Posts filed under ‘voci dal sottosuolo’

PROSEGUIRE – La vita è e resta comunque un dono

“…lo si fa sempre per gli altri, con amore, per festeggiare quel giorno”.

Questo commento al mio post Olio minerale mi ha molto colpito; anche se ignoro fino a che punto l’autore si sia reso conto della portata rivoluzionaria delle sue parole.

Rivoluzionarie, e in controtendenza; almeno, così parrebbe. “Lo si fa sempre per gli altri”. Inaudito. Gli odierni maestri del pensiero, i disincantati hobbesiani del 2000 (privi, naturalmente, della forza morale del filosofo secentesco), i tronfi machiavellini d’orgoglio e spregiudizio, è da parecchio che impartiscono ben diverse lezioni. L’uomo – essi catechizzano – è egotista; non bada che a sé, e al suo benessere – esclusivamente e prepotentemente materiale -. Solo in quest’ultimo, anzi, egli troverebbe una peraltro momentanea soddisfazione alla sua ferina bramosia. Una qualsiasi relazione interpersonale è quindi, secondo tale visione, inconcepibile. E quand’anche dovesse nascere, bisognerebbe diffidarne. Sarebbe sempre frutto d’un calcolo, d’un’attesa, di una pariglia. Egotismo essa stessa. Nulla si fa mai per nulla.

Di qui un’enfasi sul corpo, inteso come congegno bruto di appetiti e molecole; che però finiscono, bizzarramente, per dissolvere e annientare il corpo autentico. Poiché, in verità, non è quest’ultimo su cui si pone l’attenzione, ma sugli oggetti che concupisce; e gli oggetti sono membra morte, sagome inerti. Un’antropologia delle società consumistiche, dunque, non può esistere. Il consumismo è la negazione in nuce d’ogni più elementare umanità. Il consumismo è, piuttosto, antropofago.

Il consumismo ha decretato il trionfo del mercato; ne è figlio e al tempo stesso padre. Al punto di esser divenuto, da mera parola, incontestabile Verbo; se è vero che l’economista Stefano Zamagni, pochi mesi or sono, aveva addirittura proposto di inserire nella Costituzione (il nuovo Vangelo) queste formule rituali: mercato, appunto, e impresa.

Come ogni religione, anche la nuova trinità Consumo-Mercato-Impresa ha i suoi martiri. Li ha ormai da molti secoli. I quali però, a differenza di quelli più antichi, non s’immolano volontariamente. Rassomigliano di più alle vittime (umane, certo) dei riti pagani, ai quali si strappava il cuore ancora pulsante per placare l’ira di spietati dèi.

La nuova trinità minore è molto spietata. Ma volatile.

L’uomo non è previsto. L’uomo come unità, non come assemblaggio, merce o rifiuto, è addirittura un peso. Lo si usa, lo si distrugge. Non mi ha stupita l’impassibilità dei dirigenti (anzi, dei padroni) della ThyssenKrupp, il fatto che non abbiano nemmeno sentito il bisogno di mandare un telegramma di cordoglio alle famiglie degli operai uccisi, la nota di demerito affibbiata a una segretaria uscita per recarsi all’ospedale dai colleghi, la tardiva – e rifiutata – partecipazione ai funerali (celebrati nel Duomo di Torino, cfr. la sottostante foto). Era nella loro logica. Non lo si fa per gli altri. Ma, in fondo, nemmeno per sé. Lo si fa come cose. E le cose non provano nulla.

La destrutturazione dell’uomo, e la sua successiva reificazione, segue dunque tre stadi: dall’affermazione del suo legame indistrutto con l’angusta materia, attraverso la parcellizzazione dei bisogni, per giungere all’esaltazione del bisogno puro e semplice. Senza più il suo soggetto.

“Ricordatevi che siamo uomini”. Questa una delle frasi più ricorrenti udite dalla voce severa, e pur senza odio, degli operai superstiti della ThyssenKrupp. Negli stessi giorni, Muhammad Yunus scriveva: “Attualmente la parola ‘impresa’ indica un’istituzione che si propone di fare soldi massimizzando i profitti. Ma una definizione simile è un insulto per l’uomo, che viene trattato come un robot, una macchina che fabbrica denaro”. E aggiungeva: “L’uomo è molto di più, e la sua vita è fatta anche di attività come accudire gli altri, sacrificarsi, preoccuparsi e tentare di costruire un mondo diverso”. Insomma: “fare per gli altri”.

Se l’uomo è il fine e non il mezzo, la sua felicità autentica non può ridursi nella temporanea soddisfazione individuale, in attesa del definitivo annientamento con la materia. E’ piuttosto il contrario: è nell’arte dell’incontro, nella sperdutezza aurorale, nel rilascio d’amore, che l’uomo si ritrova e si rinforza, e acquista sapienza di sé. L’antropofagosofia consumistico-imprenditoriale è dunque più d’un inganno: è un furto di cuori. Strappati ancor pulsanti, lacerati nelle intimità più misteriche.

Contro questa trinità blasfema nessuna istituzione religiosa, con ossequente seguito di politici devoti, scatenerà un Family Day. E ciò malgrado l’impressionante numero di famiglie distrutte, o mai nate, a causa delle cosiddette morti bianche. Non importa nemmeno che un Pontefice sembri denunciarlo, quando i primi, veri attentatori della pace nel mondo sarebbero, per lui, le famiglie di fatto ed eventuali legislazioni che le proteggano. E che, per timore di contrastare la potente Cina, rifiuta – come qualsiasi, laicissimo e pavido governante capitalista – di incontrare il Dalai Lama . Benedetto XVI ha fama di Papa irremovibile nella difesa dei valori “non negoziabili”: evidentemente è falso. O forse, a parer suo, certi princìpi non sono poi così importanti.

Inutile, pertanto, aspettarsi da loro un aiuto. L’agire per gli altri dipende piuttosto dalla capacità di ognuno di pronunciare il suo “sì”.

Daniela Tuscano

****

TORNIAMO A VICENZA. Nella sordità più totale delle istituzioni, il popolo del “No Dal Molin”  (fra cui gli umanisti) si ritroverà oggi pomeriggio nella cittadina veneta, per proseguire una lotta pacifica, ma decisa e mai interrotta, che continua a dare i suoi frutti.

NATALE PER GLI ALTRI. Il 16 dicembre p.v. Bresso organizza la Giornata dell’Impegno Civile in memoria di Paolo Foglia . In vista del Natale, poi, la Residenza Sanitaria Disabili di via don Vercesi cerca volontari per l’accompagnamento dei degenti alla Messa delle ore 10.00, alla parrocchia della Misericordia. Per info, cliccare qui .

Annunci

15 dicembre 2007 at 6:10 14 commenti

CONTRO L'”ASSOLUTO RELATIVO” – I “giovani”, Moni Ovadia e la vita integra

Riceviamo e volentieri pubblichiamo.

Mi chiamo Federico e ho 18 anni: sono dunque un giovane. Uno di quei tanti ragazzi che le testate nazionali giornalistiche e i media in generale descrivono come drogati, violenti, che si fanno le cosiddette “canne” o invadono uno stadio. No, non è così, questa è una descrizione inappropriata che i giornali e le tv ci propinano tutti i giorni, ma che non corrisponde per nulla alla realtà. La maggior parte di noi invece, e lo posso dire con cognizione di causa in quanto frequento la classe quinta di un liceo scientifico, sono proprio l’opposto, persone che non si sono mai “sballate” una volta, educate, rispettose della vita propria e altrui.

Certo nessuno è santo, tutti vogliamo divertirci, ma c’è modo e modo di farlo. Io e tanti altri abbiamo detto NO alle canne, NO alla violenza di qualsiasi genere, NO alla maleducazione, con cui purtroppo, per colpa delle bravate di pochi, veniamo identificati. 

Non è moralismo, è una questione di civiltà, educazione, cultura ma soprattutto di Vita. La vita è un dono e, retorica a parte, io come altri crediamo fermamente non vada sciupata. Purtroppo l’informazione è pressoché nulla, ma i pericoli che si corrono prendendo il vizio delle canne sono innumerevoli: da quello principale di salute, al rischio (e purtroppo la percentuale di questi casi è molto alta) che si passi a droghe ben più pesanti con conseguenze immaginabili.

Ma, come dicevo, siamo accusati non solo di drogarci, ma di ogni sorta di perversione: secondo “loro” andiamo allo stadio per far del male, ci ubriachiamo di continuo, non rispettiamo niente e nessuno. Anche a questo io, assieme a molti altri, ho detto No. Un No che significa No all’eccesso.

Chiariamoci: in discoteca vado anch’io, vado a ballare, esco la sera, sto con tanti ragazzi e ragazze della mia età e ci divertiamo, ma quello che mi sento di dire è che l’eccesso non va bene in nessun caso. Mi diverto, ballo e rido con i miei amici ed amiche, certo anche persone che conosco commettono le azioni appena descritte, ma siamo altrettanti che ci divertiamo, coscienti che c’è un limite a tutto. Amiamo la musica e ogni espressione di arte, è questo secondo me il miglior modo di esprimersi e di comunicare. Quindi niente moralismi e retoriche che non servono a granché.

Leggo, vedo e sento di bambini, ma anche adulti, morti per colpa di automobilisti alcoolizzati, e ciò fa veramente pensare. E’ orribile ed egoista guidare con la consapevolezza di aver bevuto troppo, mettendo a repentaglio non solo la vita di altri, ma persino la propria. Bere di per sé non è vietato, ballare nemmeno, i ragazzi hanno diritto alla spensieratezza, ma devono anche essere consapevoli dell’unicità della vita, una volta buttata nessuno ce la restituisce…

Federico Diatz – La Spezia

Pier Paolo Pasolini l’aveva compreso già nel 1960: i “giovani” non esistono. Appartengono alla categoria dell’astrazione, del mito; “giovane” è un aggettivo e, come tale, riferibile a persone, animali, cose. Viviamo, del resto, nella civiltà (?) degli aggettivi, i quali, a differenza dei sostantivi – che, come da etimo, indicano sostanza -, si adattano a tutto (ed è il loro fascino) e a nulla (e in ciò sta il loro limite). Costituiscono l’emblema dell’irrisolto, del non-concluso, del relativo. Il “giovane” non è mai soltanto “giovane”: prima di quest’ultimo, dietro quest’ultimo, esiste un uomo, una donna, una farfalla, una pietra, ciascuno con la sua impareggiabilità.

Sopra e in basso: alcune immagini di Moni Ovadia.

Ieri sera a Bresso, la cittadina in cui vivo, Moni Ovadia ha incontrato i “giovani”. Lo ha fatto al Centro Anziani. Ed erano presenti tutti, compresi, figuriamoci!, quelli di mezz’età. Regolare. Perché, se è vero che “il futuro è nei giovani”, è ancor più vero che l’ossatura di quel futuro si trova nel passato, il quale, a sua volta, attesta e dona significanza all’oggi.

Il “giovane” è un’invenzione del giovanilismo. E il giovanilismo è una caricatura della gioventù. Tutti i regimi dittatoriali declamavano di puntare molto sui giovani: i giovani balilla, i giovani hitleriani, i giovani di Stalin, i giovani di Pol Pot fino ai giovanissimi talebani, istruiti da un Vecchio della Montagna di soli 50 anni.

Tutta questa gente enunciava di amar molto i “giovani”; e non mentiva; amava la loro parzialità materiale, la loro vitalità diffusa, il loro corpo ingenuo e sano, per mandarli a combattere nelle sue guerre, per farli suicidare in nome di un eterno immanente e blasfemo, e magari per eliminarli con le sue stesse mani, non appena si accorgeva di non poterli incasellare nelle regole d’uno Stato maschiamente monocorde.

Anche il nostro “mondo occidentale” esalta di continuo i “giovani”. “Life is now” è diventato la parola d’ordine (imposta) delle nuove generazioni. Cogli l’attimo. “Ma attenzione – ha avvertito Moni – la pubblicità non invita a cogliere la bellezza del momento, cioè la sua sacralità. Quella che Federico chiama dono della Vita (significativamente, con la maiuscola). Questo slogan, ha proseguito Ovadia, non va inteso in senso faustiano: “Faust afferra l’attimo perché ne coglie il senso e ha chiesto il sapere. Oggi, invece, con quella frase si toglie al ‘giovane’ la consapevolezza del passato e la prospettiva del futuro. La vita va vissuta con un progetto. Se si vive l’attimo, non è possibile. In pratica ‘Life is now’ significa ‘Sei morto’.

L’operazione per rendere l’essere umano un consumatore acritico consiste in questo smembramento, in questa categorizzazione ossessiva, nella moltiplicazione degli aggettivi, delle parzialità, dei tasselli impazziti d’un mosaico mai ricomposto: “La società dei consumi non coltiva più l’intuizione dell’illuminato Buddha che, a 27 anni, capì che la vita è integra. Di conseguenza la teoria che il “giovane” è diverso dall'”anziano” con cui, anzi, non ha niente in comune, è un solenne inganno. “Assistiamo al fenomeno che Baudrillard denominava ‘l’assassinio della realtà – ha incalzato l’attore – e che si perpetra attraverso una serie di assassini preventivi, fra cui quello delle stagioni, e quello del tempo”. Le stagioni non fungono più da baricentro dei nostri ritmi naturali e spirituali, non solo per l’effetto serra che sta annullando il fascino della loro rapinosa diversità; ma anche per l’inventiva senza fantasia dei viaggi organizzati, che vendono inverni caldi in esotici paradisi plastificati, togliendo non il gusto, ma il realismo dell’impraticabile attesa. Il tempo, poi, è polverizzato: “L’ultima oasi al riparo della logica di produzione e consumo rimaneva la festa. Naturalmente già nella prima fase del capitalismo si era diffusa l’idea che il ‘tempo libero’ dovesse essere monetizzato: si pagava per divertirsi, per andare a ballare, al cinema, al bar… Adesso, gli ipermercati sono aperti anche nei giorni festivi. E’ del tutto logico: il tempo s’impiega, si compra”. Non casualmente si parla di “ammazzare il tempo”. La “spensieratezza” cui allude Federico va intesa come freschezza dell’animo piuttosto che come evasione da responsabilità che investono anche chi si affaccia all’alba della vita. E proprio per sfuggire a questa reificazione continua, secondo Moni, la Bibbia considera il sabato un giorno sacro, dove lavorare e produrre è assolutamente vietato a uomini, donne, schiavi, stranieri, e persino ad animali, piante, terra! E non si ascolta la radio, non si guarda la tv. No. Si ascoltano storie. Si canta. Si studia. Si parla in famiglia. Chi è solo viene ospitato da altri. Il rito celebra lo stare insieme. Si fanno, insomma, gli esseri umani.

I rotoli della Torah, “culla” della saggezza ebraica.

Se in una famiglia s’impara il dialogo, ci si riappropria del tempo, si conosce la propria storia, si sa andare indietro, la coscienza via via si rafforza: “E allora si potranno sfruttare anche i videogiochi, le conquiste della scienza e della tecnica, le comodità che abbiamo inventato e che così malamente utilizziamo, ben sapendo però che si tratta di mezzi e non di fini, anch’essi con la loro storia e il loro limite”.

L’essere umano è integro. La sua parcellizzazione (in giovane, anziano, bianco, nero, cristiano, ebreo, musulmano…) serve soltanto a chi ci vuole sfruttare.

I “giovani” non sono tutti perdigiorno senza valori? Ma questo, alle società giovaniliste e ai loro lacché dell’informazione non interessa affatto. Il “life is now” consiste, innanzi tutto, nell’instillare sfiducia in sé e in chi ci attornia. Non c’è nulla prima, non ci sarà nulla poi, acciuffiamo il più fugace dei momenti, l’estetico e l’apparenza, conquistiamolo a qualsiasi costo prima di rientrare nel buco nero dell’insipienza, e se non ci riusciamo, tanto vale andare in malora subito, e con noi gli altri “scarti” che ci attorniano e che riteniamo nostri intollerabili specchi accusatori. Ci s’impantana nella torbida morbosità, come rane senz’occhi, non domandandosi ovviamente le ragioni di tali fenomeni, perché ragioni non se ne devono cercare.

Il “giovane”, secondo questa logica, esiste solo se privo di sé. Come un muto coriandolo impazzito. Il “giovane” appena normale – umano, intero, cioè – va censurato. Sterminato, anche sull’altare del tanto celebrato “lavoro”: “E trionfano i call-center – denuncia ancora Ovadia – pseudo-attività indegne di un essere umano, a maggior ragione d’un ‘giovane’. E’ giovane, si dice, ‘si farà’. Ma farà cosa? Un giovane non ha forse il diritto a crearsi una casa, una famiglia, una vita propria? Come può farlo con 32 euro al giorno? ‘Life is now’: questa è una mancia, o piuttosto un’elemosina – pelosissima, però – che strozza qualsiasi progettualità, anche minima. Altrimenti resta l’opzione d’una carriera competitiva, da lupi, dove vieni bruciato in cinque anni, per ritrovarti poi quarantenne, bulimico di giorni obesi e disperati”.

L’uomo, però, avverte il bisogno della gratuità scomparsa, perché solo quest’ultima ci rende pienamente noi stessi. Un abbraccio, un sorriso senza aspettarsi nulla, l’affetto spontaneo dei genitori. Per questo, oggi, moltissima gente fa volontariato. Moltissimi “giovani”. “Loro” non ne parlano, è vero. Non gli conviene. Non aspettatevi nulla da “loro”. Ma ci si aspetta molto da voi. Tutto. Fatevi sentire. Un coro vi risponderà.

Daniela Tuscano 407142083_7e3fbe69b7_m.jpg

7 dicembre 2007 at 10:15 6 commenti

IL MALE OSCUR(AT)O – Giornata della lotta all’Aids: e le istituzioni dove sono?

A S.

Lo scorso anno, da queste pagine, avevo denunciato il preoccupante calo d’attenzione di governo, organi d’informazione e opinione pubblica nei confronti della malattia. Si potrebbe quasi sostenere che, se non fosse per alcune associazioni, oggi di Aids non si parlerebbe più, dopo i tremendi anni ’80 caratterizzati da un terrorismo psicologico-mediatico degno della Milano manzoniana.

A proposito di Milano: finora non mi risulta (ma, se mi giungeranno notizie in merito, sarà mia cura fornire tempestivamente informazioni) siano state avviate dal Comune campagne, incontri, iniziative di sensibilizzazione. Tutto tace. Del resto, il criterio morale che anima la giunta è espresso nel progetto di legge del 25 ottobre scorso(Governo della rete degli interventi e dei servizi alla personain ambito sociale e sociosanitario, art. 5: “Le prestazioni sanitarie e sociali sono finalizzate a sostenere la persona e la famiglia, con particolare riferimento allo sviluppo di una sana e responsabile sessualità, alla procreazione consapevole, alla prevenzione dell’interruzione di gravidanza e alle problematiche relazionali e genitoriali”). C’è quindi poco da stare allegri: cosa s’intenda per “sana” sessualità non si capisce, o meglio, si capisce benissimo, e a nessuno sfugge che le “categorie” cosiddette “a rischio” – quelle, insomma, peccaminose e reiette – sono di fatto escluse non solo dai servizi, ma anchedall’attenzione delle istituzioni.

Di conseguenza posso segnalare soltanto il consueto appuntamento con la coperta dei nomi in piazza Mercanti, dalle 11.00 alle 19.00, oltre naturalmente ai nutriti programmi di Anlaids, AsaLila e molti altri, mentre il 5 dicembre, al Teatro Olmetto, debutterà  Baby, animato da attori giovanissimi eorganizzato da Cesvi: a ricordare che l’Aids miete vittime soprattutto tra i bambini, non solo europei.

A questo deve aver pensato la comunità parrocchiale di San Carlo, a Bresso (p.za De Gasperi, 1), che sostiene dal 1996 il progetto di suor Ernestina Akulu per il sostegno, la cura, la prevenzione e la promozione nel distretto di Luweero (Uganda). Maggiori ragguagli si possono ottenere telefonando al n° 256 – 772 – 411217 o scrivendo direttamente a suor Ernestina, eakulu@yahoo.co.uk.

Stemma del Comune di Bresso (www.bresso.net).

Da altre città mi sono poi pervenute interessanti notizie. La Chiesa Valdese della Capitale (in piazza Cavour, ore 20.30) ospiterà domani il concerto del Roma Rainbow Choirdurante il quale saranno raccolti fondi per l’assistenza ai malati. In programma brani di diverse epoche e stili, dal Rinascimento allo spiritual. Degno di nota anche il “full-time” di Arcigay Calabria, che quest’anno ha puntato in particolare sull’arte. Dopo un nutrito incontro con esperti del settore (Anlaids, Asl Cosenza, Università degli Studi di Calabria) e la testimonianza di Antonietta Parisi, mamma adottiva di Daniele, bimbo sieropositivo deceduto pochi anni or sono, si assisterà a diverse video-proiezioni e a un passo di danza di Diego Cartaginese sulle note de La medicina, brano che Renato Zero dedicò proprio a Daniele. Al termine s’indirà un concorso fotografico nazionale dal titolo Scatto in quattro lettere. Info: Roberto Principe, pierrecs@aliceposta.it .

Daniela Tuscano (www.scrivi.com)

UN INEDITO DEI QUEEN. Il gruppo dell’indimenticato Freddie Mercury (1946-1991, secondo da destra in basso) regalerà al mondo della rete un inedito, suonato in versione acustica nel loro concerto del 2005, per focalizzare l’attenzione mediatica sul primo dicembre (da Soundblog).

1 dicembre 2007 at 0:01 8 commenti

RESTA CON NOI! – Mons. Bregantini presto trasferito?

La notizia, una delle più importanti e – se confermata – gravi del momento, viene confinata dai potenti mezzi d'”informazione” in uno smilzo trafiletto, quando non è del tutto ignorata. Occorre invece diffonderla il più possibile, comunque si concluda la questione.

Intervenendo in un dibattito a Battipaglia (Salerno), ieri mons. Giancarlo Bregantini ha parlato del suo probabile trasferimento a Campobasso, diocesi rimasta libera dopo le dimissioni dell’attuale vescovo. “Siamo in attesa di una lettera da parte della Santa Sede. Sono anch’io a conoscenza di queste voci che riguardano il mio trasferimento, ma non so altro”. La notizia ha provocato un forte disorientamento; alcuni sperano in una intercessione del Papa. Bregantini, molto amato e impegnatissimo contro la mafia, aveva proposto in una lettera aperta del 2 aprile 2006 una scomunica ufficiale per i mafiosi: “Condanno – scriveva il vescovo – nel più forte dei modi questa ripetuta violazione della santità della vita nella Locride. La condanno con la scomunica. Quella stessa scomunica che la Chiesa lancia contro chi pratica l’aborto, è ora doveroso, purtroppo, lanciarla contro coloro che fanno abortire la vita dei nostri giovani, uccidendo e sparando, e delle nostre terre, avvelenando i nostri campi, in applicazione estensiva del Canone 1398 Cjc, sentendo che questa grave sanzione giuridica ci aiuterà di certo a prendere sempre più coscienza del tanto male che ci avvolge, per poi saper reagire con fermezza e ulteriore impegno nel bene, nella difesa della vita, nella preghiera sempre più intensa per chi fa il male, nella formazione in parrocchia, seminando speranza nelle scuole, negli oratori, nei gruppi ecclesiali”.

Non va infatti dimenticato che il Diritto canonico prevede la scomunica latae sententiae per chi si macchia del “peccato d’aborto”, ma sui crimini di mafia non spende neppure una parola. Sul sito “Ammazzateci tutti” la toccante testimonianza di Liliana Esposito Carbone, madre di Massimiliano, uno dei “ragazzi di Locri” ucciso il 24 settembre 2004: http://www.ammazzatecitutti.org/editoriale/la-calabria-ha-bisogno-del-vescovo-bregantini.php Speriamo tutto si chiarisca; ma, nel frattempo, teniamo desta l’attenzione, e prepariamoci a un’eventuale azione dimostrativa.

Daniela Tuscano

ULTIM’ORA (8 nov.): Confermato il trasferimento di mons. Bregantini. Papa Benedetto XVI ha ufficializzato la sua nomina a nuovo arcivescovo metropolita della diocesi di Campobasso-Bojano. La nomina è stata comunicata dal bollettino della sala stampa vaticana. Nessuna notizia su “Avvenire”, il quotidiano dei vescovi. Tra i telegiornali italiani, l’unico a parlarne è stato il Tg3.

Comunicato Stampa L’Associazione Culturale umanista Color Porpora  si stringe intorno a mons. Bregantini e abbraccia idealmente tutti coloro che assieme a lui hanno lottato, sofferto e amato per realizzare una Calabria migliore, libera da tutte le mafie.

Sappiamo che un sacerdote è tenuto a obbedire, pur se gli costa dolore. Lo fa per amore della Chiesa. Ma noi non riusciamo a trattenere lo sconforto e lo scandalo per la decisione vaticana circa il suo trasferimento alla diocesi di Campobasso, che consideriamo un atto d’imperio non solo ingiusto, ma soprattutto irresponsabile.

Rinnovando la nostra solidarietà al vescovo non cesseremo di lottare, anche grazie al suo esempio, per il trionfo della pace, della giustizia e della legalità.

Milano, 8 novembre 2007

LA SUA RISPOSTA

Mons. Bregantini ha risposto al nostro messaggio stamane, alle 8.50. Con gratitudine lo riportiamo qui:

Grazie.
Dio continuerà ad aiutarmi a seminare speranza e gioia.
+ p. GianCarlo Maria Bregantini, Vescovo

Milano, 9 novembre 2007

7 novembre 2007 at 9:03 21 commenti

POLVERE, SALE

In memoria di Giovanna Reggiani , catechista valdese martirizzata a Roma, e per non dimenticare il gesto di Emilia , giovane rom, che ha denunciato il suo assassino.

Santi, defunti:

la terra abbraccia il cielo,

tasselli in un mosaico

il diaspro e il carbone.

Non sono loro il fine,

non siamo noi la fine.

I monaci birmani hanno ripreso a lottare per la pace e la democrazia.

Immemori di morte,

e incapaci di assaporare la vita,

fluttuiamo senza timone,

come un folle coriandolo

in un pulvureo

immenso nulla.

Abbiamo attraversato queste contrade,

forse nessuno ci ha presi per mano,

ma raccolto accanto a noi

stava un uovo silente,

una virtù misconosciuta,

un silenzio d’attesa,

una mite pazienza.

Qualcosa di orizzontale,

un diapason continuo

un rullo di cosmo

nella speranza

d’un corrisposto abbraccio.

Daniela Tuscano

2 novembre 2007 at 10:05 14 commenti

ARIDAJE… – Sventata la controriforma editoriale

Cerchiamo di capirci. Il preclare Ricardo Franco Levi, che solo recentissimamente ho scoperto essere “il braccio destro di Prodi” – e in cotanta ignoranza mi trovo in ottima compagnia, avendolo Beppe Grillo definito “un signor Nessuno eletto da nessuno” – pochi giorni or sono s’era fatto balenare un’idea. Se lo scopo era passare dall’anonimato più totale alla notorietà conclamata, c’è riuscito alla grande, e non importa come; oggi, si sa, la regola valida è una e quella soltanto: far parlare di sé il più possibile. Soltanto in quel modo c’illudiamo d’esser presenti a noi stessi.

Possibile, pertanto, che il parto intellettuale dell’esimio giurista fosse nato da un freudiano complesso d’inferiorità; e i complessi d’inferiorità, com’è noto, esplodono anche e soprattutto con prepotenze, capricci, ripicche da parte di chi ne soffre.

Ordunque. Cos’aveva escogitato Levi, per passare alla storia? Questo: una riforma dell’editoria . Mica una qualunque, però. Una riforma che conteneva un articolo, il n° 7, secondo cui chi svolgeva attività editoriale su Internet, bloggers compresi, doveva iscriversi al Roc (Registro degli Operatori della Comunicazione) con la presentazione di certificati e il pagamento d’un bollo.

Levi ha fatto immediatamente il botto: non è passato un iota che il popolo della rete si è letteralmente sollevato. Ma il prode di Prodi, asciugandosi il sudore dietro il colletto della camicia di seta, non demordeva: “L’articolo non contempla i blog privati, ma solo quelli che si configurano come organi d’informazione”. Tradotto: tranquilli, nessuno v’impedisce di continuare a parlare di Malgioglio, di Paris Hilton e della Gregoraci. Nessuno si opporrà se elencate con dovizia di particolari quante volte trombate al giorno (anche virtualmente). Anzi, vogliamo continuiate a farlo. Anzi, dovete farlo.

Una cosa non dovete fare: pensare. Non è tanto, via. Parafrasando Gaber: con tutte le libertà che avete, volete anche pigliarvi questa? Che egoisti, diamine. Pure un’informazione alternativa, adesso? Ma non pensate ai poveri lavoratori della nostra stampa, delle nostre tv? E poi vi lagnate della disoccupazione… L’informazione è nostra. L’informazione siamo noi. Punto e basta.

Se Ricardo Franco Levi s’imbattesse in un blog come il mio, non avrebbe dubbi. Non parlo delle mie fregnacce. Esprimo ciò che penso. Ergo, testata giornalistica. Ergo, tassa.

Poi è finita come è finita. Contrordine, (ex) compagni. La sollevazione è diventata un uragano, con Beppe Grillo pronto per un nuovo V-Day sull’informazione (vedi sotto). E l’illustre Levi si rimangia tutto. Coi ministri che si rimpallano le responsabilità. Già, è vero, in effetti il testo è ambiguo. Ma non eravate presenti alla sua stesura? Sì, no, forse. C’ero, ma se c’ero dormivo.

A questo punto, la teoria del complesso d’inferiorità non regge più.

Locandina per il V-Day dello scorso 8 settembre. Quello sull’informazione è previsto per il 25 aprile p.v. (www.beppegrillo.meetup.com)

Verrebbe da parlare di schizofrenia. Ma poiché la schizofrenia non è un morbo contagioso, e men che mai endemico e circoscritto a una sola categoria – quella dei politici, nella fattispecie – sorge un sospetto. Che, in barba alla malattia, questi siano sani come pesci e, semplicemente, ci abbiano provato.

Hanno provato a imbavagliarci, ligi a quella logica inquisitoriale e censoria che, da sempre, è l’assillo di ogni potente, specie quando comincia a veder vacillare la sua potenza. Allora è il momento più delicato e terribile. E’ il momento della verità. Quando il re è nudo, e il Leviatano si mostra nella sua essenza: un bruto irragionevole, spietato, sanguinario.

Li abbiamo fermati. Stavolta. Occhi aperti, comunque. Torneranno. Noi siamo qui. E vi abbiamo avvertiti: non ci avrete.

Daniela Tuscano

POST SCRIPTUM. Visto che lor signori si dimostrano tanto zelanti sulle regole, ci vorrebbero spiegare perché mai ritengono dannosi quattro blogger, mentre si sono dimostrati del tutto imbelli al momento d’elaborare uno straccio di legge sul conflitto d’interessi?… 😡

27 ottobre 2007 at 11:35 11 commenti

LA DISINFORMAZIONE DELL’INFORMAZIONE

Respinte. Le donne dell’Acmid  (Associazione della Comunità Marocchina delle Donne in Italia) non potranno costituirsi parte civile nel processo agli assassini di Hina Saleem (sotto). Così ha decretato il giudice. Ci saranno, in compenso, i parenti (maschi) della ragazza, mentre gli imputati, il padre e i fratelli, hanno chiesto il rito abbreviato, nella speranza, molto concreta, di scapolare l’ergastolo. Un’autorevole esponente dell’Acmid, Dounia Ettaib , è stata aggredita in pieno giorno da un paio di integralisti e si è salvata solo per la sua prontezza di spirito: nonostante si trovasse in un viale affollato, nessun milanese è intervenuto in suo soccorso.

Potrei fermarmi qui, come avrebbe potuto la nostra grande stampa. Ma ha voluto strafare, come del resto sempre accade davanti a omicidi efferati, specie se a sfondo sessuale e con vittime femminili. In questo periodo, invero, ne càpitano parecchi. Assistiamo a una recrudescenza di barbarie verso le donne.

Gli zelanti mass-media ci delucidano, con minuziosa dovizia di particolari (anche inutili, ma via, vogliamo trascurare i poveri lettori sadici? Ché altrimenti ti allestiscono un Sadic Pride per rivendicare i loro sacrosanti diritti…). La loro solerzia si distingue particolarmente nel caso di stupratori extracomunitari, di padri-padroni islamici, di prosseneti romeni. Tutto vero, sia chiaro. Ma che le donne presso certi popoli vengano trattate come pezze da piedi lo sanno anche i poppanti.

Ci si aspetterebbe che, nella “moderna” Italia, le donne godano di diritti, libertà e soprattutto rispetto. Se si osserva la realtà con meno disattenzione, però, si scopre che non va esattamente così. Innanzi tutto, pare esistano anche, e in numero consistente, violentatori nostrani, poco dissimili, per crudeltà ed efferatezza, dai loro corrispettivi stranieri; su di loro, giornali, tv e web si dimostrano già più lacunosi. Ma non basta. Ormai anche a uno psicologo della Scuola Radio Elettra risulta lampante che l’aumento esponenziale di un fenomeno non è imputabile alla psicosi di singoli individui, ma riflette una tendenza, una cultura, una sensibilità radicate nel tessuto sociale.

E dunque. Punto primo: ci rallegra che almeno su “Repubblica” sia comparsa l’intervista ad Abdullah Redouane del Centro islamico culturale d’Italia, il quale, manifestando la sua solidarietà a Dounia, ha rilasciato due dichiarazioni fondamentali: a) il Corano non va interpretato letteralmente ma contestualizzato (cosa che, invero, non fa la maggior parte dei musulmani); b) tragedie come quelle di Hina non sono causate dalla religione, ma dall’ignoranza.

Si trattava, però, di un articolo di spalla. Non corredato da fotografie. Privo di qualsiasi approfondimento. Che, in ultima analisi, poteva anche passare inosservato, mentre a tutta pagina campeggiava la cronaca con l’immagine di un immenso striscione: “Hina vittima dell’Islam”.

Il messaggio è quindi giunto: roba da barbari, da noi non accadrebbe mai, rispediteli al loro paese e non ci si pensi più. (Va da sé che, “nel loro paese”, le donne possono tranquillamente essere martoriate, ognuno è sovrano soprattutto quando a rimetterci sono gli altri – “le” altre -, a noi checcenefrega.)

Punto secondo: anche violenze di italiani su italiane, abbiamo detto. Di norma molto meno strombazzate, abbiamo aggiunto. Diritti, libertà e rispetto, abbiamo invocato. E ora domandiamoci: il nostro sostrato culturale favorisce questi ultimi?

Irak

Corsi interreligiosi per donne all’Università sciita di Najaf, Iraq.

1) A scuola, la maggioranza del corpo docente è di sesso femminile. Anni fa mi capitò di leggere le querimonie di alcuni prof maschi, che si sentivano discriminati. A noi non pensa mai nessuno, piagnucolavano. E poi, significativamente: “Ci fosse la possibilità di far carriera… di guadagnare un po’ di più…”. Naturalmente l'”inchiesta” taceva il fatto che la femminilizzazione dell’insegnamento riguardava solo la scuola dell’obbligo; intendendo, con tale termine, anche i corsi superiori, visto che ormai alle medie non si ferma più nessuno. All’Università, però, la musica cambia: altro che femminilizzazione, lì i docenti sono quasi tutti uomini, per non parlare dei rettori: se non ricordo male, di donne che ricoprono quel prestigioso ruolo ce ne sono soltanto un paio.

Guarda il caso, si tratta degli unici docenti “ricchi”, quelli che “fanno carriera”, che godono della stima della popolazione. Solo la “manovalanza” è femmina; e si capisce perché: da sempre gli uomini hanno snobbato questo tipo di lavoro, perché non considerato abbastanza prestigioso, perché non vellicava il loro smisurato ego, perché lontano anni luce dalla logica aziendalistica e piramidale che permette ai più dritti, o ai più arrivisti, di primeggiare su tutti, a scapito di tutti; perché ritenuto un impiego part-time (per quell’identificazione quantità-qualità); perché gli insegnanti, nell’immaginario comune, sono screditati (molte volte mi son sentita dire che noi “non facciamo niente” ); perché stare con bambini e ragazzi è roba da femmine, anche quando si tratti di femmine con una sensibilità materna non superiore a quella d’una gatta. Insomma, uno sfacelo. Per scegliere una professione tanto ignominiosa. un uomo doveva trovarsi proprio con l’acqua alla gola, a meno che non si trattasse di uno smidollatino, o peggio. Ai veri maschi spetta(va)no compiti ben altrimenti nobili.

E osano pure frignare, proprio come femminucce irresolute! Vogliono più spazio, poverini. E una scuola “manageriale”. Il loro congenere travestito da donna, l’ex ministro Moratti, in tale senso gli aveva dato una grossa mano.

Pubblicità progresso in Francia: “Come spiegarle che sarà meno pagata, perché è una ragazza?”.

2) Ma è poi così vero che nelle scuole, Università escluse, gli uomini sono in minoranza? Proprio no. Numericamente, può darsi; ma il primato maschile – androcentrico – resta ben saldo nei programmi scolastici, nella lingua italiana, nei rapporti fra insegnanti e alunni. La scuola insegna a rispettare, stimare, valorizzare i talenti e la dignità femminili? La risposta è no.

3) L’Acmid non può costituirsi parte civile per decisione di un giudice italiano. In questi anni la Cassazione (composta da barbogi maschi) ha mandato in libertà, o condannato – il verbo muove al riso – a pene lievissime dei brutalizzatori anche di minorenni, anche incestuosi, come nel caso del patrigno della ragazzina sedicenne che s’è visto ridurre la pena in quanto aveva sì abusato della figlia, ma quest’ultima non era più vergine, poiché avviata dalla madre alla prostituzione; com’è avvenuto per l’ormai leggendaria sentenza sui jeans; come temiamo accada per il marito-killer di Barbara Cicioni (in un primo momento, la giustizia popolare aveva già decretato che i colpevoli fossero romeni), il quale malmenava la moglie un giorno sì e l’altro pure, aveva ripetutamente cercato di farla abortire (tanto poi il prete scomunicava lei), ma forse, misero, qualche ragione ce l’aveva, forse la bimba che la “fedifraga” aspettava non era sua… sotto quindi con l’esame del Dna, magari ci scappa l’attenuante dell’onore.

4) Pubblicità e mezzi d’informazione veicolano un’immagine della donna che si credeva sepolta da secoli. Non sarà per moralismo che le nazioni realmente più evolute, dove le donne effettivamente godono di concreti diritti e riescono a occupare importanti cariche a livello lavorativo e di governo, sbeffeggiano quasi quotidianamente la tv italiana per l’esibizione ripetuta di tette, sederi e altre parti intime (femminili) persino nei programmi in cui si spiega come si prepara un babà al rum.

Alessia e Mascia 

Alessia & Mascia, veline in versione lesbo-chic (?) nel fortunato calendario di qualche tempo fa.

Non sarà fortuito se oggi il sogno delle ragazze è diventare veline o cubiste, se gli idoli si chiamano Corona o Moric, se un palazzinaro della tv scosciata si pavoneggia di “metter sotto” le avversarie politiche. Ah, ecco, la politica: l’Italia è il Paese con minor numero di parlamentari donne, a eccezione della Grecia. Ce ne sono di più in India, dove, peraltro, alcune di loro sono riuscite senza tema a diventare capi di Stato. Da noi sarebbe impensabile.

Non ho nominato il Papa, ma a che serve? L’Italia non è un paese cattolico da molto tempo. Cristiano, poi, men che meno. Siamo solo in pieno revival clericale, che, notoriamente, con la religione non c’entra una cicca. Proprio per amor di completezza, vabbè, lo nomino, la gerarchia vaticana è super-misogina ecc. ecc. Ma, davvero, mi sento così démodée a pormi questo problema visto che, per il Pontefice, le donne nemmeno esistono.

4) Dal quadro pur sommariamente tracciato, siamo allora così sicuri che Hina sia solo, o principalmente, vittima dell’Islam? Possibile che non ci venga offerta altra alternativa fra lo sgozzamento o Lele Mora?

Non sarebbe forse più corretto scrivere: “Hina vittima dei maschi”? Ma pretenderlo da un’informazione “maschia” è alquanto velleitario.

Daniela Tuscano  

PER SOSTENERE L’ACMID NEL PROCESSO HINA SALEEM: http://www.acmid-donna.it/perHINA.htm

2 luglio 2007 at 9:04 12 commenti

Articoli meno recenti


Calendario

settembre: 2017
L M M G V S D
« Gen    
 123
45678910
11121314151617
18192021222324
252627282930  

Posts by Month

Posts by Category