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RITORNO E ANDATA – Renato Zero al “Corsera”: riflessioni a caldo

…21 maggio 2007, si ricomincia.

Renato ancora fra noi. Come due anni fa. In procinto di partire per il tour. Reduce da un incontro molto più intimo (6 persone selezionate) a Roma, alla sede di “Repubblica”. Dove ha parlato di musica, di religione, di violenza e di… Dico (cfr. commento n° 1).

Noi in 160, stavolta alla sala “Buzzati”. Lui elegantissimo, affabile, simpatico, così nature. Sexy. Dispensava baci e abbracci a tutti. Accanto, un anziano rompiscatole spacciatosi per giornalista: Mario Luzzatto Fegiz. Angry E questa è stata l’unica nota realmente stonata nel nostro “realismo magico”…

Io, ben più dell’altra volta, tesa come una corda di violino. Sono stata una delle prime a porgli la domanda. Mi ero persino preparata un taccuino. Attaccata al microfono: “Pronto?”. E lui, di rimando: “…Chi parla?”, poi: “Di solito, in Italia, si dice: Pronto, chi parla? Qui a Milano, invece: Pronto, chi pirla???”. 😀 Mia immediata replica: “Spero almeno di non fare una domanda pirla!!!”. Insomma era iniziata bene, tra grasse risate, e proseguita ancor meglio, con me che affermo: “Sono lenta, non riesco mai ad avvicinarmi a te” (alludevo alla ressa di poco prima, tutti si erano accaparrati un posto vicino a lui per una foto e/o un bacio, ma io ero rimasta seminata: e l’ultimo bacio risale al 1994… ), e lui che obietta: “Ma sei vicina” riferendosi alla mia postazione, effettivamente buona anche se si poteva sperare di più.

Io ho accennato alla spettacolarizzazione del dolore, visto che l’attimo precedente si parlava di pedofilia, tema da lui trattato già nel 1974, e volevo dirgli che (contrariamente a quanto sosteneva nell’intervista) la gente ha bisogno di amicizia, solidarietà e amore, e in giro se ne trovano molti, lo vedo coi miei studenti, solo che in tv mostrano solo certe facce… Purtroppo Fegiz interviene sviando del tutto il senso della mia frase, e nel “balordone” più completo m’incarto. Intendevo ricordare a Renato che l’artista deve dar voce alle persone vere; quindi basta tradizionalismo… Ma non ci son riuscita; e Renato mi ha parlato del valore della famiglia…

…che è diverso parlare di bambini e di adolescenti ma che in entrambi i casi l’educazione deve partire da lì ecc., che è intollerabile mandare le bambine in giro come lolite ecc. Sulle donne si è soffermato molto, e comprensibilmente, visto che ne è perdutamente innamorato e, forse, anche un po’ intimidito, venato di inespresso rimpianto, come per un treno mancato. Renato è un femminista sentimentale.

(Foto Massimo Barbaglia)

Milano. Renato Zero nella morsa dei fans e, sotto, con un giovanissimo ammiratore (foto Massimo Barbaglia)

Poi ha ricordato (benissimo!) il piccolo Matteo di Torino, suicidatosi perché “accusato” di essere omosessuale, soggiungendo: “A me lo dicevano già a due anni, ma io la prendevo con allegria, alla fine la mia sessualità me la sono scelta da me (o circa), però, davanti alla tracotanza di certi bulletti, altri, più fragili, si suicidano”. Forse sarebbe stato ancor meglio precisare che essere omosessuali non è un insulto, ma è ok anche così. Che abbia ricordato il ragazzino è positivo.

Carinissimo un 17enne sparuto che gli ha chiesto se rifarebbe tutto daccapo. Una gran voglia di abbracciarlo! Stupenda domanda di una giovane donna: “Come consideri le tue trasgressioni passate, come vivi quelle presenti e come gestirai le future?”. Renato l’ha lodata pubblicamente, ha voluto vedere il suo viso da vicino, ha commentato: “La tua domanda è molto adulta”. La risposta, in verità, è stata un po’ banalotta, soprattutto perché s’è infognato in un pistolotto sulle stragi del sabato sera che proprio ti sembrava di non avergli mai chiesto…

Ma Renato è così: apre parentesi che non sempre riesce a chiudere. Com’è accaduto a un bibliotecario che voleva solo conoscere qualcosa circa i suoi prossimi concerti; appena il Nostro ha saputo che lavorava al Castello Sforzesco si è ricordato del pessimo episodio del 1981 in cui perì la giovane Tiziana Canesi. Renato era rimasto estremamente scosso da quell’episodio, visto che lo ricorda ancora, fra il triste e l’incazzato, fra una carezza per Lucy e un omaggio a Claretta. In seguito, finito lo sfogo, ha tagliato corto: “Bene, ora un’altra domanda” e il povero bibliotecario: “Scusa, Renato, ma ancora non ti ho fatto la mia…”. 

Del resto, i suoi silenzi e i suoi “non detti” sono talora più eloquenti dei discorsi compiuti. Il guaio è che, con lui, non si può barare: quello che provi vien fuori, ti mette a nudo, e sono certa che, se fossimo soli… beh, dovrei raccontargli PER FORZA la verità di me.

Renato è intelligentissimo.

Però questo suo punto di forza m’intimorisce anche parecchio.

Renato è un uomo di rara e spiegazzata bellezza, acuto, prevaricante, eccessivo. In tutto. Lo ha ammesso lui stesso: “Mica è facile starmi al fianco!”. E’ spesso faticoso vivere, ed essere, diversi dagli altri.

Renato che, se non avesse fatto il cantante, sarebbe stato un camionista per poter girare il Paese (o un/a suo/a cliente, come accadeva al protagonista di Nafta). Da brava demente non gli ho portato nulla di mio, come certo avrei potuto e come mi ha rimproverato l’amico che mi accompagnava, eh già, “sarà per la prossima volta” come fosse una bagattella. Mi è sfuggito anche all’uscita: lo aspettavamo da una parte, se l’è filata da quella opposta, dove si trovava un altro amico mio che mi telefonò urlandomi: “E sbrigati, che lo vedi…”. Seeeh, cippirimerlo!!!!

Un altro amico, in collegamento telefonico, ha annotato: “Tremolavi come un’adolescente… ti piace, eh?”. MAMMA MIA, CHE VERGOGNA!!! E lui: “Ma nooo, che quella sala era piena di umori vaginali e non solo!!!!!!!”. Sospetto fossimo tutti “in tiro”… e Renato lo sapeva!

(Foto Massimo Barbaglia) 

Poi, chi altri ho visto? Ah, sì: Roberto con lo stesso maglioncino a V che indossava alla serata con Tieri, durante la prima ressa si è avvicinato con una smorfia stortarella urlacchiando: “Aoh, non così, non state sotto” Poi, però, ogni tanto faceva capolino dai camerini, da solo o a fianco di una bella bionda, o di Mariano. Renato ne parlava sempre con grande affetto.

A proposito di Mariano: è diventato un giovanotto molto interessante. 😛 Oltretutto adesso sfoggia una barbetta assassina che gli dona, e lo fa molto più uomo. Era pensoso, si appoggiava spesso a un lato della parete, ogni tanto rientrava in camerino, poi usciva di nuovo, disinvoltamente charmant.

Ma il mini-tour tra le facce italiane sta per terminare, fra poco ricomincerà la musica, e ci attendiamo e speriamo sia ancora la nostra, vera, tanta, generosa, risorta.

Daniela Tuscano (foto e video in http://www.corriere.it/vivimilano/faccia_a_faccia/articoli/2007/05_Maggio/22/zero_sezione.shtml)

 

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RAHMATULLAH LIBERO http://www.repubblica.it/speciale/2007/appelli/rahmatullah/index.html

21 maggio 2007 at 22:42 17 commenti

RENATO ZERO. DOVE VA L’ALCHIMISTA DELL’AMORE?

Una recente raccolta di successi, un tour concluso la scorsa estate, forse, a breve, un nuovo album di inediti. Non si può spiegare soltanto con la cieca adorazione il fluido affettivo che circonda Renato Zero da così tanti anni.
Un affetto, peraltro, quasi esclusivamente popolare, spesso snobbato dalla critica, indifferente quando non ignara del suo percorso artistico. Ben pochi, infatti, ricordano le collaborazioni/amicizie con Fellini, Morricone, Mina, Tieri, Lojodice, Giannini, Fracci, Alfredo Cohen, Dodi Conti, e tantomeno Umberto Bindi e molti altri.
Del resto, qualcosa è cambiato. Forse non gli hanno giovato la sovraesposizione, certe infelici scelte artistiche (il fortunato ma poco riuscito Dono, la collaborazione con personaggi nazionalpopolari) e un’acquiescenza ormai acritica da parte di una fetta di pubblico.
Il Renato irriverente e variopinto degli anni ’70 protestava col corpo. Era il risultato visivo dell’irrompere del mondo degli emarginati a fronte della grigia normalità di un altro corpo, quello rigido e contratto dell’uomo incravattato. Quest’ultimo era capofamiglia, tutore dell’ordine e della morale. L’uomo con la cravatta e i capelli corti non piangeva perché aborriva la debolezza, femminile e impudica. Propugnava la guerra, la discriminazione sessuale, razziale e ideologica; ed era, soprattutto, incapace di sognare.

Fuori del suo recinto si stendeva una terra incognita, inesplorata e inesplorabile. Ma Renato, un po’ Frank’n’Further un po’ Mago di Oz, con la sua irruenza giocosa, ingenua, sguaiata, ci ha presi per mano – o, forse, strattonati – e ci ha fatto varcare la soglia dell’”altra sponda”. Fasciato nelle sue lucide tutine a pelle, Renato era nudo, e la sua maschera colorata, a differenza di quella plumbea dell’uomo incravattato, non serviva a nascondere e occultare, ma a svelare le ipocrisie della società perbene; in questo senso, il suo universo è stato solo in apparenza favolistico. In realtà era onirico, denso di valenze simboliche e, pertanto, tangibile e umano.

Ed è stato un viaggio entusiasmante, tra colori squillanti, ballerine, coatti, prostitute, checche, guitti, gente senza nome e senza storia. Per loro Renato Zero, l’alchimista dell’amore, inventò un linguaggio nuovo, spiritualizzandone la disprezzata umanità, l’inesausta capacità di affetto, sentimento, tenerezza, tanto più primigenia quanto più insospettata, pura e infantile. Nella sua vocazione universalistica Renato parlava di ogni amore semplicemente mostrandone l’esistenza e, quindi, la naturalità.

Facendosi amico, fratello, amante ma anche padre e madre di queste anime orfane, Renato offriva loro il porto sicuro di una famiglia restituita al suo valore originario di servizio e oblatività. La simbologia di quest’ultima non era perciò negata ma piuttosto confortata, perché scevra di qualsiasi retorica; diventava una democrazia affettiva dove si aveva diritto di cittadinanza non in virtù di un privilegio sociale o di un ruolo riconosciuto, ma in base alla capacità di amare. Si trattava, già allora, di un approccio profondamente cristiano.

Renato Zero presenta per la prima volta Triangolo in tv: il programma s’intitola Saint-Vincent Estate e va in onda il 30 giugno 1978.

Solitudini
Non solo logica, ma inevitabile fu la svolta introspettiva degli anni ’80.

Nel decennio che celebrava l’edonismo e l’auto-sufficienza, che dissacrava l’autentica trasgressione con la moda, l’arroganza e il cinismo non era infatti più tempo di travestimenti. I variopinti clown dagli occhi dolci (la definizione è dello stesso Renato) vivevano il periodo più triste e angoscioso della loro storia. Avvertivano bisogno di fermarsi e riflettere. Ne scaturì un elogio della lentezza, vero balsamo nel turbinio degli istinti e delle voracità rapaci. Era una semina che, se già cominciava a mostrare fiori delicati e perfetti nella loro primizia, avrebbe condotto alla straordinaria fecondità dei ’90.

Renato in “négligé” nel giardino di casa sua. E’ un’intervista del 1986.

Epifanie
Le facili e ingannevoli promesse degli “anni affollati”, svaporando, si lasciavano dietro una scia di sofferenze, a volte persino di sangue, che ne smascherava la sostanziale, belluina ferocia. Renato Zero, uscito indenne da quella lotta grazie alla sua incrollabile fede, aveva imparato sulla sua pelle che quest’ultima non preservava dal dolore, ma permetteva di superarlo con l’umiltà e il perdono. All’impulso generoso ma velleitario di Prometeo si sostituì allora una resurrezione luminosa, ma non abbacinante. “Un’emozione in più/ è terra conquistata,/non possiamo chiedere/ certezze a questa vita”, cantava infatti il Nostro nell’emozionante L’eterna sfida.

Di qui il ritrovar-si, ogni volta un po’ più vicini alla verità, ogni volta “diversi” eppure riconoscibilissimi.

E se il contrassegno dell’epoca attuale sembra esser diventato l’individualismo sfrenato, geloso e sospettoso, Renato Zero ha deciso di sfidarlo mettendo in musica una materia “impoetica” per eccellenza: la felicità, o meglio la gioia, il sorriso del quotidiano.

1998: Renato parla di Amore dopo Amore, tour dopo tour

Amore, amori
Gli anni 2000 cominciano bene per il cantautore romano: l’introspettivo e maturo La curva dell’angelo, il felice ritorno ai ’70 con Cattura. Altri autori cantano la costruzione di un amore; per Renato pare che, oltre lotte, incomprensioni, fatiche, abbandoni e ritrovi, si debba elevare una pura e riconoscente gratitudine per la bellezza dell’amore, ovunque e in chiunque sia, in qualsiasi modo si manifesti e sempre degno di esser vissuto, anche al di fuori dei risultati personali. Un messaggio d’altruismo e di pace in un periodo in cui si chiudono le barriere delle menti, dei cuori (e degli Stati), e dove risorgono, cupi e minacciosi, i fantasmi dell’intolleranza e dell’odio per gli “irregolari”.

Non è casuale che tale messaggio sia contenuto nel più “privato” (e autobiografico) dei brani recenti dell’artista: Figlio, dedicato a Robertino, il giovane adottato dal Nostro, che l’ha reso nonno due volte.

In esso non ci si limita a celebrare una paternità fortemente desiderata, ma pure l’amicizia assoluta per l’umanità dell’altro e, conseguentemente, di tutti i figli del mondo, specie se poveri, reietti, dimenticati. Ed ecco vivificato l’antico abbraccio ideale per gli sconfitti della vita. “I figli (non sono) scommesse, investimenti, polizze assicurative, alibi, riscatti – ha denunciato Zero – e a volte i figli adottivi sono più felici perché frutto di una scelta, non di una fuga di spermatozoi”. L’adozione, suggerisce Renato, è invece un surplus d’amore e non un ripiego, come ritiene il senso comune. Ci vengono in mente suoi recentissimi commenti, tra l’addolorato e il sarcastico, sul Family Day: “Invitano tutti? Anche i single? No? Ma se ci contiamo, noi scapoli siamo la famiglia più numerosa d’Italia… Ho avuto una famiglia estremamente […] solida, aderente a una linea di pensiero, che non ha voluto assecondare mutamenti e traumi del consumismo e certa violenza verso i sentimenti… e la family la festeggiamo tutti i giorni”.

Di più. Col suo gesto, l’artista ha testimoniato, più di tanti discorsi incendiari, l’esistenza presso gli emarginati di una piena e “rispettabile” affettività: “È ora che si sappia che l’emarginato non è solo quello che vive nei cartoni, abbrutito, picchiato. Può essere, anzi spesso è, un talentuoso, un uomo di potere, anche un genitore”. Solo accettandosi totalmente, insomma, si può giungere a “spossessarsi” di sé.

E domani?…
Le ultime prove (Il Dono, una raccolta in versioni differenti, singoli non esaltanti) non sono state all’altezza della situazione. In molti, addirittura, è sorta l’impressione che Renato voglia ripiegarsi su di sé, assecondando persino le attese di quel pubblico borghese e festivaliero che l’aveva sempre respinto. L’atmosfera avvelenata che non risparmia nemmeno gli artisti pop, poi, lo ha reso bersaglio di attacchi inattesi, montando “casi” su sue dichiarazioni inventate di sana pianta, e rinfocolate da “biografi” tanto celebrati quanto fantasiosi [chi desiderasse conoscere a fondo l’incresciosa vicenda cfr. perla-rossa2002@libero.it, n.d.A.]. Questo il commento sconfortato del Nostro: ”Sono stato un precursore, il primo che è riuscito a godere della stima e fiducia dei primi transessuali italiani, come Coccinelle di Napoli. Persone straordinarie, con estro, che facevano arte… Uso il mio personaggio per dar voce alle classi più bistrattate, io. Figuriamoci se non ho a cuore la risoluzione di qualunque tipo di controversia…”). Ma noi attendiamo che Renato Zero riscopra la sua vocazione di esploratore dell’io. Perché l’amore verso di lui è dipeso proprio dalla sua evoluzione nella continuità, dal ritrovamento di un’amicizia, un sorriso, una pazienza.

Daniela Tuscano  – Grazie a Giuseppe Franco (già pubblicato, con alcune varianti, su 407150902_5be4770afc_m.jpg )

5 maggio 2007 at 13:43 13 commenti

RENATO ZERO: “ERAVAMO DIVERSI PER SENTIRCI MENO SOLI”

Sul divano di una stanza ovattata dell’hotel Cavalieri di Roma, camicia bianca e un paio di occhiali scuri che gli nascondono gli occhi, Renato Zero sorride. L’occasione è l’uscita del triplo cd Renatissimo!, oltre 30 anni di successi, quindi non posso che chiedergli dei primi passi nella Roma di fine 60 e inizio 70. “In quegli anni imperversava l’esterofilia, arrivava di tutto: Otis Redding, Jeff Beck, John Mayall, Wilson Picket, Clapton… Ero lambito dal rhytm’n’blues, dal funky, forme musicali molto poco nostre. Facevo tutto per colmare quelle tre, quattro ore di show, in club tipo cantinoni. Il repertorio non era ancora il mio, la gente voleva ballare, divertirsi”.


Nel 1967, ai tempi del “Piper”: Renato aveva 17 anni.

Come ti sei ritrovato a frequentare il Piper?
“Ci si riconosceva, ci si annusava. Cioè: oltre al tipico piperino – perché molti che si agghindavano per cercare di sembrare, non dico più coatti, ma più beatnik o flower power, hippie e così via – c’erano altri che non vivevano sulle spalle della famiglia, erano in cerca di una direzione. E’ stato caso e fortuna incontrarci, perché da questa occasione è nato Orfeo 9, la prima opera rock italiana, in cui ero un venditore di felicità”.
Cos’era particolarmente creativo in quella stagione?
“Tutto, perché una serata finiva sempre per lasciarti qualcosa addosso. Si facevano le cinque, le sei della mattina non per cazzeggiare ma sentire dischi e nuovi gruppi che suonavano in giro”.

Una copertina di “Nuovo Sound”, anno 1975: Renato Zero “sex symbol del rock”.

E la tua partecipazione a Hair con Patroni Griffi?
“Mi ha dato l’opportunità di sentirmi meno solo. Conta molto trovare qualcuno che ti somiglia, se sei un po’ particolare. Il gruppo era variegato: c’erano Teo Teocoli, Angela Pagano, Carlo De Mejo, il figlio di Alida Valli, Edoardo Nevola, Loredana Bertè, Ronnie Jones. Prima di allora, per me che pure vivevo al Piper, era stato difficile trovare delle affinità, forse perché eravamo in troppi. Sul palcoscenico del Sistina invece vivevamo insieme”.
Quanto spazio hai dato alla politica in quegli anni?
“Malgrado allora fossi solo diciottenne, quando vedevo i ragazzi attraverso le barricate, non provavo una grossa solidarietà verso di loro. Perché spesso i bombaroli che si nascondevano dietro il foulard erano figli del benessere. Ma soprattutto è sul palco che mi ha ferito l’intrusione delle bandiere”.
E la tua rivoluzione?
“E’ stata più silenziosa, non così evidente. Però io stesso ero bandiera sui marciapiedi, quando mi vestivo in quel modo, mi ribellavo a certe regole o passavo i pomeriggi nei commissariati di Roma. Il più delle volte finivo davanti a mio padre, che era poliziotto. Scendere dal cellulare e finire davanti a lui era umiliante. Mentre lui mi diceva ‘è normale’. Avere avuto un rapporto così totale con un padre che rappresentava la legge è stata un’insperata fortuna”.
Nel tuo esordio rock-drag, No mamma no, ci sono un’ambientazione psicotica, una tensione e una metrica fortissime. C’è aria di Tennessee Williams, di Improvvisamente l’estate scorsa
“Mi fa piacere che tu lo dica, perché riascoltando le mie canzoni, cosa che non faccio molto spesso, ogni tanto mi sembra di vedere un film. Per allora, il testo era formidabile perché la metrica era diluita come bromuro. E poi, finalmente qualcuno che mi riconosce come un’espressione rock di questo paese! Sono sempre stato considerato il figlio di Vasco Rossi, e invece forse sono suo padre. Voglio dire: l’esigenza di chiamare 40 elementi d’orchestra l’ho sentita perché a un certo punto ho voluto recuperare l’armonia. Tutti i grandi, tra l’altro, hanno lavorato con l’orchestra… non parlo di Elton John, ma di Yes, Genesis, Jan Anderson…”
Hai anticipato Bowie nell’iconografia glam: quella dei tuoi costumi è storia ancora tutta da scrivere…
“Mi cucivo tutto da solo, con la macchina, mi divertivo molto. Anche perché certe cose, se non me le facevo io, chi me le faceva? Andavo in tappezzeria e mi compravo le tende damascate, e con quella stoffa mi ci facevo i guru. Al posto dei bottoni mettevo le linguette delle valigette, dorate o argentate a seconda del costume”.
Come vivi il fatto di essere ritenuto un’icona gay?
“Sono felice sia se qualcuno mi inserisce nel sindacato delle mignotte sia in quello delle guardie di custodia di Rebibbia. Perché mi dà la sensazione di essere piaciuto a tutti. Però è tutta la vita che sfuggo a qualsiasi tipo di etichetta”.
Però la comunità gay si è risentita quando hai dedicato a Wojtyla il tuo inno alla vita…
“Al di là delle tendenze personali, quando si considera un uomo, lo si fa passandolo al setaccio, cioè mettendo via certe cose e riconoscendone altre. Nel caso di un uomo complesso come Wojtyla, di lui mi ha molto stimolato l’idea di essere passato attraverso una miriade di esperienze prima di essere papa. Oggi però si tende a esaltare o affossare qualcuno, mentre sarebbe meglio essere un po’ più ponderati prima di sparare ghigliottine. E’ il concetto di ‘chi è senza peccato scagli la prima pietra’. Io, Dio lo vedo così. Poi, se qualcun altro vuole indurmi a credere che Dio si offenda se io sono in un modo anziché in un altro, sono problemi miei e di nessun altro”.

Renato canta Depresso in una rara apparizione televisiva. E’ il 1974.

Raffaella Giancristofaro (“Rolling Stone” – Vedi anche: “Io, i gay, i dischi e il Family Day”, ivi, comm. n° 11)

1 febbraio 2007 at 10:00 29 commenti

RIPENSARE “IL DONO”

…Che dire, tutto il mondo ormai sa che ho letteralmente detestato quel disco. Da un po’ di tempo a questa parte devo però ammettere, non di essermi ricreduta (continuo a considerarlo un lavoro “minore” del Nostro), ma di aver superato, ecco, certe chiusure – pur se il termine non mi piace, ma al momento non me ne vengono altri -.

Io a volte me la sono presa con Renato, con la sua paraculaggine, le sue finte illuminazioni, il suo tono predicatorio ecc. ecc., però… però, tutto sommato, malgrado gli anni che passano e la lontananza, talvolta abissale, dallo spirito degli esordi (ma non sempre), o forse proprio in virtù di quei difetti troppo evidenti per essere davvero condannabili, il Nostro continua a sembrarmi, se non tutto “genuino”, di sicuro meno artefatto di altri. Lui, capace di colpi bassi, conserva però una sua intima sincerità. Non nascondo di essere rimasta scioccata dalla cattiveria con cui l’hanno assalito alcune frange socio-politiche e mi sono chiesta il motivo di tanto livore. Ho trovato odiose e strumentali certe polemiche, che avevano il solo, ultimo scopo di frugare nel suo intimo: ma come si permettevano???… Allo stesso tempo, ho ritenuto intollerabile il tentativo di ingabbiarlo in un unico schema, quasi ci si volesse appropriare della sua esclusiva immagine: perché? Non è forse un artista popolare?

Ma poi, di là da tutto, mi sono accorta (ed è la cosa più importante) che il cuore aveva ancora bisogno di lui. Non voglio fare la romantica a tutti i costi, il cuore a volte può sbagliare, ma non in determinate situazioni, non nei casi-limite. Andando a trovare il mio amico Roberto, mi tornavano alla mente questi versi: “Nelle corsie occupate dal dolore” e li sentivo così veri, così autentici. Ma vabbè, obietterà qualcuno, quello era il Renato del passato. Allora svelerò che mi è capitato di SOGNARE una situazione in cui si udiva un brano di Renato, e questo brano era… La Vita è un Dono.

(Realizzazione grafica a cura di ZeroNotturno)

La parola mi piace, mi è sempre piaciuta moltissimo, così come i suoi derivati: per-dono, con-dono. Mi dànno un’idea di comunione, di cattolicità (nel senso di universalità). E invero Renato è l’unico artista che possa eseguire un brano simile risultando credibile.

Sì, quel pezzo era per me come un balsamo, rigenerante. Così ho ripreso, dapprima con esitazione, poi sempre più convinta, ad ascoltare tutto il disco. Ripeto, non lo considero un granché, è stato registrato in fretta e Renato ha puntato sulla sua professionalità per far accettare pezzi altrimenti poco fruibili. Con tutto ciò, come si può negare che p. es. Dal mare non sia dannatamente, potentemente sua? “Io non riesco a odiarti” è Renato, forse anche il miglior Renato. Non è certo al livello di Mio fratello che guardi il mondo; però è schietta, semplice, non superficiale.

Immi Ruah? L’immagine dei sandali e il sottofondo “etnico” sono scontatissimi, eppure quel che dice è ciò che Renato pensa: si può negarlo?

D’aria e di musica? Gran lavoro di limatura anche qui, però, che stoffa! E pur augurandomi di non ritrovarmi un altro Dono, pur non posso negarlo… mi fa piacere ascoltarlo (non tutto), in questo periodo sto ascoltandolo molto, perché di “donare” e “per-donare” abbiamo bisogno tutti, ed è bello che a dircelo sia stato, ancora una volta, Renato.

Daniela Tuscano

24 gennaio 2007 at 11:10 9 commenti

CIAO NI’! – Un film sognato (Zerofobia)

Il seguente articolo mi è stato trasmesso dalla mia amica Ellyr. Non è stato purtroppo possibile rintracciarne la data di redazione né il titolo preciso, ma soltanto l’autore/autrice, ed è un vero peccato.  Ringrazio comunque Ellyr per questo bel “regalo”. (D. T.)

Con questa sentita dedica del Divino Renato (da sempre maternamente incline all’enfasi ecumenico-messianica nei messaggi ai suoi adorati “sorcini”, sia che si tratti delle immancabili note di copertina di un LP che di un accorato proclama sul palco), e con in sottofondo le malinconiche note della leggendaria e dolente Il Carrozzone, ha inizio Ciao Nì!, il lungometraggio di enorme successo che fu interamente ideato ed interpretato dallo stesso Zero nel lontano 1979 (con regia di Paolo Poeti e la collaborazione di un giovane Neri Parenti come aiuto regista), un cultissimo mai abbastanza celebrato, e che noi in questa sede non possiamo in alcun modo ignorare! imageUn esperimento gustoso e bizzarro, una storia fantasiosa, curiosa, ma anche autobiografica, certamente celebrativa del personaggio “Renato Zero” nel periodo della sua massima popolarità, quando la “Zerofollia” impazzava in tutta Italia (io stessa lo vidi all’epoca, restandone stranita: era/è un delirio..) e la graffiante zerotrilogia del cantante romano (i favolosi Zerofobia, Zerolandia, ed EroZero) aveva contagiato un po’ tutti. Zero aveva già avuto esperienze cinematografiche (inizia giovanissimo in TV, ove è sempre stato piuttosto attivo e presente, fra i Collettoni di Rita Pavone, e come comparsa ne La Bambolona, grottesca e cattivissima commedia all’italiana di Franco Giraldi, con uno strepitoso Tognazzi; prosegue poi con Fellini, che lo utilizzò in Satyricon, Roma e infine Casanova 70, e col cameo inosservato de La Mala Ordina di Di Leo; per non parlare della clamorosa futura prova offerta come voce di Jack Skeleton in Nightmare Before Christmas di Tim Burton) e teatrali (il musical Hair, per non dimenticare poi quel gioiello sepolto che è stato Orfeo 9, la rock opera di Tito Schipa Jr. dove interpretava magistralmente il “Mercante Della Felicità” – di prossima trattazione su Mondo Culto), e queste prove sicuramente lo aiutarono ad affrontare con adeguata professionalità questo stravagante lavoro per il grande schermo. Un film musicale? Anche, dal momento che molte delle sue hit sono qui puntualmente interpretate live, quasi come se il film fosse poi alla fine un videoconcerto. In realtà rimane però difficile da descrivere (“… trovargli unaaa colloooocazioneee!” – in tutta la pellicola, spartana, non v’è traccia di girato in esterni..) e incomprensibile/indigesto a chi non ama Zero: potrebbe intendersi come una sorta di pazzesco, strambo psychotrhiller musicato, imbevuto di kafkiane suggestioni, teatro off anni ’70, commedia, uno spruzzo di glitter, molta ironia e, naturalmente, quintalate di egocentrica Zerofollia… vissuta, sofferta e contagiata da Lui, il grande Renato, qui a buon diritto da considerarsi come il Frank-N-Furter de noantri!! La storia, concepita in chiave squisitamente favolistica, ha tutta l’intenzione di gettare uno sguardo fantasiosamente verosimile sulla vita dello stesso Renato Zero Artista. All’interno della vicenda il nostro, infatti, è un applauditissimo divo pop amato da orde di fans che lo seguono ovunque e che lo subissano puntualmente di valanghe di lettere adoranti. Per accontentare i suoi “sorcini”, Zero si esibisce in continui spettacoli, percorrendo le vie del mondo su di un gigantesco carrozzone da circo trainato da cavalli, in compagnia della sua fidatissima crew: Dollaro (Carlo Monni, fresco di Berlinguer Ti Voglio Bene), un invadente e irascibile manager che funge anche da cocchiere; Super Io (Enzo Rinaldi – ricordate il Babbo Natale dei biscotti Bistefani e il maturo “maialone” di tante opere di Tinto Brass?), un panciuto psichiatra golosissimo di cioccolatini col “complesso dell’abbandono”; Mignolo, un saltellante segretario muto; e infine Zucchero, non certo il Fornaciari, ma una fidatissima governate-costumista (Nerina Montagnani, la mitica Natalina della pubblicità Lavazza con Manfredi). E’ l’inizio di un nuovo frenetico giorno di tournée in quel bizzarro circo che è il carrozzone di Zero, e il Divino giace addormentato nella sua stanza-capsula, adagiato mollemente sul suo glitterato letto rotondo, con un pesante make up e indosso sontuose vesti di paillettes porporate, in una mise che ricorda prepotentemente la Regina crudele di Biancaneve. A svegliarlo solertemente è il suo segretario Mignolo che, come sempre, lo cosparge del solito carico quotidiano di lettere di fans. Zero, destatosi dal suo torpore, però non pare sentirsi molto bene, è preoccupato per la sua voce che quella mattina si è rivelata inspiegabilmente flebile ed arrochita: come può in queste condizioni affrontare un nuovo concerto? Bisogna dunque trovare alla svelta un rimedio. Zero fa quindi chiamare il fidato psichiatra Super Io che, accorso al suo capezzale, subito fa dipendere la patologia dalla strana natura sessuale di Zero: “E’ il solito fatto psicosomatico che frega la vita a voi “polimorfi perversi!” sentenzia, e il nostro lo ripaga immediatamente con uno schiaffetto stizzito… Eggià perché lui detesta sentirsi chiamare “polimorfo perverso”! Subito dopo accorre la materna Zucchero che, conoscendo le reali necessità del suo protetto, intuisce che l’unico rimedio per “tirare su” Zero è “L’Udienza”. “Le Udienze” erano convegni d’amore, indifferentemente con uomini o donne, cui Renato puntualmente si sottoponeva, e che molto spesso si erano rivelati una vera panacea per ogni male. Dollaro, il manager cocchiere, è però assolutamente contrario a questo genere di “rimedi”, da considerarsi veri attentati all’incolumità del cantante, e lo invita a scegliere una buona volta a cosa rinunciare, a suoi servigi di guardia del corpo o a questi presunti convegni d’amore. Zero chiaramente opta per la prima alternativa e manda via il collerico manager, dal momento che non può certamente rinunciare ai suoi adorati svaghi. Vengono perciò prontamente convocati per l'”Udienza” dei bei ragazzoni, nella fattispecie dei corazzieri, che vengono quindi edotti da Super Io sull’importanza dell’incontro con l’Artista: “L’Udienza è un appuntamento prezioso che Zero concede solo a chi lo ama e chi è riamato da lui. Voi siete stati prescelti fra molti, conserverete il grande privilegio di questi attimi nel vostro cuore”. Mentre Renato è affaccendato con i corazzieri, nella stanza di Super Io si sentono riecheggiare da lontano dei potenti gorgheggi; è evidente dunque allo psichiatra che i benefici effetti dell’Udienza hanno risolto i problemi vocali del su assistito: “Lo dicevo io che era un fatto psico-sodom… ehemm, psicosomatico!”. Tutto è risolto, e Zero è pronto per esibirsi in un nuovo concerto.

Il cantante esegue La favola mia: è un video tratto dal film Ciao nì.

Inizia così la serata, sempre nel suo “Grimilde look”, con La Favola Mia (“… E mi vesto da Re perché tu siaaa, tu sia il Re di una notte di magiaaaa…”, canzone manifesto da Zerolandia – e una delle sue migliori, aggiungo… N.d.Ste), e quindi con la schizofrenica Io Uguale Io (“… Questa faccia qui,questo corpo qui… Ma è sicuro che sia IO??! Io voglio un identikit, carta e matita presto io sono qui!!”). Rientrato nelle sue stanze, Renato dedica un po’ del suo tempo alla lettura delle letterine dei suoi “sorcini”, rimanendone deliziato, quand’ecco improvvisamente sopraggiungere la crisi! In una delle missive legge un’inquietante minaccia di morte da parte di un fantomatico individuo: “Ti conosco mascherina, ti conosco come me stesso… Conosco la tua colpa. Ti seguirò come un’ombra nel buio e ti ucciderò alle prime luci della ribalta. (firmato) Ciao Nì!”. Il messaggio getta il nostro nel panico: chi può volerlo morto? Perché? E’ necessario dare un volto a chi vuole attentare alla sua vita, e a questo proposito un consulto con Super Io è più che mai urgente. Lo psichiatra suggerisce di partire per un viaggio a ritroso nella sua vita, scavando nell’ inconscio, e far così riaffiorare le esperienze più remote e spiacevoli nel tentativo di scovare il colpevole. “Ciao Nì! Espressione dialettale da sempre appartenuta a Zero, sicuramente nata in ambito familiare…”, afferma lo studioso, e ciò induce il poveretto a sospettare che siano stati proprio i suoi genitori a volerlo morto. Caduto in onirico trance d’analisi, scorge un’allibita infermiera che non sa se apporre un fiocco blu o rosa su di una culla, quella che fu sua evidentemente. Incontra i suoi genitori: un padre decisamente “frou frou”, e una madre inflessibile ed autoritaria ai quali Zero rimprovera aspramente di non essersi mai preoccupati di averlo indirizzato verso un’identità sessuale definita. Ma non è nelle loro mancanze che dev’essere trovata la mano del presunto futuro assassino, Renato è più che certo che i suoi genitori non c’entrino nulla in questa faccenda. Un altro concerto è alle porte e, visti i pericoli sempre agguato, in camerino si dibatte sulla convenienza di entrare in scena o meno. Per rimediare alla depressione dell’Artista, era stata persino indetta una nuova “Udienza” (questa volta con delle procaci ballerine in topless, tutte piume stile “Crazy Horse”), ma stavolta a dare immediato coraggio e forza al nostro è il giubilante pubblico in delirio e in attesa che gremisce la platea… “Renato! Renato! Renato!”. E lui, già pazzescamente agghindato con una mise rosso fuoco con ali spaziali, non può che sentenziare fra se e sé: “Impossibile non andare, aaaaaaassolutamente impossibbbile. NON E’ VERO??!”… E irrompe sul palco regalando ai sorcini un’incandescente performance di Sesso O Esse. Al successivo cambio di costumi, Zero trova però un altro inquietante segno della presenza del temuto assassino nel suo camerino: una finta mano mozza con un biglietto riportante il solito sinistro saluto Ciao Nì!. Sempre più scosso, porge sdegnato la lugubre manina a Dollaro, negligente guardia del corpo, ma lo show “must go on”, il pubblico è caldo e non c’è tempo per rimuginare, così si riparte con una nuova canzone, l’accorata Fermati (una proto-citazione dell’Estasiante leit-motiv di Pierre L’Ineffabile? N.d.R). A metà spettacolo Zero convoca i fidati sottoposti per discutere velocemente sul da farsi: non servono corpetti merlettati, tutine impaillettate anti-proiettile; qualsiasi momento può essere quello fatale per l’omicidio. Come dice rocambolescamente Renato: “Costui, costei, costoro… Costosi, costanti… L’ASSASSINO, INSOMMA! entra ed esce da questo Carrozzone come e quando vuole!”. Ma la folla dei fedelissimi e adoranti sorcini acclama da lontano il suo nome sempre più forte,e tanto basta al nostro per favellare messianico ancora una volta: “E io dovrei rinunciare all’amore di tanti per l’odio di uno solo? IO VADO!”.

 

Ed eccolo nuovamente infiammare la folla cantando Chi Sei, stavolta vestito unicamente di un’attillatissima salopette a strisce modello Ape Magà. A fine serata, dopo lo show, il sonno cattura finalmente Zero, e i fantasmi del suo passato affiorano più minacciosi che mai. Ricorda di quand’era bambino, nel cortile della scuola dove gli altri compagni si esercitavano in virili giochi marziali, mentre lui, truccatissimo, si specchiava nell’acqua di un pozzo pettinandosi la già allora lunghissima chioma corvina. Nel tentativo di dare un volto all’assassino, scavando nel passato, ricorda una spietata religiosa omofoba, Suor Incatenata (Victoria Zinny, poi signora Girone…), che lo disprezzava con tutte le forze per le sue aberranti inclinazioni. Lo insultava e lo tagliava co un inquietante crocefisso/coltello a serramanico, per poi gettarsi su di lui e succhiargli il sangue vampirosamente famelica. Pertanto Zero (ormai adulto) decide di affrontare ora l’antica nemica ed appare così, quasi come una sorta di Arcangelo Gabriele, alla suora che sembra ora, a distanza di anni, redenta, pentita del crudele comportamento inflittogli da bambino; e anzi si proclama sua fan accanita. Perciò è evidente nella mante del nostro che neanche Suor Incatenata può essere il suo attentatore. Nel movimentatissimo Carrozzone lo spettacolo continua con una avanspettacolare e divertentissima performance di Triangolo, ma nuove minacciose tracce vengono rinvenute nel camerino a fine esibizione, stavolta pare che l’assassino abbia lasciato una strana giarrettiera, che Renato mostra prontamente a Super Io. Con l’aiuto dello psichiatra, si abbandona quindi nuovamente ai ricordi; per qualche motivo quel vezzoso indumento intimo gli fa ricordare i giorni delle naja e quell’odioso, dispotico sergente che tanto lo tiranneggiava. “Mi ha sempre odiato! Eggià… Le reclute non avevano occhi che per me!” irrompe non senza una punta d’orgoglio Zero, ma in fondo alla sua mente ricorda che il virilissimo soldato in realtà era più incline ai suoi gusti di quanto avesse mai potuto sospettare poiché, a ben rimembrare, era solito fare la calzetta e amava anch’egli indossare indumenti femminili sotto la mimetica. Fugati i sospetti anche sul sergente, l’Artista continua il suo show e dopo una sentitissima performance della concitata Nascondimi (sfoggiando qui uno dei suoi costumi migliori, la celebre tutina nera attillata con le guglie glitterate come da copertina di EroZero),image accese le luci in teatro, si accorge che non c’è nessuno a vederlo. Indispettito più che mai per essersi esibito “a vuoto”, sfoga tutta la sua furente rabbia su Dollaro che, per scongiurare qualsiasi eventuale agguato dell’assassino, aveva pensato bene di far evacuare la platea.
Ormai è il tracollo, Renato sente di non poter più resistere in quello stato di perenne minaccia e pericolo: deve poter distendere i suoi nervi, e quale rimedio migliore se non un’Udienza? Liquidato in malomodo Dollaro (“Vatti a fare un briscolone, PLEASE!”) che aveva cercato per l’ennesima volta di dissuaderlo dal partecipare a simili “rendez-vous”, il nostro si unisce a un gruppo di freakkettonissimi ragazzi e ragazze proto dark, i quali, su sottofondo delle circensi note di Manichini, lo attendevano nella sua alcova. imageParte la clownesca performance di Sbattiamoci (“Dai su sbattiamoci… Tanto per conoscerci di più!… Provo io e poi provi anche tu!” ) e quindi, come si conviene ad ogni popstar di richiamo, arriva per Zero il momento dell’incontro con i media. Un cronista pettegolo da strapazzo lo subissa di pruriginosi commenti: “Renato Zero: morboso, androgino, ermafrodito, bisessuale, eterosessuale… Ed anche un po’ polimorfo perverso!”. E l’Artista, all’ennesimo “polimorfo perverso” affibbiatogli, frena a stento l’istinto di colpire
l’indelicato giornalista con il solito schiaffetto stizzito, e lascia correre; ma l’altro non accenna a smettere di fare illazioni, e anzi chiama un plotone di illustri scienziati al fine di esaminare da vicino questa bizzarra popstar. Fra tutti gli scienziati accorsi ve n’è uno particolarmente preso da Zero, che non smette mai di fissarlo con allucinato interesse, e che lo stesso cantante aveva notato con una certa preoccupazione, visto che neanche per un momento gli avrebbe poi tolto gli occhi di dosso durante una teatralissima ed enfatica esibizione di Sogni Di Latta. A questo punto i sospetti del nostro cadono sullo spiritato luminare e così, preso il coraggio a due mani, decide di fargli visita nella sua oscura dimora. In una notte buia e tempestosa, tra pioggia, tuoni e fulmini, Renato giunge nel lugubre castello dello scienziato pazzo (e qui si sconfina in pieno territorio Rocky Horror Picture Show!) e lo sorprende nell’immancabile laboratorio, tra alambicchi fumanti e strane pozioni. Lo accusa immediatamente senza mezzi termini di essere il misterioso vessatore: “Tutto il tuo interesse per me non era un caso… Sei tu ‘Ciao Nì!’ “. Lo scienziato non nega uno smodato interesse, ma si difende fermamente dalle accuse, il suo è un interessamento puramente scientifico: egli anziché disprezzare l’ambigua natura di Zero ne è invece fortemente attratto, e per di più vorrebbe dar vita in laboratorio a un perfetto esemplare di creatura ermafrodita, ma ahimè molti dei passati esperimenti avevano fallito nell’intento e a prova degli insuccessi viene fatto chiamare un nano deforme che, uscito improvvisamente dalle segrete del castello, suscita la materna compassione del cantante. I discorsi del luminare si fanno quindi sempre più sinistri e preoccupanti, allorché afferma di voler trattenere Renato per sottoporlo ad approfonditi esami al fine di conoscere finalmente la sua preziosa struttura molecolare. La reazione è repentina e risoluta: disarmato il minaccioso scienziato, il nostro dà fuoco al laboratorio e fugge via dal castello maledetto. Una crepuscolare esibizione di Uomo, No! precede un’altra notte di incubi per il poveretto, che nel suo sonno agitato arriva persino a sospettare dei fidati attendenti, forse troppo esasperati dai suoi continui capricci.

Ma è davanti allo specchio della toilette che un bel giorno Zero riesce a sbrogliare il bandolo di questa intricatissima matassa e a capire finalmente tutto. Intento a imbellettarsi, vede improvvisamente la sua immagine riflessa sdoppiarsi e parlargli come per effetto di qualche strano sortilegio… “Ciao Nì! Sono IO il tuo pericolo!… La parte “normale” di te. Non sopporto più queste tue ciprie, non hai più tempo da dedicarmi immerso come sei nel tuo successo. Ti odio e voglio vederti morto!”. Sorpreso da questa rivelazione, consapevole che chi voleva attentare alla sua vita altri non era che egli stesso, o meglio, la parte di sé ancora in conflitto con il lato più trasgressivo e ambiguo della sua natura, Renato prende coraggio e ribatte al suo alter ego: “Sei un essere abietto e depravato, la normalità di cui parli non è altro che il riflesso di me stesso. Se io voglio, mi alzo e tu SPARISCI!”. Ma il malefico doppelganger al di là dello specchio vuole portare a termine il suo proposito di morte e, alzatosi, tende un arco dorato per scoccare una freccia letale. Ma il Renato Zero Artista, con tutte le sue stravaganze e il suo straripante Ego, alla fine ha la meglio e, scagliando un mattone contro lo specchio, infrange, uccidendola per sempre, quella distruttiva parte “normale” di sé che lo aveva sempre odiato. La pace ritorna finalmente nel Carrozzone e il Divino Renato, gettatosi alle spalle quell’ormai inutile lettera minatoria, corre verso il suo adorato pubblico regalando una liberatoria e scanzonata Baratto.

Andrea “Plonk” Galvan (“Mondo Culto” )

11 ottobre 2006 at 18:00 29 commenti

ATTO DI FORZA – Con Renato Zero al “Tornasole” (Raidue)

E’ andata.
In ansia per le notizie poco piacevoli circa il target di pubblico richiesto dalla trasmissione (al massimo 40enni per una questione “estetica” , quando tra gli ospiti c’erano stempiati e panzoni), giungo col mio amico F., giornalista, alla sede della Rai in Porta Carlo Magno. Mi sono presa due ore di permesso dal lavoro (e ho evitato quattro consigli di classe!…) per poter giungere in tempo.

I minuti sarebbero passati anche piacevolmente: dopo un inizio di giornata invernale, infatti, il tempo era decisamente migliorato, era ricomparso il sole e ci si crogiolava al tepore dei primi raggi. Purtroppo l’attesa all’interno dello studio sarebbe stata snervante. Ad ogni modo, la prima “toppata” clamorosa la presi alle 13.10 circa: lo stomaco del mio amico cominciò a gridare vendetta e impietosita io, che pure avevo ingollato uno squallido panino a scuola, decisi di accompagnarlo al bar. Ovviamente Renato, che in tutto quel tempo era rimasto appostato (dicono con un radar) per controllare i miei movimenti, ne approfittò per sbucare fuori e sgattaiolare dritto dritto verso lo studio. Quando tornai e me lo raccontarono, mi sembrò di morire. E in più: “Daniela, nerovestito, occhialoni, aggrondato, allontanava tutti”, m’informarono i presenti. Ahi, ahi, butta male, pensai. In preda a cupi presentimenti finalmente varcai la fatidica soglia. Ormai è fatta, mi dissi. Illusione. Altra attesa spasmodica circondati da anonime pareti in tartan e un odore di caffè “in macchinetta” proveniente dal vicino bar. Gulp. Decisi di gironzolare un po’, giusto per sgranchirmi le gambe. Ma non avevo fatto i conti col “radar” di Renato. Costui, resosi conto che avevo imboccato una corsia laterale, s’intrufolò nel corridoio al centro e si diresse allo studio. Anche in questo caso gli altri mi avvertirono con solerzia e, credo, con un certo sadismo nella voce. Forse avrei dovuto ricorrere a un travestimento… la maglietta leopardata, in effetti, mi tradiva come zeromane “agée”.
Noi “anziani” fummo fatti accomodare sulle gradinate in legno. Ma ci andò, a mio parere, molto meglio: a parte che lo studio non era certo una piazza d’armi, l’acustica era migliore, la visuale assai più ampia e d’insieme e, inoltre, non abbagliati né surriscaldati dai riflettori, godemmo di un clima gradevole.
Andrea Pezzi, l’eterna promessa dei palinsesti Rai, un po’ impacciato nel ruolo di scaldapubblico, lanciava qualche battutina e ne approfittava per istruirci sulle “modalità di applauso”. Al pianoforte Dolcenera, accompagnata dai bravi Gnu Zelig Group, provava i suoi pezzi. E ne approfitto per parlare subito di lei. E’ un’ottima cantante e un’interprete passionale, ma la voce grintosa e strascicata, che è il suo pregio, a lungo andare diventa anche il suo limite, perché i brani che esegue risultano alla fine tutti uguali. Come dice il mio amico F. che l’ha intervistata, ha molta stoffa, ma deve ancora “maturare” un po’.
Bella la scenografia, una sorta di teatro barocco-kitsch, con balconate, drappi rossi, stucchi e dorature. Pezzi introduce un breve commento dantesco di Matteo Giardini, per la verità nulla di nuovo almeno per chi svolge il mio mestiere, poi via libera a Urbano Cairo, che abbiamo scoperto essere il responsabile della scalata berlusconiana alle tv commerciali nonché attuale presidente del Torino calcio. Scorrevano sullo schermo commoventi immagini della grande squadra (del ’49), quella di Valentino Mazzola perita a Superga. Tutto quanto per introdurre il tema della serata: E’ davvero tutta colpa del destino?. Dopo l’intervento di Robert Diamubeni, unico superstite di una tragedia aerea la cui nobile testimonianza Pezzi cercò (inutilmente) di banalizzare, ecco giungere sul palco quattro personaggi a me sinceramente sconosciuti: il panzone di cui sopra, una signora di una certa età, un sosia di Bettega (secondo la definizione di Renato) e una tizia scosciatissima che – come si dice a Milano – se la tirava in maniera allucinante, con un’aria francamente insopportabile. Si scoprì di lì a poco trattarsi del giornalista Mario Adinolfi, della scritttrice Sandra Petrigani e dell’imprenditore Luca Morotti. E di Fernanda Lessa.
Fernanda Lessa, di cui avevo letto per caso qualcosa dal parrucchiere, è quel che si dice “un’oca”. Ma Pezzi non mi sembrò innocente. D’accordo che, davanti a un nutrito cachet, una accetta pure di farsi sputare in faccia, ma non si capisce perché si debba invitare una fotomodella per trattarla da cretina più di quel che è. Non mi pare un gesto da cavaliere. Poi vabbè, lei si è inviperita perché nessuno la filava (Renato compreso, che però, alla fine, l’ha almeno paternamente e dolcemente abbracciata, come con tutti gli altri), ma è stata una provocazione inutile, a parer mio.
Finalmente Renato: molto affascinante, in completo nero, capelli ordinati (con frangetta), leggermente più lunghi sulle spalle, occhi truccati, dolce, timido e al tempo stesso attore consumato, un gigante a fianco di tutti gli altri “illustri”. Perché? Perché, nonostante tutto, mi è parso ancora una volta l’unica persona UMANA lì dentro. Sandra Petrignani ha scritto un libro magnifico (La scrittrice abita qui), ma ridotta in quel teatrino simil-Costanzo non ha espresso nulla di particolarmente significativo. Sugli altri ospiti, meglio stendere un velo pietoso. Renato ha detto cose molto condivisibili, a parte un inizio leggermente retorico e – almeno per noi – risaputo, come l’Rh negativo (Pezzi: “Ma adesso che gruppo sanguigno sei?” Renato: “Boh? Mi pare B”). Si è incartato sull’eutanasia, pronunciandosi contrario con un ricordo “immaginifico” sulla madre (un sogno – “che non dovrei raccontare in pubblico”, ammise onestamente -: “Mia madre mi apparve in sogno e io le chiesi: hai sofferto? Sua risposta: Tesoro de mamma, io avevo smesso di vivere molto tempo fa”), per poi concludere che la decisione spetta alla persona interessata, come per l’aborto, per il quale – ha concesso – bisogna tener conto delle condizioni in cui è maturata questa decisione, ecc. Credo che la difficoltà a esprimersi del Nostro e la malafede, talora, dei cronisti siano alla base di tanti fraintendimenti e sofferenze inutili. Renato appare invece così una persona di buon senso, pacifico, pacifico. Ci si complica la vita per nulla.
A fronte di un pressappochismo new age del tutto ignorante dei fondamenti del cristianesimo e terribilmente cinico nell’affrontare temi come quello che ci si era prefissi, Renato ha contrapposto una saggezza popolare, genuina, e un grande interesse per l’arte. E’ stato l’unico a seguire attentamente i filmati proposti, soprattutto quello sul pilota Zanardi, con un Pezzi visibilmente in brodo di giuggiole nel trovarsi vicino un personaggio così prestigioso, ad applaudire con sincerità e partecipazione Vito e gli Eneas (musicisti ultraottantenni), guardava con aria tenera, paterna, sorridente e femminile la giovane Dolcenera, e ha parlato di umiltà, si è dimostrato in fondo un umanista quale effettivamente egli è – niente illuminazioni particolari, ognuno è artefice del proprio destino, Dio esiste se lo senti dentro di te -, ha combattuto, con educazione ma con fermezza, il cinico luogo comune degli intellettuali da salotto per cui “chi scrive e/o crea deve risolvere certe sue insoddisfazioni”, dal che se ne dedurrebbe che R. è insoddisfatto da almeno 40 anni, oppure che “la sofferenza degli altri è consolatoria” (“No, è un monito”, corresse giustamente il Nostro).
Certo, ormai anche lui è in alto, molto in alto: mi è parso di cogliere una sorta di socratica sopportazione nei suoi occhi, forse un po’ di stanchezza: non va dimenticato che questi personaggi lui li vede ogni giorno e non dev’essere una goduria.
Renato ha azzeccato anche due o tre battute con una certa efficacia. Quanto a me, dopo il saluto al pubblico corsi difilato in bagno: dovevo fare “un bisognino”. Giusto in tempo per cogliere il saluto di R. al mio amico giornalista. Ebbene sì: il suo radar aveva funzionato per la terza volta!!!!!!!!!! “Daniiii, bellissimo, mi ha riconosciuto e mi ha chiesto se sto ancora in Versilia” (l’amico in questione è toscano). Alla mia venticinquesima imprecazione mi esortò: “Ma corri, è sul taxi, almeno un saluto riesci a farlo!!!”. Corsa, raggiungimento taxi. E lì il radar di Renato non poté fare niente. Renato era seduto serafico dietro, ci sorrideva e a una ragazza rispose “no, amore, non riesco ad andare al concerto di Fossati stasera, ho un altro impegno”, finalmente m’insinuai anch’io, un saluto, un sorriso, un ciao con la mano, feci persino un po’ di luogo per non dare l’idea di volerlo assalire. Persino Mariano, al fianco del Nostro, abbozzò una specie di sorriso, mentre Roberto, che ci raggiunse poco dopo con un’improbabile maglietta giallo canarino, montò sul sedile davanti e ordinò al tassista: “E ‘nnamo va’…”. Eh già. Lui è sempre lui, il solito Roberto. Ma che importa? Io amo Renato.

Daniela Tuscano

2 maggio 2006 at 22:21 24 commenti

LA MIA ZEROFOLLIA. MARIANGELA TRAVAGLIATI INTERVISTA DANIELA TUSCANO (PERLA ROSSA)

Per una completa visione dell’articolo, vedi

http://www.zeroarchivio.altervista.org/perla_2006.htm 

(Cfr. anche http://rarozero.altervista.org/Resoconto%20Genova-Milano.htm) 

2 aprile 2006 at 18:41 11 commenti

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