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SAREMO PARITA’

Le letture immediatamente successive al Natale sono quanto di più lontano dall’aura appiccicosa e dolciastra con cui si suole circonfondere questa festa. Dopo la liturgia della Natività gli Atti degli Apostoli ci raccontano un martirio, vale a dire una testimonianza: testimonianza finita, come forse qualcuno ricorderà, nel sangue. Stefano è un giovane, e la sua giovane vita viene stroncata a sassate. Lo accusano di bestemmia. E’ un “irregolare”, un empio. Vicino a lui si trova un altro giovane, davanti al quale i carnefici depongono il mantello della vittima: un certo Saul, “Saulo” come traduce (male) la Concordata, un ragazzo dagli ideali, o forse dall’ideologia, granitica: non ha dubbi né mezze misure, Saul(o). Lo immaginiamo impettito, spavaldo, vanitoso, sicuro di sé e della sua giustizia, inflessibile come un fuso, dalla barba appuntita e curata, lo sguardo tagliente e fisso, con l’espressione trasognata e latebra del fanatico. Il tipico fondamentalista, del quale l’autore degli Atti non manca di sottolineare: “Saul(o) era uno di quelli che approvavano la lapidazione di Stefano”.

Il salmo 30, che ci presenta il grido del povero afflitto, contiene un’espressione potentissima: “Si è spento nel dolore il mio occhio”. Il 28 dicembre, poi, si raggiunge il climax di angoscia col celebre episodio della strage degli innocenti (Mt 2, 13-18).

Enfant Jésus allongé sur la croix

E. Stelzmüller, Il Bambino Gesù steso sulla croce, © MCEM, pittura su vetro.

“Anche a te una spada trafiggerà l’anima”: la profezia di Simeone a Maria, nel Vangelo odierno, è la chiave per comprendere la scelta di queste letture. Ogni nascita è una freccia lanciata nel cielo del mondo. Il nostro. E’ un “atto contro natura” (Ungaretti) e una sfida alla convenzione, una novità di Dio prima ancora che umana. Ogni nascita comporta una morte: la morte del vecchio, delle certezze consolidate, dell’abitudine quotidiana, ma anche la sofferenza e la domanda. L’antica e sempre attuale domanda: amore, e giustizia. Non si dà l’uno senza l’altra. Ecco perché i morti innocenti, di cui i bambini sono un palpabile simbolo, scandalizzano, scuotono e colpiscono: sono il povero dall’occhio spento dal dolore, un dolore provocato dal peccato, dalla perdita di umanità, e quindi di pace, e quindi di Dio – e viceversa.

Perciò i presepi delle nostre chiese pongono là, nell’ultimo orizzonte, appena sfiorato da un balenìo di luce, oltre la città, sopra le dune, tre croci. Perché il tenero bambino finirà lì. Perché lì è il senso ultimo di quella nascita. Perché la risurrezione comporta lo sperdimento d’un corpo conquistato, per una riappropriazione definitiva. Il Risorto porterà impressi su di sé, per sempre, i segni della Passione. Mai verrà cancellato il suo passaggio terreno, l’orma del dolore innocente e, assieme, l’impronta della giustizia per cui questo suolo geme.

L’ultimo, disperato appello lasciato da Iole Tassitani alla migliore amica esprimeva lo stesso dolore e la stessa forza disperante: “Sono stata parità. Intendeva dire “rapita”, ma il vocabolario automatico del cellulare ha tradotto la prima parola memorizzata. Un errore? Non crediamo. “Parità” è la parola più diffusa, ben più di “rapita”. Siamo parità, o meglio, dovremmo esserlo. Iole era stata parità, fin quando l’avevano considerata un essere umano. Poi l’hanno degradata a oggetto, un oggetto di cui disfarsi non appena conquistati altri oggetti, a cui lo sciagurato maschio aguzzino non ha neppure avuto l’incosciente coraggio di sacrificare sé stesso: il denaro. Iole è stata parità fin quando i suoi simili l’hanno vista come la pupilla degli occhi, dell’identico genere umano. Ma, squartata sull’ara di un miserando vitello di stagno, non “serviva” ormai più. Del resto, la prima lettera di Giovanni non potrebbe essere più chiara: chi non ama i fratelli (e le sorelle) non ama Dio. Né – conseguentemente – sé stesso.

Non sono più parità le vittime dello tsunami di cui ricordiamo l’anniversario. Non sono parità i bambini (e gli adolescenti) venduti alle guerre, ai pedofili, al consumismo – e questo significa il fanciullo nella mangiatoia, non il pacioso vecchio rubizzo che nell’immaginario metropolitano l’ha ormai spodestato. Non sono stati parità gli operai della ThyssenKrupp, deceduti l’uno dopo l’altro sempre in nome della reificazione (cfr. ivi, commento n° 6). Non sono parità quei cristiani palestinesi per i quali il Natale non coincide con abbuffanti pandori ma una ricorrenza che può costare la vita. Non è più parità nemmeno Benazir Bhutto. E’ stata una leader controversa; ma ha rischiato per il suo paese e per la democrazia, ben sapendo che i fondamentalisti l’avrebbero potuta uccidere, non tanto perché, secondo loro, serva degli americani ma perché – lo sappiamo bene – “non era parità”: cioè, era donna. Tornerò a parlare di lei. Qui mi preme sottolineare che i fondamentalisti – di qualsiasi religione, e anche di nessuna – odiano le donne. Loro che sterminano i gay sono, per usare un efficace neologismo di Luce Irigaray, i primi uomosessuali. Delle donne non sanno proprio che farsene, sono solo un problema, poiché l’umanità si coniuga con un unico sesso: il loro, naturalmente.

Saremo parità soltanto quando nasceremo, anzi, ri-nasceremo a noi stessi. Le letture, spietate, ci esortano anche alla speranza: se è vero che persino il lapidatore Saul(o) si è convertito, se è vero che dobbiamo anche sopportare questo insopportabile scandalo di misericordia… nel quale annegare la nostra piccola e gretta giustizia. Per una Giustizia che ci assimila ed espande, per cambiare nome. Trasumanare è l’unico modo per renderci ancor degni di abitare questa Terra.

Daniela Tuscano

Dedico a tutte le vite nate/spezzate un brano che mi è piaciuto:

ANNA MAGNANI

Da tegole e calcinacci
verso la vita mi affaccio
indosso il cappotto di mio zio
soldato scampato alla guerra
Passando tra sfollati
e ragazzini in festa
cerco la mia vecchia casa,
i nespoli abbandonati
una acacia modesta
con un bacio apro la porta

E ho in mente
la faccia dell’Italia coi denti stretti
e il sangue che cola
ma il cuore di pietra

Là dove prima vibrava un pianoforte
soltanto polvere e terra
e mi sembra di udire
la voce arsa di Anna Magnani
che infonde speranza

Foglie d’ ulivo argentate
raccontano una Pasqua lontana
il tetto che quasi frana,
una rondine giace senza vita
fra una scarpa e un secchio

E ho in mente la faccia dell’Italia
la statua grigia e vetra di Mazzini
coi suoi lisi taccuini

Là dove prima vibrava un pianoforte
soltanto polvere e terra
e mi sembra di udire
la voce arsa di Anna Magnani
che infonde speranza

E mi sembra di udire
la voce calda di Anna Magnani
che intona una dolce melodia

Adriano Celentano (Testo: Vincenzo Cerami – Musica: Carmen Consoli)

29 dicembre 2007 at 9:54 14 commenti

OLIO MINERALE

In fondo, la mobilità non turbava Antonio più di tanto. Alle chiacchiere degli amici non badava. “Starsene a casa a trentasei anni, come un vecchio, e poi cosa fai?”. Ma lui mica viveva per lavorare. Quanta vita lo attendeva, al fischio della sirena. Tre figli. La più piccola lo rimproverava sempre di rientrare tardi, la sera, e quando varcava l’uscio di casa la trovava già addormentata. Non gli restava che contemplarla in un’inespressa preghiera. Rivolgeva allora alla moglie un riso di tenera sensualità mormorandole brevi, antiche parole: “Somiglia a te”. Sì, a casa avrebbe fatto tutto. Magari avrebbe portato la bimba un po’ più spesso al parco del Valentino, dove le insegnava cos’erano le nuvole. Per poi riscoprire muto, con un sospiro furtivo, l’anfratto in cui anni prima, con la giovane compagna, aveva scherzato e poi, sempre per gioco, l’aveva presa. Con l’ansia gioiosa e ingenua della belva selvaggia, stampandola sull’erba, quasi a nutrirsi della sua concretezza elementare.

E furono nozze di terra. La sua terra. L’umore lussureggiante d’un parco aveva incorniciato i loro baldanti sogni giovanili, lui che sapeva di pendici solatie e di olio.

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Da piccolo, quando la madre gli friggeva le zeppole, nella dispensa semibuia, in grotta di tufo, sentiva che fondeva la vita. Una vita color d’oro. Tutto era divinamente semplice.

Magari, avesse potuto starsene a casa. C’era finito, in quell’acciaieria, come scaricato da un tunnel greve. Quando aveva saputo di essere diverso. Meridionale. Strano, fino a quel momento non si era sentito altro che un uomo. L’avevano poi insaccato in una tuta blu e diligentemente, con impegno e turgore, aveva assolto il suo compito con la docile resistenza d’un equino millenario. Racconto ancestrale e poesia di generazioni. Racchiuso in una sfera d’amianto.

Colata lavica. Ecco cosa gli ricordava l’olio minerale sul quale così spesso scivolava. Perché quell’aggettivo, minerale, lui non l’aveva mai capito. “E’ l’olio delle macchine, Antonio” gli aveva spiegato paziente il caporeparto. Pistoni, carburante. Quella era la loro vita stridente e furiosa. Delle macchine. Divampava, anche. Ma quel caldo non dava vita, non confortava le vene, come l’olio della dispensa materna, che – lo raccontava ai suoi bambini – accarezzava la gola. Deflagrava in bollore combusto, lasciando freddo il cuore terrorizzato.

Ma lui non aveva paura. E quel giorno si era trovato a misurare con lo sguardo ogni angolo, ogni cieco pertugio di quella foresta di ghisa. Foresta pietrificata, strana archeologia metallica. Era l’ultima volta. Presto l’avrebbero lasciato a casa. Ed ecco, sì, ne pativa. Ma solo perché per l’Immacolata non avrebbe neppure potuto racimolare il denaro necessario per comprare alla bambina quella glassa d’argento che tanto desiderava.

Ma sei giovane, ce la farai. Lui non aveva risposto, tenue e tenace come l’equino millenario. Ogni giorno ha la sua pena. Termino qui come fosse l’ultimo e il primo, abbraccio la bambina, abbasso gli occhi. Poi si vedrà.

Ma quel che gli risuonò negli occhi, all’intrasatta, fu un’immensa vampa di sole malato. Un’onda densa e anomala di bollore minerale. Rabbiosa, ferina della sua, malgrado tutto, socratica lontananza. Della sua anima densa e carnale, delle sue vene gagliarde. Lo ghermì per rubargliela, per soddisfare la sua stridula brama di alito eterno. Svanì con lei, rapito, circonfuso, spaziante.

E la gemma dell’Immacolata divenne, per Antonio, il giovedì delle ceneri.

 

 

Daniela Tuscano (www.scrivi.com)

(ad Antonio Schiavone  e ai suoi compagni d’ogni latitudine)

N.B.: Sull’accaduto, Torce flessibili, la denuncia degli umanisti; ivi, comm. n° 5.

8 dicembre 2007 at 8:44 11 commenti

MAKWAN NON C’E’ PIU’ – L’ingiustizia rimane

Ciò che, fino all’ultimo, supplicavamo non accadesse, è invece avvenuto: la condanna a morte del 21enne iraniano Makwan Moloudzadeh – “reo” di omosessualità  -, in un primo momento sospesa per la mobilitazione dell’opinione pubblica mondiale, è stata eseguita ieri, senza che nemmeno i familiari del giovane ne fossero al corrente, e mentre la società civile si preparava a una grande manifestazione in suo favore. Non si è ripetuto, quindi, il miracolo di qualche mese fa, quando riuscimmo a scongiurare il rientro in patria (e la conseguente lapidazione) di Pegah Imambakhsh, anch’essa iraniana, anch’essa omosessuale.
Salviamo Makwan 
Ma Makwan abitava in Iran; come vi abitavano Mahmoud e Ayyaz (rispettivamente, 16 e 18 anni), omonimi, fra l’altro, dei due amanti regali d’un meraviglioso testo del XII secolo, Il Poema celeste. A loro, però, era toccata una sorte ben più efferata – e prosaica: vennero impiccati sulla pubblica piazza. E non si può nemmeno dire che il mondo assistette impotente, dato che la notizia giunse quando ormai tutto si era concluso.

Anche noi umanisti, che da sempre ci battiamo per la giustizia e i diritti delle minoranze soprattutto perseguitate, abbiamo provato un senso di nausea, sconforto, abbattimento. Mentre raccoglievamo firme, inviavamo petizioni a “Sua Eccellenza” Ahmadinejad – quello che, in un’Università americana, aveva assicurato che “l’omosessualità era un vizio dell’Occidente, dal quale il suo paese era indenne”,  dimostrando un insospettato senso dell’umorismo (nero) – e alle autorità politiche e religiose del paese, il corpo del giovane Makwan giaceva già esanime e freddo su un rozzo tavolo di legno.

Abbattuti, sì, e disgustati. Non solo per l’Iran, naturalmente; troppo comodo liquidare la questione con le solite categorie della barbarie levantina. Tutti sappiamo, via, che quella che un tempo fu la Persia merita una classe dirigente migliore dell’attuale. Ahmadinejad è un qualsiasi Mussolini in salsa orientale. Anche per il nostro “crapùn”, peraltro, i finocchi non esistevano, perché il glorioso e rurale popolo italico era scevro dalla corruttela morale delle restanti, molli, plutocratiche nazioni europee. Tutti maschi puri e duri (le donne non venivano neppur prese in considerazione, e non è un caso che, allora come oggi, la violenza viriloide si scatenasse anche contro queste ultime): i “sospetti”, al più, li si spediva al confino, con la vaga e incomprensibile accusa di “disfattismo” (vedi Una giornata particolare).

Disgustati, dicevamo, anzi schifati, schifatissimi, perché già immaginiamo le smorfie sgangherate di certe mummie di casa nostra. Le quali, della sorte di Makwan e di altri come lui non solo se ne fregano, ma in fondo ci godono. Pensiamo ai Volonté, ai Calderoli, ai Mastella, ai Berlusconi, alle Mussolini, agli Storace e alle zitelle in cilicio; in particolare a queste ultime, alla (Ga)Binetti che solo ieri si è rifiutata di ratificare un testo anti-omofobia al Senato, con la motivazione della doppiezza della “lobby gay” la quale, secondo lei, si servirebbe di questo stratagemma per sovvertire la morale. (Di “lobby ebraica” parlava pure Hitler: corsi e ricorsi storici.)

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Ce la immaginiamo, l’onorevole penitenziagite: cos’hanno da lamentarsi, questi sodomiti? Se non gli piace qui, vadano altrove, dove non si limitano a condannarli a parole, come facciamo noi alfieri della santa normalità! Lì, il male, lo eliminano alla radice! Oddio, una volta andava diversamente, e senza dubbio la pia vergine rimpiange i tempi gloriosi in cui i sodomiti venivano spediti al rogo senza tante storie. Da parte sua, le sta tentando tutte per spostare indietro le lancette della storia (ehh, signora mia, oggi non c’è più religione!…), e bisogna riconoscere che il momento è per lei propizio: con le sue giaculatorie sta tenendo in ginocchio (sui ceci) tutta la maggioranza.

Noi però, forse utopici, forse sognatori, ma, senza falsa modestia, persone serie, disposte ad ascoltare tutti purché non razzisti né discriminatori, attente a riflessioni antropologico-religiose scevre da pregiudizi e approssimazioni, non possiamo demoralizzarci. Non ci è permesso. Appoggiamo pertanto l’iniziativa di gionata che il 13 dicembre p.v. darà vita a una veglia anti-omofobia assieme alle donne e agli uomini della REFO di Firenze, presso il Centro comunitario Valdese. Il Gruppo EveryOne  inoltre, già sostenitore della causa di Makwan, istituirà un premio annuale da donare a chi si contraddistinguerà nella lotta a favore dei diritti umani e contro l’omofobia.

Non dimentichiamo, però, che per evitare altri Makwan le ricorrenze e i premi non bastano. Occorrono ascolto, cultura ed educazione, perché, sulla scorta di De André, in futuro “non ci resti solo la gloria / d’una medaglia alla memoria”.

Daniela Tuscano (vedi anche: https://danielatuscano.wordpress.com/2007/03/12/paola-binetti-mi-risponde/)

”In Iran non ci sono omosessuali come invece qui da voi. In Iran non sono perseguitati, perché non esistono” (Mahmoud Ahmadinejad, discorso alla Columbia University, New York, 24 settembre 2007)

ULTIM’ORA: I TALIBAN IMPICCANO 12ENNE. “Era una spia della Nato”. Così i terroristi afghani hanno “giustificato” la forca per un bambino colpevole di aggirarsi troppo spesso in una zona controllata da soldati americani. Siano essi “sodomiti”, o troppo curiosi, o macchine da guerra, o carne per i pedofili, i ragazzi, a questo mondo di adulti, piacciono moltissimo. Specialmente alla griglia. (9 dicembre 2007)

6 dicembre 2007 at 20:22 15 commenti

IL MALE OSCUR(AT)O – Giornata della lotta all’Aids: e le istituzioni dove sono?

A S.

Lo scorso anno, da queste pagine, avevo denunciato il preoccupante calo d’attenzione di governo, organi d’informazione e opinione pubblica nei confronti della malattia. Si potrebbe quasi sostenere che, se non fosse per alcune associazioni, oggi di Aids non si parlerebbe più, dopo i tremendi anni ’80 caratterizzati da un terrorismo psicologico-mediatico degno della Milano manzoniana.

A proposito di Milano: finora non mi risulta (ma, se mi giungeranno notizie in merito, sarà mia cura fornire tempestivamente informazioni) siano state avviate dal Comune campagne, incontri, iniziative di sensibilizzazione. Tutto tace. Del resto, il criterio morale che anima la giunta è espresso nel progetto di legge del 25 ottobre scorso(Governo della rete degli interventi e dei servizi alla personain ambito sociale e sociosanitario, art. 5: “Le prestazioni sanitarie e sociali sono finalizzate a sostenere la persona e la famiglia, con particolare riferimento allo sviluppo di una sana e responsabile sessualità, alla procreazione consapevole, alla prevenzione dell’interruzione di gravidanza e alle problematiche relazionali e genitoriali”). C’è quindi poco da stare allegri: cosa s’intenda per “sana” sessualità non si capisce, o meglio, si capisce benissimo, e a nessuno sfugge che le “categorie” cosiddette “a rischio” – quelle, insomma, peccaminose e reiette – sono di fatto escluse non solo dai servizi, ma anchedall’attenzione delle istituzioni.

Di conseguenza posso segnalare soltanto il consueto appuntamento con la coperta dei nomi in piazza Mercanti, dalle 11.00 alle 19.00, oltre naturalmente ai nutriti programmi di Anlaids, AsaLila e molti altri, mentre il 5 dicembre, al Teatro Olmetto, debutterà  Baby, animato da attori giovanissimi eorganizzato da Cesvi: a ricordare che l’Aids miete vittime soprattutto tra i bambini, non solo europei.

A questo deve aver pensato la comunità parrocchiale di San Carlo, a Bresso (p.za De Gasperi, 1), che sostiene dal 1996 il progetto di suor Ernestina Akulu per il sostegno, la cura, la prevenzione e la promozione nel distretto di Luweero (Uganda). Maggiori ragguagli si possono ottenere telefonando al n° 256 – 772 – 411217 o scrivendo direttamente a suor Ernestina, eakulu@yahoo.co.uk.

Stemma del Comune di Bresso (www.bresso.net).

Da altre città mi sono poi pervenute interessanti notizie. La Chiesa Valdese della Capitale (in piazza Cavour, ore 20.30) ospiterà domani il concerto del Roma Rainbow Choirdurante il quale saranno raccolti fondi per l’assistenza ai malati. In programma brani di diverse epoche e stili, dal Rinascimento allo spiritual. Degno di nota anche il “full-time” di Arcigay Calabria, che quest’anno ha puntato in particolare sull’arte. Dopo un nutrito incontro con esperti del settore (Anlaids, Asl Cosenza, Università degli Studi di Calabria) e la testimonianza di Antonietta Parisi, mamma adottiva di Daniele, bimbo sieropositivo deceduto pochi anni or sono, si assisterà a diverse video-proiezioni e a un passo di danza di Diego Cartaginese sulle note de La medicina, brano che Renato Zero dedicò proprio a Daniele. Al termine s’indirà un concorso fotografico nazionale dal titolo Scatto in quattro lettere. Info: Roberto Principe, pierrecs@aliceposta.it .

Daniela Tuscano (www.scrivi.com)

UN INEDITO DEI QUEEN. Il gruppo dell’indimenticato Freddie Mercury (1946-1991, secondo da destra in basso) regalerà al mondo della rete un inedito, suonato in versione acustica nel loro concerto del 2005, per focalizzare l’attenzione mediatica sul primo dicembre (da Soundblog).

1 dicembre 2007 at 0:01 8 commenti

(R)ESISTIAMO ANCORA!

Giornata di sensibilizzazione contro la violenza sulle donne

STOP

Dedicata a:

Hina Saleem

Barbara Cicioni

Maria Antonietta Multari

Chiara Poggi

Giovanna Reggiani

la rom Emilia

Meredith Kercher

la quindicenne brasiliana stuprata in carcere da 20 uomini

la donna saudita punita con 200 frustate per aver subito violenza

…e a milioni di donne e bambine sconosciute che in passato, e in questo preciso istante, vengono umiliate dall’impotenza maschile, belligerante, religiosa, mercimediatica. E di cui non sapremo mai nulla.

Di fronte a questo scempio urliamo BASTA. Agli allegri telefilosofi della morte del femminismo, gridiamo SIAMO VIVE. E non dimentichiamo.

Daniela Tuscano (vedi anche: http://www.mentecritica.net/per-mariaantonietta-maschi-vergogna/cronache-italiane/daniela-tuscano/1145/)

25 novembre 2007 at 0:02 5 commenti

AMORE INTERROTTO

A   R. F.

Lo sguardo gli cadde distratto fuori della terrazza. “Notte, tripudiante”. Si domandava se quel paesaggio spennellato con lembi frenetici e caldi fosse adatto a raccogliere le sue tardive inquietudini. Ma già non ci pensava più. Si trovava di fronte un giovanotto dalla bellezza così esplicita da risultare, in qualche modo, banale. Certo facile; e lui non voleva complicarsi la vita. “E’ tutto lì”, rifletteva, osservandolo. E continuava: non ho nemmeno bisogno di corteggiarlo. Con quel fisico da paura.

Così diversi, i suoi occhi, dallo sguardo azzurro che lo aveva irretito, inaspettato e vinto, alcuni anni prima. L’azzurro, si sa, scivola via come acqua. È il colore del vento e dell’aria. Gli aveva chiesto, ridendo: “Dove scappi?”. E quello sguardo si era voltato fissando in una rapida istantanea i ciuffi roridi di sole. Un bagno di gioventù. Le labbra tumide e imbronciate, la pelle bianca e mesta. Forse i suoi gusti erano troppo pucciniani. Musicali.

Lui, che amava rintanarsi nel grembo notturno, era rimasto colpito da quelle suole di vento. Pensava ai suoi sogni di libertà, puro come un’oasi di frescura. Ma catturarli, che illusione! E un brutto giorno, ancora una volta, l’assenza.

Chi gli stava davanti, adesso, era fin troppo presente. Un profilo definito e schietto. Un giovanotto che amava il mare e gli scogli e gli anfratti che mai, mai lui avrebbe violato. Al più, gli bastava dipingerli.

Tese la mano verso quegli occhi ampi e comprensivi. Già avvertiva il calore della pelle abbronzata.

Ma esitò. “Ha una ragazza”.
Occhi scuri.
“Bella”.
Indagatori.
“Intelligente”.
Nitidi.
“Giovane”.
Obliqui.
“Ha un cuore”.
Orfana di gioia.
“Lui la ama”.

Gli abbandonò una virgola di carezza sugli zigomi forti. Poi fletté il capo, umilmente. Rubando un’ispirazione, un effluvio di amore sano. Il ragazzo non aveva smesso di sorridergli, sicuro ed amico come solo i perfettamente normali sanno essere. E lui provò un rapido conforto, in bilico fra crepacci di fuoco.  

Daniela Tuscano (www.lepaginedellanostravita.it )

***

Le Presbytère n’a rien perdu de son charme, ni le jardin de son éclat, Queen, Elton John, Maurice Béjart (1927-2007). Toreador dell’aria.

23 novembre 2007 at 0:07 15 commenti

NO AI “BABY-ZOMBIES”, UN PASSO AVANTI

Comunico con piacere che il gruppo La Tribù – Nessuno tocchi Pierino di Bresso ha concluso, nel giro d’un mese, la raccolta di firme contro l’uso di psicofarmaci in età infantile. “L’ignoranza sull’argomento è pressoché totale – constata Daniele Quattrocchi, animatore dell’associazione – circa il 90% degli interpellati ignoravano cosa fosse l’ADHD. Ma non ci sentiamo, per questo, di colpevolizzare i genitori. Purtroppo, la maggior parte delle informazioni sul reale pericolo del trattamento con psicofarmaci sui minori si trova solo in rete”.

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Daniele Quattrocchi (primo a sinistra) con alcuni rappresentanti de “La Tribù”

La Tribù ha quindi chiesto al sindaco Manni un incontro pubblico, anche con la presenza di esperti, per illustrare i pericoli cui vanno incontro i nostri figli e per fornire risposte chiare e complete a tutti i dubbi possibili.

Daniela Tuscano (vedi anche: https://danielatuscano.wordpress.com/2007/05/29/il-test-piu-idiota-del-mondo-salviamo-i-nostri-bambini-dal-ritalin/)

N. B.: INFANZIA DIMENTICATA. Non solo Europa. In questi giorni, il violento uragano che si è abbattuto sul Bangladesh ha reso orfani migliaia di bambini. Per un aiuto concreto, cfr. http://www.volontariperlosviluppo.it/1998/1998_5/98_5_03.htm)

20 novembre 2007 at 11:38 8 commenti

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