Posts filed under ‘strade umaniste’

TRASLOCO…

Detto, fatto: come avevo anticipato nel post precedente, anche per me è arrivato il momento di cambiare sede. Non abbandonerò del tutto questo blog, che mi ha dato tanto e a cui sono molto affezionata; continuerò a visitarlo periodicamente e chi vorrà potrà lasciarmi ancora commenti, sia ai vecchi articoli, sia soprattutto qui . Ma ancor più spero vogliate seguirmi nella mia nuova “casa”, che trovate a questo indirizzo: Di me, l’altra metà . [E poiché nel nuovo ho qualche difficoltà coi banner, segnalo da qui che POTETE VOTARMI come MIGLIOR BLOGGER   MigliorBlog.it ] .

Non mancate, mi raccomando! Un grande saluto dalla vostra inossidabile

Daniela Tuscano                     

9 gennaio 2008 at 9:14 6 commenti

QUINTO, NON UCCIDERE

Approvata la moratoria alla pena di morte

“Quinto, non uccidere”

Senza se e senza ma.

D. T.

19 dicembre 2007 at 8:16 5 commenti

PROSEGUIRE – La vita è e resta comunque un dono

“…lo si fa sempre per gli altri, con amore, per festeggiare quel giorno”.

Questo commento al mio post Olio minerale mi ha molto colpito; anche se ignoro fino a che punto l’autore si sia reso conto della portata rivoluzionaria delle sue parole.

Rivoluzionarie, e in controtendenza; almeno, così parrebbe. “Lo si fa sempre per gli altri”. Inaudito. Gli odierni maestri del pensiero, i disincantati hobbesiani del 2000 (privi, naturalmente, della forza morale del filosofo secentesco), i tronfi machiavellini d’orgoglio e spregiudizio, è da parecchio che impartiscono ben diverse lezioni. L’uomo – essi catechizzano – è egotista; non bada che a sé, e al suo benessere – esclusivamente e prepotentemente materiale -. Solo in quest’ultimo, anzi, egli troverebbe una peraltro momentanea soddisfazione alla sua ferina bramosia. Una qualsiasi relazione interpersonale è quindi, secondo tale visione, inconcepibile. E quand’anche dovesse nascere, bisognerebbe diffidarne. Sarebbe sempre frutto d’un calcolo, d’un’attesa, di una pariglia. Egotismo essa stessa. Nulla si fa mai per nulla.

Di qui un’enfasi sul corpo, inteso come congegno bruto di appetiti e molecole; che però finiscono, bizzarramente, per dissolvere e annientare il corpo autentico. Poiché, in verità, non è quest’ultimo su cui si pone l’attenzione, ma sugli oggetti che concupisce; e gli oggetti sono membra morte, sagome inerti. Un’antropologia delle società consumistiche, dunque, non può esistere. Il consumismo è la negazione in nuce d’ogni più elementare umanità. Il consumismo è, piuttosto, antropofago.

Il consumismo ha decretato il trionfo del mercato; ne è figlio e al tempo stesso padre. Al punto di esser divenuto, da mera parola, incontestabile Verbo; se è vero che l’economista Stefano Zamagni, pochi mesi or sono, aveva addirittura proposto di inserire nella Costituzione (il nuovo Vangelo) queste formule rituali: mercato, appunto, e impresa.

Come ogni religione, anche la nuova trinità Consumo-Mercato-Impresa ha i suoi martiri. Li ha ormai da molti secoli. I quali però, a differenza di quelli più antichi, non s’immolano volontariamente. Rassomigliano di più alle vittime (umane, certo) dei riti pagani, ai quali si strappava il cuore ancora pulsante per placare l’ira di spietati dèi.

La nuova trinità minore è molto spietata. Ma volatile.

L’uomo non è previsto. L’uomo come unità, non come assemblaggio, merce o rifiuto, è addirittura un peso. Lo si usa, lo si distrugge. Non mi ha stupita l’impassibilità dei dirigenti (anzi, dei padroni) della ThyssenKrupp, il fatto che non abbiano nemmeno sentito il bisogno di mandare un telegramma di cordoglio alle famiglie degli operai uccisi, la nota di demerito affibbiata a una segretaria uscita per recarsi all’ospedale dai colleghi, la tardiva – e rifiutata – partecipazione ai funerali (celebrati nel Duomo di Torino, cfr. la sottostante foto). Era nella loro logica. Non lo si fa per gli altri. Ma, in fondo, nemmeno per sé. Lo si fa come cose. E le cose non provano nulla.

La destrutturazione dell’uomo, e la sua successiva reificazione, segue dunque tre stadi: dall’affermazione del suo legame indistrutto con l’angusta materia, attraverso la parcellizzazione dei bisogni, per giungere all’esaltazione del bisogno puro e semplice. Senza più il suo soggetto.

“Ricordatevi che siamo uomini”. Questa una delle frasi più ricorrenti udite dalla voce severa, e pur senza odio, degli operai superstiti della ThyssenKrupp. Negli stessi giorni, Muhammad Yunus scriveva: “Attualmente la parola ‘impresa’ indica un’istituzione che si propone di fare soldi massimizzando i profitti. Ma una definizione simile è un insulto per l’uomo, che viene trattato come un robot, una macchina che fabbrica denaro”. E aggiungeva: “L’uomo è molto di più, e la sua vita è fatta anche di attività come accudire gli altri, sacrificarsi, preoccuparsi e tentare di costruire un mondo diverso”. Insomma: “fare per gli altri”.

Se l’uomo è il fine e non il mezzo, la sua felicità autentica non può ridursi nella temporanea soddisfazione individuale, in attesa del definitivo annientamento con la materia. E’ piuttosto il contrario: è nell’arte dell’incontro, nella sperdutezza aurorale, nel rilascio d’amore, che l’uomo si ritrova e si rinforza, e acquista sapienza di sé. L’antropofagosofia consumistico-imprenditoriale è dunque più d’un inganno: è un furto di cuori. Strappati ancor pulsanti, lacerati nelle intimità più misteriche.

Contro questa trinità blasfema nessuna istituzione religiosa, con ossequente seguito di politici devoti, scatenerà un Family Day. E ciò malgrado l’impressionante numero di famiglie distrutte, o mai nate, a causa delle cosiddette morti bianche. Non importa nemmeno che un Pontefice sembri denunciarlo, quando i primi, veri attentatori della pace nel mondo sarebbero, per lui, le famiglie di fatto ed eventuali legislazioni che le proteggano. E che, per timore di contrastare la potente Cina, rifiuta – come qualsiasi, laicissimo e pavido governante capitalista – di incontrare il Dalai Lama . Benedetto XVI ha fama di Papa irremovibile nella difesa dei valori “non negoziabili”: evidentemente è falso. O forse, a parer suo, certi princìpi non sono poi così importanti.

Inutile, pertanto, aspettarsi da loro un aiuto. L’agire per gli altri dipende piuttosto dalla capacità di ognuno di pronunciare il suo “sì”.

Daniela Tuscano

****

TORNIAMO A VICENZA. Nella sordità più totale delle istituzioni, il popolo del “No Dal Molin”  (fra cui gli umanisti) si ritroverà oggi pomeriggio nella cittadina veneta, per proseguire una lotta pacifica, ma decisa e mai interrotta, che continua a dare i suoi frutti.

NATALE PER GLI ALTRI. Il 16 dicembre p.v. Bresso organizza la Giornata dell’Impegno Civile in memoria di Paolo Foglia . In vista del Natale, poi, la Residenza Sanitaria Disabili di via don Vercesi cerca volontari per l’accompagnamento dei degenti alla Messa delle ore 10.00, alla parrocchia della Misericordia. Per info, cliccare qui .

15 dicembre 2007 at 6:10 14 commenti

OLIO MINERALE

In fondo, la mobilità non turbava Antonio più di tanto. Alle chiacchiere degli amici non badava. “Starsene a casa a trentasei anni, come un vecchio, e poi cosa fai?”. Ma lui mica viveva per lavorare. Quanta vita lo attendeva, al fischio della sirena. Tre figli. La più piccola lo rimproverava sempre di rientrare tardi, la sera, e quando varcava l’uscio di casa la trovava già addormentata. Non gli restava che contemplarla in un’inespressa preghiera. Rivolgeva allora alla moglie un riso di tenera sensualità mormorandole brevi, antiche parole: “Somiglia a te”. Sì, a casa avrebbe fatto tutto. Magari avrebbe portato la bimba un po’ più spesso al parco del Valentino, dove le insegnava cos’erano le nuvole. Per poi riscoprire muto, con un sospiro furtivo, l’anfratto in cui anni prima, con la giovane compagna, aveva scherzato e poi, sempre per gioco, l’aveva presa. Con l’ansia gioiosa e ingenua della belva selvaggia, stampandola sull’erba, quasi a nutrirsi della sua concretezza elementare.

E furono nozze di terra. La sua terra. L’umore lussureggiante d’un parco aveva incorniciato i loro baldanti sogni giovanili, lui che sapeva di pendici solatie e di olio.

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Da piccolo, quando la madre gli friggeva le zeppole, nella dispensa semibuia, in grotta di tufo, sentiva che fondeva la vita. Una vita color d’oro. Tutto era divinamente semplice.

Magari, avesse potuto starsene a casa. C’era finito, in quell’acciaieria, come scaricato da un tunnel greve. Quando aveva saputo di essere diverso. Meridionale. Strano, fino a quel momento non si era sentito altro che un uomo. L’avevano poi insaccato in una tuta blu e diligentemente, con impegno e turgore, aveva assolto il suo compito con la docile resistenza d’un equino millenario. Racconto ancestrale e poesia di generazioni. Racchiuso in una sfera d’amianto.

Colata lavica. Ecco cosa gli ricordava l’olio minerale sul quale così spesso scivolava. Perché quell’aggettivo, minerale, lui non l’aveva mai capito. “E’ l’olio delle macchine, Antonio” gli aveva spiegato paziente il caporeparto. Pistoni, carburante. Quella era la loro vita stridente e furiosa. Delle macchine. Divampava, anche. Ma quel caldo non dava vita, non confortava le vene, come l’olio della dispensa materna, che – lo raccontava ai suoi bambini – accarezzava la gola. Deflagrava in bollore combusto, lasciando freddo il cuore terrorizzato.

Ma lui non aveva paura. E quel giorno si era trovato a misurare con lo sguardo ogni angolo, ogni cieco pertugio di quella foresta di ghisa. Foresta pietrificata, strana archeologia metallica. Era l’ultima volta. Presto l’avrebbero lasciato a casa. Ed ecco, sì, ne pativa. Ma solo perché per l’Immacolata non avrebbe neppure potuto racimolare il denaro necessario per comprare alla bambina quella glassa d’argento che tanto desiderava.

Ma sei giovane, ce la farai. Lui non aveva risposto, tenue e tenace come l’equino millenario. Ogni giorno ha la sua pena. Termino qui come fosse l’ultimo e il primo, abbraccio la bambina, abbasso gli occhi. Poi si vedrà.

Ma quel che gli risuonò negli occhi, all’intrasatta, fu un’immensa vampa di sole malato. Un’onda densa e anomala di bollore minerale. Rabbiosa, ferina della sua, malgrado tutto, socratica lontananza. Della sua anima densa e carnale, delle sue vene gagliarde. Lo ghermì per rubargliela, per soddisfare la sua stridula brama di alito eterno. Svanì con lei, rapito, circonfuso, spaziante.

E la gemma dell’Immacolata divenne, per Antonio, il giovedì delle ceneri.

 

 

Daniela Tuscano (www.scrivi.com)

(ad Antonio Schiavone  e ai suoi compagni d’ogni latitudine)

N.B.: Sull’accaduto, Torce flessibili, la denuncia degli umanisti; ivi, comm. n° 5.

8 dicembre 2007 at 8:44 11 commenti

MAKWAN NON C’E’ PIU’ – L’ingiustizia rimane

Ciò che, fino all’ultimo, supplicavamo non accadesse, è invece avvenuto: la condanna a morte del 21enne iraniano Makwan Moloudzadeh – “reo” di omosessualità  -, in un primo momento sospesa per la mobilitazione dell’opinione pubblica mondiale, è stata eseguita ieri, senza che nemmeno i familiari del giovane ne fossero al corrente, e mentre la società civile si preparava a una grande manifestazione in suo favore. Non si è ripetuto, quindi, il miracolo di qualche mese fa, quando riuscimmo a scongiurare il rientro in patria (e la conseguente lapidazione) di Pegah Imambakhsh, anch’essa iraniana, anch’essa omosessuale.
Salviamo Makwan 
Ma Makwan abitava in Iran; come vi abitavano Mahmoud e Ayyaz (rispettivamente, 16 e 18 anni), omonimi, fra l’altro, dei due amanti regali d’un meraviglioso testo del XII secolo, Il Poema celeste. A loro, però, era toccata una sorte ben più efferata – e prosaica: vennero impiccati sulla pubblica piazza. E non si può nemmeno dire che il mondo assistette impotente, dato che la notizia giunse quando ormai tutto si era concluso.

Anche noi umanisti, che da sempre ci battiamo per la giustizia e i diritti delle minoranze soprattutto perseguitate, abbiamo provato un senso di nausea, sconforto, abbattimento. Mentre raccoglievamo firme, inviavamo petizioni a “Sua Eccellenza” Ahmadinejad – quello che, in un’Università americana, aveva assicurato che “l’omosessualità era un vizio dell’Occidente, dal quale il suo paese era indenne”,  dimostrando un insospettato senso dell’umorismo (nero) – e alle autorità politiche e religiose del paese, il corpo del giovane Makwan giaceva già esanime e freddo su un rozzo tavolo di legno.

Abbattuti, sì, e disgustati. Non solo per l’Iran, naturalmente; troppo comodo liquidare la questione con le solite categorie della barbarie levantina. Tutti sappiamo, via, che quella che un tempo fu la Persia merita una classe dirigente migliore dell’attuale. Ahmadinejad è un qualsiasi Mussolini in salsa orientale. Anche per il nostro “crapùn”, peraltro, i finocchi non esistevano, perché il glorioso e rurale popolo italico era scevro dalla corruttela morale delle restanti, molli, plutocratiche nazioni europee. Tutti maschi puri e duri (le donne non venivano neppur prese in considerazione, e non è un caso che, allora come oggi, la violenza viriloide si scatenasse anche contro queste ultime): i “sospetti”, al più, li si spediva al confino, con la vaga e incomprensibile accusa di “disfattismo” (vedi Una giornata particolare).

Disgustati, dicevamo, anzi schifati, schifatissimi, perché già immaginiamo le smorfie sgangherate di certe mummie di casa nostra. Le quali, della sorte di Makwan e di altri come lui non solo se ne fregano, ma in fondo ci godono. Pensiamo ai Volonté, ai Calderoli, ai Mastella, ai Berlusconi, alle Mussolini, agli Storace e alle zitelle in cilicio; in particolare a queste ultime, alla (Ga)Binetti che solo ieri si è rifiutata di ratificare un testo anti-omofobia al Senato, con la motivazione della doppiezza della “lobby gay” la quale, secondo lei, si servirebbe di questo stratagemma per sovvertire la morale. (Di “lobby ebraica” parlava pure Hitler: corsi e ricorsi storici.)

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Ce la immaginiamo, l’onorevole penitenziagite: cos’hanno da lamentarsi, questi sodomiti? Se non gli piace qui, vadano altrove, dove non si limitano a condannarli a parole, come facciamo noi alfieri della santa normalità! Lì, il male, lo eliminano alla radice! Oddio, una volta andava diversamente, e senza dubbio la pia vergine rimpiange i tempi gloriosi in cui i sodomiti venivano spediti al rogo senza tante storie. Da parte sua, le sta tentando tutte per spostare indietro le lancette della storia (ehh, signora mia, oggi non c’è più religione!…), e bisogna riconoscere che il momento è per lei propizio: con le sue giaculatorie sta tenendo in ginocchio (sui ceci) tutta la maggioranza.

Noi però, forse utopici, forse sognatori, ma, senza falsa modestia, persone serie, disposte ad ascoltare tutti purché non razzisti né discriminatori, attente a riflessioni antropologico-religiose scevre da pregiudizi e approssimazioni, non possiamo demoralizzarci. Non ci è permesso. Appoggiamo pertanto l’iniziativa di gionata che il 13 dicembre p.v. darà vita a una veglia anti-omofobia assieme alle donne e agli uomini della REFO di Firenze, presso il Centro comunitario Valdese. Il Gruppo EveryOne  inoltre, già sostenitore della causa di Makwan, istituirà un premio annuale da donare a chi si contraddistinguerà nella lotta a favore dei diritti umani e contro l’omofobia.

Non dimentichiamo, però, che per evitare altri Makwan le ricorrenze e i premi non bastano. Occorrono ascolto, cultura ed educazione, perché, sulla scorta di De André, in futuro “non ci resti solo la gloria / d’una medaglia alla memoria”.

Daniela Tuscano (vedi anche: https://danielatuscano.wordpress.com/2007/03/12/paola-binetti-mi-risponde/)

”In Iran non ci sono omosessuali come invece qui da voi. In Iran non sono perseguitati, perché non esistono” (Mahmoud Ahmadinejad, discorso alla Columbia University, New York, 24 settembre 2007)

ULTIM’ORA: I TALIBAN IMPICCANO 12ENNE. “Era una spia della Nato”. Così i terroristi afghani hanno “giustificato” la forca per un bambino colpevole di aggirarsi troppo spesso in una zona controllata da soldati americani. Siano essi “sodomiti”, o troppo curiosi, o macchine da guerra, o carne per i pedofili, i ragazzi, a questo mondo di adulti, piacciono moltissimo. Specialmente alla griglia. (9 dicembre 2007)

6 dicembre 2007 at 20:22 15 commenti

NO AI “BABY-ZOMBIES”, UN PASSO AVANTI

Comunico con piacere che il gruppo La Tribù – Nessuno tocchi Pierino di Bresso ha concluso, nel giro d’un mese, la raccolta di firme contro l’uso di psicofarmaci in età infantile. “L’ignoranza sull’argomento è pressoché totale – constata Daniele Quattrocchi, animatore dell’associazione – circa il 90% degli interpellati ignoravano cosa fosse l’ADHD. Ma non ci sentiamo, per questo, di colpevolizzare i genitori. Purtroppo, la maggior parte delle informazioni sul reale pericolo del trattamento con psicofarmaci sui minori si trova solo in rete”.

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Daniele Quattrocchi (primo a sinistra) con alcuni rappresentanti de “La Tribù”

La Tribù ha quindi chiesto al sindaco Manni un incontro pubblico, anche con la presenza di esperti, per illustrare i pericoli cui vanno incontro i nostri figli e per fornire risposte chiare e complete a tutti i dubbi possibili.

Daniela Tuscano (vedi anche: https://danielatuscano.wordpress.com/2007/05/29/il-test-piu-idiota-del-mondo-salviamo-i-nostri-bambini-dal-ritalin/)

N. B.: INFANZIA DIMENTICATA. Non solo Europa. In questi giorni, il violento uragano che si è abbattuto sul Bangladesh ha reso orfani migliaia di bambini. Per un aiuto concreto, cfr. http://www.volontariperlosviluppo.it/1998/1998_5/98_5_03.htm)

20 novembre 2007 at 11:38 8 commenti

NON CI AVRETE! – Giornata della Non-Violenza, un successo planetario

Milano, Roma, Vicenza, Torino, Napoli… Sì, c’eravamo proprio tutti, eravamo tanti, eravamo felici. Forti. Pacifici.

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Sopra: Milano, 2 ottobre 2007: un momento della Giornata Mondiale della Non-Violenza. Tra i promotori, il Movimento umanista. Sotto: il logo della manifestazione.

C’eravamo proprio tutti a gridare il nostro “SI'” a un mondo senza atomiche, a un futuro diverso da quegli scenari bellicosi che sempre più i potenti della Terra ci prospettano come inevitabili. C’eravamo nell’anniversario del compleanno di Gandhi, per attestare, con la nostra presenza fisica, che la sua speranza non si è persa nel vento. E che lui era ancora fra noi, mentre chi crede di stare in alto non riceverà menzione nemmeno nei tombini della cronaca. Noi sì, e loro no. Perciò auguri, Mahatma Gandhi.

C’eravamo tutti. E ci saremo ancora, il 7 ottobre, ad Assisi. La città di un altro santo, stavolta cattolico. A comprovare che la religione non si declina affatto con la violenza e la tirannia. Che, anzi, è sinonimo di giustizia, progresso, benessere, felicità, comunione. Un indelebile schiaffo ai fondamentalisti. Uno schiaffo silenzioso. Uno schiaffo che non ferisce fisicamente. Ma che umilia e tacita i superbi. E che spazza via in un refolo di ciglia lo scontro di civiltà, i kamikaze, Bush che “piange sulla spalla di Dio”… Ma quale Dio, il suo? Quello che lascia morire i bambini in nome della crociata “democratica”. Conosciamo bene quel suo Dio, quel dio con la minuscola, quell’anti-dio, quell’idolo. Non occorre essere dotati di poteri divinatori per capire che presto questi signori faranno tutti la fila per entrare alla funesta corte del loro anti-dio.

ImageNoi invece eravamo lì, insieme, e, nel frattempo, il nostro pensiero veleggiava lontano, molto lontano, insomma vicinissimo: si stringeva ai fratelli e alle sorelle birmani, uomini e donne in jeans o avvolti in purpurei manti, che soli, senza armi, con Dio, hanno testimoniato che la vera rivoluzione si compie nella pace. Dobbiamo ringraziare i monaci e le monache birmane per averci ricordato che lo Spirito soffia ovunque. In questi giorni siamo tutti buddhisti; esattamente come loro, hanno dato prova di uno spirito a dir poco evangelico.

Siamo eclettici, contaminati, misti, colorati, numerosi. Non ci avrete.

Daniela Tuscano (vedi anche: https://danielatuscano.wordpress.com/2007/09/22/bombe-bufale-firmiamo-per-liberarci-dalle-armi-nucleari/ )

3 ottobre 2007 at 10:04 11 commenti

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