddisfazione. Fu luminosa, come un fanciullo antico. Divenne pietra e acqua, ramo e pulviscolo, atmosfera e vento. Poi chiuse le palpebre.

Davanti a lei, nient’altro che un rigo d’orizzonte nel carminio dei colli muschiosi. Si sentì più libera e trionfante. Procedette sicura e senza fretta. Il Giardino della Conoscenza era sparito.

(2006-2007: un anno… sempre Roberto)

Daniela Tuscano

*****

UNA SCUOLA DEDICATA A ENZO BALDONI. Il Centro di Formazione Professionale di via Decio Azzolino, nel XVIII Municipio, è ora intitolato al giornalista ucciso a Najaf nel 2004. Una targa riporta la scritta “Giornalista e uomo di pace”. Presenti alla cerimonia il sindaco Veltroni, alcuni assessori, la moglie e la sorella di Baldoni (www.romaone.it).

4 dicembre 2007 at 7:19 11 commenti

IL SUONO DI MILANO

C’era una volta il gran cuore di Milano. “Milan col coeur in man”, Milano col cuore in mano, ripetevano i nostri vecchi. Quasi un mantra, a ricordare il calore domestico e fragrante che si celava dietro i comignoli bigi e ombrosi della città indaffarata. Dove una merla poteva trovare riparo presso i tetti spioventi delle case alte e scrostate.

Oggi, i comignoli non esistono più. Nemmeno il grigio è più lo stesso. Persino lo smog ha perduto quella prevedibilità che lo rendeva meno malsano. Ha ucciso la nebbia, quella cappa ovattata di sordi mormorii.

Oggi la monocromia è maligna, innaturale, guardinga. E’ un cielo ferrigno, una nuvola di scappamento stolida e persistente. Talora cede il passo a un sole secco e gelido, sfrontato nel suo anacronismo. E noi siamo lo stesso. Torvi, egri, indecisi, frettolosi, affabulanti, asserragliati.

Finocchiaro Svampa Borelli

Finocchiaro, Svampa, Borrelli: tre illustri testimonial per il quarantennale della Cena dell’Amicizia  milanese. Sotto: Clemente Rebora (1885 – 1957).

Ma non è sempre così. Non è solo così. Voci antiche premono, come viscere dalla terra. Viscere ancor vive, tenaci, possenti. Il cuore batte nel profondo. E resiste. Il cuore in mano è finito nelle miniere della città, perché non lo vediamo più, non lo udiamo palpitare.

Il cuore sboccia e si manifesta, mescolato fra mille pennelli di muro, con parole strane e antiche: Amicizia, Colletta. Un filo d’erba nelle crepe d’un battiscarpa, che solo improvvisamente diviene rigoglio. Ma era lì, umile e ostinato. Milano può tornare a rifiorire, non solo sotto Natale. Milano è qui, in noi, nel nostro Natale quotidiano. Nel silenzio deflagrato si può percepire, quasi tastarne il suono. Verrà, forse già viene, il suo bisbiglio.

Daniela Tuscano 407142257_2ba64c289c_m.jpg

24 novembre 2007 at 6:18 3 commenti

AMORE INTERROTTO

A   R. F.

Lo sguardo gli cadde distratto fuori della terrazza. “Notte, tripudiante”. Si domandava se quel paesaggio spennellato con lembi frenetici e caldi fosse adatto a raccogliere le sue tardive inquietudini. Ma già non ci pensava più. Si trovava di fronte un giovanotto dalla bellezza così esplicita da risultare, in qualche modo, banale. Certo facile; e lui non voleva complicarsi la vita. “E’ tutto lì”, rifletteva, osservandolo. E continuava: non ho nemmeno bisogno di corteggiarlo. Con quel fisico da paura.

Così diversi, i suoi occhi, dallo sguardo azzurro che lo aveva irretito, inaspettato e vinto, alcuni anni prima. L’azzurro, si sa, scivola via come acqua. È il colore del vento e dell’aria. Gli aveva chiesto, ridendo: “Dove scappi?”. E quello sguardo si era voltato fissando in una rapida istantanea i ciuffi roridi di sole. Un bagno di gioventù. Le labbra tumide e imbronciate, la pelle bianca e mesta. Forse i suoi gusti erano troppo pucciniani. Musicali.

Lui, che amava rintanarsi nel grembo notturno, era rimasto colpito da quelle suole di vento. Pensava ai suoi sogni di libertà, puro come un’oasi di frescura. Ma catturarli, che illusione! E un brutto giorno, ancora una volta, l’assenza.

Chi gli stava davanti, adesso, era fin troppo presente. Un profilo definito e schietto. Un giovanotto che amava il mare e gli scogli e gli anfratti che mai, mai lui avrebbe violato. Al più, gli bastava dipingerli.

Tese la mano verso quegli occhi ampi e comprensivi. Già avvertiva il calore della pelle abbronzata.

Ma esitò. “Ha una ragazza”.
Occhi scuri.
“Bella”.
Indagatori.
“Intelligente”.
Nitidi.
“Giovane”.
Obliqui.
“Ha un cuore”.
Orfana di gioia.
“Lui la ama”.

Gli abbandonò una virgola di carezza sugli zigomi forti. Poi fletté il capo, umilmente. Rubando un’ispirazione, un effluvio di amore sano. Il ragazzo non aveva smesso di sorridergli, sicuro ed amico come solo i perfettamente normali sanno essere. E lui provò un rapido conforto, in bilico fra crepacci di fuoco.  

Daniela Tuscano (www.lepaginedellanostravita.it )

***

Le Presbytère n’a rien perdu de son charme, ni le jardin de son éclat, Queen, Elton John, Maurice Béjart (1927-2007). Toreador dell’aria.

23 novembre 2007 at 0:07 15 commenti

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