OLIO MINERALE

In fondo, la mobilità non turbava Antonio più di tanto. Alle chiacchiere degli amici non badava. “Starsene a casa a trentasei anni, come un vecchio, e poi cosa fai?”. Ma lui mica viveva per lavorare. Quanta vita lo attendeva, al fischio della sirena. Tre figli. La più piccola lo rimproverava sempre di rientrare tardi, la sera, e quando varcava l’uscio di casa la trovava già addormentata. Non gli restava che contemplarla in un’inespressa preghiera. Rivolgeva allora alla moglie un riso di tenera sensualità mormorandole brevi, antiche parole: “Somiglia a te”. Sì, a casa avrebbe fatto tutto. Magari avrebbe portato la bimba un po’ più spesso al parco del Valentino, dove le insegnava cos’erano le nuvole. Per poi riscoprire muto, con un sospiro furtivo, l’anfratto in cui anni prima, con la giovane compagna, aveva scherzato e poi, sempre per gioco, l’aveva presa. Con l’ansia gioiosa e ingenua della belva selvaggia, stampandola sull’erba, quasi a nutrirsi della sua concretezza elementare.

E furono nozze di terra. La sua terra. L’umore lussureggiante d’un parco aveva incorniciato i loro baldanti sogni giovanili, lui che sapeva di pendici solatie e di olio.

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Da piccolo, quando la madre gli friggeva le zeppole, nella dispensa semibuia, in grotta di tufo, sentiva che fondeva la vita. Una vita color d’oro. Tutto era divinamente semplice.

Magari, avesse potuto starsene a casa. C’era finito, in quell’acciaieria, come scaricato da un tunnel greve. Quando aveva saputo di essere diverso. Meridionale. Strano, fino a quel momento non si era sentito altro che un uomo. L’avevano poi insaccato in una tuta blu e diligentemente, con impegno e turgore, aveva assolto il suo compito con la docile resistenza d’un equino millenario. Racconto ancestrale e poesia di generazioni. Racchiuso in una sfera d’amianto.

Colata lavica. Ecco cosa gli ricordava l’olio minerale sul quale così spesso scivolava. Perché quell’aggettivo, minerale, lui non l’aveva mai capito. “E’ l’olio delle macchine, Antonio” gli aveva spiegato paziente il caporeparto. Pistoni, carburante. Quella era la loro vita stridente e furiosa. Delle macchine. Divampava, anche. Ma quel caldo non dava vita, non confortava le vene, come l’olio della dispensa materna, che – lo raccontava ai suoi bambini – accarezzava la gola. Deflagrava in bollore combusto, lasciando freddo il cuore terrorizzato.

Ma lui non aveva paura. E quel giorno si era trovato a misurare con lo sguardo ogni angolo, ogni cieco pertugio di quella foresta di ghisa. Foresta pietrificata, strana archeologia metallica. Era l’ultima volta. Presto l’avrebbero lasciato a casa. Ed ecco, sì, ne pativa. Ma solo perché per l’Immacolata non avrebbe neppure potuto racimolare il denaro necessario per comprare alla bambina quella glassa d’argento che tanto desiderava.

Ma sei giovane, ce la farai. Lui non aveva risposto, tenue e tenace come l’equino millenario. Ogni giorno ha la sua pena. Termino qui come fosse l’ultimo e il primo, abbraccio la bambina, abbasso gli occhi. Poi si vedrà.

Ma quel che gli risuonò negli occhi, all’intrasatta, fu un’immensa vampa di sole malato. Un’onda densa e anomala di bollore minerale. Rabbiosa, ferina della sua, malgrado tutto, socratica lontananza. Della sua anima densa e carnale, delle sue vene gagliarde. Lo ghermì per rubargliela, per soddisfare la sua stridula brama di alito eterno. Svanì con lei, rapito, circonfuso, spaziante.

E la gemma dell’Immacolata divenne, per Antonio, il giovedì delle ceneri.

 

 

Daniela Tuscano (www.scrivi.com)

(ad Antonio Schiavone  e ai suoi compagni d’ogni latitudine)

N.B.: Sull’accaduto, Torce flessibili, la denuncia degli umanisti; ivi, comm. n° 5.

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8 dicembre 2007 at 8:44 11 commenti

CONTRO L'”ASSOLUTO RELATIVO” – I “giovani”, Moni Ovadia e la vita integra

Riceviamo e volentieri pubblichiamo.

Mi chiamo Federico e ho 18 anni: sono dunque un giovane. Uno di quei tanti ragazzi che le testate nazionali giornalistiche e i media in generale descrivono come drogati, violenti, che si fanno le cosiddette “canne” o invadono uno stadio. No, non è così, questa è una descrizione inappropriata che i giornali e le tv ci propinano tutti i giorni, ma che non corrisponde per nulla alla realtà. La maggior parte di noi invece, e lo posso dire con cognizione di causa in quanto frequento la classe quinta di un liceo scientifico, sono proprio l’opposto, persone che non si sono mai “sballate” una volta, educate, rispettose della vita propria e altrui.

Certo nessuno è santo, tutti vogliamo divertirci, ma c’è modo e modo di farlo. Io e tanti altri abbiamo detto NO alle canne, NO alla violenza di qualsiasi genere, NO alla maleducazione, con cui purtroppo, per colpa delle bravate di pochi, veniamo identificati. 

Non è moralismo, è una questione di civiltà, educazione, cultura ma soprattutto di Vita. La vita è un dono e, retorica a parte, io come altri crediamo fermamente non vada sciupata. Purtroppo l’informazione è pressoché nulla, ma i pericoli che si corrono prendendo il vizio delle canne sono innumerevoli: da quello principale di salute, al rischio (e purtroppo la percentuale di questi casi è molto alta) che si passi a droghe ben più pesanti con conseguenze immaginabili.

Ma, come dicevo, siamo accusati non solo di drogarci, ma di ogni sorta di perversione: secondo “loro” andiamo allo stadio per far del male, ci ubriachiamo di continuo, non rispettiamo niente e nessuno. Anche a questo io, assieme a molti altri, ho detto No. Un No che significa No all’eccesso.

Chiariamoci: in discoteca vado anch’io, vado a ballare, esco la sera, sto con tanti ragazzi e ragazze della mia età e ci divertiamo, ma quello che mi sento di dire è che l’eccesso non va bene in nessun caso. Mi diverto, ballo e rido con i miei amici ed amiche, certo anche persone che conosco commettono le azioni appena descritte, ma siamo altrettanti che ci divertiamo, coscienti che c’è un limite a tutto. Amiamo la musica e ogni espressione di arte, è questo secondo me il miglior modo di esprimersi e di comunicare. Quindi niente moralismi e retoriche che non servono a granché.

Leggo, vedo e sento di bambini, ma anche adulti, morti per colpa di automobilisti alcoolizzati, e ciò fa veramente pensare. E’ orribile ed egoista guidare con la consapevolezza di aver bevuto troppo, mettendo a repentaglio non solo la vita di altri, ma persino la propria. Bere di per sé non è vietato, ballare nemmeno, i ragazzi hanno diritto alla spensieratezza, ma devono anche essere consapevoli dell’unicità della vita, una volta buttata nessuno ce la restituisce…

Federico Diatz – La Spezia

Pier Paolo Pasolini l’aveva compreso già nel 1960: i “giovani” non esistono. Appartengono alla categoria dell’astrazione, del mito; “giovane” è un aggettivo e, come tale, riferibile a persone, animali, cose. Viviamo, del resto, nella civiltà (?) degli aggettivi, i quali, a differenza dei sostantivi – che, come da etimo, indicano sostanza -, si adattano a tutto (ed è il loro fascino) e a nulla (e in ciò sta il loro limite). Costituiscono l’emblema dell’irrisolto, del non-concluso, del relativo. Il “giovane” non è mai soltanto “giovane”: prima di quest’ultimo, dietro quest’ultimo, esiste un uomo, una donna, una farfalla, una pietra, ciascuno con la sua impareggiabilità.

Sopra e in basso: alcune immagini di Moni Ovadia.

Ieri sera a Bresso, la cittadina in cui vivo, Moni Ovadia ha incontrato i “giovani”. Lo ha fatto al Centro Anziani. Ed erano presenti tutti, compresi, figuriamoci!, quelli di mezz’età. Regolare. Perché, se è vero che “il futuro è nei giovani”, è ancor più vero che l’ossatura di quel futuro si trova nel passato, il quale, a sua volta, attesta e dona significanza all’oggi.

Il “giovane” è un’invenzione del giovanilismo. E il giovanilismo è una caricatura della gioventù. Tutti i regimi dittatoriali declamavano di puntare molto sui giovani: i giovani balilla, i giovani hitleriani, i giovani di Stalin, i giovani di Pol Pot fino ai giovanissimi talebani, istruiti da un Vecchio della Montagna di soli 50 anni.

Tutta questa gente enunciava di amar molto i “giovani”; e non mentiva; amava la loro parzialità materiale, la loro vitalità diffusa, il loro corpo ingenuo e sano, per mandarli a combattere nelle sue guerre, per farli suicidare in nome di un eterno immanente e blasfemo, e magari per eliminarli con le sue stesse mani, non appena si accorgeva di non poterli incasellare nelle regole d’uno Stato maschiamente monocorde.

Anche il nostro “mondo occidentale” esalta di continuo i “giovani”. “Life is now” è diventato la parola d’ordine (imposta) delle nuove generazioni. Cogli l’attimo. “Ma attenzione – ha avvertito Moni – la pubblicità non invita a cogliere la bellezza del momento, cioè la sua sacralità. Quella che Federico chiama dono della Vita (significativamente, con la maiuscola). Questo slogan, ha proseguito Ovadia, non va inteso in senso faustiano: “Faust afferra l’attimo perché ne coglie il senso e ha chiesto il sapere. Oggi, invece, con quella frase si toglie al ‘giovane’ la consapevolezza del passato e la prospettiva del futuro. La vita va vissuta con un progetto. Se si vive l’attimo, non è possibile. In pratica ‘Life is now’ significa ‘Sei morto’.

L’operazione per rendere l’essere umano un consumatore acritico consiste in questo smembramento, in questa categorizzazione ossessiva, nella moltiplicazione degli aggettivi, delle parzialità, dei tasselli impazziti d’un mosaico mai ricomposto: “La società dei consumi non coltiva più l’intuizione dell’illuminato Buddha che, a 27 anni, capì che la vita è integra. Di conseguenza la teoria che il “giovane” è diverso dall'”anziano” con cui, anzi, non ha niente in comune, è un solenne inganno. “Assistiamo al fenomeno che Baudrillard denominava ‘l’assassinio della realtà – ha incalzato l’attore – e che si perpetra attraverso una serie di assassini preventivi, fra cui quello delle stagioni, e quello del tempo”. Le stagioni non fungono più da baricentro dei nostri ritmi naturali e spirituali, non solo per l’effetto serra che sta annullando il fascino della loro rapinosa diversità; ma anche per l’inventiva senza fantasia dei viaggi organizzati, che vendono inverni caldi in esotici paradisi plastificati, togliendo non il gusto, ma il realismo dell’impraticabile attesa. Il tempo, poi, è polverizzato: “L’ultima oasi al riparo della logica di produzione e consumo rimaneva la festa. Naturalmente già nella prima fase del capitalismo si era diffusa l’idea che il ‘tempo libero’ dovesse essere monetizzato: si pagava per divertirsi, per andare a ballare, al cinema, al bar… Adesso, gli ipermercati sono aperti anche nei giorni festivi. E’ del tutto logico: il tempo s’impiega, si compra”. Non casualmente si parla di “ammazzare il tempo”. La “spensieratezza” cui allude Federico va intesa come freschezza dell’animo piuttosto che come evasione da responsabilità che investono anche chi si affaccia all’alba della vita. E proprio per sfuggire a questa reificazione continua, secondo Moni, la Bibbia considera il sabato un giorno sacro, dove lavorare e produrre è assolutamente vietato a uomini, donne, schiavi, stranieri, e persino ad animali, piante, terra! E non si ascolta la radio, non si guarda la tv. No. Si ascoltano storie. Si canta. Si studia. Si parla in famiglia. Chi è solo viene ospitato da altri. Il rito celebra lo stare insieme. Si fanno, insomma, gli esseri umani.

I rotoli della Torah, “culla” della saggezza ebraica.

Se in una famiglia s’impara il dialogo, ci si riappropria del tempo, si conosce la propria storia, si sa andare indietro, la coscienza via via si rafforza: “E allora si potranno sfruttare anche i videogiochi, le conquiste della scienza e della tecnica, le comodità che abbiamo inventato e che così malamente utilizziamo, ben sapendo però che si tratta di mezzi e non di fini, anch’essi con la loro storia e il loro limite”.

L’essere umano è integro. La sua parcellizzazione (in giovane, anziano, bianco, nero, cristiano, ebreo, musulmano…) serve soltanto a chi ci vuole sfruttare.

I “giovani” non sono tutti perdigiorno senza valori? Ma questo, alle società giovaniliste e ai loro lacché dell’informazione non interessa affatto. Il “life is now” consiste, innanzi tutto, nell’instillare sfiducia in sé e in chi ci attornia. Non c’è nulla prima, non ci sarà nulla poi, acciuffiamo il più fugace dei momenti, l’estetico e l’apparenza, conquistiamolo a qualsiasi costo prima di rientrare nel buco nero dell’insipienza, e se non ci riusciamo, tanto vale andare in malora subito, e con noi gli altri “scarti” che ci attorniano e che riteniamo nostri intollerabili specchi accusatori. Ci s’impantana nella torbida morbosità, come rane senz’occhi, non domandandosi ovviamente le ragioni di tali fenomeni, perché ragioni non se ne devono cercare.

Il “giovane”, secondo questa logica, esiste solo se privo di sé. Come un muto coriandolo impazzito. Il “giovane” appena normale – umano, intero, cioè – va censurato. Sterminato, anche sull’altare del tanto celebrato “lavoro”: “E trionfano i call-center – denuncia ancora Ovadia – pseudo-attività indegne di un essere umano, a maggior ragione d’un ‘giovane’. E’ giovane, si dice, ‘si farà’. Ma farà cosa? Un giovane non ha forse il diritto a crearsi una casa, una famiglia, una vita propria? Come può farlo con 32 euro al giorno? ‘Life is now’: questa è una mancia, o piuttosto un’elemosina – pelosissima, però – che strozza qualsiasi progettualità, anche minima. Altrimenti resta l’opzione d’una carriera competitiva, da lupi, dove vieni bruciato in cinque anni, per ritrovarti poi quarantenne, bulimico di giorni obesi e disperati”.

L’uomo, però, avverte il bisogno della gratuità scomparsa, perché solo quest’ultima ci rende pienamente noi stessi. Un abbraccio, un sorriso senza aspettarsi nulla, l’affetto spontaneo dei genitori. Per questo, oggi, moltissima gente fa volontariato. Moltissimi “giovani”. “Loro” non ne parlano, è vero. Non gli conviene. Non aspettatevi nulla da “loro”. Ma ci si aspetta molto da voi. Tutto. Fatevi sentire. Un coro vi risponderà.

Daniela Tuscano 407142083_7e3fbe69b7_m.jpg

7 dicembre 2007 at 10:15 6 commenti

MAKWAN NON C’E’ PIU’ – L’ingiustizia rimane

Ciò che, fino all’ultimo, supplicavamo non accadesse, è invece avvenuto: la condanna a morte del 21enne iraniano Makwan Moloudzadeh – “reo” di omosessualità  -, in un primo momento sospesa per la mobilitazione dell’opinione pubblica mondiale, è stata eseguita ieri, senza che nemmeno i familiari del giovane ne fossero al corrente, e mentre la società civile si preparava a una grande manifestazione in suo favore. Non si è ripetuto, quindi, il miracolo di qualche mese fa, quando riuscimmo a scongiurare il rientro in patria (e la conseguente lapidazione) di Pegah Imambakhsh, anch’essa iraniana, anch’essa omosessuale.
Salviamo Makwan 
Ma Makwan abitava in Iran; come vi abitavano Mahmoud e Ayyaz (rispettivamente, 16 e 18 anni), omonimi, fra l’altro, dei due amanti regali d’un meraviglioso testo del XII secolo, Il Poema celeste. A loro, però, era toccata una sorte ben più efferata – e prosaica: vennero impiccati sulla pubblica piazza. E non si può nemmeno dire che il mondo assistette impotente, dato che la notizia giunse quando ormai tutto si era concluso.

Anche noi umanisti, che da sempre ci battiamo per la giustizia e i diritti delle minoranze soprattutto perseguitate, abbiamo provato un senso di nausea, sconforto, abbattimento. Mentre raccoglievamo firme, inviavamo petizioni a “Sua Eccellenza” Ahmadinejad – quello che, in un’Università americana, aveva assicurato che “l’omosessualità era un vizio dell’Occidente, dal quale il suo paese era indenne”,  dimostrando un insospettato senso dell’umorismo (nero) – e alle autorità politiche e religiose del paese, il corpo del giovane Makwan giaceva già esanime e freddo su un rozzo tavolo di legno.

Abbattuti, sì, e disgustati. Non solo per l’Iran, naturalmente; troppo comodo liquidare la questione con le solite categorie della barbarie levantina. Tutti sappiamo, via, che quella che un tempo fu la Persia merita una classe dirigente migliore dell’attuale. Ahmadinejad è un qualsiasi Mussolini in salsa orientale. Anche per il nostro “crapùn”, peraltro, i finocchi non esistevano, perché il glorioso e rurale popolo italico era scevro dalla corruttela morale delle restanti, molli, plutocratiche nazioni europee. Tutti maschi puri e duri (le donne non venivano neppur prese in considerazione, e non è un caso che, allora come oggi, la violenza viriloide si scatenasse anche contro queste ultime): i “sospetti”, al più, li si spediva al confino, con la vaga e incomprensibile accusa di “disfattismo” (vedi Una giornata particolare).

Disgustati, dicevamo, anzi schifati, schifatissimi, perché già immaginiamo le smorfie sgangherate di certe mummie di casa nostra. Le quali, della sorte di Makwan e di altri come lui non solo se ne fregano, ma in fondo ci godono. Pensiamo ai Volonté, ai Calderoli, ai Mastella, ai Berlusconi, alle Mussolini, agli Storace e alle zitelle in cilicio; in particolare a queste ultime, alla (Ga)Binetti che solo ieri si è rifiutata di ratificare un testo anti-omofobia al Senato, con la motivazione della doppiezza della “lobby gay” la quale, secondo lei, si servirebbe di questo stratagemma per sovvertire la morale. (Di “lobby ebraica” parlava pure Hitler: corsi e ricorsi storici.)

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Ce la immaginiamo, l’onorevole penitenziagite: cos’hanno da lamentarsi, questi sodomiti? Se non gli piace qui, vadano altrove, dove non si limitano a condannarli a parole, come facciamo noi alfieri della santa normalità! Lì, il male, lo eliminano alla radice! Oddio, una volta andava diversamente, e senza dubbio la pia vergine rimpiange i tempi gloriosi in cui i sodomiti venivano spediti al rogo senza tante storie. Da parte sua, le sta tentando tutte per spostare indietro le lancette della storia (ehh, signora mia, oggi non c’è più religione!…), e bisogna riconoscere che il momento è per lei propizio: con le sue giaculatorie sta tenendo in ginocchio (sui ceci) tutta la maggioranza.

Noi però, forse utopici, forse sognatori, ma, senza falsa modestia, persone serie, disposte ad ascoltare tutti purché non razzisti né discriminatori, attente a riflessioni antropologico-religiose scevre da pregiudizi e approssimazioni, non possiamo demoralizzarci. Non ci è permesso. Appoggiamo pertanto l’iniziativa di gionata che il 13 dicembre p.v. darà vita a una veglia anti-omofobia assieme alle donne e agli uomini della REFO di Firenze, presso il Centro comunitario Valdese. Il Gruppo EveryOne  inoltre, già sostenitore della causa di Makwan, istituirà un premio annuale da donare a chi si contraddistinguerà nella lotta a favore dei diritti umani e contro l’omofobia.

Non dimentichiamo, però, che per evitare altri Makwan le ricorrenze e i premi non bastano. Occorrono ascolto, cultura ed educazione, perché, sulla scorta di De André, in futuro “non ci resti solo la gloria / d’una medaglia alla memoria”.

Daniela Tuscano (vedi anche: https://danielatuscano.wordpress.com/2007/03/12/paola-binetti-mi-risponde/)

”In Iran non ci sono omosessuali come invece qui da voi. In Iran non sono perseguitati, perché non esistono” (Mahmoud Ahmadinejad, discorso alla Columbia University, New York, 24 settembre 2007)

ULTIM’ORA: I TALIBAN IMPICCANO 12ENNE. “Era una spia della Nato”. Così i terroristi afghani hanno “giustificato” la forca per un bambino colpevole di aggirarsi troppo spesso in una zona controllata da soldati americani. Siano essi “sodomiti”, o troppo curiosi, o macchine da guerra, o carne per i pedofili, i ragazzi, a questo mondo di adulti, piacciono moltissimo. Specialmente alla griglia. (9 dicembre 2007)

6 dicembre 2007 at 20:22 15 commenti

IL GIARDINO DELLA CONOSCENZA

Le grandi distese di platani ombrosi sorgevano alte e slanciate, con una certa rassegnata indolenza, fra l’erba punteggiata di fiori, lieti come pulci rosse, bianche e blu. La bambina sorrideva felice, fondendosi nel cuore bruno della terra, mentre gli uccelli, danzando a vela dolce, ricamavano le ialine sfere dell’aria. Avrebbe trascorso ore intere a contemplarli.

Poi, d’improvviso, lo sguardo divenne prigioniero. Un portone, un cancello, un vallo interrompeva il dipanarsi teneramente monotono dell’alba terrestre. Un capolavoro di trina battuta, suasivamente inutile. Oltre l’assurdo confine, ancora un verde prato. Ma perché cintarne una parte, quando se ne aveva così tanto a disposizione?

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Scorse allora una targa sul muricciolo: “Il Giardino della Conoscenza”. Cosa doveva conoscere, che non sapesse già? L’erba era erba, il sole era il sole, i fiori erano fiori. Ciascun elemento trovava spiegazione nella sua semplice esistenza. Rifuggiva ogni ardita tautologia.

Il portone si socchiuse, insinuando un muto invito. La bambina mosse un passo incerto. Fu percorsa da uno strano brivido di possesso, una febbre d’esclusione.

Poi il gioco di due rondoni la distrasse. Agili come dardi al sole, le rapirono gli occhi abbacinati. Sorrise, come ritemprata di nuova freschezza, compiuta nella sua piena soddisfazione. Fu luminosa, come un fanciullo antico. Divenne pietra e acqua, ramo e pulviscolo, atmosfera e vento. Poi chiuse le palpebre.

Davanti a lei, nient’altro che un rigo d’orizzonte nel carminio dei colli muschiosi. Si sentì più libera e trionfante. Procedette sicura e senza fretta. Il Giardino della Conoscenza era sparito.

(2006-2007: un anno… sempre Roberto)

Daniela Tuscano

*****

UNA SCUOLA DEDICATA A ENZO BALDONI. Il Centro di Formazione Professionale di via Decio Azzolino, nel XVIII Municipio, è ora intitolato al giornalista ucciso a Najaf nel 2004. Una targa riporta la scritta “Giornalista e uomo di pace”. Presenti alla cerimonia il sindaco Veltroni, alcuni assessori, la moglie e la sorella di Baldoni (www.romaone.it).

4 dicembre 2007 at 7:19 11 commenti

IL MALE OSCUR(AT)O – Giornata della lotta all’Aids: e le istituzioni dove sono?

A S.

Lo scorso anno, da queste pagine, avevo denunciato il preoccupante calo d’attenzione di governo, organi d’informazione e opinione pubblica nei confronti della malattia. Si potrebbe quasi sostenere che, se non fosse per alcune associazioni, oggi di Aids non si parlerebbe più, dopo i tremendi anni ’80 caratterizzati da un terrorismo psicologico-mediatico degno della Milano manzoniana.

A proposito di Milano: finora non mi risulta (ma, se mi giungeranno notizie in merito, sarà mia cura fornire tempestivamente informazioni) siano state avviate dal Comune campagne, incontri, iniziative di sensibilizzazione. Tutto tace. Del resto, il criterio morale che anima la giunta è espresso nel progetto di legge del 25 ottobre scorso(Governo della rete degli interventi e dei servizi alla personain ambito sociale e sociosanitario, art. 5: “Le prestazioni sanitarie e sociali sono finalizzate a sostenere la persona e la famiglia, con particolare riferimento allo sviluppo di una sana e responsabile sessualità, alla procreazione consapevole, alla prevenzione dell’interruzione di gravidanza e alle problematiche relazionali e genitoriali”). C’è quindi poco da stare allegri: cosa s’intenda per “sana” sessualità non si capisce, o meglio, si capisce benissimo, e a nessuno sfugge che le “categorie” cosiddette “a rischio” – quelle, insomma, peccaminose e reiette – sono di fatto escluse non solo dai servizi, ma anchedall’attenzione delle istituzioni.

Di conseguenza posso segnalare soltanto il consueto appuntamento con la coperta dei nomi in piazza Mercanti, dalle 11.00 alle 19.00, oltre naturalmente ai nutriti programmi di Anlaids, AsaLila e molti altri, mentre il 5 dicembre, al Teatro Olmetto, debutterà  Baby, animato da attori giovanissimi eorganizzato da Cesvi: a ricordare che l’Aids miete vittime soprattutto tra i bambini, non solo europei.

A questo deve aver pensato la comunità parrocchiale di San Carlo, a Bresso (p.za De Gasperi, 1), che sostiene dal 1996 il progetto di suor Ernestina Akulu per il sostegno, la cura, la prevenzione e la promozione nel distretto di Luweero (Uganda). Maggiori ragguagli si possono ottenere telefonando al n° 256 – 772 – 411217 o scrivendo direttamente a suor Ernestina, eakulu@yahoo.co.uk.

Stemma del Comune di Bresso (www.bresso.net).

Da altre città mi sono poi pervenute interessanti notizie. La Chiesa Valdese della Capitale (in piazza Cavour, ore 20.30) ospiterà domani il concerto del Roma Rainbow Choirdurante il quale saranno raccolti fondi per l’assistenza ai malati. In programma brani di diverse epoche e stili, dal Rinascimento allo spiritual. Degno di nota anche il “full-time” di Arcigay Calabria, che quest’anno ha puntato in particolare sull’arte. Dopo un nutrito incontro con esperti del settore (Anlaids, Asl Cosenza, Università degli Studi di Calabria) e la testimonianza di Antonietta Parisi, mamma adottiva di Daniele, bimbo sieropositivo deceduto pochi anni or sono, si assisterà a diverse video-proiezioni e a un passo di danza di Diego Cartaginese sulle note de La medicina, brano che Renato Zero dedicò proprio a Daniele. Al termine s’indirà un concorso fotografico nazionale dal titolo Scatto in quattro lettere. Info: Roberto Principe, pierrecs@aliceposta.it .

Daniela Tuscano (www.scrivi.com)

UN INEDITO DEI QUEEN. Il gruppo dell’indimenticato Freddie Mercury (1946-1991, secondo da destra in basso) regalerà al mondo della rete un inedito, suonato in versione acustica nel loro concerto del 2005, per focalizzare l’attenzione mediatica sul primo dicembre (da Soundblog).

1 dicembre 2007 at 0:01 8 commenti

…E SCOPRIMMO DI ESSERE NUDI

Ma Benigni recita Dante, oppure lo interpreta?

Nulla di tutto questo: Benigni lo vive. Benigni è Dante.

Lo è, nell’abbacinante climax che lo travolge fino a lasciarlo esanime: corpo morto. Lo è, nel momento in cui vede sgretolarsi di fronte a sé le illusioni di cui la sua carne e il suo spirito – il suo spirito fattosi carne – si erano nutriti fino a quel momento. Quando il suo vecchio della montagna, il vecchio d’oro, si tramuta in polvere di creta, stoppia fangosa. Polvere e nulla.

Roberto Benigni nel Quinto dell’Inferno, andato in onda ieri sera su Rai Uno.

Muore, in quel momento, e non risorge. L’ideale resta vuoto. La lettera, ferma. Cupo artifizio, cembalo che tintinna. La vita non è sogno. La vita non è letteratura.

Ma la letteratura dà la vita. Il corpo stordito, l’ansito d’una comprensione, il baricentro sbieco, il turbine assordato in cui ruotano a spirale mani, troni, potenze, dolori, liquami, tormenti, tutto risolto (e perduto) in una bocca che bacia tremante: quella è l’umanità. L’umanità che pecca per troppo amore, è l’umanità assetata d’amore. Povera, miserrima. Benigni è Dante, perché Dante è uomo. Tutti gli uomini. Ciascun uomo.

Ma Benigni è anche l’uomo Dante, di quel tempo e di quello spazio. E’ il Dante trasmigrato, con la sua affannata e sensuosa sperdutezza, nel corpo di Roberto in forza d’una eretica, e benedetta, metempsicosi artistica.

Chi da sé cade, non risorge. Cade, e giace nel sepolcro freddo della sua insipienza disperante e ansiosa. Ma d’un freddo che è domanda, pretesa. Un freddo che vuole l’eternità. Che pretende d’afferrarla, possederla, violentarla per troppo amore. Smania. Unicità.

“…l’altro piangea, sì che di pietade/io venni men così com’io morisse” (Inf. V, 140-141). Ari Scheffer, Paolo e Francesca, 1835.

Con l’uomo Dante corpo morto, s’annulla il “mio”. Solo nella perdita, solo nell’abbandono nell’altro, il corpo morto risorge. E’ la prova suprema. E’ sovrumana. E’ necessaria. Di troppo umano si muore. Ma quel troppo umano, nell’implacabilità dell’eterno, quanto ci sembra meritevole d’un singulto pietoso.

Daniela Tuscano (www.scrivi.com) 407142113_7d89e2973f_m.jpg

30 novembre 2007 at 9:52 16 commenti

(R)ESISTIAMO ANCORA!

Giornata di sensibilizzazione contro la violenza sulle donne

STOP

Dedicata a:

Hina Saleem

Barbara Cicioni

Maria Antonietta Multari

Chiara Poggi

Giovanna Reggiani

la rom Emilia

Meredith Kercher

la quindicenne brasiliana stuprata in carcere da 20 uomini

la donna saudita punita con 200 frustate per aver subito violenza

…e a milioni di donne e bambine sconosciute che in passato, e in questo preciso istante, vengono umiliate dall’impotenza maschile, belligerante, religiosa, mercimediatica. E di cui non sapremo mai nulla.

Di fronte a questo scempio urliamo BASTA. Agli allegri telefilosofi della morte del femminismo, gridiamo SIAMO VIVE. E non dimentichiamo.

Daniela Tuscano (vedi anche: http://www.mentecritica.net/per-mariaantonietta-maschi-vergogna/cronache-italiane/daniela-tuscano/1145/)

25 novembre 2007 at 0:02 5 commenti

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