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PASSIONE

Piace ricordarli così. Nel cono d’ombra della chiesa sconsacrata, mentre lontano, nell’orizzonte spumeggiante, sagome di ragazzi sciamano indolenti come libellule azzurre. Basta un fazzoletto d’erba, una panchina senza tempo, per delimitare il miracolo di due mondi. Il garrulare rallenta e si perde, e persino la luce diventa oro antico, fresca seta. I due amanti emergono dalla sontuosa cornice.

Lui forse la sorregge, e guarda oltre il giardino. Ma la mano gli scompare dentro lo scialle rosa, e il volto è solcato da una beatitudine confortante. Splende una lacrima. Lei si appaga soltanto, e pienamente, di quel contatto. E’ in lui. Dentro di lui. S’inerpica, con una spericolatezza di bimba, fino alle sue labbra. Le sfiora. Le bacia. Risuona, quel gesto, di lucore adamantino. Casto e inebriato nella sua franchezza. Lo desidera, e sarà sua.

Il suo corpo è come un libro di meraviglie, uno scrigno di rubini. Ogni ruga una pagina. Ogni filo d’argento, una chioma di saggezza. Schiuma d’avventurosi mari. Un ticchettio avito nel variopinto, domestico universo di silenzi.

Sono rimasti soli. Saluteranno i figli dopo la visita serale. La mamma udrà i loro passi inghiottiti dall’asfalto. E allora le basterà un sospiro d’occhi, per volgersi al suo Gino. 

Daniela Tuscano

Fermina Daza Giovanna Mezzogiorno amore ai tempi del colera Giovanna Mezzogiorno in L’amore ai tempi del colera (tratto dal romanzo di G. G. Marquez), primo film che mostra una scena d’amore tra due persone anziane.

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20 dicembre 2007 at 20:30 10 commenti

…E SCOPRIMMO DI ESSERE NUDI

Ma Benigni recita Dante, oppure lo interpreta?

Nulla di tutto questo: Benigni lo vive. Benigni è Dante.

Lo è, nell’abbacinante climax che lo travolge fino a lasciarlo esanime: corpo morto. Lo è, nel momento in cui vede sgretolarsi di fronte a sé le illusioni di cui la sua carne e il suo spirito – il suo spirito fattosi carne – si erano nutriti fino a quel momento. Quando il suo vecchio della montagna, il vecchio d’oro, si tramuta in polvere di creta, stoppia fangosa. Polvere e nulla.

Roberto Benigni nel Quinto dell’Inferno, andato in onda ieri sera su Rai Uno.

Muore, in quel momento, e non risorge. L’ideale resta vuoto. La lettera, ferma. Cupo artifizio, cembalo che tintinna. La vita non è sogno. La vita non è letteratura.

Ma la letteratura dà la vita. Il corpo stordito, l’ansito d’una comprensione, il baricentro sbieco, il turbine assordato in cui ruotano a spirale mani, troni, potenze, dolori, liquami, tormenti, tutto risolto (e perduto) in una bocca che bacia tremante: quella è l’umanità. L’umanità che pecca per troppo amore, è l’umanità assetata d’amore. Povera, miserrima. Benigni è Dante, perché Dante è uomo. Tutti gli uomini. Ciascun uomo.

Ma Benigni è anche l’uomo Dante, di quel tempo e di quello spazio. E’ il Dante trasmigrato, con la sua affannata e sensuosa sperdutezza, nel corpo di Roberto in forza d’una eretica, e benedetta, metempsicosi artistica.

Chi da sé cade, non risorge. Cade, e giace nel sepolcro freddo della sua insipienza disperante e ansiosa. Ma d’un freddo che è domanda, pretesa. Un freddo che vuole l’eternità. Che pretende d’afferrarla, possederla, violentarla per troppo amore. Smania. Unicità.

“…l’altro piangea, sì che di pietade/io venni men così com’io morisse” (Inf. V, 140-141). Ari Scheffer, Paolo e Francesca, 1835.

Con l’uomo Dante corpo morto, s’annulla il “mio”. Solo nella perdita, solo nell’abbandono nell’altro, il corpo morto risorge. E’ la prova suprema. E’ sovrumana. E’ necessaria. Di troppo umano si muore. Ma quel troppo umano, nell’implacabilità dell’eterno, quanto ci sembra meritevole d’un singulto pietoso.

Daniela Tuscano (www.scrivi.com) 407142113_7d89e2973f_m.jpg

30 novembre 2007 at 9:52 16 commenti

LUCIANO

 

1935-2007

E C’ERI

Ho cavalcato secoli,

onde spumeggianti e lidi di seta,

bastimenti e spianate di fiori,

fazzoletti neri di donne perdute,

risate spiegate come vele,

iridescenze d’infinito,

tricolori d’eternità.

E c’eri.

Voce avventuriera,

cartolina di sola andata.

Italia dell’universo.

E c’eri.

Daniela Tuscano

6 settembre 2007 at 15:53 10 commenti

STATO DI GRAZIA

“Faccia da Coca-Cola”. Così ti definii, la prima volta che mi trovai davanti una tua foto giovanile. E avvenne proprio il giorno in cui annunciarono la tua scomparsa.

Avevo solo 12 anni, all’epoca. Ignoravo fossi un Mito. Cominciavo a malapena a balbettare di musica rock-pop. Ma limitatamente all’area italiana. Tu eri, invece, la gioventù. Una gioventù però internazionale, e che sfuggiva a chi era giovane veramente. Per una bambina, “i giovani” sono già gli adulti. O i ragazzi, trionfanti nella loro soda e sfacciata goduria di vita, sani, balneari. Insomma, i miei genitori.

Elvis Presley, morto il 16 agosto 1977 a 42 anni.

Le loro serate spensierate. I loro capelli a spazzola. Le loro acconciature cotonate. La brillantina. E, sì, la Coca-Cola. Quando io non esistevo, quando non m’immaginavano neppure.

Tu, le tue canzoni, erano un segreto loro. Una complicità e una trasgressione. Solo molti anni dopo ho scoperto che eri un Ribelle. Altro che Coca-Cola. Quel bacino roteato era davvero sexy. Dicevano di te tutto e il contrario di tutto. Il nativo americano ti identificava con l’America colonialista, e concludeva: “Fanculo a lui e a John Wayne”. Ma per le brave famiglie bianche e perbene tu rappresentavi la Perdizione. “Il rock’n’roll di Presley degrada il bianco allo stadio inferiore del negro”, decretavano.

Per i miei genitori, nati adulti, in realtà stati ragazzi, tu eri quindi il gioco sotto il letto, l’occhiata in tralice, la fuga da casa.

E, fuggendo, hai spazzato via tutto. Le convenzioni, in primis.

Poi, pochi mesi prima che lasciassi questo mondo, udii proprio mio padre commentare: “Com’è diventato grasso Presley”. Ma non gli badai. Lo ripeto: per me eri un nome come un altro.

In seguito… in seguito quelle foto, impietose, il Prima e il Dopo. Provocante e annebbiato. Più che obeso, dilagante. Straripato. In quell’oasi che si pretendeva di paradiso, e che recava uno strano nome, da me storpiato all’italiana: Graceland. Chissà perché, io lo associavo al freddo, al gelo. Ma a un gelo innaturale, rappreso. Invece pare fosse il tuo regno, la tua vita. Che in quel fatale 16 agosto si è arrestata.

Perché, se è vero che l’arte può divinizzare l’uomo, non è meno vero che il Mito lo polverizza, lo distrugge. Il Mito non è di questo mondo. Il Mito non esiste. Se non in una fotografia, in una faccia da Coca-Cola sempre fissa nel tempo, in uno Stato di Grazia fasullo, fulminato, sparato lì, sulla celluloide, ma svenato della sua imperfezione, della quotidianità, del declino, che forse ci vela lo sguardo, ma che solo ci rende davvero vivi.

Daniela Tuscano 407142083_7e3fbe69b7_m.jpg 

N.B.: Da domattina parto di nuovo. Ci ritroviamo fra una settimana circa. Un abbraccio a tutti!

16 agosto 2007 at 9:58 3 commenti

BRUCI LA CITTA’

Sono ancora in vacanza. Ma in questi giorni di relativa pace, prima di un’altra partenza (prima al mare, poi in montagna, prossimamente Roma) dedico questa bella canzone – e la foto del mitico Roby Bolle – a… chi si ama, a chi per amore ha perso o rischiato la vita (Dragan e Rachid, gettatisi in mare per salvare bimbi italiani), a chi per poco amore è rimasto stroncato (i quattro bimbi rom arsi nel loro misero capanno, una neonata di tre mesi cancellata in un incidente stradale per colpa di un disgraziato gonfio di droga).

Bruci la città e crolli il grattacielo
rimani tu da solo nudo sul mio letto.
Bruci la città
o viva nel terrore
nel giro di due ore
svanisca tutto quanto
svanisca tutto il resto.

E tutti quei ragazzi
come te non hanno niente
come te io non posso che ammirare
non posso non gridare
che ti stringo sul mio cuore
per proteggerti dal male
che vorrei poter cullare
il tuo dolore il tuo dolore.

Muoia sotto un tram
più o meno tutto il mondo
esplodano le stelle
esploda tutto questo.
Muoia quello che
è altro da noi due
almeno per un poco
almeno per errore.

E tutti quei ragazzi
come te non hanno niente
come te io vorrei
darmi da fare forse essere migliore
farti scudo
col mio cuore da catastrofi e paure
io non ho
niente da fare
questo è quello
che so fare
Io non posso che adorare
non posso che
leccare questo tuo profondo amore
questo tuo profondo
non posso che adorare questo tuo profondo

(Irene Grandi – Baustelle)

13 agosto 2007 at 11:34 2 commenti

PER SEMPRE – La musica salverà il nostro futuro?

Saranno anche solo canzonette, ma senza di esse non si potrebbe vivere. Letteralmente.

Sarà stato un grande business, ma al diavolo i calcoli, il cinismo, il disincantamento. Noi vogliamo il contrario. Vogliamo cantare. Le note sono salite fino al cielo, hanno fatto sognare, sperare, gridare e far l’amore. Si accusano spesso i giovani (e, sempre più, i “vecchi” giovani) di seguire maestri sbagliati, che le vere guide, semmai ce ne fosse bisogno, sono altre: governanti, capi religiosi.

Come possa “guidarci” Bush, penso sia noto a tutti, ormai. A lui interessa solo la guerra (santa). Nel caso specifico del Live Earth la sua posizione, dopo i ripetuti rifiuti degli accordi di Kyoto,  è inequivocabile: riduzione di metà dei gas serra entro il 2050. Si potrebbe definire una pena di morte camuffata da eufemismo; più brutalmente, trattasi di presa per il didietro.

Quanto al Papa stia a cuore la salute del pianeta è altrettanto noto.

Leggo: anche le star devono cambiare abitudini. Ovvietà. Assurdità. Fastidio. Alle “star” non si chiede alcuna coerenza fuori della loro arte. E l’arte è tutto. Il mondo sarebbe stato più povero, più incivile, persino meno buono senza Sergeant Pepper’s, senza Volare, senza Wish you were here. Senza Dylan e De André. E sono solo piccoli esempi.

Perciò, grazie Live Earth. Se sarai servito, non dico a loro, loro non cambiano, ma a noi, a renderci più teneri e solleciti verso questa nostra madre Terra svergognata e depauperata, se hai contribuito a renderci nuovamente radice, a ricordarci che il suono del mondo prosegue anche dopo il nostro contingente e opaco atomo d’universo, avrai regalato, ancora, all’infinito universo una stilla di rugiada. La poesia.

Daniela Tuscano

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Fiaccolata per padre Giancarlo Bossi . Martedì 10 luglio, ore 21, ad Abbiategrasso (Milano). Ritrovo in centro.

ULTIM’ORA. Padre Bossi, liberato dopo un mese di prigionia, vedrà presto il Papa e intende tornare nelle Filippine. Ha dichiarato ai telegiornali: “Il mio rapimento non è imputabile all’Islam. Siamo tutti diversi e tutti uguali, e Dio ci ama allo stesso modo, perché vede in ognuno la propria umanità”. Invece nelle nostre sazie contrade, incapaci di tenerezza, l’odio e il sospetto per il “diverso” sono il pane quotidiano. E l’altro non è visto come un uomo, ma semplicemente come un nemico. Da abbattere.

8 luglio 2007 at 8:09 13 commenti

MUSICA, ALLA FINE DEL MONDO

A chi gli ha chiesto se, nella sua vita cruenta e disperata, Ismail Beah –  autore di Ero un soldato bambino – avesse conservato qualcosa della sua primeva innocenza – che pur gli balugina fulminea in quegli occhi commossi, lucenti, alacri – egli ha risposto: “Sì, la musica”. Grazie alla musica Ismail ha conservato la sua integrità tumefatta e ancor potente. La musica salva davvero una vita? Non lo sappiamo, ma certo è la più vicina all’ineffabile. Capace di ri-creare un’esistenza.

Francesca (La Fée Verte) sente, anch’essa, questa musica scorrerle nelle vene. Non per nulla ha scelto il jazz, con quei ritmi così carnali e suadenti, picchi altissimi di virtuosismi di sangue e anima, ruvida ed elastica, tremebonda e secca, come una frustata. Di dolore e di piacere.

Eccola esibirsi in Brother can you spare a dimeGeorge Michael ne sarebbe felice? Crediamo di sì… ;-)

Daniela Tuscano

 

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RAHMATULLAH LIBERO http://www.repubblica.it/speciale/2007/appelli/rahmatullah/index.html

12 giugno 2007 at 0:12 6 commenti

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